Visualizzazione post con etichetta nam long. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nam long. Mostra tutti i post

martedì 27 marzo 2012

Ufficiale: gentilomo



Lo so, non scrivo da giorni. Settimane. Mesi. Scusate, ero impegnato a soffiarmi il naso. Tuttavia, una settimana di permanenza a Londra ha risvegliato in me il desiderio di tediarvi. Perciò, mettetevi comodi, fate un bel respiro e, se avete fortuna, cercate un metodo più veloce e indolore per suicidarvi.

Venerdì sera. Di qualche tempo fa. Il ristorante spagnolo di cui varchiamo la soglia intorno alle dieci è concepito secondo il tipico algoritmo iberico tapas y topas che qui a Londra va per la maggiore: si spilucca qualcosa circondati da belle ragazze e cameriere carine. Tavoli liberi, neanche a parlarne. Decidiamo di ingannare l’attesa sorseggiando un bicchiere di buon vino. Davanti al classico dubbio amletico ‘Rioja o Ribera?’, recitato con maestria da una delle cameriere, Lord-enzo opta per il Rioja, anche se confessa che avrebbe preferito del vino rosso. Deve essere l’effetto del riscaldamento che, tenuto a un livello eccessivamente elevato, ha inaridito temporaneamente i campi neuronali del brizzolato più famoso del suo condominio. Mentre degustiamo, noto sulla parete opposta una mia foto in abiti da torero. Mi avvicino e l’identità si tramuta in forte somiglianza: a giudicare dall’espressione del suo volto, direi che il fotografo ha colto esattamente l’attimo in cui il toro gli sta estraendo chirurgicamente i testicoli con una poderosa cornata. E vi assicuro che io, lì, ho ancora tutto attaccato, anche se solo per fini decorativi.
Pochi minuti di attesa, che in quella sauna finlandese camuffata da ristorante si dilatano in modo perverso, e ci fanno accomodare. Quello che succede al nostro tavolo è poco interessante: io mangio e bevo tanto, Lord-enzo mangia tanto e beve tanto, V mangia poco e non beve nulla: stato terminale dell’indipendenza alcolica. A due tavoli da noi, Harry Potter del Missisipi ce la sta mettendo tutta per accoppiarsi con la babbana che gli siede di fronte, sfoderando un classico trucco del repertorio da maghetto: non dice una parola per tutta la cena, ma in compenso fa di tutto affinché il bicchiere della prosperosa ragazza sia costantemente pieno. Diversi bicchieri più in là la vediamo ondeggiare pericolosamente verso il bagno, sbronza. Barcolla, ma non la molla. Di fianco a me, invece, una pupa da copertina, che scopriremo presto essere metà svedese e metà cinese, scambia monosillabiche opinioni con un ragazzo franco egiziano che si diverte a essere in costante disaccordo prima con lei, poi con la popputa babbana e infine con se stesso. Io non ci sto! Lei, al contrario, ci sta eccome e lascia che la mano villosa del suo cavaliere la pratichi una ceretta epidermica sulla coscia. Poi, inaspettatamente, il franco egiziano ci rivolge la parola. Il suo orecchio francofono deve avere carpito qualche commento sessualmente esplicito che usciva dalle nostre bocche da circa mezz'ora. La solita trafila di convenevoli. Così, scopriamo che la bambolina di fianco a me è svedese con qualche spruzzata di cantonese. Lord-enzo, professionista della scivolata a gamba tesa, non si lascia sfuggire la ghiotta occasione:

"Suo nonno", indicando me, "è di Göteborg". Silenzio. Neuroni al lavoro. Dopo due minuti di orologio, lei mi domanda "Allora tu sei metà milanese e metà svedese?"

Una domanda pertinente, soprattutto dopo aver subito un elettroshock. Lasciamo i due concludere il rituale dell'accoppiamento, paghiamo e ce ne andiamo al Nam Long, due metri avanti. Adrian, babbuzzo pazzo grosso, il buttafuori che sembra essere uscito direttamente da The Snatch, ci fa entrare, dopo averci estorto i soliti cinque pound che, per il tipo di locale, sono assolutamente ingiustificati. Considerando però lo spettacolo a cui, se si è fortunati, si può assistere, sono soldi spesi bene. Tutto sommato.

Inizia il primo giro. Il riscaldamento. Quant'e bella giovinezza che si fugge tuttavia, del diman non c'è certezza, a parte il mal di testa. La nostra conversazione, pregna di argomenti elevati, che vertono dall'estetica delle escort che ci circondano al perché esista qualcosa piuttosto che il nulla e questo qualcosa ha un paio di bocce decisamente nichiliste, viene interrotta dall'ingresso di Adrian. Questo menhir dotato di arti e pollici - credo - opponibili si avvicina, molla un cinque a tutti e tre, procurandoci una scossa di grado sette della scala Richter, e ci sbiascica delle frasi in un inglese incomprensibile il cui unico vocabolo pronunciato in maniera intellegibile è 'shag', parola che eviterei di ripetere se dovessi mai trovarmi di fronte alla Regina per farmi autografare la tazza di Kate e William. Poi, scoppia a ridere e noi con lui, onde evitare qualsiasi rischio di frattura scomposta. Rizzi-goal, baldo e temerario, lo accomiata con un 'Adrian, vai a trovare X!'. Il fuck lo capiamo. Il resto si perde in una miscela di vocali e consonanti che ci lascia indifferenti, tetragoni ai colpi di ignoranza. Non ai suoi, purtroppo.

Secondo giro. Iniziamo a ragionare. Al bancone notiamo una ragazza che, indifferente alla marcatura a uomo dei due impomatati bellimbusti che la attorniano, sta cercando di ipnotizzare V. Sbattendo le ciglia, utilizza un sofisticato codice morse il cui significato è facilmente intuibile. Lord-enzo, con una mossa a sorpresa attualmente oggetto di severo studio alla commissione europea, sottrae la graziosa pulzella a un destino di noia con la camicia a righe, la impacchetta e la appoggia su un vassoio che io umilmente porgo a V. L'ereditiera australiana, almeno questo è quanto ci pare di avere capito da chiacchiere di circostanza, inizia la sua personale lotta contro i mulini a vento. A suo onore, le prova tutte: si passa la lingua sulle labbra; attorciglia una ciocca dei capelli sul dito; ondeggia il bacino; sorride ebete; si accarezza le gambe; gli fa un pompino. Normale routine. V, però, niente. Inamovibile. Colpito da omosessualità fulminante, si attacca a futili pretesti - ha le doppie punte e il colon irritato. E noi che già lo vedevamo a bordo di un trattore, nel nulla di un immenso podere australiano, birra, Gazzetta e un paio di koala che gli pendono dagli zebedei. Non ci possiamo credere. Non ci vogliamo credere. Tentiamo di persuaderlo e, con un faro, di illuminargli il cammino dell'eterosessualità. In risposta, la cecità più totale. Viene convocato l'ambasciatore italiano a Canberra. Incidente diplomatico. Subito attivate le pubbliche relazioni. Decenni di reputazione spazzati via da un momentaneo stato confusionale. Una tragedia nazionale. Un insulto a orde di italici babbuini in calore che hanno collezionato anni di umilianti rifiuti e per i quali farsi una bella scopata rimane tutt'ora un futuro che mai si fa presente. La domanda, perciò, era già nell'aria, e lei non fa altro che renderla udibile:

"Are you gay?"

Dopo traduco per chi avesse problemi con la propria sessualità.

L'uomo medio, posto davanti a un tale dilemma, reagirebbe battendosi il petto, colpendo la ragazza in testa con una clava e ritirandosi nella sua moderna grotta trascinandosela appresso. V no. Lui è un gentiluomo. O gentilomo, ancora da capire. La sua risposta è sintetica a priori: "No".

Proviamo ora a entrare dentro al cervello di una ragazza carina che è stata appena rifiutata:

"Sono una ragazza carina di solito sono i ragazzi che mi cercano e io esercito il mio potere di donna li rimbalzo faccio yoga non bevo mai un paio di volte all'anno oggi è una di quelle volte stasera sono ebbra e mi piace questo ragazzo o mio dio c'è un buco di 0,2 millimetri nel mio collant sono abbastanza carina? domani devo andare in palestra sono ingrassata mi piace questo ragazzo ma lui è omosessuale? o mio dio no non lo è allora sono brutta? devo mettere la crema mi stanno venendo le prime rughe o mio dio non sono abbastanza carina? o forse…"

E sì, perché l'orgoglio ferito ha un ultimo sussulto prima di stramazzare al suolo, come quei soprani all'opera che, colpiti mortalmente, gorgheggiano per venti minuti e a morire fa prima il pubblico che sbadiglia sprofondato nelle poltrone.

"Are you deeply in love?"

Che offesa. CHE O F F E S A. Io non avrei avuto esitazioni. Piuttosto, avrei confessato un'inesistente omosessualità. Ma V è un romantico. Un personaggio da Colazione da Tiffany. Un Harry Burns con l'accento fiorentino. Così, dopo aver congedato l'ombra di quella che, una volta, era una esuberante damigella australiana, ci siamo ritrovati a dover concludere la serata con un finto innamorato che, calatosi nella parte in perfetto stile Stanilslavskij, ormai ci credeva per davvero. E si è pure commosso, pensando a quanto lei le mancasse, ora che lui vive qui a Londra da più di un anno. Misericordia… Auguro a tutti una buona settimana!

p.s: Non sarei onesto se non dicessi che, il giorno dopo, V, nel tentativo di riacquistare il saluto da parte nostra, si è riscattato a spese della cameriera del ristorante spagnolo dove avevamo cenato la sera prima. Con onore, è ritornato nel gruppo degli italici babbuini in calore non praticanti. E io gli voglio ancora bene. Forse.

lunedì 19 dicembre 2011

All Nam Long - il ritorno




Di nuovo a Londra. Negli ultimi due mesi non ho capito bene se vivo nella borghese capitale economica elvetica o nella metropoli britannica che si erge su fondamenta di indeed, lovely, God save the Queen e, come qualcuno mi ha fatto notare, tazze di Kate e William da riempire rigorosamente con tè, latte e una zolletta di zucchero. L'aereo delle sette del mattino che mi aspetta mercoledì, più che a sciogliere il dilemma, mi aiuta a sviluppare un'estetica delle occhiaia. Ma non meniamo il can per l'aia, anche perché ignoro che cosa sia mai l'aia. Londra. Venerdì sera, intorno alle 5 e mezza. 6 meno un quarto. 6, come passa il tempo. Buio pesto. Sul vagone della District line, che ha appena lasciato la stazione di Richmond, mi sforzo di mantenere sull'asse la testa che, preda di attacchi narcolettici, ciondola per i fatti suoi, oltrepassando l'invisibile linea di sicurezza che gli inglesi pongono tra un individuo e l'altro - secondo ultime misurazioni, sarebbe di circa 3 metri. Dopo un cambio con la Circle, scendo a Notting Hill Gate, sgambetto cinque minuti e arrivo a casa di Lord-enzo che mi sta aspettando. Da un'altra parte, però. Il simpatico portiere messicano, che per non abbandonare del tutto le tradizioni sorseggia un estathè con latte e zolletta di zucchero, mi scorta fino all'appartamento, giusto il tempo di lasciare zaino, valigia e rimettersi in viaggio. Sgambetto a ritroso, mi infilo nella Central line per poi cambiare con la Piccadilly. Il tragitto che separa le due linee è una discesa negli inferi popolata da una folla di persone che si riversa da ogni angolo creando quella estraniante sensazione di movimento statico tipica della tangenziale di Milano o della fila al bagno delle donne nei locali notturni. Quindici minuti di processione. Ogni dieci metri vengono distribuite delle bevande contro la disidratazione. Finalmente arrivo a Covent Garden. Lovely. Una massa informe si accalca nell'attesa dell'ascensore. Inorridito da tale spettacolo, decido di utilizzare le scale, che nessuno pare sia intenzionato a salire. Mi domando perché mai Dio abbia concesso loro il dono delle gambe. Con l'espressione dell'italiano medio convinto di primeggiare in furbizia su chiunque lo circondi, mi accingo nell'impresa. E mai parola fu più azzeccata. La stazione di Covent Garden doveva essere un tempo una miniera di carbone, scavata con tutta probabilità centinaia di metri in profondità. Mentre la lancetta dei minuti gira vorticosamente, io sto ancora salendo e i miei polpacci, rigidi come dovrebbe essere qualcos'altro se non avessi il vizio di bere sempre un bicchiere di troppo, stanno considerando l'eventualità di ricorrere ai crampi per farmi capitolare. Vedo la sofferenza dipinta sui volti di ragazze con tacchi vertiginosi; qualcuno parla da solo, deve essere lì da anni; ci sono dei defibrillatori appesi alle pareti; i bambini diventano adolescenti. Superato il girone dei libidinosi e quello degli spettatori di Maria De Filippi, giungo finalmente alla vetta. Anche se ignoro l'anno esatto. Faccio una giravolta, la faccio un'altra volta, mi perdo, mi ritrovo fino a quando non scorgo la chioma brizzolata di Lord-enzo. Baci, abbracci ed ecco comparire come per magia, nella mia mano, una birra, che la dritta via tanto l'avevo già smarrita. Neanche il tempo di un sorso e faccio la conoscenza di J, che da ora in avanti chiamerò Lord-enza, la dolce metà di Lord-enzo. Jung la definirebbe la sua anima. Non saprei come descriverla se non dicendo che è un Lord-enzo al femminile. Certo, più carina, non brizzolata e probabilmente priva del potere della girellite del suo animus, ma per il resto… due gocce d'acqua. Con dell'MDMA dentro. Lord-enza, marchigiana di origine, dopo aver donato gli organi come tutti i copywriter che si rispettino in un'agenzia di pubblicità di Milano, è venuta a Londra a concludere il lavoro facendosi espiantare gli unici organi ancora funzionanti, pancreas e fegato, da un'agenzia media. Anche se, forse, il fegato l'ha donato alla birra media. Oltre a Lord-enza, a destreggiarsi nella nobile arte della sbronza di inizio serata, un pezzo di comunità italiana che fa da contrappunto al fastidioso biascichio anglofono. Alla terza o quarta pinta mi accorgo che gli accordi che si diffondono nel pub sono frutto del duro lavoro di un essere in carne e ossa con una palla da biliardo al posto della testa che fa camminare le sue dita sulla tastiera di un pianoforte. La cosa mi getta nello sconforto più totale, perché realizzo di non essere al massimo delle mie capacità percettivo sensoriali. Sono ubriaco. Saggia arriva la decisione del mio ospite di infilarsi in un taxi e dirigersi verso casa. Tappa rifocillamento: salmone affumicato, pomodorini e mango. Un grande classico del repertorio rizziano, definito da alcuni etologi zurighesi 'protocollo 2', anche se con me non attacca. Appena il fegato ricomincia a ricevere ossigeno, ritroviamo l'italico gruppo in un pub non molto distante dal precedente. Ascolto, parlo, ma sono distratto. La mia mente è altrove. Penso solo a lui. Al Nam Long, che ci spalanca la porta poco più tardi. In realtà, a spalancarla a noi comuni mortali, dopo un dazio di cinque pound a cranio, è sempre lui, il babbuzzo pazzo grosso, il gigante buono e vagamente idiota, l'uomo armadio con due macine al posto delle mani e un simulatore cerebrale azionato da una scimmietta con i piatti. Era da aprile che non lo vedevo. Gli voglio bene, anche se ogni volta che mi abbraccia avverto uno schiacciamento nella zona lombare. Una volta dentro, prendiamo subito possesso del bancone. L'inconfondibile suono di un motore Ferrari ci ricorda che qualcuno sta per sottoporsi a suicidio assistito con il Fleming Ferrari, una bevanda a cui viene attribuita parte dell'attuale crisi economica europea. Tuttavia la mia attenzione si sposta sul tizio di fianco a me, un uomo sulla cinquantina con una mascella imponente e volitiva - una sorta di menhir attaccato al cranio - il capello leccato all'indietro e l'abbronzatura da Fukushima, che si intrattiene con una pupa con ai piedi un paio di grattacieli che non disdegna di mostrare la mercanzia piuttosto abbondante e che mia madre, con inflessione tipicamente oxfordiana, non esiterebbe a definire una battona. Io, invece, non amo le definizioni, soprattutto quando me le ritrovo sotto le lenzuola. A grande sorpresa, il primato del Gigi Rizzi di Old Brompton Road viene messo in discussione dall'entrata di un nero vestito interamente di bianco, denti compresi, che si capisce da subito sarà un osso duro per il nostro homo mascelloide. Le beghe da playboy, tuttavia, non mi interessano, anche perché devo fare i conti con una ragazza che, esibendosi nel rituale dell'accoppiamento, mi si avvicina pericolosamente.

Traduco in italiano per i miei amici cerebralmente lesi da anni di frequentazioni con il sottoscritto.

"In che lingua state parlando?"

La ragazza ha un lieve difetto: la bocca è storta. Molto storta. Parla in stereofonia. Comunque, la domanda mi crea dello scompiglio interiore. Forse è una domanda trabocchetto - o tracobbetto, ho appena finito di vedere i Goonies. Non vorrei appartenesse a quei gruppi di linguisti radicali che si divertono a sottrarre le vocali di bocca a chi non ha un dottorato in aramaico o padano medioevale. Mi faccio coraggio.

"Italiano"

Non l'avessi mai pronunciata, la parola. La signorina, sbattendo impetuosamente le ciglia, tenta di ipnotizzarmi. Ma ci vuole ben altro. Allora si esibisce nel numero circense della lingua in movimento sulle labbra e, già che c'è, con la medesima si tocca la punta del naso, i lobi delle orecchie e si terge il sudore dalla fronte. Io, però, sono inamovibile. Sarà la bocca storta. Da galantuomo quale non sono, cerco di mandare avanti la conversazione.

"E tu di dove sei?"
"Sono russa"
"Ah, bella la Russia"
"Ci sei stato?"
"No, però ho letto Guerra e pace"
"… So qualche parola in italiano. 'Ciao bela!' "

Che brava. Mi commuovo.

"So anche qualche altra parola"

Me la immagino: pizza, mandolino, mafia, ho la bocca storta.

"Non sono un ragazzo facile"

Avevo un dubbio sulla ragazza, ma ora che so almeno che non è un ragazzo facile, mi sento rassicurato. Una cosa alla volta. Sorrido e le auguro una magnifica serata. Da uno stomatologo. Intanto, i due Lord-enzi ingurgitano benzina che è un piacere. Se non dovete dissertare di filosofia teoretica davanti a una platea di cinquecento studenti, la futura classe disoccupata del paese. Sarà stata la primavera, anche se in ritardo; lo sprezzo della vita; un ottundimento temporaneo dei sensi; l'allineamento dei pianeti; Pisapia. Fatto sta che, con l'atto più temerario che io abbia mai osservato in un essere umano - eccezion fatta per tutte quelle eroiche persone che la domenica guardano Colorado su Italia uno dall'inizio alla fine -, Lord-enza, con un esercizio di stretching meticolosamente eseguito, estende il dito medio in direzione di babbuzzo pazzo grosso che, dopo aver sbattuto fuori una mandria di acari ubriachi che tentavano di colonizzare il megalito mascellare del Gigi Rizzi britannico, disturbandone la signorile attività, sta sgretolando la mano di un avventore che pare sia un amico. Di chi, non si sa. L'ardito affronto ammutolisce il locale. Tutti sono in attesa dell'estrazione coatta del medio. La Regina fa un annuncio a reti unificate: "Lovely". Questi inglesi… Invece, non succede niente. Nulla di nulla. A parte una leggera scossa di terremoto di magnitudo 7 della scala Richter che si abbatte sul cervello dell'armadio ambulante, mentre la scimmietta suona senza sosta i piatti.

Quando rientriamo a casa, ripenso al gesto di vano e inutile eroismo. Cerco di capire cosa possa essere passato per la testa di Lord-enza in quel momento. Eppure non l'avevo vista bere un Fleming Ferrari…

Bene. E venerdì è andato. Rimane da raccontare il sabato. Se solo potessi ricordare. So di per certo che siamo tornati di nuovo al Nam Long. E che mi manca un dito medio. Buona settimana a tutti!!!

martedì 26 aprile 2011

All Nam Long

Londra. Un venerdì sera come tanti altri, se non fosse che siamo ai primi di aprile, non piove e vengo accolto da una piacevole e inaspettata temperatura primaverile che gli inglesi hanno già scambiato per tepore estivo. Sono seduto dentro a un taxi insieme ai miei compagni di avventura: L di L&L, meglio noto ormai come Lord-enzo, e V, introdotto in un post precedente come fiorentino trapiantato a Milano, spostato a Sankt Moritz, spedito a New York e ricevuto impacchettato a Londra. Manca Mr X, una delle tante incarnazioni del satanasso, quella più malefica, che, a causa di una lieve indisposizione, è stato costretto a rimanere a casa a ravvivare le fiamme dell’inferno. Siamo diretti al Nam Long, un bar e ristorante situato in Old Brompton Road che pare eserciti una certa influenza su Lord-enzo, anche se gli scienziati non sono stati ancora in grado di analizzare il tipo di influenza. Virale credo sia l’ipotesi preferita. Il proprietario è un vietnamita sui 65 anni che deve aver fatto i soldi gestendo bordelli durante la guerra del Vietnam. Forse prostituendosi. O forse imitando un chihuahua che imita un dobermann e credetemi, se ve lo trovate davanti, questa è una cosa che gli riesce particolarmente bene. Quando arriviamo, noto un discreto capannello di persone intorno all’entrata. Il commento più ottimistico che mi titilla il timpano è ‘Non ci faranno mai entrare’. Io, però, non perdo le speranze: sono così da quando, il 29 luglio del 1981, all’età di quattro anni, cadendo dalla poltrona su cui ero appollaiato per guardare il matrimonio di Carlo e Diana, andai a sbattere violentemente la faccia per terra provocandomi:

1 una insanabile frattura morale
2 uno tsunami neuronale che si riversò fuori dalle orecchie, rendendo la scatola cranica una terra desolata
3 un’ingiustificata convinzione che la logica fuzzy non avrebbe avuto alcuna ripercussione sulla vita sessuale delle lumache

Attendiamo dietro a tre pupe infilate dentro a tubini ripieni delle loro curve che a stento si reggono in equilibrio su tacchi, a onor del vero, più simili a trampoli. Alcuni avventori escono. No, non è corretto. Alcuni avventori provano ad uscire, ma appena la punta delle loro scarpe lucidate spunta fuori dalla porta, il buttafuori, un pachiderma modello babbuzzo pazzo grosso che sembra uscito da uno dei film di Guy Ritchie, li afferra per l’avambraccio lanciandoli con una tecnica invidiabile almeno un paio di metri più in là. Poi, inizia la parte surreale. Dietro all’uscio fa la sua comparsa un tappo isterico che sbraita con una vocina che un uomo normale può produrre solo quando i suoi testicoli sono stati pressati un paio di ore dalle ruote di un tir. Cosa che capita piuttosto di frequente. L’urlatore eunuco, a detta di Lord-enzo, è il proprietario. Il fastidioso abbaiare è indirizzato a un cliente che, prima viene spintonato dal chihuahua vietnamita, e poi viene lanciato in stile donna cannone dall’energumeno, che si rivelerà alla fine un gigante buono e vagamente idiota. Il proiettile umano non pare per niente contento del trattamento ricevuto e protesta vivacemente con l’armadio umano che, per tutta risposta, lo abbraccia, cerca di calmarlo e, anche davanti a frasi rivelatrici di nobiltà d’animo come ‘Tu sei solo grosso, adesso le prendi’, non perde la calma e cerca di elargire amore sussurrando al malcapitato parole dolci come ‘trottolino amoroso du du da da da’. Il capo, però, non ha ancora finito di sfogare la sua rabbia lillipuziana. Continuando a vomitare inudibili ultrasuoni, se la prende con il tizio della sicurezza, che allontana dal locale con sonori calci nel culo. Il buttafuori sbattuto fuori. Geniale. Anche quest’ultimo non la prende bene e, dopo i soliti fuck di circostanza che, insiema al fish and chips, alla birra e ai cappellini della regina, contribuiscono a creare l’immaginario collettivo di un’intera nazione, cerca di fermare un taxi sradicandogli la portiera. Con i denti. Nel frattempo, al Nam Long, si accorgono di un piccolo problema: alla porta non c’è nessuno. Il proprietario fa un tentativo, ma il fallimento è dietro l’angolo: il buttafuori deve essere qualcuno che la gente sia in grado di vedere senza l’ausilio del telescopio. Così, suo malgrado, il vietcong è costretto a richiamare indietro il bestione, che sta brucando intanto da qualche parte. Del cemento.

L’entrata costa cinque pound, niente moneta, banconota pronta tra le mani. “Se no si arrabbia”, mi spiega L di L&L, riferendosi al gorilla all’ingresso. E noi non vogliamo farlo arrabbiare. Così, paghiamo ed entriamo. La prima cosa che noto è l’arredamento, quello tipico da locale orientale da quattro soldi con annesso orrendi quadri kitsch appesi alle pareti. La seconda cosa che noto, o meglio, ascolto, è l’inconfondibile rumore di un motore Ferrari che viene diffuso dalle casse ogni volta che qualcuno ordina un Flaming Ferrari.

Breve digressione sul Flaming Ferrari

Il Fleming Ferrari non è un cocktail. Il Flaming Ferrari è un intruglio pieno di ogni tipo di alcol servito in un bicchiere delle dimensioni di un bidet. Lo dico io, perché gli inglesi ignorano l’esistenza del bidet. Cari inglesi, sappiatelo, il bidet deve stare in bagno e non sulla mensola della cucina. Il costo della pozione magica è proibitivo. Una volta però finito di berla, il prezzo sarà l’ultimo dei vostri problemi. Prima di poter degustare il carburante da Formula uno, il barista da fuoco al bicchiere. Se siete sfortunati, in mezzo alle fiamme potreste scorgere il viso di Mr X che vi fissa con il suo ghigno diabolico. Il Fleming Ferrari non è per tutti. Bisogna avere fegato per berlo. Per questo è impossibile berlo una seconda volta. Il Fleming Ferrari non risolve i problemi nel mondo. Aiuta ad andare oltre. Qualche temerario, negli anni, ha avuto l’ardore di scolarsi la bomba chimica tutta di un fiato. Gli effetti possono essere pericolosissimi:

1 sudorazione eccessiva. Della camicia
2 visioni mistiche che vedono come protagonista il divino Otelma. Senza Louise
3 desiderio incontrollabile di fare l’amore con un cactus

Il Fleming Ferrari viene anche usato per guarire i disturbi bipolari, tipici della politica italiana, e la girellite, anche se sull’ultimo punto nutro severi dubbi. In ogni caso, ricordatevi: assumetelo con molta, molta prudenza, casco ben allacciato e luci accese anche di giorno.

Fine digressione sul Flaming Ferrari

Puntiamo il bancone in fondo e ordiniamo. Niente Flaming Ferrari perché il dottore mi ha sconsigliato di abusare della lavanda gastrica. Una volta al mese è abbastanza. Mentre ciarliamo del più e del meno con il nostro bel bicchierone di cuba libre – tranne V, rigorosamente astemio da quando un meteorite lo colpì sulla zucca –, veniamo infastiditi da alcuni spifferi d’aria fredda. Mi volto e mi accorgo che il proprietario, con la sua voce da contralto, sta cercando di dirci qualcosa. Gli passo un megafono, così è più facile. Indicandoci la sagoma inconfondibile di un divano, ci invita gentilmente ad andare a sederci dall’altra parte del locale, in una zona meno affollata. Almeno, secondo lui. Ovviamente noi accettiamo l’invito di buon grado, perché non abbiamo nessuna voglia di finire catapultati fuori da babbuzzo pazzo grosso. Non facciamo nemmeno tempo a sistemarci che veniamo allietati dalla presenza di tre simpatiche signorine, di età indefinita ma compresa probabilmente tra i cinquanta e i novant’anni, che decidono di sedersi sul divano proprio di fianco al nostro. Il divano dove V, per mancanza di spazio sul nostro, aveva deciso di sorseggiare la sua arrogante bibita analcolica. Ora, se in un canapé che dovrebbe accogliere comodamente due persone, vi prendono posto quattro persone, capite bene che lo spazio vitale si riduce e la comodità diventa più che altro una fatua speranza. Se poi ci aggiungiamo il fatto che le tre simpatiche signorine sono dotate delle tipiche sinuose forme del lanciatore di peso, si fa presto a immaginare la situazione di travaglio esistenziale in cui viene a trovarsi il nostro caro avvocato fiorentino, chiuso all’angolo come un pugile suonato e riempito di gomitate al fegato dal peso massimo a lui più vicino che gesticola così tanto che, in confronto, lo stereotipo dell’italiano medio si incarna nella Venere di Milo. E non è finita qui. A un certo punto, o forse era un punto e virgola, la sua compagna di divano, la lottatrice di sumo, estrae dalla borsetta una spazzola con cui cerca di porre ordine alla foresta che si ritrova sulla crapa. Poi, probabilmente investita da un repentino e quanto mai fuori luogo senso materno, allunga il braccio e spazzola con veemenza i capelli di V a cui, inorridito, non resta che attendere con impazienza la fine dell’immonda tortura. Fine che arriva quando i suoi capelli assumono la stessa forma che prenderebbero se esposti per un paio di giorni al trattamento del tunnel del vento. Lo spettacolo mi ridà speranza nel genere umano, anche se non ne comprendo il motivo. Finiamo i nostri drink, salutiamo King Kong alla porta– che con la sua stretta mi spezza qualsiasi tipo di ossa possa esistere nella mano di un uomo– e ci incamminiamo verso altre mete, naviganti senza patria, esploratori dell’ignoto. Esploratori alcolizzati, per lo più. All Nam long. Buona settimana a tutti!

p.s: alcune fonti dicono che stanno bombardando Gheddafi e le sue truppe con del Flaming Ferrari. Sinceramente, lo trovo inverosimile: mi sembrerebbe una crudeltà davvero eccessiva. Ciao!

p.p.s: per il titolo, sono debitore nei confronti di Lord-enzo e della sua ottima intuizione creativa