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lunedì 19 dicembre 2011

All Nam Long - il ritorno




Di nuovo a Londra. Negli ultimi due mesi non ho capito bene se vivo nella borghese capitale economica elvetica o nella metropoli britannica che si erge su fondamenta di indeed, lovely, God save the Queen e, come qualcuno mi ha fatto notare, tazze di Kate e William da riempire rigorosamente con tè, latte e una zolletta di zucchero. L'aereo delle sette del mattino che mi aspetta mercoledì, più che a sciogliere il dilemma, mi aiuta a sviluppare un'estetica delle occhiaia. Ma non meniamo il can per l'aia, anche perché ignoro che cosa sia mai l'aia. Londra. Venerdì sera, intorno alle 5 e mezza. 6 meno un quarto. 6, come passa il tempo. Buio pesto. Sul vagone della District line, che ha appena lasciato la stazione di Richmond, mi sforzo di mantenere sull'asse la testa che, preda di attacchi narcolettici, ciondola per i fatti suoi, oltrepassando l'invisibile linea di sicurezza che gli inglesi pongono tra un individuo e l'altro - secondo ultime misurazioni, sarebbe di circa 3 metri. Dopo un cambio con la Circle, scendo a Notting Hill Gate, sgambetto cinque minuti e arrivo a casa di Lord-enzo che mi sta aspettando. Da un'altra parte, però. Il simpatico portiere messicano, che per non abbandonare del tutto le tradizioni sorseggia un estathè con latte e zolletta di zucchero, mi scorta fino all'appartamento, giusto il tempo di lasciare zaino, valigia e rimettersi in viaggio. Sgambetto a ritroso, mi infilo nella Central line per poi cambiare con la Piccadilly. Il tragitto che separa le due linee è una discesa negli inferi popolata da una folla di persone che si riversa da ogni angolo creando quella estraniante sensazione di movimento statico tipica della tangenziale di Milano o della fila al bagno delle donne nei locali notturni. Quindici minuti di processione. Ogni dieci metri vengono distribuite delle bevande contro la disidratazione. Finalmente arrivo a Covent Garden. Lovely. Una massa informe si accalca nell'attesa dell'ascensore. Inorridito da tale spettacolo, decido di utilizzare le scale, che nessuno pare sia intenzionato a salire. Mi domando perché mai Dio abbia concesso loro il dono delle gambe. Con l'espressione dell'italiano medio convinto di primeggiare in furbizia su chiunque lo circondi, mi accingo nell'impresa. E mai parola fu più azzeccata. La stazione di Covent Garden doveva essere un tempo una miniera di carbone, scavata con tutta probabilità centinaia di metri in profondità. Mentre la lancetta dei minuti gira vorticosamente, io sto ancora salendo e i miei polpacci, rigidi come dovrebbe essere qualcos'altro se non avessi il vizio di bere sempre un bicchiere di troppo, stanno considerando l'eventualità di ricorrere ai crampi per farmi capitolare. Vedo la sofferenza dipinta sui volti di ragazze con tacchi vertiginosi; qualcuno parla da solo, deve essere lì da anni; ci sono dei defibrillatori appesi alle pareti; i bambini diventano adolescenti. Superato il girone dei libidinosi e quello degli spettatori di Maria De Filippi, giungo finalmente alla vetta. Anche se ignoro l'anno esatto. Faccio una giravolta, la faccio un'altra volta, mi perdo, mi ritrovo fino a quando non scorgo la chioma brizzolata di Lord-enzo. Baci, abbracci ed ecco comparire come per magia, nella mia mano, una birra, che la dritta via tanto l'avevo già smarrita. Neanche il tempo di un sorso e faccio la conoscenza di J, che da ora in avanti chiamerò Lord-enza, la dolce metà di Lord-enzo. Jung la definirebbe la sua anima. Non saprei come descriverla se non dicendo che è un Lord-enzo al femminile. Certo, più carina, non brizzolata e probabilmente priva del potere della girellite del suo animus, ma per il resto… due gocce d'acqua. Con dell'MDMA dentro. Lord-enza, marchigiana di origine, dopo aver donato gli organi come tutti i copywriter che si rispettino in un'agenzia di pubblicità di Milano, è venuta a Londra a concludere il lavoro facendosi espiantare gli unici organi ancora funzionanti, pancreas e fegato, da un'agenzia media. Anche se, forse, il fegato l'ha donato alla birra media. Oltre a Lord-enza, a destreggiarsi nella nobile arte della sbronza di inizio serata, un pezzo di comunità italiana che fa da contrappunto al fastidioso biascichio anglofono. Alla terza o quarta pinta mi accorgo che gli accordi che si diffondono nel pub sono frutto del duro lavoro di un essere in carne e ossa con una palla da biliardo al posto della testa che fa camminare le sue dita sulla tastiera di un pianoforte. La cosa mi getta nello sconforto più totale, perché realizzo di non essere al massimo delle mie capacità percettivo sensoriali. Sono ubriaco. Saggia arriva la decisione del mio ospite di infilarsi in un taxi e dirigersi verso casa. Tappa rifocillamento: salmone affumicato, pomodorini e mango. Un grande classico del repertorio rizziano, definito da alcuni etologi zurighesi 'protocollo 2', anche se con me non attacca. Appena il fegato ricomincia a ricevere ossigeno, ritroviamo l'italico gruppo in un pub non molto distante dal precedente. Ascolto, parlo, ma sono distratto. La mia mente è altrove. Penso solo a lui. Al Nam Long, che ci spalanca la porta poco più tardi. In realtà, a spalancarla a noi comuni mortali, dopo un dazio di cinque pound a cranio, è sempre lui, il babbuzzo pazzo grosso, il gigante buono e vagamente idiota, l'uomo armadio con due macine al posto delle mani e un simulatore cerebrale azionato da una scimmietta con i piatti. Era da aprile che non lo vedevo. Gli voglio bene, anche se ogni volta che mi abbraccia avverto uno schiacciamento nella zona lombare. Una volta dentro, prendiamo subito possesso del bancone. L'inconfondibile suono di un motore Ferrari ci ricorda che qualcuno sta per sottoporsi a suicidio assistito con il Fleming Ferrari, una bevanda a cui viene attribuita parte dell'attuale crisi economica europea. Tuttavia la mia attenzione si sposta sul tizio di fianco a me, un uomo sulla cinquantina con una mascella imponente e volitiva - una sorta di menhir attaccato al cranio - il capello leccato all'indietro e l'abbronzatura da Fukushima, che si intrattiene con una pupa con ai piedi un paio di grattacieli che non disdegna di mostrare la mercanzia piuttosto abbondante e che mia madre, con inflessione tipicamente oxfordiana, non esiterebbe a definire una battona. Io, invece, non amo le definizioni, soprattutto quando me le ritrovo sotto le lenzuola. A grande sorpresa, il primato del Gigi Rizzi di Old Brompton Road viene messo in discussione dall'entrata di un nero vestito interamente di bianco, denti compresi, che si capisce da subito sarà un osso duro per il nostro homo mascelloide. Le beghe da playboy, tuttavia, non mi interessano, anche perché devo fare i conti con una ragazza che, esibendosi nel rituale dell'accoppiamento, mi si avvicina pericolosamente.

Traduco in italiano per i miei amici cerebralmente lesi da anni di frequentazioni con il sottoscritto.

"In che lingua state parlando?"

La ragazza ha un lieve difetto: la bocca è storta. Molto storta. Parla in stereofonia. Comunque, la domanda mi crea dello scompiglio interiore. Forse è una domanda trabocchetto - o tracobbetto, ho appena finito di vedere i Goonies. Non vorrei appartenesse a quei gruppi di linguisti radicali che si divertono a sottrarre le vocali di bocca a chi non ha un dottorato in aramaico o padano medioevale. Mi faccio coraggio.

"Italiano"

Non l'avessi mai pronunciata, la parola. La signorina, sbattendo impetuosamente le ciglia, tenta di ipnotizzarmi. Ma ci vuole ben altro. Allora si esibisce nel numero circense della lingua in movimento sulle labbra e, già che c'è, con la medesima si tocca la punta del naso, i lobi delle orecchie e si terge il sudore dalla fronte. Io, però, sono inamovibile. Sarà la bocca storta. Da galantuomo quale non sono, cerco di mandare avanti la conversazione.

"E tu di dove sei?"
"Sono russa"
"Ah, bella la Russia"
"Ci sei stato?"
"No, però ho letto Guerra e pace"
"… So qualche parola in italiano. 'Ciao bela!' "

Che brava. Mi commuovo.

"So anche qualche altra parola"

Me la immagino: pizza, mandolino, mafia, ho la bocca storta.

"Non sono un ragazzo facile"

Avevo un dubbio sulla ragazza, ma ora che so almeno che non è un ragazzo facile, mi sento rassicurato. Una cosa alla volta. Sorrido e le auguro una magnifica serata. Da uno stomatologo. Intanto, i due Lord-enzi ingurgitano benzina che è un piacere. Se non dovete dissertare di filosofia teoretica davanti a una platea di cinquecento studenti, la futura classe disoccupata del paese. Sarà stata la primavera, anche se in ritardo; lo sprezzo della vita; un ottundimento temporaneo dei sensi; l'allineamento dei pianeti; Pisapia. Fatto sta che, con l'atto più temerario che io abbia mai osservato in un essere umano - eccezion fatta per tutte quelle eroiche persone che la domenica guardano Colorado su Italia uno dall'inizio alla fine -, Lord-enza, con un esercizio di stretching meticolosamente eseguito, estende il dito medio in direzione di babbuzzo pazzo grosso che, dopo aver sbattuto fuori una mandria di acari ubriachi che tentavano di colonizzare il megalito mascellare del Gigi Rizzi britannico, disturbandone la signorile attività, sta sgretolando la mano di un avventore che pare sia un amico. Di chi, non si sa. L'ardito affronto ammutolisce il locale. Tutti sono in attesa dell'estrazione coatta del medio. La Regina fa un annuncio a reti unificate: "Lovely". Questi inglesi… Invece, non succede niente. Nulla di nulla. A parte una leggera scossa di terremoto di magnitudo 7 della scala Richter che si abbatte sul cervello dell'armadio ambulante, mentre la scimmietta suona senza sosta i piatti.

Quando rientriamo a casa, ripenso al gesto di vano e inutile eroismo. Cerco di capire cosa possa essere passato per la testa di Lord-enza in quel momento. Eppure non l'avevo vista bere un Fleming Ferrari…

Bene. E venerdì è andato. Rimane da raccontare il sabato. Se solo potessi ricordare. So di per certo che siamo tornati di nuovo al Nam Long. E che mi manca un dito medio. Buona settimana a tutti!!!

lunedì 5 luglio 2010

La calza che benda perfettamente o la benda che calza perfettamente?

Delle ultime otto settimane, sei le ho passate viaggiando. Londra, Berlino, Londra, Interlaken, Milano, Berlino. Una volta l’aeroporto esercitava un forte fascino su di me. Rappresentava l’agognata vacanza. I ricordi adolescenziali legati all’Inghilterra. La scoperta delle capitali europee. Il mare della Grecia, l’ouzo, Israele con i suoi umori, odori e sapori. E le ragazze, incontrate, incrociate o seplicemente sognate. Fino a pochi anni fa, ancora, quando vedevo un aereo sorvolare il cielo meneghino, pensavo a quei fortunati che, con le loro cinture di sicurezza ben allacciate, abbandonavano, almeno per un periodo, il fardello della logorante quotidianità. E li invidiavo. Me ne stavo lì, con la testa all’insù, fantasticando. Nell’attesa, quella cara a Leopardi.

Ora, invece, mi viene in mente solo una schiera di uomini d’affari incravattati, seduti al loro posto, bocca aperta, testa penzolante, la 24 ore sotto il sedile e il trolley da viaggio nero stipato insieme a un centinaio di altri trolley neri, tutti uguali. Benvenuti nel mondo degli adulti.

Così, tanto per cambiare, martedì scorso mi ritrovo a Malpensa – ero a Milano per un fantastico fine settimana a base di estrazione di dente del giudizio –, in attesa di imbarcarmi sul volo diretto a Berlino. Volo delle nove e dieci di sera, giusto il tempo di atterrare, prendere un taxi, fare il check in in albergo e infilarsi a letto. Una meraviglia. Comunque, cena che prevede insalatona e bicchiere di vino rosso, il tutto condito con un salatissimo conto di oltre trenta euro che mi fa capire che, forse, il dente del giudizio mi sarebbe tornato utile ancora per qualche giorno. Poi, attesa. Mi rimbambisco di notizie di gossip urlate da un paio di televisori che nessuno, intorno a me, ascolta. Sembra che quell’attrice reciterà in quel film. Quell’altra, invece, pare di no. Il bellimbusto ha l’unghia incarnita: me ne dispiaccio e mi domando come sia potuto capitare. Una tedesca sulla ventina, vestita con poco o niente addosso, urla come la peggio delle pescivendole pensando di essere divertente. Infatti lo è, almeno nella mia fantasia, quando un’incudine di cinquanta chili le cade in testa, trasformandola istantaneamente nella miniatura di se stessa in scala uno quaranta. Visto che la fantasia non riesce facilmente a tramutarsi in realtà, le compro due branzini e un’orata. Cinque minuti prima delle nove ci imbarcano. Posto rigorosamente sul corridoio, così posso allungare una gamba e, nel caso, procedere a operazioni di svuotamento vescica senza dover saltare sopra corpi inerti colpiti da narcolessia fulminante. La mia vicina, da cui mi separa un sedile, è di una bruttezza rara. Non penso di aver mai visto una donna così brutta nella mia vita. Anzi, non credo proprio che esista una donna così brutta , e in effetti forse sono ancora gli effetti dell’anestetico. Mi saluta, poi guarda fuori dal finestrino. Forse vuole suicidarsi fissando la sua immagine riflessa. Dopo la solita pantomima sulla sicurezza, l’aereo ingrana la quinta e decolla. Lo ammetto, non mi abituerò mai: ogni volta che il mio culo si alza dal suolo, provo sempre quella entusiasmante sensazione di morte imminente. Intanto, noto dei movimenti alla mia sinistra. La vicina si leva le scarpe. La comodità prima di tutto. La vicina si toglie pure le calze. Facciamo prendere aria alle estremità inferiori, ossigeniamo gli alluci. La vicina prende le calze, le annoda tra di loro e si lega la benda improvvisata sugli occhi. Neanche MacGyver sarebbe mai arrivato a tanto. A metà viaggio me la ritrovo che russa sdraiata su due sedili, bocca spalancata in una imitazione mal riuscita dell’Urlo di Munch, la testa appoggiata alla mia gamba sinistra e quelle cazzo di calze pregne di microbi e odori annodate sempre intorno agli occhi. Oh, Dio, ti prego, fammi perdere i sensi. Ora! A questa scena a dir poco orripilante pone fine, prima dell’atterraggio, una delle hostess, che sveglia il cadavere roncopatico utilizzando, se non ricordo male, un defibrillatore.

Un’ora più tardi, spengo la luce della camera d’albergo e ripenso alla vicina, all’aereo, all’aereo e alla vicina e mi torna in mente il volo di ritorno da Mykonos del 2001, quando la ragazza seduta accanto a me, fresca di recente Nobel, mi chiese: “Ma gli aerei per decollare utilizzano una pista in salita?”. Eh, certo… Buona settimana a tutti!