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lunedì 11 gennaio 2010

Grandi aspirazioni

La mia vicina di casa parla fluentemente tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo più qualche altra lingua che non ricordo. L’inuit e il mapudungun, forse. Io sbiascico qualcosa in inglese, francese e tedesco. Tre parole di ebraico. Sbiascico pure in italiano, ma solo dopo il quarto cuba libre. La mia vicina di casa è diplomata in flauto barocco. Da qualche mese ha iniziato a suonare il clarinetto. All’inizio pensavo ci fosse una mucca nascosta nel suo appartamento. Possibile, siamo in Svizzera. Poi, mi è parso di udire la sirena di una nave. Questo, lo ammetto, è più complicato. Un giorno l’ho incontrata sul pianerottolo e mi ha spiegato che faceva pratica con il clarinetto. Mi sono tranquillizzato, non amo avere una stalla dietro il mio letto. E nemmeno un porto coi camalli. Io strimpello la chitarra e suono, male, il pianoforte, però quando chiudo le mani e ci soffio dentro, sono un musicista di tutto rispetto. La mia vicina di casa è una ragazza tutta casa e famiglia. Ecco, della famiglia non ne so gran che, ma alla casa ci tiene eccome. Lava, pulisce, stracci, mocio, spugna, dai la cera togli la cera metti l’apostrofo e allora c’era. Cose così. La mia vicina di casa ha grandi aspirazioni. E infatti, aspira. Diamine, se aspira! Il sabato mattina. Tutti i sabati mattina. Alle nove. Quando il sottoscritto, adagiato nel suo sarcofago, è in quello stato vegetativo noto come coma vigile. Uno stato che, il sabato mattino, preferirei prolungare il più possibile. Ma non posso, perché la mia vicina di casa, la poliglotta, la polistrumentista, deve passare l’aspirapolvere. Dal rumore che fa, poi, non deve essere un aspirapolvere comune, ma qualche congegno progettato alla NASA. Un aspirapolvere stellare. Un buco nero casalingo. Un elettrodomestico gravitazionale. Secondo me, se non ci fa attenzione, un giorno mi risucchia tutta la stanza. Adesso mi si è pure fidanzata. Così, il sabato mattina, alle nove, aspira e parla. Ride. Parla, parla. Anche lui parla, ride. E poi non parla più. Anche lui. Aspirato.

sabato 26 dicembre 2009

Lallazione multietnica

“Orno aide”. Così, la mattina, mi saluta il portinaio filippino di Milano, sfoggiando una lallazione che farebbe invidia a qualunque neonato. “Ona era, aide”. Sì, sì, buonasera. Se l’integrazione passa dalla lingua, qui siamo lontani anni luce. E da anni luce, lui, vive qui in Italia. Peggio con l’italiano credo abbia fatto solo Michael Schumacher. Certo, per aprire il portone, pulire cortile, scale e ascensore e controllare chi entra non è richiesta una padronanza linguistica da Accademia della Crusca. Almeno le basi, però! Saranno stati tre o quattro anni fa. Me ne sto davanti al computer, cercando di farmi venire in mente qualche copy decente da consegnare all’agenzia. Impresa ardua, perché la mattina, confesso, anche io sbiascico come un poppante, soprattutto se la sera prima ho bevuto qualche bicchierino di troppo. Quei quattro o cinque di troppo. Il mio labile stato di concentrazione viene affossato definitivamente dal citofono che suona. Chi osa disturbarmi alle dieci del mattino?!! Con uno scatto da bradipo raggiungo il citofono.

“Sì?”
Aide, bvino

Ecco, sono a posto.

“Eh?”
“Bvino, alire”

È più facile interpretare la scrittura cuneiforme.

“Il vino?”
“Bvino, alire!”
“No, senta, non abbiamo ordinato nessun vino
“Alire”
“E non lo faccia salire. Niente vino, capito?”

Mi rimetto al lavoro. Neanche trenta secondi, e suonano alla porta. Allora non capisce davvero un cazzo. Visibilmente irritato, vado ad aprire. Davanti a me, però, non c’è un garzone. Niente casse di vino. C’è, invece, un rabbino ultraortodosso, con tanto di barba chilometrica, peot e vestito nero di ordinanza con cappello a tesa larga che mi parla in ebraico. A essere sincero, preferivo di gran lunga il vino.

Questo succede a ritrovarsi con un portinaio allievo della scuola del grammelot. A Zurigo, mentre l’insegnante di tedesco mi domanda qualcosa di incomprensibile, ripenso, ogni tanto, al “Bvino” e alla “Ona era”. Ci ripenso, giusto un attimo, sorrido, abbozzo una risposta altrettanto incomprensibile e mi consolo sapendo che almeno buongiorno e buonasera, in tedesco, non sono più un segreto per me. Bei nächstbester Gelegenheit!