mercoledì 29 gennaio 2014
Dankeschön und Bitterol - parte seconda
Il pomeriggio lo dedichiamo a esplorare la città. All'appello mancano solo Vierino e l'altro atesino che, già da ore, muniti di mappa e guida turistica incorporata, stanno calpestando ogni centimetro quadrato calpestabile di Berlino, in una maratona culturale scandita da una rigida pianificazione in cui nulla è lasciato al caso: al ventesimo minuto scatta la pausa idratazione; al cinquantesimo bisogna sgranchirsi le ginocchia; al novantesimo tappa acquisto compulsivo e fischio dell'arbitro con espulsione di Vierino per evidente fallo da dietro.
Con l'avvolgimento veloce, spostiamoci temporalmente di qualche ora in avanti. Siamo una ventina, ora, nell'appartamento, a goderci la cena preparataci da Simona, cuoca in prestito per la serata. Il cibo è ottimo e il mango piccante sublime, anche se, sulle mie papille gustative, ha l'effetto di una piallatrice. E quando le pance incominciano a essere piene, giunge il momento di svuotare le bottiglie di alcol che attendono pazientemente sulle mensole della cucina e che sono state acquistate con un unico obiettivo: ucciderci. Premessa: la spesa alcolica è stata fatta al Bidl, la versione economica del Lidl che vende prodotti di prima qualità importati direttamente da Chernobyl. Così, fanno la loro comparsa, in successione sparsa: la vodka Gorbatschow, chiamata così perché assunta in dosi eccessive fa venire una gran voglia (di cosa, non si sa); la vodka Putinoff, ribattezzata Sputinoff al secondo sorso; il temibile Bitterol, di cui vi parlerò a breve.
Ecco, questo sarebbe bastato per farci capire quanto il pericolo fosse reale. Purtroppo, come spesso è accaduto nella storia, ignorammo i segnali e iniziammo a bere. E fu l'inizio della fine. Non abbandonatemi adesso.
Il Bitterol, la perversa unione di Sanbittèr e Aperol concepita da menti diaboliche. Se ne sente parlare per la prima volta nel libro dell'Apocalisse, quando si legge de 'la bestia immonda e l'infernale intruglio con cui allettava le sue gengive putrefatte'. Diversi gli utilizzi del liquido negli anni passati: strumento di tortura - la temuta goccia cinese di Bitterol; arma di distruzione di massa - il famoso meteorite che provocò l'estinzione dei dinosauri conteneva dosi letali di Bitterol; porta verso altre dimensioni - sono giunte notizie di persone trasportate nello studio di Uomini e donne e costrette a ballare il liscio con lascive novantenni. Nessuno lo ammetterà mai ma il bosone di Higgs è stato scoperto dentro a una bottiglia di Bitterol. Bene, tutto ciò che vi ho appena raccontato non è nulla in confronto agli effetti devastanti del Putinerol, ottenuto mischiando il Bitterol con la vodka (S)Putinoff. Infatti Lord-enzo, dieci minuti dopo aver ingurgitato l'anticristo, viene colpito da tremende convulsioni che portano il Putinerol a esondare dal suo bicchiere, bagnando tutti i presenti. Il panico serpeggia nella stanza e ci prepariamo al peggio. Intanto preghiamo. Il nostro fervore religioso, purtroppo, non serve a protreggerci: il primo a farne le spese è Vierino, inondato da uno tsunami del velenoso liquore. Capito il pericolo imminente, Vierino saluta e si ritira nell'appartamento di sopra, prima della trasformazione. Il giorno dopo è stato avvistato sull'autostrada in direzione Milano. A 180 chilometri orari. A piedi. Ma non è finita qui: pochi minuti dopo il grave episodio, L di EL&L precipita dal divano atterrando in malo modo sul trolley del nostro fotografo, che non si accorge di nulla a causa dello stato catatonico indotto dal Bitterol. La sequenza di causa effetto provoca un'inaspettata reazione di Putinerol che colpisce con inaudita violenza Lord-enzo: il festeggiato, ormai posseduto, lancia con ammirevole precisione il suo bicchiere, il cui contenuto demoniaco si riversa completamente su L di EL&L e il muro. Ora al posto del muro c'è un enorme buco nero che risucchia tutto quello che gli passa vicino, a parte il Putinerol, perché neanche i buchi neri sono così stupidi. A quel punto capiamo che l'unica cosa sensata è abbandonare l'appartamento e andare a ballare da qualche parte, prima di creare inavvertitamente l'antimateria e far sparire il mondo con un cin cin. Decidiamo così di andare al Berghein - Panorama Bar, uno dei locali più famosi del mondo. È ora di risvegliare Lord-enza, sedata preventivamente ore prima con degli incomprensibili saggi di Heidegger che il filosofo scrisse durante una lobotomia.
La fila di 500 metri che ci attende quando arriviamo non è quella per il bagno delle donne, ma per l'ingresso in uno dei templi della musica elettronica. Dopo trenta minuti di congelamento, siamo ancora lì, fermi, nello stesso punto di prima: alla cassa deve esserci qualche dipendente statale italiano. P, in uno dei non suoi rari attacchi da prima donna, si lancia in una filippica contro le nostre vane speranze di entrare, poi con gesti plateali ci abbandona per fare ritorno al porto (più o meno) sicuro del Kater Holzig. Noi, invece, rimaniamo lì, adottando la tecnica dei pinguini imperiali per evitare l'assideramento. Spero davvero che Sven ci faccia entrare.
Sven, l'orco del Berghein, il selezionatore uscito dalla penna di Tolkien, può fiutare l'odore del Bitterol a un chilometro di distanza e chiamare ad adunata le armate di Sauron. Chi è colto in fragranza di Bitterol viene prima esorcizzato, quindi colpito ripetutamente con delle bottigliate in testa fino a quando non assume le sembianze di un nano elfico. Sven è un mostro dai capelli lunghi e dall'alito pestilenziale, tappezzato di piercing e tatuaggi che, come un cerbero dei tempi moderni, se ne sta da più di venti anni lì, davanti all'ingresso, schiumando dalla bocca in attesa di assaggiare qualche tenero hobbit. Si narra che sia anche un bravo fotografo (ha incominciato la sua carriera a Berlino negli anni 80 come fotografo di moda per hobbit tossicomani. Un lavoro che richiedeva una certa dose. Di talento) ma io so per certo che, prima di arrivare nella terra di mezzo, mangiava bambini e forse era pure comunista. Il signor sì. O no, a seconda. Ma non fidatevi: a volte chi viene accolto da un cenno del suo testone non riesce ad accedere alla pista da ballo, ma viene fatto accomodare in una sala buia dove Sven può, in tutta tranquillità, imbandire un banchetto con uno dei suoi arti strappati a morsi.
Lasciamo Sven per un momento e torniamo a noi. Un'altra ora è passata e siamo ancora in fila. Cento metri buoni li abbiamo percorsi e questo mi ridà fiducia nel genere umano. Come minimo, dopo tutta questa attesa, mi aspetto di trovare la Gioconda nella sala principale, o almeno un Caravaggio. E visto che siamo approdati nelle vicinanze del Louvre, davanti a noi, congelato al punto giusto, c'è un gruppo di simpatici francesi. J, che ancora non ha digerito le lumache dell'anno scorso, se ne esce fuori urlando, in mezzo al silenzio più assoluto, un goliardico 'Francesi di merda', con tre punti esclamativi. In italiano. Non sono sicuro abbiano recepito del tutto il messaggio ma, nel dubbio, mi sfilo la cintura dei pantaloni - non per prenderli a fibbiate, ma perché so che i francesi hanno un certo gusto per l'eleganza. Intanto, piccoli gruppi di ceffi incominciamo a inserirsi ai lati della coda, infischiandosene beatamente di chi è ibernato lì da ore. Il consumo di pizza e pasta sta inevitabilmente cambiando geneticamente anche gli integerrimi teteski. Intuisco che l'improvviso afflusso di testosterone che sta iniziando a far girare vorticosamente le mie gonadi potrebbe far virare la serata verso un finale poco simpatico. Perciò, alla virata preferisco l'evirata, mi martello i gioielli di famiglia e prendo una decisione che dimostra indubbie capacità di comando, un grosso progresso per me, abituato ad avere potere solo sul telecomando: tutti a casa! In realtà, Lord-enzo stava già per avviarsi, causa stato catatonico avanzato di Lord-enza, che ormai risponde solo a stimoli di intensità superiore al settimo grado della scala Richter. Al contrario, L di EL&L ed EL di L&EL, insieme al nostro vichingo di Muggiò e alla piccola S decidono di accettare la sfida di Thorin Scudodiquercia, affrontare l'orco Sven e provare ad entrare nella Montagna solitaria del Berghein.
Il tassista ci accoglie nell'abitacolo al suono di radio mujahideen. All'inizio, dato l'irrigidimento provocato dal gelo, non ci facciamo troppo caso. Io, però, che gli siedo di fianco, noto che in mano ha un Tasbeeh con cui si gingilla nervosamente. Già siamo infedeli, aggiungiamoci quel tocco di Putinerol e il martirio viene da sè. E infatti, un paio di minuti bastano per capire che siamo in balia di un kamikaze: andando a cento allora, e continuando ad accelerare nel tentativo di abbattere il muro del suono, ci infila qualche sorpasso che definire 'azzardato' suona riduttivo e una serie di semafori che, forse a causa di una visione mistica daltonica, decide incurante di passare tutti con il rosso. A quel punto prendo il cellulare e scrivo ai miei che gli ho sempre voluto bene e di vendere tutti i miei film porno, devolvendone il ricavato a qualche organizzazione per la cura della cecità. Scoppia anche una breve discussione tra J e il guidattentatore, che le risponde in maniera sgarbata - ma di questo, povero, non gliene voglio fare una colpa. Finalmente arriviamo. All'indirizzo sbagliato, ma non importa, la felicità di essere ancora vivi è più forte di ogni altra cosa. Saluto il tassista e lo connetto su Facebook, giusto per vedere se abbiamo qualche amico in comune. Saluti, baci, spazzolata energica di denti e subito sotto il piumone per lo scongelamento. E lì, succede l'irreparabile: J, non so se per dimostrarmi il suo amore o la sua natura perfida e crudele, mi stringe forte a sé e adagia i suoi piedini sui miei piedoni. I suoi gelidi, glaciali piedini sui miei piedoni. Forse poi mi ha sussurrato dolci parole all'orecchio, ma non lo saprò mai, perché perdo i sensi.
In tarda mattinata l'appartamento si trasforma un luogo di desolazione abitato da valigie disfatte e zombie che si trascinano a fatica da una stanza all'altra. Mentre cerco di riprendere conoscenza, mi imbatto nel fantasma di L di EL&L, la cui versione fisica vaga ancora, senza meta, nella Terra di mezzo. Voglio sapere tutto del Panorama bar. Anche lui lo vorrebbe, perché mi confessa di non essere entrato.
'Ehhhhhh?!!'
Ecco come sono andate le cose. I nostri eroi, indifferenti al freddo, ai francesi, ai saltatori di fila, agli effetti del Putinerol, all'odore di kartoffeln, al ghigno dell'orco e all'abbronzatura di Carlo Conti sono riusciti, lentamente, ad arrivare davanti all'ingresso. Davanti all'immondo Sven - che a detta di alcuni sarebbe il diminutivo di Svencincetorige. Il momento tanto agognato era giunto. Sven, con un gesto della mano, invita K e piccola S a entrare. Forse ha fame. O forse vuole solo spedirli dritti nelle fauci delle casse che sputano centoventi battiti al minuto. Non lo sappiamo. Poi tocca a EL di L&EL. Sven la scruta. La invita ad avvicinarsi. L di EL&L, che nel frattempo, a causa del gelo, ha completato la trasformazione in Andreotti - testa attaccata alle spalle, cappottino nero con bavero rialzato e orecchie dotate di vita propria che sventolano bandiera bianca -, compie dei piccoli passi di appropinquamento. Sven, che fiuta subito l'odore di Putinerol, distoglie la sua attenzione da EL di L&EL e, Medusa dei tempi moderni, pietrifica con lo sguardo l'onorevole, che rimane immobile come nel gioco dell'un, due, tre stella. A quel punto il temibile orco spalanca le fauci e pronuncia le seguenti parole:
'Senatore, per me è un nein!'
A nulla sarebbe valso ogni tentativo di protesta, a parte fare infuriare Sven. E si sa, ogni volta che Sven perde la pazienza, un tornado si abbatte da qualche parte in Texas. Impietositi dall'accaduto ma, soprattutto, presi dallo sconforto di affrontare l'impresa senza tutta la truppa, K e piccola S decidono di ritirarsi, seguendo mesti le transenne fino all'uscita senza ritorno. Bisognava, però, salvare il salvabile: i nostri prodi-gy (avventurieri nei templi dell'elettronica futuristica) salgono sul primo taxi e si fanno portare in un ambiguo locale russo, dove concludono il loro viaggio al termine della notte bevendo vodka, danzando e lanciandosi in un paio di pogrom con dei simpatici e baffuti cosacchi.
Non mi resta che un'ultima cosa da fare, prima di ripartire per Zurigo: abbraccio L di EL&L e chiamo un esorcista che scacci dal suo corpo ogni rimasuglio di Putinerol. E qui, davanti all'immagine di un'amicizia forte, sincera, fondata su un legame alcolico indissolubile disseminato di buchi neri e girelliti planetarie pongo la parola fine a questo delirante fine settimana che mi è costato la fatica di centinaia di inutili parole ottenute mescolando a casa le lettere dell'alfabeto. Buona settimana a tutti!
p.s: cari genitori, sono ancora vivo, quindi vi prego: rivoglio inidietro i miei porno!
lunedì 25 novembre 2013
Dankeschön und Bitterol
K, il vichingo di Muggiò, e piccola S
lunedì 5 luglio 2010
La calza che benda perfettamente o la benda che calza perfettamente?
Delle ultime otto settimane, sei le ho passate viaggiando. Londra, Berlino, Londra, Interlaken, Milano, Berlino. Una volta l’aeroporto esercitava un forte fascino su di me. Rappresentava l’agognata vacanza. I ricordi adolescenziali legati all’Inghilterra. La scoperta delle capitali europee. Il mare della Grecia, l’ouzo, Israele con i suoi umori, odori e sapori. E le ragazze, incontrate, incrociate o seplicemente sognate. Fino a pochi anni fa, ancora, quando vedevo un aereo sorvolare il cielo meneghino, pensavo a quei fortunati che, con le loro cinture di sicurezza ben allacciate, abbandonavano, almeno per un periodo, il fardello della logorante quotidianità. E li invidiavo. Me ne stavo lì, con la testa all’insù, fantasticando. Nell’attesa, quella cara a Leopardi.Ora, invece, mi viene in mente solo una schiera di uomini d’affari incravattati, seduti al loro posto, bocca aperta, testa penzolante, la 24 ore sotto il sedile e il trolley da viaggio nero stipato insieme a un centinaio di altri trolley neri, tutti uguali. Benvenuti nel mondo degli adulti.
Così, tanto per cambiare, martedì scorso mi ritrovo a Malpensa – ero a Milano per un fantastico fine settimana a base di estrazione di dente del giudizio –, in attesa di imbarcarmi sul volo diretto a Berlino. Volo delle nove e dieci di sera, giusto il tempo di atterrare, prendere un taxi, fare il check in in albergo e infilarsi a letto. Una meraviglia. Comunque, cena che prevede insalatona e bicchiere di vino rosso, il tutto condito con un salatissimo conto di oltre trenta euro che mi fa capire che, forse, il dente del giudizio mi sarebbe tornato utile ancora per qualche giorno. Poi, attesa. Mi rimbambisco di notizie di gossip urlate da un paio di televisori che nessuno, intorno a me, ascolta. Sembra che quell’attrice reciterà in quel film. Quell’altra, invece, pare di no. Il bellimbusto ha l’unghia incarnita: me ne dispiaccio e mi domando come sia potuto capitare. Una tedesca sulla ventina, vestita con poco o niente addosso, urla come la peggio delle pescivendole pensando di essere divertente. Infatti lo è, almeno nella mia fantasia, quando un’incudine di cinquanta chili le cade in testa, trasformandola istantaneamente nella miniatura di se stessa in scala uno quaranta. Visto che la fantasia non riesce facilmente a tramutarsi in realtà, le compro due branzini e un’orata. Cinque minuti prima delle nove ci imbarcano. Posto rigorosamente sul corridoio, così posso allungare una gamba e, nel caso, procedere a operazioni di svuotamento vescica senza dover saltare sopra corpi inerti colpiti da narcolessia fulminante. La mia vicina, da cui mi separa un sedile, è di una bruttezza rara. Non penso di aver mai visto una donna così brutta nella mia vita. Anzi, non credo proprio che esista una donna così brutta , e in effetti forse sono ancora gli effetti dell’anestetico. Mi saluta, poi guarda fuori dal finestrino. Forse vuole suicidarsi fissando la sua immagine riflessa. Dopo la solita pantomima sulla sicurezza, l’aereo ingrana la quinta e decolla. Lo ammetto, non mi abituerò mai: ogni volta che il mio culo si alza dal suolo, provo sempre quella entusiasmante sensazione di morte imminente. Intanto, noto dei movimenti alla mia sinistra. La vicina si leva le scarpe. La comodità prima di tutto. La vicina si toglie pure le calze. Facciamo prendere aria alle estremità inferiori, ossigeniamo gli alluci. La vicina prende le calze, le annoda tra di loro e si lega la benda improvvisata sugli occhi. Neanche MacGyver sarebbe mai arrivato a tanto. A metà viaggio me la ritrovo che russa sdraiata su due sedili, bocca spalancata in una imitazione mal riuscita dell’Urlo di Munch, la testa appoggiata alla mia gamba sinistra e quelle cazzo di calze pregne di microbi e odori annodate sempre intorno agli occhi. Oh, Dio, ti prego, fammi perdere i sensi. Ora! A questa scena a dir poco orripilante pone fine, prima dell’atterraggio, una delle hostess, che sveglia il cadavere roncopatico utilizzando, se non ricordo male, un defibrillatore.
Un’ora più tardi, spengo la luce della camera d’albergo e ripenso alla vicina, all’aereo, all’aereo e alla vicina e mi torna in mente il volo di ritorno da Mykonos del 2001, quando la ragazza seduta accanto a me, fresca di recente Nobel, mi chiese: “Ma gli aerei per decollare utilizzano una pista in salita?”. Eh, certo… Buona settimana a tutti!
lunedì 7 giugno 2010
Psicopatologia della vita d'ufficio quotidiana
Giro come una trottola. Londra. Berlino. Milano. Ancora Londra. La sveglia non è un incubo perché non faccio nemmeno in tempo a sognare. Suona sempre troppo, dannatamente presto. Trolley pronto. Zaino pronto. Si parte. Casa, autuobus, treno, aeroporto, taxi, ufficio, albergo, taxi, aeroporto, treno, autobus, casa. Manager azzimati con 24 ore e financial times, banchieri incravattati, donne algide in tailleur ingessati e tacco dodici. Indescrivibile noia mortale. In tutto questo girovagare, gli assoni giocano brutti scherzi. Dopo quattro ore di sonno, abbandono la piovosa Zurigo e vengo accolto da un’insolita calda e soleggiata capitale inglese. Azzarderei ‘estiva’. Sono commosso. Il taxista mi fa da Cicerone e gli dimostro il mio apprezzamento con degli sbadigli che impressionerebbero il più audace dei domatori di leoni. Dopo essermi sorbito un’ora e dieci di traffico e chiacchiere letargiche, arrivo finalmente – si fa per dire – in ufficio. Tempo di accendere il computer, aprire la posta, bere un bicchiere di acqua e sono già in riunione. Entro nella stanza, stretta di mani. Lui, il responsabile del progetto per cui sono stato costretto a prendere l’ennesimo volo, è un bell’uomo dall’inglese fluente e il marcato accento tedesco. Omosessuale. Irrilevante, ma non per la mia storia. Andiamo a pranzo. Comodamente seduti su un paio di gradini, mastichiamo un panino ripieno di pollo e pomodoro e ingurgitiamo coca. Coccolati dal tepore del meriggio, osserviamo il lento e antico fluire del Tamigi. Il tedesco mi parla della sua vita. Professionale. È di Amburgo. Quando si dice il caso: proprio in mattinata avevo conosciuto un altro ragazzo di Amburgo. La tentazione è troppo forte e infatti, non resisto.“From Hamburg? Really? You know, there is also another gay that…”
sabato 24 gennaio 2009
Il gelo sopra Berlino

Dietro di me è seduta una delle ragazze più belle che abbia mai visto. Davvero. Di fianco a me, invece, un italiano, che decide di conversare per tutta la durata del viaggio. E io che pensavo di riuscire a dormire almeno per un'ora...
La ragazza, quella bella, sta aspettando il taxi. La raggiungo. Neanche trenta secondi e il taxi arriva. Lei sale e io sto lì, impalato, a guardare mentre se ne va. La vita, a volte, è così.
La mia stanza di albergo è una mini suite. All'inizio credo che abbiano fatto un errore. Poi, me ne faccio una ragione.
Martedì. Giornata di meeting. Presentazione del nuovo team di lavoro, stile americano. Si cena alle sette, ristorante italiano. Siamo in ventidue, ordino tre bottiglie di chianti. Qualcuno non beve. A fine cena le bottiglie sono diventate tredici, le sambuche e gli amari non si riescono a contare. A eBay le cose si fanno in grande. Torniamo all'albergo. Cuba libre. Usciamo, alla ricerca del Solar, locale situato al tredicesimo piano di un palazzo. La vista è spettacolare, ma il posto, a parte poche coppiette, è vuoto. Peccato. Cuba libre. Alle due e mezza siamo di ritorno. Svengo sul letto.
Mercoledì. Risveglio complicato: rimango ubriaco per buona parte della giornata, che si articola in altri meeting, team building e tante belle parole. Alle cinque sono di nuovo in albergo. Pisolino. Alle sette - di nuovo - altra cena. Moderatamente alcolica: scolo una birra e metà bottiglia di vino. Alcuni di noi, dopo, vanno in questo locale di Berlino Est, dalle parti di Rosa Luxemburg Platz, un locale russo, piuttosto famoso. Cuba libre. Una mia collega ci parla iniziando in francese, continuando in spagnolo, abbozzando un italiano e concludendo con l'inglese. Mah... Torniamo all'albergo. Cuba libre.
Giovedì. Meeting, team building e lavoro. Volo alle 18 e venti. A casa per le dieci. Distrutto. E tra un mese si riparte.
p.s. Diario parziale e telegrafico, tant'è che non ho citato la cosa più importante: Berlino, sede di eBay compresa, è piena di belle, bellissime ragazze...
martedì 4 novembre 2008
Un racconto mai inviato
L'avevo scritto per il concorso di "Italians", forum del Corriere della Sera moderato da Beppe Servergnini. L'ho tenuto lì, e ho aspettato. Il termine ultimo per inviare il racconto era il 31 ottobre. Il 30 mi decido... niente, errore tecnico, non riesco a inviarlo. Aspetterò. Il giorno dopo, idem. Così, il racconto è rimasto sul mio desktop. Pazienza, lo pubblico qui e chissenefrega.lunedì 15 settembre 2008
Oh cielo, vado a Berlino!

