Visualizzazione post con etichetta berlino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta berlino. Mostra tutti i post

mercoledì 29 gennaio 2014

Dankeschön und Bitterol - parte seconda

La vita non è facile e alzarsi dal letto non la rende certo più semplice. Se poi ci aggiungete la sbornia del giorno dopo, capirete meglio il significato di fatica di Sisifo: uno sforzo immane (abbandonare l'accogliente e calda alcova) per un risultato nullo (vedere alla voce inebetimento perdurante). Un'erudita introduzione solo per spiegare le condizioni in cui, intorno a mezzogiorno, mi trascino privo di sensi dalla camera da letto al bagno e poi, minzione compiuta, dal bagno al soggiorno dove trovo la tavola apparecchiata, vettovaglie in assetto anti sbronza e, nonostante le poche ore di sonno e i molti bicchieri di alcol, commensali loquaci. Soprattutto P, che ci racconta le peripezie da lui affrontate per tornare a casa: basta un cellulare scarico per ridurre l'uomo in uno stato di totale disorientamento. O l'alcol. Infatti, quello che varca la soglia di casa, attirando la nostra attenzione, non è Lord-enzo, ma una sua controfigura di dieci anni più vecchia, con il viso trasfigurato, lo sguardo assente  e gli occhi iniettati di sangue. La deprivazione sensoriale e qualche cuba libre di troppo hanno trasformato il quarantesimo a sorpresa in un inaspettato cinquantesimo.

Il pomeriggio lo dedichiamo a esplorare la città. All'appello mancano solo Vierino e l'altro atesino che, già da ore, muniti di mappa e guida turistica incorporata, stanno calpestando ogni centimetro quadrato calpestabile di Berlino, in una maratona culturale scandita da una rigida pianificazione in cui nulla è lasciato al caso: al ventesimo minuto scatta la pausa idratazione; al cinquantesimo bisogna sgranchirsi le ginocchia; al novantesimo tappa acquisto compulsivo e fischio dell'arbitro con espulsione di Vierino per evidente fallo da dietro.

Con l'avvolgimento veloce, spostiamoci temporalmente di qualche ora in avanti. Siamo una ventina, ora, nell'appartamento, a goderci la cena preparataci da Simona, cuoca in prestito per la serata. Il cibo è ottimo e il mango piccante sublime, anche se, sulle mie papille gustative, ha l'effetto di una piallatrice. E quando le pance incominciano a essere piene, giunge il momento di svuotare le bottiglie di alcol che attendono pazientemente sulle mensole della cucina e che sono state acquistate con un unico obiettivo: ucciderci. Premessa: la spesa alcolica è stata fatta al Bidl, la versione economica del Lidl che vende prodotti di prima qualità importati direttamente da Chernobyl. Così, fanno la loro comparsa, in successione sparsa: la vodka Gorbatschow, chiamata così perché assunta in dosi eccessive fa venire una gran voglia (di cosa, non si sa); la vodka Putinoff, ribattezzata Sputinoff al secondo sorso; il temibile  Bitterol, di cui vi parlerò a breve.

Ecco, questo sarebbe bastato per farci capire quanto il pericolo fosse reale. Purtroppo, come spesso è accaduto nella storia, ignorammo i segnali e iniziammo a bere. E fu l'inizio della fine. Non abbandonatemi adesso.

Il Bitterol, la perversa unione di Sanbittèr e Aperol concepita da menti diaboliche. Se ne sente parlare per la prima volta nel libro dell'Apocalisse, quando si legge de 'la bestia immonda e l'infernale intruglio con cui allettava le sue gengive putrefatte'. Diversi gli utilizzi del liquido negli anni passati: strumento di tortura - la temuta goccia cinese di Bitterol; arma di distruzione di massa - il famoso meteorite che provocò l'estinzione dei dinosauri conteneva dosi letali di Bitterol; porta  verso altre dimensioni - sono giunte notizie di persone trasportate nello studio di Uomini e donne e costrette a ballare il liscio con lascive novantenni. Nessuno lo ammetterà mai ma il bosone di Higgs è stato scoperto dentro a una bottiglia di Bitterol. Bene, tutto ciò che vi ho appena raccontato non è nulla in confronto agli effetti devastanti del Putinerol, ottenuto mischiando il Bitterol con la vodka (S)Putinoff. Infatti Lord-enzo, dieci minuti dopo aver ingurgitato l'anticristo, viene colpito da tremende convulsioni che portano il Putinerol a esondare dal suo bicchiere, bagnando tutti i presenti. Il panico serpeggia nella stanza e ci prepariamo al peggio. Intanto preghiamo. Il nostro fervore religioso, purtroppo, non serve a protreggerci: il primo a farne le spese è Vierino, inondato da uno tsunami del velenoso liquore. Capito il pericolo imminente, Vierino saluta e si ritira nell'appartamento di sopra, prima della trasformazione. Il giorno dopo è stato avvistato sull'autostrada in direzione Milano. A 180 chilometri orari. A piedi. Ma non è finita qui: pochi minuti dopo il grave episodio, L di EL&L precipita dal divano atterrando in malo modo sul trolley del nostro fotografo, che non si accorge di nulla a causa dello stato catatonico indotto dal Bitterol. La sequenza di causa effetto provoca un'inaspettata reazione di Putinerol che colpisce con inaudita violenza Lord-enzo: il festeggiato, ormai posseduto, lancia con ammirevole precisione il suo bicchiere, il cui contenuto demoniaco si riversa completamente su L di EL&L e il muro. Ora al posto del muro c'è un enorme buco nero che risucchia tutto quello che gli passa vicino, a parte il Putinerol, perché neanche i buchi neri sono così stupidi. A quel punto capiamo che l'unica cosa sensata è abbandonare l'appartamento e andare a ballare da qualche parte, prima di creare inavvertitamente l'antimateria e far sparire il mondo con un cin cin. Decidiamo così di andare al Berghein - Panorama Bar, uno dei locali più famosi del mondo. È ora di risvegliare Lord-enza, sedata preventivamente ore prima con degli incomprensibili saggi di Heidegger che il filosofo scrisse durante una lobotomia.

La fila di 500 metri che ci attende quando arriviamo non è quella per il  bagno delle donne, ma per l'ingresso in uno dei templi della musica elettronica. Dopo trenta minuti di congelamento, siamo ancora lì, fermi, nello stesso punto di prima: alla cassa deve esserci qualche dipendente statale italiano. P, in uno dei non suoi rari attacchi da prima donna, si lancia in una filippica contro le nostre vane speranze di entrare, poi con gesti plateali ci abbandona per fare ritorno al porto (più o meno) sicuro del Kater Holzig. Noi, invece, rimaniamo lì, adottando la tecnica dei pinguini imperiali per evitare l'assideramento. Spero davvero che Sven ci faccia entrare.

Sven, l'orco del Berghein, il selezionatore uscito dalla penna di Tolkien, può fiutare l'odore del Bitterol a un chilometro di distanza e chiamare ad adunata le armate di Sauron. Chi è colto in fragranza di Bitterol viene prima esorcizzato, quindi colpito ripetutamente con delle bottigliate in testa fino a quando non assume le sembianze di un nano elfico. Sven è un mostro dai capelli lunghi e dall'alito pestilenziale, tappezzato di piercing e tatuaggi che, come un cerbero dei tempi moderni, se ne sta da più di venti anni lì, davanti all'ingresso, schiumando dalla bocca in attesa di assaggiare qualche tenero hobbit. Si narra che sia anche un bravo fotografo (ha incominciato la sua carriera a Berlino negli anni 80 come fotografo di moda per hobbit tossicomani. Un lavoro che richiedeva una certa dose. Di talento) ma io so per certo che, prima di arrivare nella terra di mezzo, mangiava bambini e forse era pure comunista. Il signor sì. O no, a seconda. Ma non fidatevi: a volte chi viene accolto da un cenno del suo testone non riesce ad accedere alla pista da ballo, ma viene fatto accomodare in una sala buia dove Sven può, in tutta tranquillità, imbandire un banchetto con uno dei suoi arti strappati a morsi.

Lasciamo Sven per un momento e torniamo a noi. Un'altra ora è passata e siamo ancora in fila. Cento metri buoni li abbiamo percorsi e questo mi ridà fiducia nel genere umano. Come minimo, dopo tutta questa attesa, mi aspetto di trovare la Gioconda nella sala principale, o almeno un Caravaggio. E visto che siamo approdati nelle vicinanze del Louvre, davanti a noi, congelato al punto giusto, c'è un gruppo di simpatici francesi. J, che ancora non ha digerito le lumache dell'anno scorso, se ne esce fuori urlando, in mezzo al silenzio più assoluto,  un goliardico 'Francesi di merda', con tre punti esclamativi. In italiano. Non sono sicuro abbiano recepito del tutto il messaggio ma, nel dubbio, mi sfilo la cintura dei pantaloni - non per prenderli a fibbiate, ma perché so che i francesi hanno un certo gusto per l'eleganza. Intanto, piccoli gruppi di ceffi incominciamo a inserirsi ai lati della coda, infischiandosene beatamente di chi è ibernato lì da ore. Il consumo di pizza e pasta sta inevitabilmente cambiando geneticamente anche gli integerrimi teteski. Intuisco che l'improvviso afflusso di testosterone che sta iniziando a far girare vorticosamente le mie gonadi potrebbe far virare la serata verso un finale poco simpatico. Perciò, alla virata preferisco l'evirata, mi martello i gioielli di famiglia e prendo una decisione che dimostra indubbie capacità di comando, un grosso progresso per me, abituato ad avere potere solo sul telecomando: tutti a casa! In realtà, Lord-enzo stava già per avviarsi, causa stato catatonico avanzato di Lord-enza, che ormai risponde solo a stimoli di intensità superiore al settimo grado della scala Richter. Al contrario, L di EL&L ed EL di L&EL, insieme al nostro vichingo di Muggiò e alla piccola S decidono di accettare la sfida di Thorin Scudodiquercia, affrontare l'orco Sven e provare ad entrare nella Montagna solitaria del Berghein.

Il tassista ci accoglie nell'abitacolo al suono di radio mujahideen. All'inizio, dato l'irrigidimento provocato dal gelo, non ci facciamo troppo caso. Io, però, che gli siedo di fianco, noto che in mano ha un Tasbeeh con cui si gingilla nervosamente. Già siamo infedeli, aggiungiamoci quel tocco di Putinerol e il martirio viene da sè. E infatti, un paio di minuti bastano per capire che siamo in balia di un kamikaze: andando a cento allora, e continuando ad accelerare nel tentativo di abbattere il muro del suono, ci infila qualche sorpasso che definire 'azzardato' suona riduttivo e una serie di semafori che, forse a causa di una visione mistica daltonica, decide incurante di passare tutti con il rosso. A quel punto prendo il cellulare e scrivo ai miei che gli ho sempre voluto bene e di vendere tutti i miei film porno, devolvendone il ricavato a qualche organizzazione per la cura della cecità. Scoppia anche una breve discussione tra J e il guidattentatore, che le risponde in maniera sgarbata - ma di questo, povero, non gliene voglio fare una colpa. Finalmente arriviamo. All'indirizzo sbagliato, ma non importa, la felicità di essere ancora vivi è più forte di ogni altra cosa. Saluto il tassista e lo connetto su Facebook, giusto per vedere se abbiamo qualche amico in comune. Saluti, baci, spazzolata energica di denti e subito sotto il piumone per lo scongelamento. E lì, succede l'irreparabile: J, non so se per dimostrarmi il suo amore o la sua natura perfida e crudele, mi stringe forte a sé e adagia i suoi piedini sui miei piedoni. I suoi gelidi, glaciali piedini sui miei piedoni. Forse poi mi ha sussurrato dolci parole all'orecchio, ma non lo saprò mai, perché perdo i sensi.

In tarda mattinata l'appartamento si trasforma un luogo di desolazione abitato da valigie disfatte e zombie che si trascinano a fatica da una stanza all'altra. Mentre cerco di riprendere conoscenza, mi imbatto nel fantasma di L di EL&L, la cui versione fisica vaga ancora, senza meta, nella Terra di mezzo. Voglio sapere tutto del Panorama bar. Anche lui lo vorrebbe, perché mi confessa di non essere entrato.

'Ehhhhhh?!!'

Ecco come sono andate le cose. I nostri eroi, indifferenti al freddo, ai francesi, ai saltatori di fila, agli effetti del Putinerol, all'odore di kartoffeln, al ghigno dell'orco e all'abbronzatura di Carlo Conti sono riusciti, lentamente, ad arrivare davanti all'ingresso. Davanti all'immondo Sven - che a detta di alcuni sarebbe il diminutivo di Svencincetorige. Il momento tanto agognato era giunto. Sven, con un gesto della mano, invita K e piccola S a entrare. Forse ha fame. O forse vuole solo spedirli dritti nelle fauci delle casse che sputano centoventi battiti al minuto. Non lo sappiamo. Poi tocca a EL di L&EL. Sven la scruta. La invita ad avvicinarsi. L di EL&L, che nel frattempo, a causa del gelo, ha completato la trasformazione in Andreotti - testa attaccata alle spalle, cappottino nero con bavero rialzato e orecchie dotate di vita propria che sventolano bandiera bianca -, compie dei piccoli passi di appropinquamento. Sven, che fiuta subito l'odore di Putinerol, distoglie la sua attenzione da EL di L&EL e, Medusa dei tempi moderni, pietrifica con lo sguardo l'onorevole, che rimane immobile come nel gioco dell'un, due, tre stella. A quel punto il temibile orco spalanca le fauci e pronuncia le seguenti parole:

'Senatore, per me è un nein!'

A nulla sarebbe valso ogni tentativo di protesta, a parte fare infuriare Sven. E si sa, ogni volta che Sven perde la pazienza, un tornado si abbatte da qualche parte in Texas. Impietositi dall'accaduto ma, soprattutto, presi dallo sconforto di affrontare l'impresa senza tutta la truppa, K e piccola S decidono di ritirarsi, seguendo mesti le transenne fino all'uscita senza ritorno. Bisognava, però, salvare il salvabile: i nostri prodi-gy (avventurieri nei templi dell'elettronica futuristica) salgono sul primo taxi e si fanno portare in un ambiguo locale russo, dove concludono il loro viaggio al termine della notte bevendo vodka, danzando e lanciandosi in un paio di pogrom con dei simpatici e baffuti cosacchi.

Non mi resta che un'ultima cosa da fare, prima di ripartire per Zurigo: abbraccio L di EL&L e chiamo un esorcista che scacci dal suo corpo ogni rimasuglio di Putinerol. E qui, davanti all'immagine di un'amicizia forte, sincera, fondata su un legame alcolico indissolubile disseminato di buchi neri e girelliti planetarie pongo la parola fine a questo delirante fine settimana che mi è costato la fatica di centinaia di inutili parole ottenute mescolando a casa le lettere dell'alfabeto. Buona settimana a tutti!

p.s: cari genitori, sono ancora vivo, quindi vi prego: rivoglio inidietro i miei porno!

lunedì 25 novembre 2013

Dankeschön und Bitterol




Lo temevo. Il giorno del giudizio. Ero sicuro che, se mai fosse arrivato, sarebbe stato durante quel fine settimana berlinese dei primi di novembre, durante i festeggiamenti del quarantesimo di Lord-enzo, ex L della mitica accoppiata L&L. Poi, le cose sono andate diversamente. Mr X ha dovuto privarci della sua demoniaca presenza e al mondo è stato concesso qualche altro anno in più di tranquillità. Bisognerà in ogni modo verificare i danni provocati dall’uso smodato del Bitterol. Ma ogni cosa a suo tempo. 

Venerdì 8 novembre 2013

Finalmente tutti a Berlino. Antefatto: Lord-enza, l'anima gemella del festeggiato, la temeraria che mostrò la virtus del suo medio a babbuzzo pazzo grosso - il buttafuori del Nam Long, un bipede ottenuto incrociando un'escavatrice con un autobus londinese a due piani - e ne uscì miracolosamente integra, la marchigiana che seminò il panico allo Zukunft e che venne riportata alla calma solo quando le spararono a distanza di sicurezza dei sedativi per elefanti, ecco, quella Lord-enza è l'organizzatrice della festa a sorpresa. Questo solo per spiegarvi come mai, dopo un fitto scambio di mail, l'NSA abbia consigliato alla Casa Bianca un eventuale intervento preventivo nella capitale teutonica.

Per me tutto ha inizio dalla stazione centrale, la Hauptbahnhof - se lo pronunciate giusto, il nome, vi regalo l'abbonamento al 'Corrierino dei pingui', diretto dal mio amico, il pettinato più pingue di Milano, che evito di nominare perché se no gli si alza il colesterolo. Sono in attesa di J, la bionda caucasica che da più di un anno mi segue come un'ombra e va in giro a dire ai miei amici di essere la mia ragazza. Quanto male c'è nel mondo. Mi vibra qualcosa e, poiché sono un intuitivo, propendo per il cellulare. Difatti è J, che mi avverte di un ritardo del treno di circa venti minuti. Come un monaco zen, trovo una panchina e mi siedo nella posizione del cilotto, assumendo le sembianze del robboso di belle speranze sotto l'effetto di uno di quei cannoni che rendono il mondo esterno totalmente accessorio. Intanto, i minuti passano, e da venti siamo già a trenta. Quaranta. Cinquanta. Saper contare ha i suoi vantaggi. Finalmente, un'ora e dieci di ritardo dopo, il treno fa il suo mesto ingresso in stazione. Mi infilo in un forno a microonde per lo scongelamento istantaneo - i privilegi dell'autunno temperato mesotermale, l’ho letto su wikipedia -, agguanto quella che si spaccia per mia dolce metà e ci infiliamo nel primo taxi disponibile. Il tassista è un tizio loquace che centrifuga tutte le parole con il suo accento di Berlino downtown, azzerando ogni mio tentativo di seguire un filo logico. Pare che dica cose divertenti, perché la mia ragazza ride, lui ride, lei ride e lui ride. Rido anche io, ma solo alla fine, quando è J a pagare tragitto più mancia.

Gli appartamenti affittati sono due, zona Mitte. Se non conoscete la città, vi dico che è una zona che gli anglofoni e i milanesi malati di anglofonia definirebbero cool - che poi, a furia di utilizzare tutti questi anglicismi ti viene anche un po' voglia di prenderli per il cool. Entriamo nel palazzo e, grazie al nostro spiccato senso di orientamento, vaghiamo tra l'androne e il cortile, incapaci di intendere e di volere. Fortuna che ci sono le mappe di Google. Facciamo il nostro ingresso trionfale, e ad attenderci, con dei calici pronti per l'uso, ci sono S e K, arrivati in mattinata da Zurigo dopo otto ore di treno perché S sarà pure italiana, ma lei, al volare nel blu dipinto di blu, preferisce il sicuro viaggiare quaggiù, d'istinto quaggiù. Brindiamo e beviamo, mentre il soggiorno si riempie di amici, amici di amici e amici di amici di amici. Ed eccoli, tutti i protagonisti:

2 simpatiche coppie di amici di Lord-enzo – in realtà sono 3, ma la terza sbarcherà a Berlino solo il giorno dopo
Lord-enzo e Lord-enza
L di L&L, l'altro, con EL. D' ora in poi saranno L di EL&L e EL di L&EL
M, l'altro atesino - detto così perché l'onore del primo alto atesino, in questo post, va al festeggiato
V, detto Vierino per ragioni ai più ignote
P, lo spagnolo più svizzero che conosca
K, il vichingo di Muggiò, e piccola S
J e il sottoscritto

La prima tappa della serata è un locale dove sembra si mangino gli hamburger più buoni di tutta Berlino. Vi arriviamo dopo aver attraversato un parco immerso nell'oscurità, lasciandoci dietro un rave, spacciatori di vario genere e loschi individui - anche se pare che gli ultimi facessero parte della compagnia. Il locale è pieno, ma Lord-enza ha prenotato un tavolo, quindi vengono evitate scene di panico del tipo sono le dieci e mezza e se non mi danno da mangiare facciobbrutto. Una volta in postazione, incomincia il grande afflusso di boccali di birra. Poi, arrivano gli hamburger. Degli hamburger giganti. Degli hamburger giganti con contorno di un chilo di kartoffeln a testa. Ero pronto a tutto, ma non a questo. Il primo morso non si scorda mai, soprattutto quando, visto le dimensioni del panino, ti procura una lussazione della mandibola. Morso tuo, vita mea credo venga da qui. E poi ci sono le patate. Non finiscono mai. I più si arrendono, lasciando il piatto pieno di quella cornucopia di tuberi. Io no: il condizionamento psicologico di mia madre, quello del piatto pieno e dei bambini in Africa che muoiono di fame, non mi lascia scampo. Così, alla fine, sul mio piatto non rimane nemmeno una briciola. E la mia coscienza trova pace. Non la pancia: le visioni mistiche causate da una digestione claudicante mi tormenteranno per ore. Nel frattempo ci raggiunge P, fotografo ufficiale di questo fine settimana: il suo aereo è arrivato in ritardo perché, una volta raggiunta la meta, è stato costretto a un inaspettato giro turistico di Berlino. Questo è il chiaro zampino dei servizi segreti, il cui fine era non far decollare la nostra serata impedendo l'atterraggio del volo. P è l'unica persona, oltre al sottoscritto, che riesce a ingurgitare l'abnorme quantità di kartoffeln mantenendo ancora un aspetto vicino all'umano. 

Una volta che la missione pance piene è completata, si passa all'altra parte del piano: portare Lord-enzo in uno dei luoghi da lui più detestati, il karaoke, e costringerlo a salire sul palco per dare prova delle sue inesistenti doti vocali. Quando si vuole bene a una persona. Purtroppo il piano fallisce perché la lista di inetti che adorano mettersi pubblicamente in imbarazzo è lunga come le cifre decimali del pi greco. Anche le stanze dove è possibile cantare limitando il ludibrio all'intimità del circolo di amici sono tutte occupate. Non ci resta che gettarci a capofitto in quello in cui eccelliamo: la trasformazione in aspira alcol, la trasmutazione in idrovore di bicchierini. La fatica più grande è affrontare lo shot di rum al 75%, di cui ignoravo l'esistenza. Infatti, tutt'ora dubito che esista, ma eclissiamo i quesiti esistenziali ingurgitando l'ignota sostanza in un colpo solo. Reggiamo la botta, anche se sospetto che i nostri organi interni siano rimasti completamente carbonizzati. Tuttavia, il locale rimarrà impresso indelebile nella nostra memoria non per l'intruglio esplosivo, ma per la presenza di due personaggi inquietanti: il rimorchiatore folle, un energumeno dallo sguardo allucinato che menava fendenti con quello che a me sembrava uno scacciamosche e che cercava di accoppiarsi con qualsiasi ragazza avesse la sfortuna di rimanere almeno per cinque secondi sola nella pista; la psicospastica, uno strano esemplare del mondo femminile che, accompagnata da movimenti spastici, si contorceva su se stessa nell'illusione, tutta sua, di seguire con movimenti artistici il ritmo delle canzoni, mentre ai nostri occhi era chiaro che la ragazza aveva fatto abuso di kartoffeln nel nostro stesso ristorante. 

La notte, purtroppo, è ancora lungo. Ci attende l'ultima fatica prima del ricongiungimento con il talamo: il clubbing. E sì, perché se non fai clubbing a Berlino, non sei trendy, sei out, non sei cool, e se non sei cool, poi ti prendono per il cool e torniamo all’inizio del post.  Qui devo registrare amaramente le prime defezioni: le coppie di amici ci avevano già salutato dopo cena, avvertite in anticipo del probabile epilogo della serata dalla CIA, pronta a tutto pur di evitare il possibile tracollo europeo a causa della formazione di improvvisi buchi neri alcolici; M, l'altro atesino, si ritira, perché la presenza contigua di due alto altesini in un club di Berlino è vietato per legge; S e K se ne vanno perché non ricordano più il motivo della loro presenza; L di EL&L e EL di L&EL ci salutano perché seguono un rigido rituale dell'accoppiamento. Perciò, rimangono Lord-enzo e Lord-enza, che con il pieno di gasolio possono andare avanti due giorni; P, che essendo iberico inizia solo ora a svegliarsi; J, che ha già dato il suo beneplacito al proseguimento della festa; io, che di mia spontanea volontà obbedisco agli ordini di J; e Vierino, al quale va la menzione d'onore: un uomo che è da anni allo stato terminale dell'indipendenza alcolica e che, nonostante questo, infischiandosene del nostro barbugliare galoppante, decide di restare fino alla fine, a fianco del suo amico. Mi viene il sospetto che sia stato colpito nuovamente da omosessualità fulminante, ma il dubbio non fa tempo ad insinuarsi dentro di me che siamo già arrivati.

Kater Holzig. Giuro, non è una parolaccia, ma il nome della discoteca. Attendiamo pazientemente in fila, mentre orde di zombie attirati dalle sonorità elettroniche provenienti dall'interno vengono rimbalzate senza pietà dalla selezionatrice. Quando arriviamo davanti, tiriamo fuori il poker d'assi: siamo qui per festeggiare i quarant'anni del nostro compare di avventure. Lei fa sì sì e poi chiede a Lord-enzo la carta di identità. Gli italiani vengono preceduti sempre dalla loro buona fama. Risolte le pratiche burocratiche, ci inoltriamo in questa specie di stalla elvetica piena zeppa di vacche, tori e buona musica spacca timpani. Di un guardaroba, neanche l'ombra, così iniziamo la nostra personale sauna trasudando spirito in abbondanza. Dopo due o tre giri di danza, ci facciamo largo nella folla e raggiungiamo la console, dove finalmente possiamo appoggiare le giacche. Il ripiano è inclinato e assistiamo a vere e proprie scene di equilibrismo, con il più degli avventori che non si rende conto di questa proprietà fisica e cerca invano di riporvi i bicchieri vuoti che, puntualmente, si sbriciolano giù al suolo. Un tale se ne sta dietro di noi, immobile. Gli schiocco le dita davanti al viso, ma nessuna reazione. Provo con una vasectomia, ma niente. Una statua. Allora, mi focalizzo su Vierino, al centro dell'attenzione, essendo l'unica persona a indossare una camicia. Qualcuno gli si avvicina e gli domanda cosa mai sia quella strana maglietta con le maniche lunghe e i bottoni; altri sono convinti che sia un tatuaggio tribale. Una ragazza si innamora perdutamente di lui e lo omaggia con dei coriandoli. Nessuna reazione e quindi il sospetto iniziale mi si ripresenta, ma rafforzato dall'evidenza - Vierino si difende attaccandosi a improbabili fattori estetici della fanciulla che non raggiungerebbero gli standard minimi, ma la legge del dopo le tre vai bene anche te è universale. 

Tutto questo movimento ha messo in stato di agitazione la mia non più giovane vescica. Devo raggiungere un orinatoio il prima possibile, altrimenti potrei non essere più in grado di rispondere delle mie azioni. Fendo la pista con un machete, atterro un paio di persone con dei placcaggi da manuale e in soli venti minuti raggiungo il bagno, che scopro essere misto. E, quando dico misto, intendo una fila di donzelle che attendono che i loro sanitari appositi si liberino mentre i maschietti, schierati davanti all'orinatoio a parete, provano a liberarsi di quello che non riescono più a trattenere. Così, da un lato abbiamo uomini grandi e grossi che, sotto l'occhio incuriosito di ragazze più maliziose di altre, hanno un blocco psicologico che cercano di risolvere immaginando dentro di loro lo scrosciare di maestose cascate; dall'altro, signorine ignare che, una volta entrate in questo girone dantesco e resesi conto della situazione, fuggono via inorridite. In mezzo, ci sono io, forte della massima Ubi maior, minor cesso, tetragono a ogni tentativo di pressione psicologica: potrei espletare il tutto anche se iniziassero a riprendermi con una telecamera e mi chiedessero di fischiettare la quinta di Beethoven. Con qualche fluido in meno, abbandono Sodoma e Gomorra e ritorno da dove me me ero venuto. Il tipo immobile è sempre lì e ancora immobile. Devono averlo scambiato per un attaccapanni, a giudicare dal numero di giacche che gli pendono dal naso. E, mentre cerco un defibrillatore, avviene il numero circense della serata: un uomo, un uomo senza paura, sfida la sorte ed emerge da un  compatto mucchio di persone reggendo quattro cuba libre. Quell'uomo, signori, ha un nome, un nome che dovete segnare e tramandare per generazioni: Lord-enzo. Applausi a scena aperta e contratto firmato in diretta con il Cirque du soleil.

I veri campioni sanno quando è tempo di ritirarsi. Ci avviamo all'uscita, mentre la folla omaggia ancora il fenomeno brizzolato. Cinque e mezza del mattino: meglio tornare nelle nostre catacombe, prima che le luci dell'alba ci inceneriscano. Saliamo, tramortiti, sul taxi e… e non abbiamo fatto i conti con l'oste. L'oste spagnolo, P, che posseduto da una vorace fame chimica, ci esorta a seguirlo in una scorpacciata luculliana. Vox clamantis in deserto, un deserto neuronale ormai devoto solo al culto di Morfeo. Perciò, decliniamo l'invito. P la prende bene, tira il freno a mano bestemmiando in svizzero tedesco e si fa lasciare davanti a un Burger King. E con questa immagine, di canini che triturano orde di double whopper, vi lascio anche io. Scrivere questa prima parte mi ha spossato. Ho bisogno di energie. Meno male che hanno inventato i kartoffeln. Buona settimana a tutti e al prossimo episodio!

lunedì 5 luglio 2010

La calza che benda perfettamente o la benda che calza perfettamente?

Delle ultime otto settimane, sei le ho passate viaggiando. Londra, Berlino, Londra, Interlaken, Milano, Berlino. Una volta l’aeroporto esercitava un forte fascino su di me. Rappresentava l’agognata vacanza. I ricordi adolescenziali legati all’Inghilterra. La scoperta delle capitali europee. Il mare della Grecia, l’ouzo, Israele con i suoi umori, odori e sapori. E le ragazze, incontrate, incrociate o seplicemente sognate. Fino a pochi anni fa, ancora, quando vedevo un aereo sorvolare il cielo meneghino, pensavo a quei fortunati che, con le loro cinture di sicurezza ben allacciate, abbandonavano, almeno per un periodo, il fardello della logorante quotidianità. E li invidiavo. Me ne stavo lì, con la testa all’insù, fantasticando. Nell’attesa, quella cara a Leopardi.

Ora, invece, mi viene in mente solo una schiera di uomini d’affari incravattati, seduti al loro posto, bocca aperta, testa penzolante, la 24 ore sotto il sedile e il trolley da viaggio nero stipato insieme a un centinaio di altri trolley neri, tutti uguali. Benvenuti nel mondo degli adulti.

Così, tanto per cambiare, martedì scorso mi ritrovo a Malpensa – ero a Milano per un fantastico fine settimana a base di estrazione di dente del giudizio –, in attesa di imbarcarmi sul volo diretto a Berlino. Volo delle nove e dieci di sera, giusto il tempo di atterrare, prendere un taxi, fare il check in in albergo e infilarsi a letto. Una meraviglia. Comunque, cena che prevede insalatona e bicchiere di vino rosso, il tutto condito con un salatissimo conto di oltre trenta euro che mi fa capire che, forse, il dente del giudizio mi sarebbe tornato utile ancora per qualche giorno. Poi, attesa. Mi rimbambisco di notizie di gossip urlate da un paio di televisori che nessuno, intorno a me, ascolta. Sembra che quell’attrice reciterà in quel film. Quell’altra, invece, pare di no. Il bellimbusto ha l’unghia incarnita: me ne dispiaccio e mi domando come sia potuto capitare. Una tedesca sulla ventina, vestita con poco o niente addosso, urla come la peggio delle pescivendole pensando di essere divertente. Infatti lo è, almeno nella mia fantasia, quando un’incudine di cinquanta chili le cade in testa, trasformandola istantaneamente nella miniatura di se stessa in scala uno quaranta. Visto che la fantasia non riesce facilmente a tramutarsi in realtà, le compro due branzini e un’orata. Cinque minuti prima delle nove ci imbarcano. Posto rigorosamente sul corridoio, così posso allungare una gamba e, nel caso, procedere a operazioni di svuotamento vescica senza dover saltare sopra corpi inerti colpiti da narcolessia fulminante. La mia vicina, da cui mi separa un sedile, è di una bruttezza rara. Non penso di aver mai visto una donna così brutta nella mia vita. Anzi, non credo proprio che esista una donna così brutta , e in effetti forse sono ancora gli effetti dell’anestetico. Mi saluta, poi guarda fuori dal finestrino. Forse vuole suicidarsi fissando la sua immagine riflessa. Dopo la solita pantomima sulla sicurezza, l’aereo ingrana la quinta e decolla. Lo ammetto, non mi abituerò mai: ogni volta che il mio culo si alza dal suolo, provo sempre quella entusiasmante sensazione di morte imminente. Intanto, noto dei movimenti alla mia sinistra. La vicina si leva le scarpe. La comodità prima di tutto. La vicina si toglie pure le calze. Facciamo prendere aria alle estremità inferiori, ossigeniamo gli alluci. La vicina prende le calze, le annoda tra di loro e si lega la benda improvvisata sugli occhi. Neanche MacGyver sarebbe mai arrivato a tanto. A metà viaggio me la ritrovo che russa sdraiata su due sedili, bocca spalancata in una imitazione mal riuscita dell’Urlo di Munch, la testa appoggiata alla mia gamba sinistra e quelle cazzo di calze pregne di microbi e odori annodate sempre intorno agli occhi. Oh, Dio, ti prego, fammi perdere i sensi. Ora! A questa scena a dir poco orripilante pone fine, prima dell’atterraggio, una delle hostess, che sveglia il cadavere roncopatico utilizzando, se non ricordo male, un defibrillatore.

Un’ora più tardi, spengo la luce della camera d’albergo e ripenso alla vicina, all’aereo, all’aereo e alla vicina e mi torna in mente il volo di ritorno da Mykonos del 2001, quando la ragazza seduta accanto a me, fresca di recente Nobel, mi chiese: “Ma gli aerei per decollare utilizzano una pista in salita?”. Eh, certo… Buona settimana a tutti!


lunedì 7 giugno 2010

Psicopatologia della vita d'ufficio quotidiana

Giro come una trottola. Londra. Berlino. Milano. Ancora Londra. La sveglia non è un incubo perché non faccio nemmeno in tempo a sognare. Suona sempre troppo, dannatamente presto. Trolley pronto. Zaino pronto. Si parte. Casa, autuobus, treno, aeroporto, taxi, ufficio, albergo, taxi, aeroporto, treno, autobus, casa. Manager azzimati con 24 ore e financial times, banchieri incravattati, donne algide in tailleur ingessati e tacco dodici. Indescrivibile noia mortale. In tutto questo girovagare, gli assoni giocano brutti scherzi. Dopo quattro ore di sonno, abbandono la piovosa Zurigo e vengo accolto da un’insolita calda e soleggiata capitale inglese. Azzarderei ‘estiva’. Sono commosso. Il taxista mi fa da Cicerone e gli dimostro il mio apprezzamento con degli sbadigli che impressionerebbero il più audace dei domatori di leoni. Dopo essermi sorbito un’ora e dieci di traffico e chiacchiere letargiche, arrivo finalmente – si fa per dire – in ufficio. Tempo di accendere il computer, aprire la posta, bere un bicchiere di acqua e sono già in riunione. Entro nella stanza, stretta di mani. Lui, il responsabile del progetto per cui sono stato costretto a prendere l’ennesimo volo, è un bell’uomo dall’inglese fluente e il marcato accento tedesco. Omosessuale. Irrilevante, ma non per la mia storia. Andiamo a pranzo. Comodamente seduti su un paio di gradini, mastichiamo un panino ripieno di pollo e pomodoro e ingurgitiamo coca. Coccolati dal tepore del meriggio, osserviamo il lento e antico fluire del Tamigi. Il tedesco mi parla della sua vita. Professionale. È di Amburgo. Quando si dice il caso: proprio in mattinata avevo conosciuto un altro ragazzo di Amburgo. La tentazione è troppo forte e infatti, non resisto.

“From Hamburg? Really? You know, there is also another gay that…”

Cosa ho detto? Cosa cazzo ho detto?!!

Il tempo collassa. Lo spazio pure. Non capisco cosa stia succedendo. Mi sto rimpicciolendo? Brunetta mi guarda dall’alto e fa ciao ciao con la manina, io continuo a rimpicciolirmi. Litigo con un battere, mi scontro con un microbo e vengo abbattuto da un paio di nerboruti globuli bianchi.

Non posso averlo detto. E invece sì. Caro Freud, sarà pure un lapsus, ma il fatto di saperlo non mi aiuta a evitare l’immensa figura di merda. Stratosferica. Galattica. Aiutatemi con le iperbole, grazie.

Colpo di tosse nervoso. ‘Ehm, a guy that comes from Hamburg’

Lui non lascia trapelare nulla. Il suo volto è una tabula rasa di emozioni. Io, intanto, sto cercando una voragine in cui sprofondare. Non la trovo, ma intanto mi tocca assistere allo spettacolo orripilante di una ragazza inglese cresciuta a fish and chips e bevande caloriche che affonda le fauci in quattro chili di hamburger mentre il suo giro vita straripa dalla diga di contenimento della tenda che usa come maglietta. Direi che, come punizione per il mio linguistico atto mancato, può bastare.

sabato 24 gennaio 2009

Il gelo sopra Berlino


Questo mi aspettavo lunedì sera, mentre il mio aereo atterrava su suolo tedesco. Invece, sorpresa, fa più freddo a Milano.

Dietro di me è seduta una delle ragazze più belle che abbia mai visto. Davvero. Di fianco a me, invece, un italiano, che decide di conversare per tutta la durata del viaggio. E io che pensavo di riuscire a dormire almeno per un'ora...

La ragazza, quella bella, sta aspettando il taxi. La raggiungo. Neanche trenta secondi e il taxi arriva. Lei sale e io sto lì, impalato, a guardare mentre se ne va. La vita, a volte, è così.

La mia stanza di albergo è una mini suite. All'inizio credo che abbiano fatto un errore. Poi, me ne faccio una ragione.

Martedì. Giornata di meeting. Presentazione del nuovo team di lavoro, stile americano. Si cena alle sette, ristorante italiano. Siamo in ventidue, ordino tre bottiglie di chianti. Qualcuno non beve. A fine cena le bottiglie sono diventate tredici, le sambuche e gli amari non si riescono a contare. A eBay le cose si fanno in grande. Torniamo all'albergo. Cuba libre. Usciamo, alla ricerca del Solar, locale situato al tredicesimo piano di un palazzo. La vista è spettacolare, ma il posto, a parte poche coppiette, è vuoto. Peccato. Cuba libre. Alle due e mezza siamo di ritorno. Svengo sul letto.

Mercoledì. Risveglio complicato: rimango ubriaco per buona parte della giornata, che si articola in altri meeting, team building e tante belle parole. Alle cinque sono di nuovo in albergo. Pisolino. Alle sette - di nuovo - altra cena. Moderatamente alcolica: scolo una birra e metà bottiglia di vino. Alcuni di noi, dopo, vanno in questo locale di Berlino Est, dalle parti di Rosa Luxemburg Platz, un locale russo, piuttosto famoso. Cuba libre. Una mia collega ci parla iniziando in francese, continuando in spagnolo, abbozzando un italiano e concludendo con l'inglese. Mah... Torniamo all'albergo. Cuba libre.

Giovedì. Meeting, team building e lavoro. Volo alle 18 e venti. A casa per le dieci. Distrutto. E tra un mese si riparte.

p.s. Diario parziale e telegrafico, tant'è che non ho citato la cosa più importante: Berlino, sede di eBay compresa, è piena di belle, bellissime ragazze...

martedì 4 novembre 2008

Un racconto mai inviato

L'avevo scritto per il concorso di "Italians", forum del Corriere della Sera moderato da Beppe Servergnini. L'ho tenuto lì, e ho aspettato. Il termine ultimo per inviare il racconto era il 31 ottobre. Il 30 mi decido... niente, errore tecnico, non riesco a inviarlo. Aspetterò. Il giorno dopo, idem. Così, il racconto è rimasto sul mio desktop. Pazienza, lo pubblico qui e chissenefrega.

L'accendino


“Fortuna che ha smesso di piovere”, penso, mentre lentamente mi trascino su per le scale della stazione di Mehringdamn. Fa un freddo cane qui a Berlino: sei la minima, quattordici la massima. I meteorologi l’avevano previsto: ondata di gelo proveniente dalla Siberia. La città è un enorme tinello buio e umido. “Wie spät ist es?”, domando a un ragazzo con una faccia più addormentata della mia. “Che ore sono?” “Le undici e mezza”. Di già? Tiro su il cappuccio della felpa, alzo il bavero della giacca e mi incammino. Non sono più una persona, ma due occhi che spuntano in mezzo a strati di vestiti inzuppati. Poche persone lungo la strada: qualche ciclista, dei giapponesi che scrutano l’entrata di un night e tre tizi che discutono davanti a giganteschi boccali di birra. Volto l’angolo e mi accendo una sigaretta. Non c’è nessuno, una strada fantasma. Sento dei passi dietro di me. I passi si avvicinano. Aumento l’andatura. I passi si fanno più rapidi. Sento il cuore che rimbomba, pum, pum, pum. Non me ne accorgo, ma sto correndo. “Hey!”, grida una voce profonda, cavernicola. Io non mi fermo. Resisti, sei quasi arrivato. Metto le mani in tasca: dove sono le chiavi? Ah, eccole… Avanti, avanti, ancora avanti. E poi? E poi sono per terra, inciampato nella stringa slacciata della mia scarpa. Attendo. Una goccia di pioggia si stacca da una foglia, atterrandomi sopra il naso. L’ombra della mia fine si allunga minacciosamente sopra di me. Eccolo. È enorme e mi fissa con occhi vitrei. Ha il fiatone: dalla sua bocca esce vapore che si dilegua come nuvole sospinte dal vento. Mi tende il braccio. Nella mano nasconde qualcosa. “È tuo questo?” La mano si apre, mostrando un accendino rosso. Proprio come il mio. Controllo nella tasca della giacca: niente, deve essermi caduto prima. “Ja, danke schön”. Il tizio mi aiuta a rialzarmi. Il mio culo è completamente bagnato. Il tizio sorride, saluta e se ne va. Lo guardo mentre si allontana. Sono proprio uno stupido. Davvero.

lunedì 15 settembre 2008

Oh cielo, vado a Berlino!


Lunedì prossimo vado a Berlino per lavoro e, se tutto va bene, ci rimango una settimana. E'stato tutto anticipato di una decina di giorni: questo è il risultato ottenuto per avere mandato mail piagnucolose in cui esternavo la mia totale incompetenza e il bisogno urgente di training. Per me è la prima volta nella capitale tedesca e non voglio certo farmi sfuggire un'occasione così ghiotta. Così, oggi ho iniziato a chiedere informazioni sui posti che potrei visitare. Non ho ancora una visione chiara e definita, ma durante pausa pranzo sono già stato informato su tutti i locali gay di Berlino. Gay?! Ma...