martedì 26 febbraio 2013
Meno Mona per tutti
Quando ritiro i biglietti alla cassa, mi commuovo. Vorrei quasi baciare la cassiera, ma so che J prenderebbe questo semplice gesto di gratitudine come un atto di ostilità, perciò lascio perdere. Piccola riflessione: ora capisco il proverbio 'Prendi l'arte e mettila da parte'. All'inizio di ogni fila dovrebbero scrivere 'Nuoce gravemente alla salute'. Il Louvre è come la vita: un lungo, ma neanche tanto, percorso disseminato di decisioni da prendere. Da che sala iniziamo? Dopo esserci arrovellati il cervello fino a raggiungere lo stato di fusione del nucleo, il dado è tratto: il ristorante. Non sarà forse pieno di capolavori, ma senza colazione sono sicuro che, in un paio di ore, il museo potrebbe aggiungere alla sua collezione il primo esempio vivente di natura morta. Con lo stomaco gonfio di croissant l'animo è più propenso a cogliere il bello. E allora la scelta non può che essere una e una sola: il rinascimento italiano. Da non confondere con Do Nascimento, meglio conosciuto come Pele e che ha più a che fare con l'estetica del gioco del calcio che con la pittura toscana, veneta o lombarda. Certo, a giudicare dalla massa di gente che ci precede, sembra più di essere all'ingresso di San Siro che in un tempio mondiale della cultura. L'impresa è più ardua del previsto. Moviola in campo, procediamo a piccoli passi alla volta, al rallentatore, sballottati da un quadro all'altro, immersi in un crogiolo stereofonico di lingue prodotto da preparatissime guide che, di fronte a un ammasso di persone che scambiano i simboli uomo - donna sulle porte delle toilette per antichi geroglifici egizi, spiegano i rapporti che legano la nascita della prospettiva e del tonalismo con il soffrire di emorroidi.
Io, però, non demordo. Voglio arrivare fino al traguardo, cadere sulle ginocchia alzando le braccia al cielo e intonare inni di gloria mentre il soffitto va a pezzi, la stanza viene pervasa da una luce abbagliante e odo una voce che mi dice 'Ricordati a mezzanotte di chiamare tuo nonno per fargli gli auguri di compleanno!’. Mia madre è previdente, anche in caso di visioni mistiche. Fortuna che ho il prezioso supporto di J, che capisce il momento di difficoltà e mi benedice con parole teutoniche di significato a me ignoto. Scherzando con il sacro, finisce che i miracoli avvengono per davvero: arrivati a metà sala, non c'è più nessuno. Il deserto. Una Milano d'agosto tappezzata di cartelloni pubblicitari piuttosto interessanti. Lo stupore è dipinto sul mio viso con la tecnica tanto cara a Caravaggio della luce radente. Ah, no, quella cosa scura è solo la mia barba. Comunque, un vero mistero. Forse è un'usanza parigina. Oppure sono tutti scappati in bagno per sciorinare troppa cultura assorbita così velocemente. Il dubbio mi possiede per tutto il tempo in cui percorro la chilometrica stanza, passo per il via, ritiro le ventimila lire che se me le cambiavano in euro preferivo e ritorno nel mezzo del cammin di nostra vita da esploratore seriale di musei. E poi, apro gli occhi. E capisco.
Purtroppo.
C'è una sala. Adiacente. Una sala stracolma di gente. Una sala stracolma di gente che scatta foto e gira video in un tripudio di smartphone, tablet e flash. Cavolo, ci deve essere qualcuno o qualcosa di importante. Il presidente Hollande? Bar Refaeli? Una degustazione di escargots d'annata? Mi infilo nella mischia come un pilone del rugby, cercando di farmi largo in quella massa compatta e impenetrabile. Finalmente, raggiungo la distanza ottimale per dipanare l'intrigo. E la vedo. Se ne sta lì, immobile, con quella sua cazzo di espressione ironica rivolta, credo, alla marea di babbei che la circondano. La Monna Lisa. O Mona Lisa, all'inglese, roba da goliardia veneta. Lo confesso, da un momento all'altro mi aspetto qualcuno gridare 'Lisa, Lisa, qui, una foto, Lisa!'. La cosa bizzarra è che di fronte al capolavoro di Leonardo se ne può ammirare un altro, di capolavoro, questa volta del Veronese, 'Le nozze di Cana': un dipinto che solo per le dimensioni vi lascia con quella tipica espressione ebete, quella con la bocca spalancata - e poi dicono che le dimensioni non contano. Peccato che a quel dipinto quasi nessuno presti attenzione, tutta rivolta a lei, la Gioconda, vera icona del mondo dell'arte. E allora, di fronte a questi ultras di Leonardo, non ho potuto fare altro che alzare bandiera bianca, osservare di sfuggita un quadro che posso contemplare meglio seduto sul divano di casa mia sfogliando una buona edizione di qualche libro sulla pittura nel Rinascimento, prendere J per mano e andarmene via, il più lontano possibile, e il più velocemente, perché la vescica di un trentaseienne è traditrice. Spero solo che un giudice illuminato diffidi tutti quei tifosi esagitati della dama fiorentina ad entrare almeno per un anno in un qualsiasi museo, obbligo di firma in questura incluso. Buona settimana a tutti!
p.s: gli auguri, a mio nonno, mi sono ricordati di farli. 93 anni, l'ultimo dei quali passato tra un'operazione di bypass, una di cancro alla prostata e la chemioterapia. Guarito completamente, perché, come mi ha detto, 'A me piace la vita e non ho nessuna intenzione di andare all'altro mondo,'. Anche lui è un capolavoro. Di ottimismo
mercoledì 19 ottobre 2011
Bach, Beethoven e l'iPodista alcolizzato

A volte bisognerebbe prendere delle decisioni. Per esempio, l'altra sera, quando le parole hanno incominciato a sciogliersi sulla lingua dando alle papille gustative quel tipico sapore dell'ubriacatura, avrei dovuto accomiatarmi e andarmene spedito a casa. Purtroppo, anche i pensieri erano sbiascicati. Così, mi sono tenuto impegnato fino alle prime ore del mattino alternandomi tra la pista da ballo e il bancone del bar. Alla fine l'unica cosa che riuscivo a muovere ancora con una certa classe era la mano, che scandiva il tempo di un'invisibile orchestra, battere e levare. E a un certo punto sì che mi sono levato dalla circolazione. Ho ritirato la giacca e, a gambe lunghe ma non particolarmente distese, mi sono avviato verso casa che la dritta via era smarrita. Un percorso in obliquo. E' stato allora che mi sono accorto che il mio iPod non era dove avrebbe dovuto essere. Al suo posto, nella tasca interna del giubbotto, dei fazzoletti di carta. Ho provato a infilarmeli nelle orecchie, ma non ha funzionato. "Cazzo, mi hanno rubato l'iPod", il mio primo pensiero, neanche particolarmente acuto, postato subito su Facebook con un giro di parole che Shakespeare mi avrebbe sicuramente invidiato, se solo avesse ingerito la mia stessa quantità di vodka. Più che altro, in quel momento, mi sentivo il personaggio di una tragedia: il 'Mac-beth'. La vita non è altro che un'ombra che cammina senza il mio amato iPod! Il desolante sconforto è durato solo il tempo di un breve e agitato sonno gravato da penosi dolori lombari che mi hanno ricordato il motivo per cui ho scritto una tesi di laurea contro lo scetticismo radicale. Quella è gente che non ha mai sofferto di mal di schiena, fidatevi. Una telefonata mi ha risollevato il morale. Niente furto, il prezioso contenitore musicale è stato ritrovato in stato confusionale nell' appartamento in cui, la sera prima, si era svolta la festa. Pare stesse riproducendo canzoni di Al Bano, contribuendo così alla perforazione dei timpani del vicinato. Lieto fine da commedia americana, catarsi aristotelica, scrivo il post. Tutta la vicenda, in realtà, mi ha fatto proprio venire in mente il cinema. L'effetto colonna sonora dell'iPod sul nostro quotidiano. Steve Jobs, imprenditore sicuramente geniale e visionario, non ha fatto altro che portare avanti e perfezionare, grazie anche alle tecnologie sempre più sofisticate, l'idea - quella sì geniale - commercializzata nel 1979 dalla Sony. Il walkman. Per la prima volta le persone avevano la possibilità di portarsi in giro la musica che amavano. E rompere le palle alla gente tenendo il volume posizionato sempre su dieci. Passeggiare in campagna sentendo la sesta di Beethoven. Commuoversi davanti a un tramonto mentre Paul McCartney ti canta 'Yesterday' proprio dentro la membrana timpanica. Che scene orribilmente melense. Effetto colonna sonora. Per questo ho sempre invidiato i personaggi dei film. Eccoli lì, che si stanno per baciare, e intanto il dolby surround spara una fucilata di archi che farebbe nascere della passione amorosa anche per uno scarafaggio. Be', magari uno scarafaggio con due belle tette. L'attrice apre la porta. La porta cigola. Musica seriale contemporanea: o dietro c'è l'assassino, o il vicino che ti dice che Pierre Boulez gli ha rotto i coglioni. La vita reale è diversa. Ascolto il concerto di Bach per due violini, archi e basso continuo in re minore e mi vedo arrivare un tizio con tre piani di capelli che sputa con veemenza per terra, corrodendo il marciapiede. Frank Sinatra ce la mette tutta con il suo tipico stile da crooner, ma invece di ballerini che spuntano dal cielo planando con degli ombrelli e che iniziano a ballare, là, su quella panchina, c'è un tizio con un impermeabile. Con questo sole?! Non funziona. Sarebbe bello, però, avere una colonna sonora per i vari momenti della giornata. Ti svegli e parte 'Il mattino' del Peer Gynt. O la marcia funebre di Chopin, visto che oggi è lunedì. Entri in ufficio con la cavalcata delle Valchirie. Effetto scena assicurato. Arriva il capo, attacco della quinta di Beethoven: ta ta ta ta!. Vai a correre, secondo movimento della nona di Beethoven. Energia, energia. Vuoi conoscere una ragazza? Con Nimrod di Elgar, dall'Enigma Variations, i preliminari li salti direttamente. Apro parentesi: perché in discoteca non mettono più i lenti? Lancio una campagna a favore del ripristino del lento in discoteca. La vita era più facile. Lento è meglio. Mi sembra uno slogan perfetto soprattutto per la lega a supporto delle lumache. Invece, ora, durante l'approccio amoroso, bisogna avvicinarsi il più possibile alla persona scelta come povera vittima - cosa già non facile, soprattutto se lei è fidanzata - e incominciare a urlarle nell'orecchio con tutta la forza che si ha, sperando che riesca a sentire qualcosa in mezzo alla cacofonia che esce dalle casse e che qualcuno ha definito 'musica elettronica'. Di solito i primi dieci minuti sono uno scambio reciproco di 'Eh?':
lunedì 9 febbraio 2009
Ieri sera, a Che tempo che fa, Fabio Fazio ha intervistato Guido Ceronetti. Un grande. Un grandissimo. Un poeta. Uno scrittore. Un traduttore. Un marionettista. Un filosofo. Un saggista. Un drammaturgo. Un giornalista. Un umanista. Insomma, un Artista con la A maiuscola. Si parlava della morte, la morte nascosta. Per Ceronetti, gli uomini sono così stupidi che oggi credono di diventare immortali nascondendola. Invece, una volta, la morte la si incontrava per strada, nei palazzi. Salivi le scale e vedevi una bara. Magari era il tuo vicino di casa. L'hai visto ieri salire in ascensore, e adesso è sceso così. Be', cosa dire? L'intelligenza non è di tutti...