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mercoledì 4 settembre 2013

Scatto felino

Quando mettete piede a Yosemite Park, la prima cosa che notate, a parte le sconfinate dimensioni del parco californiano, sono alcuni cartelli di avvertimento. Tipo 'Cari visitatori, questo è il territorio naturale dell'orso bruno, del puma e di altri animali di cui non siete in grado nemmeno di pronunciare il nome. Nel caso abbiate la sfortuna di trovarvi in un faccia a faccia ravvicinato con qualcuno dei suddetti, cercate di sembrare più grossi, ma molto più grossi, bullatevi, agitate le braccia, urlate, fate una giravolta, fatela un’altra volta, lanciate dei sassi. Se la strategia di dissuasione si rivelasse fallimentare, contrattaccate'. Quando l'ho letto, ho pensato, sì, certo. Come le istruzioni di pronto soccorso, quando vi insegnano a fare una tracheotomia con una Bic. Pensi, grazie per i suggerimenti, ma capiterà a una persona su diecimila ogni cambio di secolo. Perciò, armato solo della mia folta barba e in compagnia dell'adepta al culto di essa, ovvero J, la mia bionda e, bella zia, rakazza teteska, mi sono avventurato in un'escursione di quattro ore, uno scosceso sentiero in salita, niente acqua, il sole già a temperatura forno a legna. E poi dicono che uso troppe iperbole nei miei post. Il costo del biglietto per assistere al grande spettacolo della natura? Una doccia di sudore e il baratto delle nostre gambe in cambio di un paio di macigni. Ma ne valeva la pena. La maestosità della cascata, con la potenza dei suoi ettolitri di acqua in caduta libera, ha il potere di riconciliarmi con nostra madre terra, trasformandomi immediatamente in un essere metà umano e metà macchina fotografica digitale. Mettiti lì, clic. Sorridi, clic. Il panorama, clic. L'arcobaleno, clic. L'inevitabili nuvole - per cui nutro una profonda ossessione -, clic. Il solito centinaio di foto che difficilmente troverebbero posto sulla scialuppa di salvataggio delle immagini con un minimo di valore artistico. D'altronde, a essere obiettivi,  l'obiettivo dietro l'obiettivo nasconde più un Io c'ero che un Io immortalo. Questa non l’ho capita neanche io.

Apro parentesi. Millenni tecnologici fa di digitale c'era poco o niente. C'erano le vacanze. E la mia macchina fotografica. Le due cose erano indissolubili. D'estate, quella vera, che durava almeno tre mesi, quella calda, afosa e infestata di zanzare, dovunque andassi, avevo sempre lei al mio fianco. La mia amata fotocamera. Con l'inseparabile rullino Kodak da 36 foto. 36. I clic, allora, erano frutto di fatica. Erano pensati. E pesati, in soldi, visto che poi le foto bisognava svilupparle e mi toccava pagare pure quelle schifezze sfuocate in cui si intravedeva solo mezza testa adornata da un paio di dita a mo’ di corna. La qualità era migliore? La verità è che, riguardando gli album impilati nei cassetti della casa dei miei a Milano, il risultato di tutti quei clic era qualcosa di mediocre.  Credo che la tecnologia ci abbia aiutato a diventare tutti un po' più bravi. Solo nella qualità dei miei ricordi non vedo differenze. Bella o brutta che sia la foto. Dovrebbero inventare il nostanalgesico che cura i mali della nostalgia. Clic, chiusa parentesi.

Esauritosi l'impeto artistico e la contemplazione del sublime, non rimane che tornare sui propri passi. Questa vota, passi in discesa. Un film all'incontrario senza finale a sorpresa. Almeno, era quello che credevo fino a quando…

J: 'David?', fermandosi improvvisamente
Io: 'Sì?'
J: 'David', indicandomi qualcosa venti metri più avanti, sulla curva del sentiero, 'non penso sia un gatto'

Non che ci fosse pericolo di confusione, perché sì, a un gatto un po' ci assomigliava, ma dieci volte più grosso.

J: 'David, fagli una foto!'

Ora, quando vi trovate per la prima volta nella vita davanti a un puma e non sapete, almeno non ancora, se sarà anche l'ultima, l'immortalare è un qualcosa sfuocato che passa in secondo piano.  Una foto, brutta, l'ho scattata, ma quello che stava davvero scattando in quel momento era l'istinto di sopravvivenza. Così, ho armato J di un voluminoso sasso e mi sono messo alla ricerca di un pezzo di legno adatto all'occasione. Ero pronto alla battaglia. Vedevo già il titolo: turista prende a bastonate sulle gengive feroce puma locale. Intervistato, il turista dichiara 'Paura? Mai avuta. Ho affrontato l'Ikea di Corsico la domenica pomeriggio'.

Intanto, un gruppo di cinque persone stava sopraggiungendo. Li fermo, indico loro il problemino con vibrisse e spiego loro la mia strategia bellica: attendiamo pazientemente. Immobili.

In tutto quel tempo, uno scampolo di eternità condensato in soli quattro o cinque minuti, il puma non ci ha mai degnati di uno sguardo. Se ne stava lì, a fissare qualcosa, forse a riflettere sui massimi sistemi, incurante di noi. Poi, probabilmente annoiato, è scomparso tra le rocce, concedendo ai nostri parametri vitali di tornare a livelli di normalità. Naturalmente la storia, col passare degli anni, amplificherà i toni drammaturgici. Quando sarò vecchio e senza denti - non che manchi molto - il puma diventerà miracolosamente un alligatore di dieci metri che racconterò aver domato con la sola forza delle mie sopracciglia.

E da un incontro potenzialmente mortale a uno scontro decisamente letale il passo non è poi così distante. Qualche centinaio di chilometri. La strada che da Monterey porta a Santa Barbara. Lasciatomi alle spalle quel tratto di costiera amalfitana a stelle e strisce, sfreccio con la mia ruggente Ford Focus, la lancetta del contachilometri fissa sulle 75 miglia all'ora. La vita, però, se ne fotte delle miglia, delle corsie autostradali, del codice della strada, della musica del mio iPod diffusa dalle casse della macchina, della California, delle mie vacanze, di quello che c'era prima e di ciò che verrà poi, del conto, salato, del mio dentista – tutti quegli euro  solo per la pulizia? E del cervo che, dominato da impulsi autodistruttivi, si materializza improvvisamente in autostrada. La fatalità, a volte, è questione di pochi metri. 'Io non freno' è l'unica cosa che riesco a pronunciare alla mia ragazza, pietrificata dall'angoscia della morte, prima che l'aspirante suicida venga centrato in pieno dalla macchina che mi precede sulla destra. Il cervo, catapultato, si libra in aria, leggero, sopra di noi. Un volo senza speranze. Dallo specchietto retrovisore vedo la macchina ferma. Spero che il conducente non si sia fatto niente.

Spesso ci immaginiamo come potremmo comportarci in certe occasioni. Cosa farei se… Una cosa così, però non me l'ero mai immaginata e se l'avessi fatto, avrei pensato a una reazione completamente diversa. Panico, bestemmia, frenata, sterzata, incidente, il tunnel di luce, Dio, le conigliette di Playboy. Invece, nessun tipo di reazione. Calma. Sangue freddo. Non una persona, ma un robot. Impressionante. Da me non me lo sarei mai aspettato. L'oracolo di Delfi aveva detto di conoscere se stessi, ma non quanto questo processo conoscitivo sarebbe durato.

Non avrei altro da raccontare. O forse sì. Come quando a Los Angeles, mostrando infondata sicurezza da manuale del piccolo esploratore, ho deciso testardamente di raggiungere a piedi Downtown dal nostro albergo in Little Japan, avendo così la possibilità di apprezzare la fauna che popola il variopinto quartiere di Skid Row. Sopravvissuto anche qui.

Resta un rimpianto: non essere riuscito, almeno una volta, a immergermi nell'Oceano con una tavola da surf, sull'onda, più che altro, dell'entusiasmo. Ma, sapete com'è, dopo il puma e il cervo… La mia ragazza deve avere intuito qualcosa anche se, ammettiamolo, gli squali, quelli pericolosi, non si trovano sott’acqua. Buona settimana a tutti!

mercoledì 19 ottobre 2011

Bach, Beethoven e l'iPodista alcolizzato

A volte bisognerebbe prendere delle decisioni. Per esempio, l'altra sera, quando le parole hanno incominciato a sciogliersi sulla lingua dando alle papille gustative quel tipico sapore dell'ubriacatura, avrei dovuto accomiatarmi e andarmene spedito a casa. Purtroppo, anche i pensieri erano sbiascicati. Così, mi sono tenuto impegnato fino alle prime ore del mattino alternandomi tra la pista da ballo e il bancone del bar. Alla fine l'unica cosa che riuscivo a muovere ancora con una certa classe era la mano, che scandiva il tempo di un'invisibile orchestra, battere e levare. E a un certo punto sì che mi sono levato dalla circolazione. Ho ritirato la giacca e, a gambe lunghe ma non particolarmente distese, mi sono avviato verso casa che la dritta via era smarrita. Un percorso in obliquo. E' stato allora che mi sono accorto che il mio iPod non era dove avrebbe dovuto essere. Al suo posto, nella tasca interna del giubbotto, dei fazzoletti di carta. Ho provato a infilarmeli nelle orecchie, ma non ha funzionato. "Cazzo, mi hanno rubato l'iPod", il mio primo pensiero, neanche particolarmente acuto, postato subito su Facebook con un giro di parole che Shakespeare mi avrebbe sicuramente invidiato, se solo avesse ingerito la mia stessa quantità di vodka. Più che altro, in quel momento, mi sentivo il personaggio di una tragedia: il 'Mac-beth'. La vita non è altro che un'ombra che cammina senza il mio amato iPod! Il desolante sconforto è durato solo il tempo di un breve e agitato sonno gravato da penosi dolori lombari che mi hanno ricordato il motivo per cui ho scritto una tesi di laurea contro lo scetticismo radicale. Quella è gente che non ha mai sofferto di mal di schiena, fidatevi. Una telefonata mi ha risollevato il morale. Niente furto, il prezioso contenitore musicale è stato ritrovato in stato confusionale nell' appartamento in cui, la sera prima, si era svolta la festa. Pare stesse riproducendo canzoni di Al Bano, contribuendo così alla perforazione dei timpani del vicinato. Lieto fine da commedia americana, catarsi aristotelica, scrivo il post. Tutta la vicenda, in realtà, mi ha fatto proprio venire in mente il cinema. L'effetto colonna sonora dell'iPod sul nostro quotidiano. Steve Jobs, imprenditore sicuramente geniale e visionario, non ha fatto altro che portare avanti e perfezionare, grazie anche alle tecnologie sempre più sofisticate, l'idea - quella sì geniale - commercializzata nel 1979 dalla Sony. Il walkman. Per la prima volta le persone avevano la possibilità di portarsi in giro la musica che amavano. E rompere le palle alla gente tenendo il volume posizionato sempre su dieci. Passeggiare in campagna sentendo la sesta di Beethoven. Commuoversi davanti a un tramonto mentre Paul McCartney ti canta 'Yesterday' proprio dentro la membrana timpanica. Che scene orribilmente melense. Effetto colonna sonora. Per questo ho sempre invidiato i personaggi dei film. Eccoli lì, che si stanno per baciare, e intanto il dolby surround spara una fucilata di archi che farebbe nascere della passione amorosa anche per uno scarafaggio. Be', magari uno scarafaggio con due belle tette. L'attrice apre la porta. La porta cigola. Musica seriale contemporanea: o dietro c'è l'assassino, o il vicino che ti dice che Pierre Boulez gli ha rotto i coglioni. La vita reale è diversa. Ascolto il concerto di Bach per due violini, archi e basso continuo in re minore e mi vedo arrivare un tizio con tre piani di capelli che sputa con veemenza per terra, corrodendo il marciapiede. Frank Sinatra ce la mette tutta con il suo tipico stile da crooner, ma invece di ballerini che spuntano dal cielo planando con degli ombrelli e che iniziano a ballare, là, su quella panchina, c'è un tizio con un impermeabile. Con questo sole?! Non funziona. Sarebbe bello, però, avere una colonna sonora per i vari momenti della giornata. Ti svegli e parte 'Il mattino' del Peer Gynt. O la marcia funebre di Chopin, visto che oggi è lunedì. Entri in ufficio con la cavalcata delle Valchirie. Effetto scena assicurato. Arriva il capo, attacco della quinta di Beethoven: ta ta ta ta!. Vai a correre, secondo movimento della nona di Beethoven. Energia, energia. Vuoi conoscere una ragazza? Con Nimrod di Elgar, dall'Enigma Variations, i preliminari li salti direttamente. Apro parentesi: perché in discoteca non mettono più i lenti? Lancio una campagna a favore del ripristino del lento in discoteca. La vita era più facile. Lento è meglio. Mi sembra uno slogan perfetto soprattutto per la lega a supporto delle lumache. Invece, ora, durante l'approccio amoroso, bisogna avvicinarsi il più possibile alla persona scelta come povera vittima - cosa già non facile, soprattutto se lei è fidanzata - e incominciare a urlarle nell'orecchio con tutta la forza che si ha, sperando che riesca a sentire qualcosa in mezzo alla cacofonia che esce dalle casse e che qualcuno ha definito 'musica elettronica'. Di solito i primi dieci minuti sono uno scambio reciproco di 'Eh?':

"Ciao!"
"Eh?"

Andiamo bene… Qui a Zurigo si dice 'Grüezi' e se non lo scandisci forte e chiaro, sembra che stai solo cercando di espellere le corde vocali dalla gola.

"Di dove sei?"
"Eh?"

"Mi chiamo David"
"Eh?"

Certo, anche lo scarso quoziente intellettivo, a volte, può causare incomprensione. Se poi è quasi inesistente:

"Scusa, non ho capito il tuo nome?"
"Eh?"
"Ah, bello. Molto particolare". Molto

Ma oggi sono ottimista. A volte scatta un secco 'no' preventivo che, come qualcuno ha detto, è il miglior contraccettivo esistente, e ti tocca ritornare al via ma senza nemmeno ritirare le ventimila lire. Niente ballo. Niente di niente. Perciò, rivoglio il lento. Non ho più voce. E udito. Chiusa parentesi.

Torniamo al cinema e alla musica. Avrei sempre voluto essere uno dei personaggi dei film di Woody Allen, dove i dialoghi e le azioni sono accompagnati da un pezzo dopo l'altro di musica jazz. Come sarebbe diversa la vita se, al primo appuntamento con una ragazza, ci fosse un coro greco a cantarci una canzone, come succede a Mira Sorvino e Michael Rapaport in 'La dea dell'amore'. Risparmieremmo un sacco di fatica. Perché invece la vita, quella vera, è faticosa, dura, meravigliosa eppure terribilmente spietata. E i dialoghi sono imprecisi, sfumati, spesso banali. Noiosi - stavo dando la definizione di 'meeting'? Le parole giuste, quelle non ci sono mai. Rimaniamo con quelle sbagliate e ce le portiamo dietro come un fardello. Rimaniamo con un ottativo, un avrei voluto, un avrei dovuto e quando ci voltiamo indietro, quei ricordi, impressi dentro di noi, come Euridice svaniscono nel nulla, lasciando un vuoto, un senso di amarezza e profonda malinconia. Per questo mi piace l'arte. E il cinema. Lì, tutto è perfetto. La nota giusta. La frase impeccabile. La fotografia eccelsa. Quel sedere incredibile. Niente da calibrare, niente da aggiungere o da togliere. La nostra vita, invece, è imperfetta. Noi, nostro malgrado, siamo imperfetti e dobbiamo imparare a convivere con questa imperfezione. Io già lo faccio. Tutti i fine settimana, salute. Buona imperfetta settimana a tutti!


lunedì 30 maggio 2011

Ma... nell'oltretomba si ultratromba?

Ieri sera mi sono guardato l’ultima cartuccia sparata dall’ispettore Callaghan: Hereafter. Un bel film. Al termine, sono andato in cucina a fumarmi una sigaretta. Mentre la nicotina, tutto fumo e niente arrosto, faceva il suo sporco dovere, e la prima zanzara della stagione mi ammorbava l’esistenza con il suo pedante ronzio, istigatore di tremebondi istinti omicidi, le mie sinapsi si sono messe in azione. Sarà stata la stanchezza. Così, ho iniziato a riflettere. Il tema, il solito che mi ossessiona da anni, soprattutto quando sono concentrato a sciogliere la complicata matassa narrativa di un porno: la morte. D’altronde, Eros e Thanatos non li ho mica inventati io. In particolare, suggestionato dalla trama del film: esiste un aldilà? Ci si potrebbe anche domandare se esista un aldiquà, ma avendo cercato di demolire la tesi dello scetticismo radicale nella mia tesi di laurea, posso soprassedere. Altrimenti non capisco perché dovrei godere di soli trenta giorni all’anno di vacanze. Ora, supponiamo che non esista niente dopo la vita biologica: questa è un’ottima ragione per farsi dolcemente cullare almeno una volta al giorno da un paio di properosi seni. Consideriamo invece l’ipotesi opposta. Anche lì mi tocca pagare l’assicurazione medica? Forse sì, se è l’oltretomba svizzera. Utilizzando il pensiero razionale, si capisce subito l’enormità dei problemi a cui andrebbe incontro, se fosse vera, tale teoria. Intanto, il sovraffollamento. Altro che parcheggi in seconda fila. Poi, la lingua. Come faccio a comunicare con i fenici? Dovrebbero mettersi anche loro a studiare l’inglese, ma se aleggi come spirito, difficilmente riuscirai a tenere in mano un libro. Infine, l’eternità è atemporale. Niente passato. Niente presente. Niente futuro. E niente futuro, per me, significa niente Zukunft. Un’eternità di questo tipo non potrei sopportarla. Al massimo, potrei concedermi la reincarnazione in una bottiglia di rum. Ora, passiamo a un’altra delle grandi domande filosofiche: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Me lo sono chiesto sabato, verso mezzanotte, mentre cercavamo, accreditati, di entrare a un evento e un tizio della sicurezza, davanti alla nostra insistenza, ha proferito le seguenti parole:

“Non entra più nessuno. L’Inglese non vuole

E quando l’Inglese non vuole, c’è poco da continuare a insistere. La personificazione del nulla, la nullificazione del qualcosa. Un evento ontologico finito troppo presto. Alcol incluso. Poco dopo, una volta entrati grazie all’aiuto di alcuni nichilisti, il quesito mi si è riproposto, questa volta con una intensità a dir poco strabiliante. Tutta colpa del quarantenne con occhiali da sole che, solitario in mezzo alla pista, si dimenava al suono di un assordante tunz tunz. Peccato che ballasse, in differita, sempre il pezzo precedente e il risultato finale, almeno agli occhi di noi comuni spettatori, era quello di un uomo in preda a convulsioni elettriche.

Ultimo dilemma umano, troppo umano: esiste Dio? Qui, come lo tzimtzum ebraico, mi ritraggo lasciando spazio alla mia enorme carenza di fede. A giudicare da quanti soldi sto spendendo ultimamente dal fisioterapista, sarei più portato a rispondere con un secco ‘no’. Certo, in questo caso il mestiere di papa sarebbe leggermente sopravvalutato. Comunque, niente paura: anche per i più incalliti devoti, nel caso dovesse venire a mancare Dio, è già pronto il sostituto. Sì, anche qui è una questione di Fede. Immortale probabilmente lo è già, e il regno dei cieli lo ha in parte occupato con parabole e satelliti. Ai credenti, e secondo me sono già molti, si chiede solo una cosa. Di cambiare quell’antica formula, ormai desueta e che mal si adatta al futuro successore, e di adottare la nuova. Più moderna. Meno autoritaria. “Nel nome del papi”. Buona settimana a tutti.

p.s: dedico questo post, sperando che non si offendano e che non mi possano leggere dall’aldilà, alle persone che ho amato e che mi hanno lasciato. A volte troppo presto. Mi mancano. Forse siamo noi l’eternità degli altri...

lunedì 6 settembre 2010

Anno che viene, anno che va

Di nuovo sul treno, di ritorno verso Zurigo. Sarà la domenica , ma oggi mi sento particolarmente malinconico. E mi manca Milano. Più del solito. So che ci sono mille ragioni per odiarla, forse di più, ma quella cosa che a fatica pompa il sangue nel mio corpo se ne frega. Tra qualche giorno, quando, munito della mia fidata lancia alcolica di rum e cola, scenderò sul campo di battaglia pronto al singolar tenzone, penserò tutt’altro. Oggi, però, è così. Venerdì scorso ho compiuto 34 anni. Non saranno ancora un’eternità, ma ho amici che conosco da più di vent’anni e questo fa impressione. Almeno un po’. E il torcicollo che ho avuto come regalo di compleanno non è stata una ventata di ottimismo. Allora, cosa è successo in questo anno? In parte lo sapete, se mi avete seguito nei deliri del lunedì: viaggi di lavoro; sbronze epiche; chilometri macinati in piscina; ragazze conosciute e poi mai richiamate, ragazze chiamate e da cui non ho mai ricevuto risposta; nuove amicizie; libri che mi hanno fatto sognare, incazzare, riflettere; musica ascoltata, suonata e pensata; buoni propositi rimasti chiusi nel cassetto; soldi inutilmente sperperati; stupidamente; risate, pianti, gioie, delusioni, felicità fugaci e dolori che ancora mi accompagnano. La lista è piuttosto lunga, ma non voglio tediarvi più del dovuto. Qualcuno non c’è più. Si dice che così è la vita, ma in questo non ci trovo nulla di consolatorio. Si dice che il tempo sia il rimedio, ma io invece lo considero il più feroce serial killer di sempre. Il tempo ci seppellirà tutti e invece di stare tanto a capire il come e il perché facciamolo giudicare da un tribunale internazionale. Niente attenuanti. E io? Sono cambiato? Difficile rispondere. Probabilmente sì, ma non saprei in cosa. Più pessimista, può essere. Ho perso fiducia in molte cose e a volte mi sembra che nulla, di quello che viviamo, rimanga, ma scivoli via, come quando prendete della sabbia nella mano e i granelli incominciano a uscire, uno a uno, poi tutti insieme, fino a quando non rimane più niente. Per il resto, mi sento il solito idiota di sempre. Proprio oggi, poco prima di uscire di casa, mi ha chiamato mia nonna. “E allora, quando te la trovi una fidanzata?”. Già, quando? Ma la fidanzata non è un obbligo. Crescendo, poi, sono diventato molto più selettivo. A volte penso che sarà più facile raggiungere la pace in Medio Oriente. Certo, ogni tanto mi sento solo e mi piacerebbe avere in casa qualcuno con cui parlare. Penso che mi comprerò un pappagallo, almeno non soffre della sindrome dei piedi ibernati. E poi? E poi, domani è un altro giorno, un altro giorno che finirà e poi domani sarà un altro e così via. Intanto, continuo a sognare a occhi aperti e mi domando ancora cosa farò da grande. Già, ma quando si diventa grandi? Forse quando smetterò di farmi questa domanda, anche se è più probabile che, quel giorno, non sarò grande, ma solo un vecchio dentro a una bara. Strano, per uno che pensava una volta di essere immortale, invece ha poi scoperto che di immortale, a questo mondo, c’è solo Silvio. Tutto sommato, nonostante il mio pessimismo cosmico, amo la vita, e preferisco essere vivo che morto anche se ammetto che, da morto, hai alcuni vantaggi, come smettere di pagare le tasse e non essere assillato dai programmi della De Filippi. Io, per esempio, adoro fare colazione e da morto questo sembra sia molto più complicato. So che è una cosa stupida, ma la mattina, quando mi alzo, sono contento perché so che in dieci minuti mi siederò davanti a una bella tazza di latte e cornflakes, fette biscottate, marmellata e deliziosi biscotti di burro con cioccolato belga. E in quel momento sono felice. E allora, che cos’è la felicità? Dove si trova il senso della vita? Non lo so, forse in un biscotto al burro e scaglie di cioccolato o, come diceva il filosofo Bertrand Russell, nel fatto di andare due volte al giorno di corpo, con regolarità. Non pensavo di essere tanto felice! Insomma, godiamoci la nostra finitezza e godiamocela infinite volte. Intanto, voi godetevi il fatto che anche questo post è giunto alla sua fine. Mi spiace avervi deluso, vi aspettavate qualcosa di più ameno. Be’, oggi ne ho fatto a meno, ma vi prometto che da lunedì prossimo proverò di nuovo a strapparvi qualche sorriso. Vi lascio con una poesia molto bella di un autore che io amo particolarmente. L’autore è mio papà e la poesia è scritta in occasione del mio compleanno come ormai, da consuetudine, fa da una vita. Buona settimana a tutti!

Il Vento


Il vento soffia via il mese di
agosto; finisce presto l’affanno
con piccole trombette un lunedì
a mezze tinte da Capo d’Anno

Echeggia settembre con temperati
miti modi il vento del deserto
che brusco porge agli antenati
i corni del dilemma aperto

fra essere e apparire: sfinge
turbinante, fenomenale
che il clima fresco non restringe

a pura idea essenziale.
Solo con alfabeto che Mem comprime
fra Alef e Tav il soffio esprime.

אמת Emet

lunedì 18 gennaio 2010

Sono garbage manager. Cioè? No, niente, faccio lo spazzino


Tra cinque miliardi di anni la Terra non ci sarà più. Qualcuno dice sei. Forse sette. In Svizzera sette miliardi di anni, tre giorni e cinque ore. Non manca poi così tanto. Ma neanche così poco, quindi potrebbero benissimo allungare la durata del mutuo. O no? Io, intanto, mi organizzo.

Questo non è un problema per lo scettico radicale. Lui pensa che neanche esista, la Terra. È tutto un sogno. Un inganno. Sì, però il mutuo lo paga pure lui.

L’altro giorno ho sentito una mia amica. Sono molto contento per lei, un’importante azienda americana le ha offerto un’ottima posizione. Quale? Be’, all’inizio non ci ho capito molto e credo neanche lei. Oggi qualsiasi ruolo all’interno di un’azienda ha il suo specifico nome in inglese. Tu sei lì, a colloquio, e il tizio ti sfodera fuori questo fichissimo, altisonante nome anglosassone. Sorridi, dici frasi di circostanza, stringi la mano e te ne torni a casa felice. Sono auannaghenuatzdeamerican manager. Chiami tutti gli amici per condividere il tuo straripante entusiasmo. Poi loro ti domandano:

“Sì, ma in pratica?”

Panico. Silenzio. Il punto di domanda ti avvolge e non ti molla fino al terzo, quarto, quinto mese di ufficio, quando finalmente sei in grado di spiegare per cosa diavolo ti pagano. E poi, quando davvero capisci fino in fondo, be’, allora è troppo tardi per tornare indietro.

Le aziende americane, e non solo, hanno la mania di infilare la parola “manager” dovunque. Country manager. Sales manager. Product manager. Project manager. Content manager. Coffe manager. Toilet manager. Affari. Carriera. Pensiamo tutti di essere chissà chi, di fare chissà cosa. Il nulla nulleggia, ma mica tanto. Poi, mentre camminiamo con il petto gonfio come quello di un tacchino ripieno, ci cade un vaso da dieci chili in testa. Rimaniamo lì, stecchiti. E ci ritroviamo poi sottoterra. Grazie al gravedigger manager.

L’altro giorno, a Davos, stavo scendendo giù per una pista. Maschera in testa. Il tizio davanti a me, sculettando a destra e a sinistra, mi alza un muro di neve. Perdo visibilità per qualche secondo, giusto il tempo di trovarmi sull’orlo del non ritorno. Curva di emergenza con freno a mano. E mi ritrovo disteso per terra, uno sci qualche metro più sopra. In quel momento ho capito davvero. Quando si dice che c’è chi cade sempre in piedi. Ecco, io cado sempre per terra come un sacco di patate, sbatto il culo, rotolo. Poi mi rialzo. Sempre. Con fatica. Ma cadere, cado. Tante, tante di quelle volte. Sarà sempre così. Dovrebbero inventare un airbag esistenziale.

Mi piacciono le donne. E mi fanno soffrire. Loro, invece, non s’offrono. A me.

Brunetta vorrebbe proporre una legge che obblighi i figli a uscire di casa a 18 anni. Questo è proprio scemo. A me pare davvero una crudeltà impedire ai propri figli di uscire di casa fino a 18 anni. Capisco il problema del bullismo e dei pedofili, ma la soluzione è un davvero troppo radicale. Talebano!!!

Mi si preannuncia una settimana difficile. Complicata. Vorrei sparire. Farmi piccolo piccolo piccolo. Come il ministro Brunetta.

Ho scoperto che sniffare le Air Max dopo averle indossate un’intera giornata può essere letale.

Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so ancora e non sono più così piccolo. Forse non saprò mai dare una risposta certa. Ma le risposte sono poche importanti, tranne quando le chiedi se vorrà sposarti. “E cosa vuoi fare da morto?”. Non ha senso? Sì, forse, ma perché, l’altra domanda ce l’ha? Auguro a tutti una felice settimana. Spero che abbiate più certezze, nella vita, di me.


martedì 9 settembre 2008

Primo Post




Rottocalco: un rotocalco claudicante della mia claudicante esistenza. Una raccolta di non sensi su un senso mai trovato. Un soggettivo sguardo sul mondo e sulla vita che, sarà pure un viaggio, ma io voglio il biglietto di ritorno. Perché in fondo, come diceva Oscar Wilde, la vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio...