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martedì 26 febbraio 2013

Meno Mona per tutti

Cosa ci faccio alla vigilia di Capodanno sveglio alle nove del mattino? Forse 'sveglio' è troppo forte. Riformulo. Cosa ci faccio alla vigilia di Capodanno in piedi alle nove del mattino? Per la risposta mi basta una parola sola: la fila. No, non sono in Italia, quindi escludiamo le poste. E visto l'orario mattutino, non mi sono scolato nemmeno un paio di pinte di birra, quindi anche la fila al bagno la eliminiamo. Considerando che sono a Parigi e che davanti a me si estende una lunga serpentina composta in prevalenza da italiani con piumino lucido che mai hanno messo piede in un museo, americani che hanno scoperto la capitale transalpina grazie al film di Woody Allen e sono convinti di trovarsi come guida Ernest Hemingway, e orientali in assetto automatico da foto, direi che sono nel limbo di sofferenza che precede l'entrata al Louvre. Almeno, è quello che credo, considerando lo stato catatonico indotto da narcolessia in cui sono precipitato nel momento in cui la sveglia ha iniziato a suonare. Troppo, troppo presto. L'io sono lascia posto all' io sonno. Peccato che solo il primo paghi il biglietto. J, colonna portante, ultimo baluardo che si frappone tra il mio corpo, gli effetti della narcolessia e il gelido asfalto, mi conferma l'ipotesi del museo, e non vedo perché non dovrei crederle, a meno che non si tratti di un bieco sotterfugio, un inganno premeditato per trascinarmi, contro la mia volontà facilmente plagiabile, in un labirinto sotterraneo di negozi, la selva oscura in cui mai vorrei entrare e da cui uscire solo dopo ore di interminabili peregrinazioni capaci di trasformare anche il più duro dei navy seal in un'ameba priva di qualsiasi funzione vitale. Per questa metastasi della società moderna, purtroppo, non hanno ancora inventato un corso di sopravvivenza adeguato.


Quando ritiro i biglietti alla cassa, mi commuovo. Vorrei quasi baciare la cassiera, ma so che J prenderebbe questo semplice gesto di gratitudine come un atto di ostilità, perciò lascio perdere. Piccola riflessione: ora capisco il proverbio 'Prendi l'arte e mettila da parte'. All'inizio di ogni fila dovrebbero scrivere 'Nuoce gravemente alla salute'. Il Louvre è come la vita: un lungo, ma neanche tanto, percorso disseminato di decisioni da prendere. Da che sala iniziamo? Dopo esserci arrovellati il cervello fino a raggiungere lo stato di fusione del nucleo, il dado è tratto: il ristorante. Non sarà forse pieno di capolavori, ma senza colazione sono sicuro che, in un paio di ore, il museo potrebbe aggiungere alla sua collezione il primo esempio vivente di natura morta. Con lo stomaco gonfio di croissant l'animo è più propenso a cogliere il bello. E allora la scelta non può che essere una e una sola: il rinascimento italiano. Da non confondere con Do Nascimento, meglio conosciuto come Pele e che ha più a che fare con l'estetica del gioco del calcio che con la pittura toscana, veneta o lombarda. Certo, a giudicare dalla massa di gente che ci precede, sembra più di essere all'ingresso di San Siro che in un tempio mondiale della cultura. L'impresa è più ardua del previsto. Moviola in campo, procediamo a piccoli passi alla volta, al rallentatore, sballottati da un quadro all'altro, immersi in un crogiolo stereofonico di lingue prodotto da preparatissime guide che, di fronte a un ammasso di persone che scambiano i simboli uomo - donna sulle porte delle toilette per antichi geroglifici egizi, spiegano i rapporti che legano la nascita della prospettiva e del tonalismo con il soffrire di emorroidi.

Io, però, non demordo. Voglio arrivare fino al traguardo, cadere sulle ginocchia alzando le braccia al cielo e intonare inni di gloria mentre il soffitto va a pezzi, la stanza viene pervasa da una luce abbagliante e odo una voce che mi dice 'Ricordati a mezzanotte di chiamare tuo nonno per fargli gli auguri di compleanno!’. Mia madre è previdente, anche in caso di visioni mistiche. Fortuna che ho il prezioso supporto di J, che capisce il momento di difficoltà e mi benedice con parole teutoniche di significato a me ignoto. Scherzando con il sacro, finisce che i miracoli avvengono per davvero: arrivati a metà sala, non c'è più nessuno. Il deserto. Una Milano d'agosto tappezzata di cartelloni pubblicitari piuttosto interessanti. Lo stupore è dipinto sul mio viso con la tecnica tanto cara a Caravaggio della luce radente. Ah, no, quella cosa scura è solo la mia barba. Comunque, un vero mistero. Forse è un'usanza parigina. Oppure sono tutti scappati in bagno per sciorinare troppa cultura assorbita così velocemente. Il dubbio mi possiede per tutto il tempo in cui percorro la chilometrica stanza, passo per il via, ritiro le ventimila lire che se me le cambiavano in euro preferivo e ritorno nel mezzo del cammin di nostra vita da esploratore seriale di musei. E poi, apro gli occhi. E capisco.

Purtroppo.

C'è una sala. Adiacente. Una sala stracolma di gente. Una sala stracolma di gente che scatta foto e gira video in un tripudio di smartphone, tablet e flash. Cavolo, ci deve essere qualcuno o qualcosa di importante. Il presidente Hollande? Bar Refaeli? Una degustazione di escargots d'annata? Mi infilo nella mischia come un pilone del rugby, cercando di farmi largo in quella massa compatta e impenetrabile. Finalmente, raggiungo la distanza ottimale per dipanare l'intrigo. E la vedo. Se ne sta lì, immobile, con quella sua cazzo di espressione ironica rivolta, credo, alla marea di babbei che la circondano. La Monna Lisa. O Mona Lisa, all'inglese, roba da goliardia veneta. Lo confesso, da un momento all'altro mi aspetto qualcuno gridare 'Lisa, Lisa, qui, una foto, Lisa!'. La cosa bizzarra è che di fronte al capolavoro di Leonardo se ne può ammirare un altro, di capolavoro, questa volta del Veronese, 'Le nozze di Cana': un dipinto che solo per le dimensioni vi lascia con quella tipica espressione ebete, quella con la bocca spalancata - e poi dicono che le dimensioni non contano. Peccato che a quel dipinto quasi nessuno presti attenzione, tutta rivolta a lei, la Gioconda, vera icona del mondo dell'arte. E allora, di fronte a questi ultras di Leonardo, non ho potuto fare altro che alzare bandiera bianca, osservare di sfuggita un quadro che posso contemplare meglio seduto sul divano di casa mia sfogliando una buona edizione di qualche libro sulla pittura nel Rinascimento, prendere J per mano e andarmene via, il più lontano possibile, e il più velocemente, perché la vescica di un trentaseienne è traditrice. Spero solo che un giudice illuminato diffidi tutti quei tifosi esagitati della dama fiorentina ad entrare almeno per un anno in un qualsiasi museo, obbligo di firma in questura incluso. Buona settimana a tutti!

p.s: gli auguri, a mio nonno, mi sono ricordati di farli. 93 anni, l'ultimo dei quali passato tra un'operazione di bypass, una di cancro alla prostata e la chemioterapia. Guarito completamente, perché, come mi ha detto, 'A me piace la vita e non ho nessuna intenzione di andare all'altro mondo,'. Anche lui è un capolavoro. Di ottimismo

mercoledì 19 ottobre 2011

Bach, Beethoven e l'iPodista alcolizzato

A volte bisognerebbe prendere delle decisioni. Per esempio, l'altra sera, quando le parole hanno incominciato a sciogliersi sulla lingua dando alle papille gustative quel tipico sapore dell'ubriacatura, avrei dovuto accomiatarmi e andarmene spedito a casa. Purtroppo, anche i pensieri erano sbiascicati. Così, mi sono tenuto impegnato fino alle prime ore del mattino alternandomi tra la pista da ballo e il bancone del bar. Alla fine l'unica cosa che riuscivo a muovere ancora con una certa classe era la mano, che scandiva il tempo di un'invisibile orchestra, battere e levare. E a un certo punto sì che mi sono levato dalla circolazione. Ho ritirato la giacca e, a gambe lunghe ma non particolarmente distese, mi sono avviato verso casa che la dritta via era smarrita. Un percorso in obliquo. E' stato allora che mi sono accorto che il mio iPod non era dove avrebbe dovuto essere. Al suo posto, nella tasca interna del giubbotto, dei fazzoletti di carta. Ho provato a infilarmeli nelle orecchie, ma non ha funzionato. "Cazzo, mi hanno rubato l'iPod", il mio primo pensiero, neanche particolarmente acuto, postato subito su Facebook con un giro di parole che Shakespeare mi avrebbe sicuramente invidiato, se solo avesse ingerito la mia stessa quantità di vodka. Più che altro, in quel momento, mi sentivo il personaggio di una tragedia: il 'Mac-beth'. La vita non è altro che un'ombra che cammina senza il mio amato iPod! Il desolante sconforto è durato solo il tempo di un breve e agitato sonno gravato da penosi dolori lombari che mi hanno ricordato il motivo per cui ho scritto una tesi di laurea contro lo scetticismo radicale. Quella è gente che non ha mai sofferto di mal di schiena, fidatevi. Una telefonata mi ha risollevato il morale. Niente furto, il prezioso contenitore musicale è stato ritrovato in stato confusionale nell' appartamento in cui, la sera prima, si era svolta la festa. Pare stesse riproducendo canzoni di Al Bano, contribuendo così alla perforazione dei timpani del vicinato. Lieto fine da commedia americana, catarsi aristotelica, scrivo il post. Tutta la vicenda, in realtà, mi ha fatto proprio venire in mente il cinema. L'effetto colonna sonora dell'iPod sul nostro quotidiano. Steve Jobs, imprenditore sicuramente geniale e visionario, non ha fatto altro che portare avanti e perfezionare, grazie anche alle tecnologie sempre più sofisticate, l'idea - quella sì geniale - commercializzata nel 1979 dalla Sony. Il walkman. Per la prima volta le persone avevano la possibilità di portarsi in giro la musica che amavano. E rompere le palle alla gente tenendo il volume posizionato sempre su dieci. Passeggiare in campagna sentendo la sesta di Beethoven. Commuoversi davanti a un tramonto mentre Paul McCartney ti canta 'Yesterday' proprio dentro la membrana timpanica. Che scene orribilmente melense. Effetto colonna sonora. Per questo ho sempre invidiato i personaggi dei film. Eccoli lì, che si stanno per baciare, e intanto il dolby surround spara una fucilata di archi che farebbe nascere della passione amorosa anche per uno scarafaggio. Be', magari uno scarafaggio con due belle tette. L'attrice apre la porta. La porta cigola. Musica seriale contemporanea: o dietro c'è l'assassino, o il vicino che ti dice che Pierre Boulez gli ha rotto i coglioni. La vita reale è diversa. Ascolto il concerto di Bach per due violini, archi e basso continuo in re minore e mi vedo arrivare un tizio con tre piani di capelli che sputa con veemenza per terra, corrodendo il marciapiede. Frank Sinatra ce la mette tutta con il suo tipico stile da crooner, ma invece di ballerini che spuntano dal cielo planando con degli ombrelli e che iniziano a ballare, là, su quella panchina, c'è un tizio con un impermeabile. Con questo sole?! Non funziona. Sarebbe bello, però, avere una colonna sonora per i vari momenti della giornata. Ti svegli e parte 'Il mattino' del Peer Gynt. O la marcia funebre di Chopin, visto che oggi è lunedì. Entri in ufficio con la cavalcata delle Valchirie. Effetto scena assicurato. Arriva il capo, attacco della quinta di Beethoven: ta ta ta ta!. Vai a correre, secondo movimento della nona di Beethoven. Energia, energia. Vuoi conoscere una ragazza? Con Nimrod di Elgar, dall'Enigma Variations, i preliminari li salti direttamente. Apro parentesi: perché in discoteca non mettono più i lenti? Lancio una campagna a favore del ripristino del lento in discoteca. La vita era più facile. Lento è meglio. Mi sembra uno slogan perfetto soprattutto per la lega a supporto delle lumache. Invece, ora, durante l'approccio amoroso, bisogna avvicinarsi il più possibile alla persona scelta come povera vittima - cosa già non facile, soprattutto se lei è fidanzata - e incominciare a urlarle nell'orecchio con tutta la forza che si ha, sperando che riesca a sentire qualcosa in mezzo alla cacofonia che esce dalle casse e che qualcuno ha definito 'musica elettronica'. Di solito i primi dieci minuti sono uno scambio reciproco di 'Eh?':

"Ciao!"
"Eh?"

Andiamo bene… Qui a Zurigo si dice 'Grüezi' e se non lo scandisci forte e chiaro, sembra che stai solo cercando di espellere le corde vocali dalla gola.

"Di dove sei?"
"Eh?"

"Mi chiamo David"
"Eh?"

Certo, anche lo scarso quoziente intellettivo, a volte, può causare incomprensione. Se poi è quasi inesistente:

"Scusa, non ho capito il tuo nome?"
"Eh?"
"Ah, bello. Molto particolare". Molto

Ma oggi sono ottimista. A volte scatta un secco 'no' preventivo che, come qualcuno ha detto, è il miglior contraccettivo esistente, e ti tocca ritornare al via ma senza nemmeno ritirare le ventimila lire. Niente ballo. Niente di niente. Perciò, rivoglio il lento. Non ho più voce. E udito. Chiusa parentesi.

Torniamo al cinema e alla musica. Avrei sempre voluto essere uno dei personaggi dei film di Woody Allen, dove i dialoghi e le azioni sono accompagnati da un pezzo dopo l'altro di musica jazz. Come sarebbe diversa la vita se, al primo appuntamento con una ragazza, ci fosse un coro greco a cantarci una canzone, come succede a Mira Sorvino e Michael Rapaport in 'La dea dell'amore'. Risparmieremmo un sacco di fatica. Perché invece la vita, quella vera, è faticosa, dura, meravigliosa eppure terribilmente spietata. E i dialoghi sono imprecisi, sfumati, spesso banali. Noiosi - stavo dando la definizione di 'meeting'? Le parole giuste, quelle non ci sono mai. Rimaniamo con quelle sbagliate e ce le portiamo dietro come un fardello. Rimaniamo con un ottativo, un avrei voluto, un avrei dovuto e quando ci voltiamo indietro, quei ricordi, impressi dentro di noi, come Euridice svaniscono nel nulla, lasciando un vuoto, un senso di amarezza e profonda malinconia. Per questo mi piace l'arte. E il cinema. Lì, tutto è perfetto. La nota giusta. La frase impeccabile. La fotografia eccelsa. Quel sedere incredibile. Niente da calibrare, niente da aggiungere o da togliere. La nostra vita, invece, è imperfetta. Noi, nostro malgrado, siamo imperfetti e dobbiamo imparare a convivere con questa imperfezione. Io già lo faccio. Tutti i fine settimana, salute. Buona imperfetta settimana a tutti!


lunedì 17 gennaio 2011

Gang bangs of New York - parte quarta


Il risveglio non è dei più facili. Ho ancora vivida l’immagine della spaventevole Linda Blair israeliana e per sbarazzarmene non mi resta che infilarmi sotto la doccia, aprire il rubinetto dell’acqua calda, far scrosciare l’acqua fino a quando non raggiunge la temperatura di ebollizione e rimanere immobile per una decina di minuti, giusto il tempo di fare pulizia anche di tutto quel cerume che tende ad annidarsi intorno al mio cervello. Potrei rimanere lì per ore se solo non dovessi andare a visitare Brooklin, Chinatown e Little Italy. Così, mi ritrovate poco dopo in deambulazione per le strade di New York con il solito tall latte ustionante per lui e ritardante per lei e una ciambella tra le mani. Niente metropolitana, oggi me la faccio tutta a piedi. A metà percorso una folla, radunatasi per l’occasione, mi segue per alcuni metri incitandomi e offrendomi bevande energetiche, dell’ EPO e un calendario di Playboy che mi fa appannare gli occhiali da sole. All’una e mezza, quando le gambe iniziano a cedermi e i succhi gastrici mi limano l’intestino, decido di fermarmi per una pizza da Grimaldi. Pare che ai tempi fosse frequentata da Frank Sinatra. La pizza, che ho la fortuna di dividere con una simpatica ragazza conosciuta mentre attendevo un tavolo, è ontologicamente quello che era per Fantozzi la corazzata Potemkin. Solo un americano medio rigonfio di cheesburger, coca e tette di Pamela Anderson potrebbe scambiarla per quella sorta di gustosa focaccia farcita che tanto bene sanno fare in Italia. Almeno la ragazza con cui ho il piacere di conversare per più di un’ora, una californiana sulla trentina, è simpatica. Si trova a New York perché ha appena partecipato all’edizione americana di ‘Chi vuol essere milionario’. Le chiedo come è andata ma mi dice che, a causa della sua religione, non le è permesso riverlarmelo. Poi confessa di avere firmato un contratto in cui si assume l’onere di non raccontare a nessuno l’esito della puntata prima della sua messa in onda. Inoltre, ha l’obbligo più assoluto di non spiattellare a destra e manca che Obama è nero per davvero. Perbacco! Terminato il pranzo e gli argomenti di conversazione, mi congedo dalla mia ospite e riprendo la maratona cittadina tra fascistissime insegne ‘Da Benito’ e ideogrammi misteriosi ripieni probabilmente di involtini primavera . Mai nella mia vita avrei pensato di poter camminare così a lungo. Quando rientro in albergo, il sole è calato da un pezzo. Sono quasi le nove. Mi sdraio sul letto, esausto. Estraggo il cellulare. Tre chiamate perse. Tutte della stessa persona. La ragazza che la notte prima cercava di ipnotizzarmi, impalata, scrutandomi l’anima attraverso gli occhi. La richiamo. Ah, ciao, bla bla bla, ero in giro con un’amica – un’altra?! – e mi sei venuto in mente e bla bla bla aperitivo. Lei. Io, eh, no, bla bla bla, Brooklin bla bla bla, vuoi uscire a mangiare qualcosa? Perché detesto mangiare da solo: finito di leggere il menu, non so mai dove guardare e ho sempre la paranoica sensazione che la gente passi il tempo a fissarmi. Come quello laggiù. Lei, no ho già mangiato, ma se vuoi ti faccio compagnia. Io, va bene. Lei, conosco un ottimo ristorante italiano vicino al mio albergo.

Ottimo ristorante italiano? Non ho voglia di mettermi a discutere, sono stanco e affamato. Appuntamento lì davanti alle dieci meno un quarto. Prendo un taxi. Il taxi rimane imbottigliato nel traffico.

“Eh, stasera c’è il concerto di Bon Jovi”

Tuttavia, l’informazione non mi è di grande aiuto. A metà strada – circa due settimane più tardi – ordino al taxista di fermarsi.

“Proseguo a piedi”

Il taxista fa l’incazzato ma se io arrivo troppo tardi, poi Bon Jovi ci rimane male. Sono in ritardo. Accelero l’andatura. Corro. Lei è lì davanti che mi aspetta.

“Scusami. C’è Bon Jovi che suona”. Penso sia una buona scusa. La utilizzerò più spesso. Entriamo. Il ristorante è enorme. Un cameriere decisamente omosessuale che si atteggia come se, in realtà, lo fosse ancora di più, ci trova posto in una zona appartata del locale. Io ordino un’insalata come antipasto – “Non una porzione all’americana, mi raccomando. Una normale, grazie” –, degli spaghetti e due bicchieri di vino rosso. Lei un gelato. Quando il cameriere torna, regge in mano un prato di lattuga, carote e pomodori. Cazzo! Fortuna che ho portato il tosaerba e il rastrello. Gli spaghetti sono scotti. Mai farsi portare in un ristorante italiano da chiunque provi a parlare la nostra lingua dicendo ‘salami’ e ‘grazzia’. Intanto, lei ha abbandonato la scalata di quella montagna di gelato innevata di panna e cioccolato. La lettura della mia anima procede creandomi non pochi imbarazzi. Parlo del più e del meno e non di molto altro perché la mia cultura matematica si è piuttosto ridotta negli anni. Miracolosamente, riesco a finire il piatto di spaghetti. I bicchieri di vino da due sono diventati quattro, ma la sorte è la stessa. È ora di prendere una decisione. Tanto so già come va a finire.

“Ti va di andare a bere qualcosa”, le domando? Annuisce con la testa. Sorrido, inebetito per lo più dal pantagruelico pasto, mi alzo e vado in bagno a sistemare una faccenda. Un tizio sulla settantina, intento a prosciugare con veemenza una sofferente prostata, si volta verso di me e mormora qualcosa di incomprensibile che lo fa sganasciare dalle risate. Ne abbozzo una pure io e mi blocco sul più bello. Terminata l’operazione logistica, mi sistemo i capelli, mi faccio l’occhiolino e sono pronto al mio trionfale rientro. Quello che vedo, però, non mi lascia assaporare la vittoria finale: lei è di fianco a un lui e sembrano discutere animatamente. Mi avvicino con circospezione. Il tizio si volta.

“Tu devi essere David”. Mi hanno trovato, maledizione!
“Sì, ciao, piacere”. Allungo la mano, così come mi hanno insegnato. “E tu sei?””****, piacere. **** mi ha raccontato di ieri sera. Sei stato un grande, pochi avrebbero fatto lo stesso al tuo posto”
“Ma no, figurati. È perché sono italiano, sai”. Che risposta da idiota, ma ci ripenso solo adesso. “Sei anche tu israeliano?”. Mi sembra di riconoscere l’accento.
“Sì, di ****”. Ah, dalla stessa città di ****. Che strano…
“E cosa ci fai qui a New York?”
“Sono qui per lavoro. Un paio di mesi”

Dopo la breve introduzione, lei lo prende sotto braccio e, spostandosi verso l’uscita, sancisce con un “Ok, noi dobbiamo andare. Ci vediamo” la conclusione della serata. Rimango lì imbambolato per qualche secondo, poi chiudo la giacca, infilo le mani in tasca e mi incammino verso l’albergo. Si dice che la curiosità è donna, ma si vede che nel mio caso fa un eccezione. Appena entro in stanza, mi collego a Facebook e inserisco il nome della ragazza nella ricerca. Ci metto un po’a trovarla, visto che i dati anagrafici in mio possesso non trovavano una precisa corrispondenza. Nel profilo leggo un “Married to”. E indovinate un po’ chi è il marito?

Il giorno dopo mi tempesta di telefonate e messaggi. A cui non rispondo. Mi insulta pure. Cosa volete che vi dica… Che mi dispiace per lui, cornuto platonico. Che mi dispiace per me, un fesso preso per i fondelli. Che mi dispiace, ma neanche tanto, per lei, un’idiota e non alla Dostoevskij, perché solo un’idiota può pensare di organizzare una tresca nel suo ristorante preferito a New York. Non do giudizi morali. Non me lo posso permettere , però anche io ho i miei valori. Certo, qualcuno potrebbe obiettare, alla Woody Allen, che sono una tacca al di sotto di quelli di un agente assicurativo ma, in ogni caso, ci sono. E, soprattutto, non mi piace che una persona ometta informazioni come dire… rilevanti. Detto questo, ognuno, una volta che si infila sotto le coperte e spegne la luce, deve fare i conti con la propria coscienza. Purtroppo, a causa dell’alcol, io me ne ritrovo una che sbiascica e non capisco mai cosa vuole dirmi. Pazienza e alla salute. Buona settimana a tutti!

lunedì 15 novembre 2010

Californicazione

Come è possibile che alle nove e mezza di un assolato e insolitamente mite sabato mattino zurighese il supermercato sia già un crocevia di persone? Non ho una risposta. Invece, ho un’altra domanda, ed è la vostra: come è possibile che alle nove e mezza di un assolato e insolitamente mite sabato mattino zurighese tu sia in un supermercato a fare la spesa? Bene, la risposta ce l’ho. Jet lag. Concedetemi un po’ della vostra attenzione e vi spiego come sono andate le cose.

Tutto ha inizio il 30 ottobre, quando dal finestrino dell’aereo Zurigo diventa sempre più piccola fino a diventare una mappa in scala. Sono certo che quel puntino in fondo è lo Zukunft. Mi attendono 12 ore di viaggio. Questo è il tempo che occorre per percorrere la migliaia di chilometri che mi separano da San Francisco. Come avrete capito, a meno che sulla vostra zucca non sia atterrata un’incudine di duecento chili, trasformandovi istantaneamente in una versione ebete di un euscherichia coli, sono diretto negli Stati Uniti. Quelli d’America. La mia prima volta nella terra dei padri pellegrini. Dire che sono emozionato non rende l’idea. Mi attende una settimana in California per quello che, sembra, trattasi di lavoro, e una di vacanza in quella città di cui, bene o male, so già tutto, essendo cresciuto con i film di Woody Allen. Ma andiamo con ordine.

Attenzione, questo post può nuocere gravemente alla vostra salute mentale.

Per i miei genitori, se mai sventuratamente dovessero imbattarsi in questo scritto: tutto quello che scriverò è privo di ogni fondamenta. C’è un nano antisemita che sotto la minaccia di una visione forzata di un intero anno di Uomini e donne mi costringe a scrivere fesserie contro la mia volontà. Amen.

Il benvenuto

Sulla strada per San Jose. Io e il mio collega D. Alla Hertz, dopo aver esordito con “Ci piace il football americano!” commentando tutte le bandiere esposte con scritto “Go Giants”, notoriamente una squadra di baseball, ci rifilano un navigatore ubriaco che funziona in differita. Lo stesso di Cristoforo Colombo. Arriviamo all’hotel verso le sette di sera, solo dopo aver circumnavigato le Indie. Lasciati i bagagli in stanza, andiamo a cena e decidiamo, per evitare di svegliarci nel mezzo del cammin di nostra vita con gli occhi sbarrati, fissi sul soffitto, di fare serata. Così, finito un caffè decisamente allungato, ci infiliamo nel locale di fianco per vivere l’esperienza di una vera festa di Halloween americana. Purtroppo non abbiamo nessuna maschera, ma sembriamo due zombie quindi il problema non si pone. Mentre sorseggio faticosamente il mio coca e rum, Cat Woman e Britney Spears in versione porno si accomodano sul divanetto davanti a me. Cat woman, dotata di un paio di protuberanze che non passano inosservate, decide che io sono l’uomo della sua vita e tenta il primo approccio con un semplice e sempre valido “Hello”. Io, narcotizzato dal viaggio e dal fuso orario, tento un accenno di saluto con il capo e non spiccico parola. Ho visto dei benjamin ficus fare figure migliori. Cat woman decide che non sono più l’uomo della sua vita e va a fare le fusa a Batman. D mi guarda esterefatto e pure Robin. Capisco la delusione cocente e realizzo che se voglio vincere la narcolessia e avere un minimo di interazione mi serve qualcosa di più forte: una sniffata di calzini e una vodka red bull. Così, qualche bicchiere più tardi, ci trasferiamo nel fighetto bar dell’hotel, ritrovo di tira tardi della zona, tediosi uomini d’affari in giacca e cravatta e ragazze in tacco 15 tirate a lucido. Con noi, due pupe che ci siamo trascinati dietro. La pupa dominante, colpita da tempeste ormonali, mi fa capire che sarebbe interessata a vedere la mia collezione di gesuiti euclidei. Investito da un improvviso attacco berkeleyano, titubo e perdo fiducia nell’esistenza della materia. Lei, seguage della scuola del dottor Samuel Johnson, si avvicina e mi sussurra “Solo sesso, però”, confutando così il mio universo ideale.

Per farla breve, ho dovuto sacrificarmi. L’integrazione impone l’accetazione di usi e costumi locali e a me piace integrarmi. E il giorno dopo, più che altro disintegrato, camminavo su e giù per le strade di San Francisco. Distrutto. La strategia per vincere il jet lag è stata un fallimento, ma almeno i miei sbadigli hanno assunto un significato del tutto inaspettato. Bene, direi che per oggi può bastare. I prossimi post saranno tutti dedicati alle mie due settimane di viaggio. Sono le tre del mattino. Proverò andare a dormire. Probabilmente non ci riuscirò. E i miei sbadigli, domani, saranno i soliti sbadigli di un monotono lunedì come tanti altri. Auguro a voi una buona settimana e a una persona a cui voglio molto bene una guarigione completa, sperando che presto possa tornare a casa e vedere la cartolina che, questa volta sì, mi sono ricordato di spedire. Ciao.


lunedì 22 febbraio 2010

Questo post nuoce gravemente alla salute dei vostri neuroni


Il contenuto di questo articolo è altamente demenziale. Si declina ogni responsabilità nel caso di seri e permanenti danni cerebrali dovuti alla lettura del post.

Ahmadinejad ha ricevuto il nobel per la pace. Il grande statista iraniano ha tenuto un discorso bello e struggente in cui auspica al più presto l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei, tranne Woody Allen che lo fa ridere a crepapelle, pur non riuscendo mai a capire le sue battute. La platea si è commossa, sciogliendosi in un pianto a dirotto che è stato possibile arginare solamente con l’intervento di Bertolaso, che si trovava in zona per dei rilevamenti sulla popputa Ingar. Per la teoria della relatività, infatti, il movimento tettonico della bionda svedese potrebbe spiegare la causa delle terribili scosse sismiche che hanno devastato l’Abruzzo.

La lobby ebraica, che notoriamente, insieme ai massoni, complotta per dominare il mondo e anestetizzare i nostri cervelli con “Porta a Porta”, si è indispettita. Dopo una riunione fiume tra i massimi esponenti delle comunità ebraiche in cui, tra l’altro, si è parlato della difficoltà di reperire bambini cristiani da sacrificare per l’imminente Pasqua, visto che i preti irlandesi non se ne vogliono separare, è stato deciso di fare ricorso al Mossad.

Il temibile servizio segreto israeliano ha ideato un piano malefico ai danni del povero Ahmadinejad. Fortunatamente, il segretissimo piano è stato scoperto da un brufoloso sedicenne di Casalpusterlengo che, navigando su internet alla ricerca di porno con cui masturbarsi per un paio di ore, ha sbagliato pagina ed è finito sul Wall di Facebook del Mossad. Il disegno era quello di inviare a Teheran una cinquantina di agenti con passaporti della Namibia travestiti da assicuratori, rapire il presidente e costringerlo a seguire il festival di Sanremo. La ferocia israeliana è davvero senza limiti.

Intanto, a Gaza è scoppiata la rivolta dopo che è stato annunciato il secondo posto di Pupo, del principe Emanuele Filiberto e del tenore Canonici. La folla si è riversata nelle strade gridando slogan anti israeliani, citazioni da pogrom come “Morte agli ebrei” e aforismi di Oscar Wilde. Israele ha dichiarato di essere completamente estranea alla vicenda e di non avere avuto alcun ruolo nel televoto finale. L’ONU, per tutta risposta, ha approvato una risoluzione di condanna dello stato ebraico per questo ennesimo atto di umiliazione del popolo palestinese.

La risoluzione ha creato un terremoto politico e Berlusconi, ripresosi da poco da un trapianto di altezza, ha subito inviato in Israele Bertolaso, escortato da Adi, Esther, Ruth, Tal, Yael, Sarah e Myriam. Il suo aiuto non è servito a un cazzo ma in compenso il capo della protezione civile ha trovato un’interessante connessione tra lo humus e i cicloni, anche se nessuno ha ancora capito bene quale sia.

Pare, intanto, che Emanuele Filiberto sia il padre di Mozart, ma la cautela, in questo caso, è d’obbligo. Viva l’Italia!!!


lunedì 1 febbraio 2010

Apriti sesamo!


Sembra che, quando si starnutisce, sia impossibile tenere gli occhi aperti. Bene, negli ultimi giorni ero così raffreddato che, quando starnutivo, ero il mio vicino a chiuderli, gli occhi. Comunque, venerdì sera, imbottito di medicinali, decido che il tempo della mestizia è finito, perché come è scritto nel Qoelet – l’Ecclesiaste -, c’è un tempo per ogni cosa, e così me ne vado a una festa che racconta di ruscelli di vodka, fiumi di rum e torrenti di birra. “Mangiate, amici, bevete/inebriatevi, o cari.”. Anche a quei tempi già lo sapevano che un bicchiere tira l’altro e così mi ritrovo verso le cinque del mattino davanti al portone di uscita. O a quello di entrata, ma non vorrei scomodare Frege per niente. Con fatica afferro la maniglia e tiro. Niente. Allora spingo. Niente. Tertium non datur, quindi c’è un problema. Il mio è l’alcol, e quello del portone? Alla mia sinistra, sul muro, in bella evidenza, noto un campanello. Ah! Con aria trionfante lo premo. Tiro. Niente. Spingo. Niente. Un’espressione corrucciata si dipinge sul mio volto. Schiaccio di nuovo il pulsante, tiro, spingo, schiaccio, tiro, spingo, mollo un calcio. Non succede assolutamente niente. La battaglia è persa. Andrò a chiedere delucidazioni. Mi volto e, esattamente dalla parte opposta, vedo un altro portone. Mi giro a destra, portone. Sinistra, portone. Destra, portone? Sinistra, avanzo. Spingo. Il passaggio si apre davanti a me. L’uscita. I tratti del viso si rilassano, lasciando spazio alla tipica espressione dell’idiota. Esco. Il portone di entrata è il portone di uscita e settimana prossima mi rileggo Frege. Domanda: a chi cazzo ho suonato per cinque minuti?!

Il risveglio è pessimo. Mal di testa, stomaco in subbuglio. Sono ancora ubriaco. Pilotato da un appetito che necessita di agnello sacrificale per essere placato, mi alzo e barcollo fino al frigo. Non potete capire il dolore che ho provato nel constatarne l’esiguo contenuto. Mi armo di tutto il coraggio possibile e parto in missione spesa. Dopo cinque minuti passati a fissare dei barattoli di cetrioli, mi si avvicina un dipendente del supermercato e, vomitandomi addosso dei suoni gutturali, mi chiede se ho bisogno di aiuto. Gli sorrido e mi smuovo per qualche istante dalla sosta catatonica. Non credo di aver mai passato così tanto tempo in un supermercato. Sfiancato dallo sforzo epico, finalmente arrivo alla cassa. Inserisco il bancomat e… nulla, anche lì. Lo inserisco una seconda volta. Non riesco a pagare. Alla terza mi accorgo che quello che stavo infilando non è il bancomat, ma la tessere dell’assicurazione sanitaria: per forza non riesco a pagare, con tutta la spesa ipercalorica che ho fatto! Questa volta tiro fuori la mia bella carta gialla. E il codice? Non me lo ricordo, cazzo! Ce l’ho segnato sul cellulare, ma ovviamente il cellulare giace sul comodino di camera mia. Intanto la fila dietro di me, che arriva al casello di Melegnano, incomincia a dare segni di impazienza. La cassiera, che non si capacita del fatto che tutti i drogati del quartiere debbano sempre capitare a lei, mi fissa allibita. Una cosa così, in Svizzera, non la vedono dai tempi di Zwingli. Esploro i meandri più reconditi del portafoglio e, accartocciate in modo indegno, trovo le banconote che mi salvano dal linciaggio. Sorrido, torno a casa, mangio, sto ancora più male e vengo abbattuto sul letto da un mal di stomaco canaglia che mi lascia privo di sensi per altre tre ore. Una merda, certe volte, ha più dignità.


Vi ricordate il Woody Allen di “Hollywood ending” che interpreta un regista colpito da cecità psicosomatica? Mi è tornato alla mente leggendo un articolo su un film che stanno girando a Tel Aviv e interamente pensato, diretto e recitato da non vedenti: regista, attori, tecnici. Non so quanto sia passata la notizia. A me, lo confesso, ha fortemente impressionato. All’inizio avevo pensato di scriverci sopra qualcosa di divertente, ma poi mi sono ricreduto. Lo trovo in qualche modo eroico e romantico. So che non c’entra niente con la logica di questo post, ma volevo accomiatarmi non con l’immagine di un me sbavoso sopra un materasso, ma con l’idea che i sogni, il talento, la passione, ci rendono ancora più umani e così, più vicini all’Assoluto - “Siamo fatti della stessa materia/con cui sono fatti i sogni”. W. Shakespeare -. Buona settimana.

lunedì 30 novembre 2009

Palo Alto

Sabato notte, le due circa. Domenica mattina, volendo essere precisini. Le due e un quarto di domenica mattina, se proprio vogliamo fare gli svizzeri – i secondi, purtroppo, non me li ricordo. Cammino in direzione dello Zukunft, dove mi attendono dotti studiosi di ermeneutica per discutere di “Gadamer e l’interpretazione del cuba libre”. L’inquietante e borghese silenzio della città viene interrotto bruscamente da urla di guerra. Mi volto e vedo, dall’altra parte del marciapiede, un gruppo di portatori sani di vacuum cerebris che, novelli cavalieri rosso crociati, si randellano con dei pali lunghi almeno un paio di metri. Sbraitano, tirano calci ai cestini, sghignazzano garruli e si randellano. Che siano anche loro invitati al convegno? La domanda è ragionevole, ma l’amara riflessione a cui giungo subito dopo lo è molto di più: la polizia, quando serve, non c’è mai. I miei neuroni non fanno nemmeno in tempo a riprendersi da questa fatica elaborativa che, da dietro l’angolo spunta, modello A-Team, il furgone della Polizei. Fanno il giro della piazza e si fermano proprio davanti ai facinorosi che, alla vista delle divise, assumono un contegno che Monsignor Della Casa avrebbe certamente potuto citare come esempio di perfetto galateo nel suo celebre libro. Non so come sia andata a finire, ma mi immagino qualcosa del genere:

Polizei: Cosa stavate facendo con quei pali?
Facinorosi, fischiettando con fare da gnorri,i pali “nascosti dietro la schiena: Quali pali?

Polizei: Quei pali!

Uno dei facinorosi: Ah, questi pali? Ci servivano per un esperimento filosofico. Io sono convinto che la realtà non esiste e che non siamo altro che cervelli dentro a una vasca. I miei amici erano convinti del contrario e hanno cercato di dimostrarmelo percuotendomi un palo sui denti. Non sono ancora convinto che tutto questo sia reale, ma nel dubbio ho già preso appuntamento col dentista.

Polizei: Multa! La realtà esiste così come i cantoni svizzeri, per quanto ne dica Woody Allen.

Non sto a giudicare. Credo ci siano modi migliori per divertirsi, e anche più intelligenti. D’altronde, anche scolarsi una bottiglia di rum e ballare fino alle otto del mattino non è un modo particolarmente intelligente di divertirsi. E sicuramente è molto più dispendioso. Perciò, ora vi saluto e vado su eBay a vedere se riesco a ordinare un palo di due metri. E una ballerina da metterci di fianco.