mercoledì 29 gennaio 2014
Dankeschön und Bitterol - parte seconda
Il pomeriggio lo dedichiamo a esplorare la città. All'appello mancano solo Vierino e l'altro atesino che, già da ore, muniti di mappa e guida turistica incorporata, stanno calpestando ogni centimetro quadrato calpestabile di Berlino, in una maratona culturale scandita da una rigida pianificazione in cui nulla è lasciato al caso: al ventesimo minuto scatta la pausa idratazione; al cinquantesimo bisogna sgranchirsi le ginocchia; al novantesimo tappa acquisto compulsivo e fischio dell'arbitro con espulsione di Vierino per evidente fallo da dietro.
Con l'avvolgimento veloce, spostiamoci temporalmente di qualche ora in avanti. Siamo una ventina, ora, nell'appartamento, a goderci la cena preparataci da Simona, cuoca in prestito per la serata. Il cibo è ottimo e il mango piccante sublime, anche se, sulle mie papille gustative, ha l'effetto di una piallatrice. E quando le pance incominciano a essere piene, giunge il momento di svuotare le bottiglie di alcol che attendono pazientemente sulle mensole della cucina e che sono state acquistate con un unico obiettivo: ucciderci. Premessa: la spesa alcolica è stata fatta al Bidl, la versione economica del Lidl che vende prodotti di prima qualità importati direttamente da Chernobyl. Così, fanno la loro comparsa, in successione sparsa: la vodka Gorbatschow, chiamata così perché assunta in dosi eccessive fa venire una gran voglia (di cosa, non si sa); la vodka Putinoff, ribattezzata Sputinoff al secondo sorso; il temibile Bitterol, di cui vi parlerò a breve.
Ecco, questo sarebbe bastato per farci capire quanto il pericolo fosse reale. Purtroppo, come spesso è accaduto nella storia, ignorammo i segnali e iniziammo a bere. E fu l'inizio della fine. Non abbandonatemi adesso.
Il Bitterol, la perversa unione di Sanbittèr e Aperol concepita da menti diaboliche. Se ne sente parlare per la prima volta nel libro dell'Apocalisse, quando si legge de 'la bestia immonda e l'infernale intruglio con cui allettava le sue gengive putrefatte'. Diversi gli utilizzi del liquido negli anni passati: strumento di tortura - la temuta goccia cinese di Bitterol; arma di distruzione di massa - il famoso meteorite che provocò l'estinzione dei dinosauri conteneva dosi letali di Bitterol; porta verso altre dimensioni - sono giunte notizie di persone trasportate nello studio di Uomini e donne e costrette a ballare il liscio con lascive novantenni. Nessuno lo ammetterà mai ma il bosone di Higgs è stato scoperto dentro a una bottiglia di Bitterol. Bene, tutto ciò che vi ho appena raccontato non è nulla in confronto agli effetti devastanti del Putinerol, ottenuto mischiando il Bitterol con la vodka (S)Putinoff. Infatti Lord-enzo, dieci minuti dopo aver ingurgitato l'anticristo, viene colpito da tremende convulsioni che portano il Putinerol a esondare dal suo bicchiere, bagnando tutti i presenti. Il panico serpeggia nella stanza e ci prepariamo al peggio. Intanto preghiamo. Il nostro fervore religioso, purtroppo, non serve a protreggerci: il primo a farne le spese è Vierino, inondato da uno tsunami del velenoso liquore. Capito il pericolo imminente, Vierino saluta e si ritira nell'appartamento di sopra, prima della trasformazione. Il giorno dopo è stato avvistato sull'autostrada in direzione Milano. A 180 chilometri orari. A piedi. Ma non è finita qui: pochi minuti dopo il grave episodio, L di EL&L precipita dal divano atterrando in malo modo sul trolley del nostro fotografo, che non si accorge di nulla a causa dello stato catatonico indotto dal Bitterol. La sequenza di causa effetto provoca un'inaspettata reazione di Putinerol che colpisce con inaudita violenza Lord-enzo: il festeggiato, ormai posseduto, lancia con ammirevole precisione il suo bicchiere, il cui contenuto demoniaco si riversa completamente su L di EL&L e il muro. Ora al posto del muro c'è un enorme buco nero che risucchia tutto quello che gli passa vicino, a parte il Putinerol, perché neanche i buchi neri sono così stupidi. A quel punto capiamo che l'unica cosa sensata è abbandonare l'appartamento e andare a ballare da qualche parte, prima di creare inavvertitamente l'antimateria e far sparire il mondo con un cin cin. Decidiamo così di andare al Berghein - Panorama Bar, uno dei locali più famosi del mondo. È ora di risvegliare Lord-enza, sedata preventivamente ore prima con degli incomprensibili saggi di Heidegger che il filosofo scrisse durante una lobotomia.
La fila di 500 metri che ci attende quando arriviamo non è quella per il bagno delle donne, ma per l'ingresso in uno dei templi della musica elettronica. Dopo trenta minuti di congelamento, siamo ancora lì, fermi, nello stesso punto di prima: alla cassa deve esserci qualche dipendente statale italiano. P, in uno dei non suoi rari attacchi da prima donna, si lancia in una filippica contro le nostre vane speranze di entrare, poi con gesti plateali ci abbandona per fare ritorno al porto (più o meno) sicuro del Kater Holzig. Noi, invece, rimaniamo lì, adottando la tecnica dei pinguini imperiali per evitare l'assideramento. Spero davvero che Sven ci faccia entrare.
Sven, l'orco del Berghein, il selezionatore uscito dalla penna di Tolkien, può fiutare l'odore del Bitterol a un chilometro di distanza e chiamare ad adunata le armate di Sauron. Chi è colto in fragranza di Bitterol viene prima esorcizzato, quindi colpito ripetutamente con delle bottigliate in testa fino a quando non assume le sembianze di un nano elfico. Sven è un mostro dai capelli lunghi e dall'alito pestilenziale, tappezzato di piercing e tatuaggi che, come un cerbero dei tempi moderni, se ne sta da più di venti anni lì, davanti all'ingresso, schiumando dalla bocca in attesa di assaggiare qualche tenero hobbit. Si narra che sia anche un bravo fotografo (ha incominciato la sua carriera a Berlino negli anni 80 come fotografo di moda per hobbit tossicomani. Un lavoro che richiedeva una certa dose. Di talento) ma io so per certo che, prima di arrivare nella terra di mezzo, mangiava bambini e forse era pure comunista. Il signor sì. O no, a seconda. Ma non fidatevi: a volte chi viene accolto da un cenno del suo testone non riesce ad accedere alla pista da ballo, ma viene fatto accomodare in una sala buia dove Sven può, in tutta tranquillità, imbandire un banchetto con uno dei suoi arti strappati a morsi.
Lasciamo Sven per un momento e torniamo a noi. Un'altra ora è passata e siamo ancora in fila. Cento metri buoni li abbiamo percorsi e questo mi ridà fiducia nel genere umano. Come minimo, dopo tutta questa attesa, mi aspetto di trovare la Gioconda nella sala principale, o almeno un Caravaggio. E visto che siamo approdati nelle vicinanze del Louvre, davanti a noi, congelato al punto giusto, c'è un gruppo di simpatici francesi. J, che ancora non ha digerito le lumache dell'anno scorso, se ne esce fuori urlando, in mezzo al silenzio più assoluto, un goliardico 'Francesi di merda', con tre punti esclamativi. In italiano. Non sono sicuro abbiano recepito del tutto il messaggio ma, nel dubbio, mi sfilo la cintura dei pantaloni - non per prenderli a fibbiate, ma perché so che i francesi hanno un certo gusto per l'eleganza. Intanto, piccoli gruppi di ceffi incominciamo a inserirsi ai lati della coda, infischiandosene beatamente di chi è ibernato lì da ore. Il consumo di pizza e pasta sta inevitabilmente cambiando geneticamente anche gli integerrimi teteski. Intuisco che l'improvviso afflusso di testosterone che sta iniziando a far girare vorticosamente le mie gonadi potrebbe far virare la serata verso un finale poco simpatico. Perciò, alla virata preferisco l'evirata, mi martello i gioielli di famiglia e prendo una decisione che dimostra indubbie capacità di comando, un grosso progresso per me, abituato ad avere potere solo sul telecomando: tutti a casa! In realtà, Lord-enzo stava già per avviarsi, causa stato catatonico avanzato di Lord-enza, che ormai risponde solo a stimoli di intensità superiore al settimo grado della scala Richter. Al contrario, L di EL&L ed EL di L&EL, insieme al nostro vichingo di Muggiò e alla piccola S decidono di accettare la sfida di Thorin Scudodiquercia, affrontare l'orco Sven e provare ad entrare nella Montagna solitaria del Berghein.
Il tassista ci accoglie nell'abitacolo al suono di radio mujahideen. All'inizio, dato l'irrigidimento provocato dal gelo, non ci facciamo troppo caso. Io, però, che gli siedo di fianco, noto che in mano ha un Tasbeeh con cui si gingilla nervosamente. Già siamo infedeli, aggiungiamoci quel tocco di Putinerol e il martirio viene da sè. E infatti, un paio di minuti bastano per capire che siamo in balia di un kamikaze: andando a cento allora, e continuando ad accelerare nel tentativo di abbattere il muro del suono, ci infila qualche sorpasso che definire 'azzardato' suona riduttivo e una serie di semafori che, forse a causa di una visione mistica daltonica, decide incurante di passare tutti con il rosso. A quel punto prendo il cellulare e scrivo ai miei che gli ho sempre voluto bene e di vendere tutti i miei film porno, devolvendone il ricavato a qualche organizzazione per la cura della cecità. Scoppia anche una breve discussione tra J e il guidattentatore, che le risponde in maniera sgarbata - ma di questo, povero, non gliene voglio fare una colpa. Finalmente arriviamo. All'indirizzo sbagliato, ma non importa, la felicità di essere ancora vivi è più forte di ogni altra cosa. Saluto il tassista e lo connetto su Facebook, giusto per vedere se abbiamo qualche amico in comune. Saluti, baci, spazzolata energica di denti e subito sotto il piumone per lo scongelamento. E lì, succede l'irreparabile: J, non so se per dimostrarmi il suo amore o la sua natura perfida e crudele, mi stringe forte a sé e adagia i suoi piedini sui miei piedoni. I suoi gelidi, glaciali piedini sui miei piedoni. Forse poi mi ha sussurrato dolci parole all'orecchio, ma non lo saprò mai, perché perdo i sensi.
In tarda mattinata l'appartamento si trasforma un luogo di desolazione abitato da valigie disfatte e zombie che si trascinano a fatica da una stanza all'altra. Mentre cerco di riprendere conoscenza, mi imbatto nel fantasma di L di EL&L, la cui versione fisica vaga ancora, senza meta, nella Terra di mezzo. Voglio sapere tutto del Panorama bar. Anche lui lo vorrebbe, perché mi confessa di non essere entrato.
'Ehhhhhh?!!'
Ecco come sono andate le cose. I nostri eroi, indifferenti al freddo, ai francesi, ai saltatori di fila, agli effetti del Putinerol, all'odore di kartoffeln, al ghigno dell'orco e all'abbronzatura di Carlo Conti sono riusciti, lentamente, ad arrivare davanti all'ingresso. Davanti all'immondo Sven - che a detta di alcuni sarebbe il diminutivo di Svencincetorige. Il momento tanto agognato era giunto. Sven, con un gesto della mano, invita K e piccola S a entrare. Forse ha fame. O forse vuole solo spedirli dritti nelle fauci delle casse che sputano centoventi battiti al minuto. Non lo sappiamo. Poi tocca a EL di L&EL. Sven la scruta. La invita ad avvicinarsi. L di EL&L, che nel frattempo, a causa del gelo, ha completato la trasformazione in Andreotti - testa attaccata alle spalle, cappottino nero con bavero rialzato e orecchie dotate di vita propria che sventolano bandiera bianca -, compie dei piccoli passi di appropinquamento. Sven, che fiuta subito l'odore di Putinerol, distoglie la sua attenzione da EL di L&EL e, Medusa dei tempi moderni, pietrifica con lo sguardo l'onorevole, che rimane immobile come nel gioco dell'un, due, tre stella. A quel punto il temibile orco spalanca le fauci e pronuncia le seguenti parole:
'Senatore, per me è un nein!'
A nulla sarebbe valso ogni tentativo di protesta, a parte fare infuriare Sven. E si sa, ogni volta che Sven perde la pazienza, un tornado si abbatte da qualche parte in Texas. Impietositi dall'accaduto ma, soprattutto, presi dallo sconforto di affrontare l'impresa senza tutta la truppa, K e piccola S decidono di ritirarsi, seguendo mesti le transenne fino all'uscita senza ritorno. Bisognava, però, salvare il salvabile: i nostri prodi-gy (avventurieri nei templi dell'elettronica futuristica) salgono sul primo taxi e si fanno portare in un ambiguo locale russo, dove concludono il loro viaggio al termine della notte bevendo vodka, danzando e lanciandosi in un paio di pogrom con dei simpatici e baffuti cosacchi.
Non mi resta che un'ultima cosa da fare, prima di ripartire per Zurigo: abbraccio L di EL&L e chiamo un esorcista che scacci dal suo corpo ogni rimasuglio di Putinerol. E qui, davanti all'immagine di un'amicizia forte, sincera, fondata su un legame alcolico indissolubile disseminato di buchi neri e girelliti planetarie pongo la parola fine a questo delirante fine settimana che mi è costato la fatica di centinaia di inutili parole ottenute mescolando a casa le lettere dell'alfabeto. Buona settimana a tutti!
p.s: cari genitori, sono ancora vivo, quindi vi prego: rivoglio inidietro i miei porno!
lunedì 14 ottobre 2013
Conati con la camicia
martedì 25 giugno 2013
Il grande circo dei professionisti
A pensarci bene, di lavori più o meno inutili, più o meno inventati, ce ne sono parecchi. Per esempio…
Cravattestato di stima ovvero l'annodatore seriale
Giuro di dire solo la verità, nient'altro che la verità. Anni fa, alla sfilata di un'importante casa di moda italiana. Me ne stavo lì, a raggranellare qualche spicciolo visto che, con la laurea di filosofia in tasca, il mondo del lavoro era un grande talent show dove la risposta finale era sempre la stessa: per me è un no. Così, in compagnia di altri baldi giovini, adempivo al ruolo di ragazzo immagina: immagina che cazzo fare con una tesi sullo scetticismo contemporaneo. Certo, forse tutto era un sogno e il mondo non esisteva ma, vi assicuro, il tizio deputato ad annodarci le cravatte, quello sì che era reale. Annodo le cravatte, dunque sono. Un cartesiano della sartoria pronto a cancellare secoli di pirronismo con la sua tecnica sopraffina: avanti un altro, avanti un altro, avanti un altro. Fu il giorno in cui ebbi la tentazione di bruciare la mia tesi.
Il prosciugatore esistenziale
Al retorico 'Ciao, come stai?', rivolto a lui, il conoscente, quello che dovrebbe solo parlarti di figa e previsioni del meteo, risponde con almeno una mezz'ora di filippica: i trenta minuti più lunghi della vostra vita. 'Mmh' ed 'eh' di circostanza, rinforzati da segni d'assenso del vostro capo, espressione sintomatica del capitolare di fronte a un senso di pesantezza a mala pena sopportabile, scandiscono il suo pessimismo cosmico, un inarrestabile flusso di coscienza che solo la morte può arrestare. Le ginocchia che non sono più quelle di una volta, il capo affetto da pulsioni sadiche, l'impossibilità di conoscere tutto l'Universo, il gatto vomitatore seriale, la fidanzata psicotica e castratrice, un miscuglio letale di argomenti che ha un solo e unico fine: piegare la vostra volontà, prosciugarvi l'anima e lasciarvi indifesi davanti a un mondo che non sembra più bello come una volta. Pare evidente che il prosciugatore è pagato per ricoprire il ruolo di ammorbatore dell'ego. Anche le vittime di turno, però, meriterebbero almeno un elogio alla sopportazione. Concludo ricorrendo che tutti noi, almeno una volta, abbiamo ricoperto il ruolo del carnefice esistenziale.
Il donatore di sangria
Chi, come il sottoscritto, ha trascorso l'ultimo migliaio di fine settimana ingurgitando litri e litri di alcol nella speranza di ricreare l'effetto brodo primordiale, sa cosa significa sottoporsi a degli esami del sangue che, per i dottori, ha certamente un'ottima annata - e non sa di tappo. Essendomi svenato in questa nobile attività, non possiedo una casa, però un'ottima resistenza alcolica, quella sì. E allora è giunto il momento di pensare anche agi altri e di donare indietro quello che, a fatica, noi bevitori instancabili di venerdì e sabati notte risucchiati nell'oblio di buchi neri creati dalle leggi fisiche di rum e vodka, ci siamo conquistati: infilateci un ago in vena e riprendetevelo tutto, l'alcol. E bevete alla nostra salute. Gratis. Cin cin!
L'addestratore di selve feroci
Dante ne fece esperienza diretta. Risultato: generazioni di studenti che ogni anno si spremono le meningi nel tentativo disperato di decifrare le ermetiche allegorie che popolano la Divina Commedia. Tutta colpa della selva oscura. Come non capire allora l'importanza di una figura come quella dell'addestratore di selve feroci, illuminatore di oscurità, che, fosse esistito ai tempi, avrebbe risparmiato al sommo poeta anni di affaticamento letterario, per la serie prendi l'arte - nova - e mettila da parte. Poco chiaro, ammetto, nello specifico, la metodologia di tale addestramento.
L'igenetista
Si sa, spendere una vita intera rinchiusi all'interno di un corpo umano, senza avere mai la possibilità di fare due passi, bersi una birra o ammirare il nuovo taglio di capelli di El Shaarawi non è facile. Se poi si è responsabili dello sviluppo comportamentale di certi tizi di mia conoscenza, il senso di colpa deve rendere la loro vita un inferno. Poveri geni. Per questo abbiamo assoluto bisogno di igenetisti: gente che, almeno una volta all'anno, si prende cura di loro, li coccola, dà loro una spolverata e spara due cazzate, così, tanto per tenerli su di umore. Attendo con ansia l'apertura di un corso master apposito.
Il mago del pagliaio
Come il suo collega più famoso, che nessuno è mai riuscito a trovare, predilige fienili di campagna in cui esercitare le sue astruse magie e scomparire alla vista di noi comuni mortali. Dura dedicare la propria esistenza all'arte mimetica e passare inosservato ai più, circondato da un mucchio di paglia poco propenso alla conversazione. Il più famoso di tutti è il mago di Garda, prediletto dai turisti tedeschi per il suo cilindro del dottor Scholl che non serve a un cazzo però aiuta a riconoscerlo in mezzo a tutta quella paglia.
Il viaggiatore indietro nel tempio
Per i nostalgici del ventennio Avanti Cristo. Per quelli che ormai si sono già assuefatti e un Dio solo non basta più. Per tutti coloro che credono forse no, ma si fidano di numi più modesti, niente di meglio del viaggiatore indietro nel tempio, un politeista dei tempi moderni che, lasciatosi alle spalle un palloso demiurgo dall'Ego sconfinato, cerca di rifondare un nuovo credo dove la bella Afrodite, Priapo e il suo gigantesco pene, baccanali e feste orgiastiche si fondono in un tutt'uno al grido di menoteismo, più mona per tutti. Amen
E ora, non mi resta che augurarvi buona settimana. Aspetto ansioso i vostri curricula.
martedì 5 luglio 2011
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Che è meglio

Casa di P, un sabato sera come tanti altri, davanti a un hamburger gonfio di salse, pomodori e cipolla.
“No, ascolta P, dopo possiamo uscire, girare per locali, andare a ballare, quello che vuoi, ma io stasera bevo poco”.
E siccome sono un uomo di parola, ecco che la bottiglia di vino rosso, neanche tanto lentamente, si svuota. Ma il vino, si sa, è cultura e agevola la conversazione. Anche il rum, credo, è cultura, e agevola non solo la conversazione, ma anche quei movimenti del corpo umano che hanno funzione comunicativa e che solitamente definiamo come danza e, senza ombra di dubbio, gli approcci di natura amorosi quando lo sbiasichio è ancora sotto controllo. Deve essere per questo che, di fianco al vuoto della bottiglia di vino, viene a tenergli compagnia il vuoto della bottiglia di rum. D’altro canto, quale miglior contenitore alcolico del corpo umano, di fronte al quale l’umile vetro indietreggia repentino riconoscendo l’indubbia superiorità di eroici fegati che hanno saputo adattarsi a condizioni di sopravvivenza estreme. Amen.
Così, quella che sarebbe dovuta essere una serata tranquilla in compagnia di un amico, cena, amabili chiacchiere e a letto presto che se no mi vengono le borse sotto gli occhi si trasforma nel solito delirio incontrollabile dove, come palline di flipper, rimbalziamo da un locale all’altro, consumando energie, soldi e gran parte di una salute ormai sempre più cagionevole.
Non starò a tediarmi con un’inutile e noioso elenco del fatto e non fatto, del dove e del come. Mi basta sapere che, dopo aver lasciato il Gonzo, un nuovo club dove si balla al ritmo di decibel rock e dove è obbligatorio almeno essersi tatuati un braccio intero con simboli satanici che, se letti al contrario, evocano Maria De Filippi, mi dirigo insieme a P, un uomo tenuto in ostaggio dai suoi cappelli, al sempre caro mi fu quest’ermo Zukunft.
Sono le quattro del mattino. Le persone normali, a quest’ora, russano sotto le lenzuola, rifugiandosi in visioni oniriche che il bardo inglese suggeriva fossero la materia di cui noi siamo fatti. Le persone che si avvicinano alla normalità di un sano divertimento, sperano presto di ritrovarsi nella stessa condizione delle persone normali e si riversano nelle strade alla spasmodica ricerca di un Caronte alla guida di un taxi che li traghetti verso il regno delle ombre. Le persone irrequiete invece, schiave della sindrome del conte Dracula, nottambuli perditempo alla ricerca di un senso che appaghi il vuoto metafisico che attanaglia le loro più profonde pulsioni sessuali - so che non vuol dire un cazzo, ma conoscevo professori all’Università che ci scrivevano libri con frasi come queste -, parlano con il tizio della selezione cercando di convincerlo del fatto che entrare dentro al club è una questione, per loro, di vita o di morte e, nel caso di un rifiuto, si prostrano in direzione dei suoi piedi salmodiando e versando lacrime che commuoverebbero anche un muro in cemento armato. Ovviamente, io faccio parte del primo gruppo, ma conosco un amico che...
Una volta dentro, saliamo la rampa di scale che ci separa dal Bar 3000 e raggiungiamo l’agognato bancone dove possiamo ordinare un paio di bicchieri, giusto per evitare l’atrofizzarsi dei muscoli di braccio e avambraccio. La mia attenzione viene però attirata da due signorine esteticamente gradevoli che a loro volta si stanno esercitando nella nobile arte dell’alzata del gomito. Riconoscendo in loro delle pari in tecnica e maestria, mi avvicino per mostrare tutto il mio rispetto e introdurre me e tutto l’albero genealogico, fino a Mosé e a quel balbuziente del fratello.
Una mi dice che fa la psicologa. Perbacco! L’altra è architetto. Accipicchia! La notizia mi riempie di orgoglio e decido di condividere questa sensazione con il mio amico iberico, ben lieto di inserirsi dentro al siparietto. L’architetto, garrulo, ci rivela che, saltuariamente, il fine settimana, lavoro in un bar chiamato Dante e, rivolgendosi al mio amico, esclama con entusiasmo:
“È un nome spagnolo, vero?”
Curioso come poche parole riescano ad abbattersi come macigni sul tuo umore, già piuttosto altalenante.
“Scusa?”, le domando io, con malcelato stupore. “Dante è un nome italiano. Avete presente Dante, no?”.
Sul loro volto vedo comparire l’abisso del nulla. Ci riprovo. “Dante Alighieri...”, tanto per dissipare ogni ombra di dubbio. Nulla. Vengo investito da una tempesta di ignoranza che mi fa vacillare come un salice piangente frustato dalle raffiche del vento.
Io, però, sono ostinato. “Dante Alighieri, il poeta italiano più importante nella storia della letteratura mondiale insieme a Shakespeare”
Scorgo della labile luce negli occhi dell’architetto. L’altra è troppo ubriaca per ricordarsi persino il suo nome. “Ma Shakespeare non è italiano però”. Guardo P e lui guarda me. Sospiriamo, consci che il testosterone gioca una grande ruolo nella vita di un uomo ma che a volte, anche lui, incontra delle barriere insormontabili. Le salutiamo e ce ne andiamo giù, nel girone infernale, a ballare, lasciandole lì, nell’eterno Limbo dell’asineria. Il Paradiso può attendere, andremo a cercarlo da un’altra parte.
Scrivo questo post dopo aver corso 60 chilometri in bicicletta, perduto nella campagna svizzera, con le gambe paralizzate dall’acido lattico. Perciò, visto come stanno le cose, spero non direte che questo post è scritto con i piedi, che sono ben appoggiati sopra al divano, esanimi. Buona settimana a tutti!
lunedì 20 giugno 2011
Tapas y patatas
Gelateria. R e la sua nuova fiamma, una graziosa moscovita che frequenta il primo anno delle scuole elementari – o ricordo male? Forse l’università? Bah, in ogni caso era difficile notare la differenza – stanno cercando di scegliere il gusto. Un compito che richiede uno sforzo disumano, soprattutto per il fatto che, essendo entrambi molto fashion, devono fare in modo che il colore del gelato faccia pendant con scarpe a cintura. Io invece il gelato non lo voglio, però vengo attratto da uno dei gusti. La didascalia recita “Sorbet Figa”. Chiedo delucidazioni al gelataio. Il tizio non riesce a darmi una spiegazione esauriente, però mi assicura di una cosa:“Una volta che lo hai provato, non puoi più farne a meno”.
Dimenticavo. Mi trovo a Barcellona, quindi fate poco gli spiritosi. Sette giorni nella città catalana che hanno messo a dura prova il mio fisico con un regime quotidiano di alcol, sigarette, sesso - una volta ogni tanto, stile riproduzione panda, capita anche a me, non è che si può vivere solo di masturbazione – e privazione del sonno. Un programma da bello e dannato. Andando verso i 35, direi che il bello posso ormai eclissarlo. Mi rimane il dannato che, nel mio caso, è un più un d’annata. Chiamatemi Soave - inciso. Forse non lo sapete, ma gli antichi romani, noti alcolizzati, salutavano Cesare con un Soave Cesare. Di ciò non rimane traccia nei libri perché il governo vuole manipolare la verità, ma io non mi faccio abbindolare. Viva la libertà! Chiuso inciso -. Mi piacerebbe riuscire a tirarne fuori un racconto omogeneo, ma temo che ne caverei fuori una o due pagine di noia mortale. Per me, più che altro. Perciò, mi limiterò a qualche aneddoto.
Dal 7 di giugno compio un salto temporale al 10 di giugno. Sutton, discoteca più o meno fighetta di Barcellona. Tre del mattino. Forse tre e mezza. R e la graziosa moscovita legiferano: andiamo a casa. Avendo dormito cinque ore negli ultimi due giorni, decido di aggregarmi. Ma R non ci sta:
“Tu rimani qui. Lo faccio per te”
Un paio di secondi e una quantità indefinita di tette ballonzolanti mi fanno rapidamente cambiare idea. E poi c’è ancora mezza bottiglia di rum da finire. Che, fidatevi, finisco, e anche piuttosto celermente. Poi, dopo aver ululato alla luna, compio una serie mirata di girelliti che trasformano la penisola iberica in un vortice ormonale. Eccole lì, tutte che girano sul loro asse. Sembra la galleria del vento. Mentre mi agito come una bertuccia colpita da scarica elettrica, la vedo. Una bionda che più bionda non si può. Con scatto da velocista, la raggiungo.
“Cin cin”
La mitraglio di parole senza senso, associazioni libere, flusso di coscienza. La vatussa svedese vacilla, inebetita dal vomitio di vocaboli. Alle cinque e mezza saliamo in taxi. Io, lei e l’amica, che si infervora in una filippica antiberlusconiana. Io annuisco svogliatamente e intanto mi inoltro alla scoperta del territorio scandinavo. Arriviamo a casa, un buco in affitto per due settimane in una zona di tagliagole e studenti erasmus. L’amica continua con la sua arringa. Io annuisco svogliatamente, mangio un paio di patatine e poi vengo trascinato in camera dalla mia bella, che mi sottrae all furia dell’amica rompicoglioni. Credo sia la camera più piccola che abbia mai visto in vita mia, con un letto per bambini. E senza porta. Ma sono cose a cui ci si può adattare. Il resto è poco descrivibile e molto intuibile. Verso le due torno a casa di R. Spossato, cammino per la Rambla con quell’espressione vagamente ebete che si disegna sul volto dell’essere umano di sesso maschile quando crede di aver compiuto l’impresa sessuale dell’anno. Una soddisfazione davvero idiota e decisamente effimera. Ma se l’effimero fosse sempre così!
La giornata prosegue tra giri per la città, passegiate lungomare e sorbet figa. E torniamo da dove siamo partiti. Siesta serale sulla poltrona – più simile a uno svenimento, a onor del vero –, cena a mezzanotte. La graziosa moscovita ci saluta. La baby sitter ha chiamato e non vuole che rincasi troppo tardi. R e io ci beviamo un drink, poi prendiamo un taxi e ci facciamo lasciare davanti al Carpe Diem, locale che si affaccia sulla spiaggia, meta di turiste in cerca di risposte a domande esistenziali. La prima domanda ce la fa una specie di comodino di colore che, mentre osserviamo dall’alto la fiumana di gente che si accalca fuori dalle varie discoteche, ci avvicina e ci chiede:
“Blu job?”
Proprio così, blu job. Magari blues job. Forse perché è un po’ triste. Lei. O magari, nel mentre, ti canta una di quelle canzoni che cantavano gli schiavi neri nelle piantagioni di cotone lungo il Missisipi. Blu o meno che sia questo job, decliniamo la gentile offerta. Entriamo al Carpe Diem, quam minimum credula postero, che sono certo il buttafuori usi come deterrente per i clienti poco graditi e alfabetizzati. Mentre cerco di crearmi un varco in mezzo alla folla, vengo afferrato e tirato per l’indice. Mi ritrovo davanti a una ragazza che sorride, denotando un lieve grado di ebbrezza. Sfuggo all’agguato ed esco con R a fumarmi una sigaretta. La signorina però, non desiste – come darle torto d’altronde: come fumo io, non fuma nessun altro – e, seduta a un tavolo con un amica, mi fa cenno con la manina di avvicinarmi. Tolto il dente, tolto il dolore. Vado. Mi presento. Sono ungheresi. Provo a instaurare una conversazione, ma la predatrice non riesce a far uscire dalla bocca nessun suono decifrabile come fonema conosciuto. Sorride e vacilla, una torre di Pisa sotto gli effetti dell’alcol. Sorrido anche io e le auguro una buona serata. In qualche clinica di disintossicazione. Poco dopo, R mi abbandona. Mi trasferisco alla discoteca accanto, dove rimango fino alle sei. Colto da narcolessia, esco e mi metto alla ricerca di un taxi. Più facile trovare del petrolio sotto il pavimento di casa mia. Chiedo a un energumeno in compagnia di altri energumeni come possa chiamare un taxi.
“Un taxi? No, impossibile. Però, se vuoi andare qui, il trasporto è gratuito”. Mi porge un bigliettino. Con una donna nuda. Intorno a un palo. No, meglio di no. Sono troppo stanco. Non vorrei addormentarmi a metà spettacolo. Proseguo la mia ricerca. Sento qualcuno chiamarmi.
“Señor! Señor!”
Mi volto. Di nuovo lei. Il comodino.
“Blu job?”
Ancora?
“No, gracias”
“Ah... y taxi?”
Quando si dice il senso degli affari. Buona settimana a tutti. Io sono ancora qui. Ad aspettare un taxi. Ciao!
lunedì 6 giugno 2011
Svengo anch’io. No, tu no

Quello che sto per raccontare è la storia di un dramma personale. Un crollo esistenziale. Un cedimento ontologico. Perché, a volte, la pressione si fa sentire. Quando è troppa. O quando è troppo poca.
Giovedì 2 giugno. Zurigo. Qui è vacanza. Se qualcuno si domandasse come mai nella città elvetica si celebra la festa della repubblica italiana, avrebbe tutta la mia comprensione. E pure quella di alcuni specialisti in malattie mentali. Inutile lamentarsi poi che quel camice bianco è troppo stretto. Pare si tratti di Ascensione, o qualcosa del genere. E per uno che sale verso l’alto, ce n’è sempre qualcun altro che discende verso il basso. Sempre di più. Una legge del contrappasso mal distribuita. Ma andiamo con ordine. La giornata inizia, con calma, verso le due del pomeriggio, un orario a partire dal quale ai miei occhi è concesso di aprirsi e iniziare gradualmente ad abituarsi alla luce diurna. Che non c’è, perchè il tempo tende all’orripilante. Incurante dell’effimero, qualche ora dopo raggiungo le sorelle DgF e babbuzzo per un aperitivo in riva al fiume. Ed è il risveglio della natura.
“Guardate, là, la poiana!”. E la poiana plana, plana.
“E le rondini, avete visto le rondini?”. E se in Italia una rondine non fa primavera, qui la speranza non viene affidata nemmeno a uno stormo.
Cra, cra! Cra, cra! “Oh, che melodico gracchiare: li sentite i corvi?”. I corvi torvi.
E poi le tortore, i piccioni, i passerotti, l’airone immobile da ore, ancora stordito dalla sbornia della sera prima. Un’aviazione di pennuti che in pochi minuti trasforma il sottoscritto in un campo minato di merda. Io amo la natura. In padella. E visto che siamo in tema di cibo, vi dirò che il desco serale, più tardi, viene consumato a casa di DgF, quella svizzera: un’abbondante e saporita spaghettata accompagnata da vino, vino, vino e poi... birra, vino, vino, caffé, ammazzacaffé, vino, vino e... e grandi aspirazioni. Poi, tutti fuori, perché aspiriamo così tanto che il Futuro ormai ci attende. E le aspirazioni non finiscono qui. Aneliti... di sostanza. Il Futuro ci apre la porta e imprime il suo inconfondibile timbro sulle nostre mortali membra. Un giro di cuba libre per curvare lo spazio tempo. Da fessure sempre più ristrette osservo nugoli di persone, bicchieri mezzi vuoti – sono un romantico pessimista –, mozziconi che ardono. Le voci si disperdono, i rumori si amplificano, la musica mi avvolge. E non è l’unica, perché tutto a un tratto sento che qualcos’altro avvolge parti di me. Il mio stomaco. Il mio Io più profondo. Una metamorfosi che, non avendo l’esperienza alcun effetto su di me, si avvicina molto di più all’asino di Apuleio che allo scarafaggione kafkiano. Conscio di un possibile, mi avvicino al banconee appoggio il mio drink. Respiro profondamente prima di immergermi nelle tenebre dell’ineffabile. L’oscurità mi ghermisce. Una sensazione di pace straordinaria. Un sogno, lunghissimo, di cui non ricordo più nulla. Forse una visione. Niente tunnel, luce o cazzate new age. Un’esperienza piuttosto anomala. Inquietante e, allo stesso tempo, rasserenante. Come la Verklärte Nacht di Schönberg. Riapro gli occhi. Se ho esalato l’ultimo respiro, mi ritrovo di nuovo nel Futuro. Ma un Futuro eterno è senza senso, e a giudicare dalla mia posizione a gambe all’aria e dall’espressione preoccupata degli amici che guardano dall’alto il novello Lazzaro resuscitato, direi che mi toccherà andare i lunedì in ufficio ancora per un discreto numero di anni. Prendendo appunti dal loro racconto, avrei perso i sensi per circa un minuto. In questo minuto, babbuzzo mi ha schiaffeggiato energicamente e, già che c’era, mi ha pure limato due molari. Qualcuno si è fatto fare un paio di foto ricordo. Qualcun altro, invidioso, ha provato a sniffarsi i calzini per ottenere lo stesso effetto. Finito lo spettacolo, il tizio della sicurezza mi offre un bicchiere d’acqua e mi accompagna fuori a prendere una boccata d’aria. A quest’ultima, però, preferisco una boccata di nicotina, che sarà meno sana ma mi allevia due o tre minuti di noia esistenziale. Seduto sul marciapiede, ancora disorientato, penso alla repentinità con cui l’essere umano può varcarequella soglia continuamente procrastinta. E il pensiero genera angoscia. Perciò, appena rimembro il corretto utilizzo degli arti inferiori, rientro, raggiungo la pista e mi lancio in danze scaramantiche fino alle tre e mezza del mattino. Perché sì, la nostra vita è fatta così: un giorno siamo qui. E il giorno dopo... E il giorno dopo, chi lo sa. Io, per precauzione, me ne sto già qui. Nel Futuro. Salute e buona settimana a tutti! Io me ne vado a Barcellona, pare che debba partecipare a un evento aziendale. Lo slogan dell’evento? “Svenite tutti qui: vi aspettiamo”. Bello, no?
p.s: sono tre giorni che ho male al fondo schiena. Ma in quel minuto di incoscienza... ecco, se qualcuno lo sa, non me lo venga a dire. Occhio non vede, cuore non duole. Duole altro
giovedì 7 aprile 2011
L'importante è partecipare
Quando avevo sei anni i miei decisero che era giunto il momento di farmi praticare qualche attività sportiva. Da parte mia l’entusiasmo fu minimo. Avevo già le idee chiare e sapevo che volevo diventare un alcolizzato. Altro che sport. Mio padre avrebbe voluto che diventassi un rugbista. Mia madre un dottore, ma visto che i libri di anatomia pesavano troppo e soffrivo già allora di scoliosi, scelsero una via di mezzo e mi sbatterono in piscina a imparare i rudimenti del nuoto. Odiavo nuotare. Pesavo venti chili e pativo il freddo. Tremavo come quei chihuahua da borsetta che sembrano sempre prossimi al collasso. Tre anni più tardi papà, convertito alle filosofie orientali dopo aver visto in televisione un feroce combattimento tra Kato e l’ispettore Clouseau – era lui che compose ‘Il cielo in una stonsa’? – mi iscrisse a un corso di karate. Odiavo il karate. Non riuscivo mai ad allacciarmi la cintura e durante il saluto c’era sempre qualche criminale che impestava l’aria con letali flatulenze. Da allora ne è passato di tempo. Del karate mi è rimasta una certa impostazione marziale che si nota soprattutto quando sferro attacchi mortali contro le zanzare e trangugio beveroni alcolici. Sono cintura nera di cuba libre. Il nuoto, invece, non l’ho più abbandonato. Fare trenta volte cento metri mi infonde quella incredibile sensazione di nullità esistenziale che posso ritrovare altrimenti solo in qualche trasmissione televisiva. Questo, però, non è l’unico vantaggio che deriva da un’attività concettualmente complessa come quella del fare avanti e indietro in una vasca generalmente riempita d’acqua – senza, la virata diventa un ostacolo insormontabile. Per esempio, l’altra sera. Sono a una festa, impegnato in un’amabile conversazione con una graziosa signorina. A un certo punto, e non chiedetemi il perché, la graziosa signorina poggia la sua graziosa manina sul mio braccio. D’altronde, la gente fa un sacco di cose senza una ragione apparente. C’è chi ascolta Al Bano, che musicalmente parlando sarebbe meglio si chiamasse Al Bando – certo, de gustibus non disputandum est, ma a volte sputandum sarebbe meglio. Vero anche che una volta ho ascoltato un pezzo di Stockhausen che mi ha provocato una gastrite per un mese. Comunque, la signorina, tastandomi l’arto, rimane colpita dalla tonicità muscolare. Che pepita! Io gonfio il petto, bullandomi da vero vanesio:
“Nuoto”. Tipo sintetico a posteriori. “Ah... be’, io non faccio sport, però anche il mio braccio è piuttosto muscoloso.”. Un dialogo filosofico degno dell’Accademia platonica. “Faccio le seghe a mio marito”. Scusatemi il francesismo. E pure il marito. Sul momento, applico il metodo dello scetticismo radicale: questa conversazione non è mai avvenuta, il mondo non esiste, lei non esiste e io sono solo un cervello – poco sviluppato – in una vasca. Una vasca da cinquanta metri, e questa è una allucinazione provocata da una serie massimale di 100 metri stile libero. Superato il trauma iniziale, passo alla fase analitica. Se ci fosse del vero, io dovrei avere avere un braccio da culturista. Supponiamo, però, che l’enunciato sia dotato di senso. Intanto, vorrei capire se lo sfregamento della parte intima maschile possa essere considerata un’attività sportiva a tutti gli effetti. Se sì, allora dobbiamo porci subito alcune domande: come raggiungere determinati risultati? Quante volte bisogna allenarsi? Che influenza hanno le dimensioni sulla performance? Qual è il metro di giudizio che si dovrebbe applicare a un’ipotetica competizione? Il porno è doping? Potremo presto vedere la masturbazione alle Olimpiadi? (se hanno ammesso il curling...) L’importante è partecipare? E perché l’essere piuttosto che il nulla? Come vedete, la questione è piuttosto intricata. Non è stato facile continuare la serata. La potenza evocativa di quella frase, sussurratami all’orecchio, non mi ha dato pace. Sono andato a ballare, ma non riuscivo a liberarmene. Ho conosciuto una ragazza e le sue papille gustative, ma non riuscivo a liberarmene. Mi sono fatto una lavanda gastrica di vodka, ma non riuscivo a liberarmene. Ho preso l’autobus per tornare a casa insieme a un mio collega con cui ho discusso del più e del meno, anche se non in questo ordine, ma non riuscivo a liberarmene. E allora, varcata la soglia del mio appartamento, ho preso una decisione. A due mani: nel dubbio, alleniamoci. Buona settimana a tutti!
lunedì 17 gennaio 2011
Gang bangs of New York - parte quarta

Ottimo ristorante italiano? Non ho voglia di mettermi a discutere, sono stanco e affamato. Appuntamento lì davanti alle dieci meno un quarto. Prendo un taxi. Il taxi rimane imbottigliato nel traffico.
“Eh, stasera c’è il concerto di Bon Jovi”
Tuttavia, l’informazione non mi è di grande aiuto. A metà strada – circa due settimane più tardi – ordino al taxista di fermarsi.
“Proseguo a piedi”
Il taxista fa l’incazzato ma se io arrivo troppo tardi, poi Bon Jovi ci rimane male. Sono in ritardo. Accelero l’andatura. Corro. Lei è lì davanti che mi aspetta.
“Scusami. C’è Bon Jovi che suona”. Penso sia una buona scusa. La utilizzerò più spesso. Entriamo. Il ristorante è enorme. Un cameriere decisamente omosessuale che si atteggia come se, in realtà, lo fosse ancora di più, ci trova posto in una zona appartata del locale. Io ordino un’insalata come antipasto – “Non una porzione all’americana, mi raccomando. Una normale, grazie” –, degli spaghetti e due bicchieri di vino rosso. Lei un gelato. Quando il cameriere torna, regge in mano un prato di lattuga, carote e pomodori. Cazzo! Fortuna che ho portato il tosaerba e il rastrello. Gli spaghetti sono scotti. Mai farsi portare in un ristorante italiano da chiunque provi a parlare la nostra lingua dicendo ‘salami’ e ‘grazzia’. Intanto, lei ha abbandonato la scalata di quella montagna di gelato innevata di panna e cioccolato. La lettura della mia anima procede creandomi non pochi imbarazzi. Parlo del più e del meno e non di molto altro perché la mia cultura matematica si è piuttosto ridotta negli anni. Miracolosamente, riesco a finire il piatto di spaghetti. I bicchieri di vino da due sono diventati quattro, ma la sorte è la stessa. È ora di prendere una decisione. Tanto so già come va a finire.
“Ti va di andare a bere qualcosa”, le domando? Annuisce con la testa. Sorrido, inebetito per lo più dal pantagruelico pasto, mi alzo e vado in bagno a sistemare una faccenda. Un tizio sulla settantina, intento a prosciugare con veemenza una sofferente prostata, si volta verso di me e mormora qualcosa di incomprensibile che lo fa sganasciare dalle risate. Ne abbozzo una pure io e mi blocco sul più bello. Terminata l’operazione logistica, mi sistemo i capelli, mi faccio l’occhiolino e sono pronto al mio trionfale rientro. Quello che vedo, però, non mi lascia assaporare la vittoria finale: lei è di fianco a un lui e sembrano discutere animatamente. Mi avvicino con circospezione. Il tizio si volta.
“Tu devi essere David”. Mi hanno trovato, maledizione!
“Sì, ciao, piacere”. Allungo la mano, così come mi hanno insegnato. “E tu sei?””****, piacere. **** mi ha raccontato di ieri sera. Sei stato un grande, pochi avrebbero fatto lo stesso al tuo posto”
“Ma no, figurati. È perché sono italiano, sai”. Che risposta da idiota, ma ci ripenso solo adesso. “Sei anche tu israeliano?”. Mi sembra di riconoscere l’accento.
“Sì, di ****”. Ah, dalla stessa città di ****. Che strano…
“E cosa ci fai qui a New York?”
“Sono qui per lavoro. Un paio di mesi”
Dopo la breve introduzione, lei lo prende sotto braccio e, spostandosi verso l’uscita, sancisce con un “Ok, noi dobbiamo andare. Ci vediamo” la conclusione della serata. Rimango lì imbambolato per qualche secondo, poi chiudo la giacca, infilo le mani in tasca e mi incammino verso l’albergo. Si dice che la curiosità è donna, ma si vede che nel mio caso fa un eccezione. Appena entro in stanza, mi collego a Facebook e inserisco il nome della ragazza nella ricerca. Ci metto un po’a trovarla, visto che i dati anagrafici in mio possesso non trovavano una precisa corrispondenza. Nel profilo leggo un “Married to”. E indovinate un po’ chi è il marito?
Il giorno dopo mi tempesta di telefonate e messaggi. A cui non rispondo. Mi insulta pure. Cosa volete che vi dica… Che mi dispiace per lui, cornuto platonico. Che mi dispiace per me, un fesso preso per i fondelli. Che mi dispiace, ma neanche tanto, per lei, un’idiota e non alla Dostoevskij, perché solo un’idiota può pensare di organizzare una tresca nel suo ristorante preferito a New York. Non do giudizi morali. Non me lo posso permettere , però anche io ho i miei valori. Certo, qualcuno potrebbe obiettare, alla Woody Allen, che sono una tacca al di sotto di quelli di un agente assicurativo ma, in ogni caso, ci sono. E, soprattutto, non mi piace che una persona ometta informazioni come dire… rilevanti. Detto questo, ognuno, una volta che si infila sotto le coperte e spegne la luce, deve fare i conti con la propria coscienza. Purtroppo, a causa dell’alcol, io me ne ritrovo una che sbiascica e non capisco mai cosa vuole dirmi. Pazienza e alla salute. Buona settimana a tutti!
martedì 21 dicembre 2010
Gang bangs of New York - parte seconda

Dovete sapere che Broadway è una via piuttosto lunga. 20 chilometri circa da un’estremità all’altra di Manhattan. Perciò, meglio sapere esattamente dove si deve andare. Esattamente. Dopo aver esaminato accuratamente la cartina, sollevo il capo e con gesto teatrale, puntando il dito in avanti, indico alle mie due ospiti la giusta direzione e le invito a seguirmi. Le sferzate del vento si fanno più violente ma io, tetragono ai colpi di ventura, non mi faccio intimidire.
“È lontano?”, mi domandano cortesemente.
“No, saranno al massimo dieci minuti a piedi”. Quindici, contando la brezza contraria. Quando di minuti, però, ne sono passati venti, sul volto delle due israeliane compare un’espressione di disappunto. Mi guardo intorno, controllo di nuovo la mappa e incito le compagne di viaggio a proseguire:
“Siamo quasi arrivati!”
Altri dieci minuti. Incomincio a notare alcune discrepanze tra ciò che è stato codificato su carta e le mie facoltà interpretative. Infatti, controllando i numeri civici, mi accorgo che abbiamo abbondantemente oltrepassato la meta designata. Di centocinquanta numeri. Tuttavia, a mia discolpa, posso dire che se la Niña, la Pinta e la Santa Maria fossero state attrezzate con dei navigatori satellitari, non avremmo mai potuto affondare le fauci in un doppio cheesburger ricoperto da strati di cipolla. Di tornare indietro non se ne parla neanche. Ci infiliamo in un negozio e chiediamo consiglio per dei locali in zona a una commessa che non avrà più di sedici anni. Lei, sfoderandoci un contagioso sorriso che mette in bella mostra il suo tecnologico apparecchio ortodontico, ce ne suggerisce uno proprio girato l’angolo. Così, ci ritroviamo al pian terreno di questo stabile, davanti a un bar deserto. E chiuso. Sull’ascensore è affissa una targa con alcuni nomi.
“Ah, guardate: penso che dobbiamo salire al quinto piano”. Per l’alcol mi trasformo in un segugio da tartufo. Le due seguono ciecamente il loro vate metropolitano, anche se incominciano a mostrarsi alquanto spazientite. Quando le porte dell’ascensore si aprono, davanti a noi appare una distesa infinita di abiti da donna ordinatamente appesi su delle grucce che occupano l’intero spazio del loft. Chissà dove sono le bottiglie di rum?
“Possiamo aiutarvi?”
Come tartarughe che allungano il collo fuori dal loro guscio per brucare un po’ di erba, ci sporgiamo dall’ascensore e vediamo che alla nostra sinistra, nascosti da un bancone in legno che gira loro intorno, sono seduti, davanti a dei computer, due ragazze e un ragazzo che ci guardano con aria interrogativa. Spieghiamo il motivo per cui ci troviamo lì. Sorridono e ci dicono che il bar è a pian terreno e che questo è un atelier. All’americana, etelia.
Quindi niente rum?
Tra una frase e l’altra, noto che il ragazzo soffre di un tic all’occhio sinistro. Una delle due israeliane si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Mi sa che gli piaci”. Quindi, non sono in un bar e il ragazzo non soffre di alcun tic. Niente è quello che sembra, tranne il fatto che io, in quel momento, sembro un idiota, anche se tutto fosse solo un sogno. Il sogno di un idiota.
Cerco di trarre a mio vantaggio la cosa. Schiero l’esercito di incisivi, canini, pre molari e molari e, con un’oratoria che nemmeno il Marco Antonio shakespeariano con il suo “Friends, Romans, countrymen, lend me your ears”, lo incito a sfoderare il sorriso imbattibile. Chiedo quindi al ragazzo se conosce un posto carino dove bere un bicchiere e magari mangiare pure un boccone. Lui, colpito da pulsioni sessuali innominabili, vacilla; poi, ripreso il controllo, armeggia con il computer e pochi secondi dopo mi porge non solo una pagina stampata con nome e indirizzo del locale – e quello in piccolo, in basso a destra, deve essere invece il suo numero di telefono –, ma anche il plastico del ristorante con tanto di Bruno Vespa allegato e un set di pentole smaltate che mi porto a casa a soli 49 dollari più spese di spedizione. Ringraziamo, salutiamo e ci rimettiamo in cammino. Altri dieci minuti di marcia. Il posto, che si nasconde dietro a una porta anonima, è davvero carino. E minuscolo: un bancone, cinque tavolini e un cesso. Con nostra fortuna, uno dei tavolini è libero e non importa se i posti a sedere sono solo due e me ne devo stare con metà culo fuori dal divanetto e le ginocchia incastrate sotto il tavolino. Ordiniamo. O meglio, ordino. Cozze alla marinara, un assaggino di questo, un assaggino di quello e una bottiglia di ottimo e costosissimo vino rosso italiano. Le israeliane cercano di impedirmi un tale sperpero di pecunia, timorose più che altro di dover pagare a loro volta il mutuo a fine cena, ma io, pervaso di spirito tafazziano, pronuncio una frase che alcuni critici hanno definito “Un epigramma che rappresenta con icasticità la vacuità esistenziale del suo autore”:
“Siete mie ospiti”.
La folla mi omaggia con un’ovazione e il coro greco raggiunge istantaneamente la catarsi. Non mi resta che accomiatarvi invitandovi a riflettere su un pensiero così profondo e rimandarvi alla prossima puntata, dove potrete leggere di possessioni diaboliche e tradimenti platonici. Buona settimana a tutti!
lunedì 25 ottobre 2010
Ciao, sono Tina, Nico Tina e brucio di passione ovvero la vita a Zurigo, l'amore e le vacche di Hegel

Questa è l’accoglienza che mi riserva, con quell’inconfondibile accento così difficile da riprodurre sulla carta e che mi fa sempre sbellicare dalle risate – non di meno, un italiano perfetto che mi fa vergognare del mio tedesco sbiascicato -, il mio vicino di casa, quello che abita sotto di me e che si innervosisce quando suono il piano con le cuffie e, percuotendo i tasti, provoco delle vibrazioni che si propagano nel parquet, si insinuano nel soffitto sottostante e, per la nota legge della palla di neve che rotola giù per il pendio nevoso, giungono alle sue orecchie così amplificate da poter essere scambiate per l’intera sezione ritmica di un concerto dei Sepultura. Abbozzo un sorriso e mi infilo in bocca una tartina enorme che mi tiene occupato per qualche minuto. La festa, però, è degli altri vicini, quelli della porta accanto che, dopo una lunga permanenza di 7 anni, hanno deciso di trasferirisi ad Argau, o qualcosa del genere, allegro paesotto di 600 anime a una mezz’ora di treno da Zurigo. Lui, E., irlandese di razza, non pare tuttavia particolarmente eccitato di trascorrere il resto della sua vita in un posto in cui sanno quante volti caghi durante il giorno e si consola scolando una birra dietro l’altra - il fatto che io volessi presentarmi con un paio di birre come gesto di ospitalità denota chiaramente, a parte le dotte nozioni apprese dai Padani con fazzoletto verde, la mia ignoranza sulla natura della stirpe celtica: nel balcone sono stipate casse su casse di birra. Sarebbero troppe anche per Argau. K e io non abbiamo niente per cui consolarci ma decidiamo di tenergli compagnia in questa staffetta alcolica e nicotinica che si protrae per alcune ore. Vi riassumo brevemente gli accadimenti per evitare di richiedere alla vostra attenzione, catalizzata ogni due minuti dagli status di Facebook, uno sforzo sovraumano. Ecco cosa è successo in quell’arco temporale compreso tra le otto di sera e mezzanotte circa:
- Bevuto una discreta quantità di birra
- Fumato una discreta quantità di sigarette
- Parlato per la prima volta con una coppia di svizzeri. Svizzeri veri. Non ho ancora scoperto il senso della vita, ma ora sicuramente so cosa non è
- Individuato la ragazza più carina ma, a parte chiacchiere di circostanza e grazie ai punti 1 e 2 che hanno il potere di rendere i tuoi discorsi una somma sgangherata di frasi senza senso, la cosa è finita lì
- Congelato. Letteralmente. Nessuno mi aveva avvertito che l’inverno a Zurigo iniziava a metà ottobre. Dopo quattro ore passate sul balcone in maglietta e gilet il dottore ha constato il rigor mortis. Qualcuno a un certo punto deve avermi appeso addosso anche la giacca
Verso mezzanotte e mezza ci tocca salutare la ciurma perchè per altri mari dobbiamo navigare. Infatti, a dieci minuti di tram, in quel posto esotico chiamato Valman, ci aspetta L di L&L. E anche l’altro. Mandate a letto i bambini.
Il locale è già gremito. Ordiniamo due cuba libre. Il tempo di servircelo ed ecco comparire dal nulla, in successione:
- L di L&L
- L di L&L, l’altro
- M, quello del mal di piedi, in compagnia di due ragazze. La prima è l’amore della sua vita. O almeno, così vorrebbe lei, giovane ma neanche tanto sciampista di Schaffausen. Ora si dice assistente parrucchiere, ma la sostanza non cambia: me la immagino, lì, sotto le cascate, mentre la forza delle acque si abbatte sulla chioma della cliente portando via tutta quella meravigliosa schiuma, duro frutto delle sue laboriose mani. La natura è crudele. L’altra, l’amica, uscita dal pennello di un cattivo pittore, è un pessimo ritratto di ragazza. Qualcuno potrebbe definirla una cozza, ma ho troppo rispetto per le cozze per azzardarmi a paragoni così arditi. In compenso è simpatica. Se tace.
Il numero di bicchieri e brindisi si moltiplica vorticosamente, mentre le nostre menti, piano piano, si offuscano. Prima che le tenebre calino sulle mie sinapsi e sopraggiunga la notte nera in cui tutte le vacche sono nere – e devo dire che mai citazione fu più azzeccata di questa –, decido di esibirmi in una girellite improvvisata. Individuata la preda, allungo il braccio e cerco di afferrarle il metacarpo. Lei sfugge alla presa, schifata. E in quel momento succede qualcosa che non mi sarei mai immaginato: la fanciulla, sotto gli influssi di una bizzarra maieutica, compie due giri su se stessa. Sto assistendo al primo caso di girellite elettrolitica, ovvero al processo mediante il quale l’elettricità contenuta nel mio corpo si abbatte su quello più armonioso della cavia che, una volto scomposto nei suoi elementi costitutivi, produce una reazione chimica che culmina in una girellite primordiale e autoreferenziale. Per un istante mi sento come Dio davanti a un balbuziente Mosè elvetico: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra di Valman, dalla casa degli schiavi. Non avrai altro Dio all'infuori di me e non pronuncerai mai invano la parola ‘Assolutamente sì’”. Non appena mi riprendo dallo stato di onnipotenza, mi accorgo di essere ubriaco ma non ci faccio più di tanto caso, la normalità mi fa sbadigliare. E giunge l'ora che volge il disio ai navicanti e 'ntenerisce il core. Tutti allo Zukufnt tranne le due signorine – di cui ce ne infischiami, non avendo nessun ruolo in questo post – che preferiscono l’apparire all’essere (ubriachi) e si involano per lidi più convenzionali e noiosamente svizzeri. Prima di salire in taxi, spettacolo improvvisato di L di L&L – lui o l’altro? –che, con una tovaglia rubata da non si sa dove, si lancia in un’improbabile imitazione di Antonio Rezza. Una volta tributatogli i giusti applausi, ci facciamo portare a Helvetia Platz perché i portafogli necessitano di rifornimento. Fortuna che ho sempre dietro i passamontagna. Intermezzo giocoso con sottofondo musicale raveliano Jeaux d’eau: io che innaffio L di L&L alla fontana e lui che, pochi minuti dopo, ispirato da una musa non particolarmente sagace, se ne va in giro trasportando un carrello colmo di bottiglie di plastiche pronte per il riciclo. E io che pensavo che in Svizzera si riciclasse solo il denaro. Mancano pochi metri alla nostra Mecca dei divertimenti, ma le sorprese non sono ancora finite: L di L&L, colpito da Boltite fulminante e senza neanche aspettare lo start, scatta e cercando di battere il record mondiale dei 100 metri entra nel Kiosk – versione elvetica dei nostri tabaccai – arriva al bancone, si ferma, si volta ed esce camminando con nonchalance. La persona alla cassa, pietrificata, mostra un’espressione di stupore misto a terrore che scomparirà dal suo volto solo dopo una settimana. È ancora lì a chiedersi il significato della misteriosa apparizione: un cliente insoddisfatto? Un rapinatore estroverso? Un folle che protesta contro il caro prezzo delle sigarette? E mentre il dubbio attanaglia la mente del negoziante, noi siamo al bar dello Zukunft impegnati in una serie massimale di cuba libre. Intanto qualcuno fa conoscenza con un gruppetto di sudamericane discretamente carine. Una di loro cerca di farsi offrire da bere da K che, con garbato tatto, la manda a quel paese. Prego, in fondo a destra. L di L&L, non so se l’uno o l’altro, coglie l’occasione al volo e, con ardore italico, ordina sei shot di Jagermaister. Io, nel frattempo, vago senza meta per la pista e mi fermo solo quando mi convinco di poter essere in grado di coordinare i miei movimenti con il ritmo della musica elettronica sparata a tutto volume . Convinzione, ahimè, che si infrange subito alla prova dei fatti. Il risultato è più o meno quello che si osserva su un essere umano colpito in pieno da un fulmine. Le ore passano, i miei sensi si ottundono. Una ragazza mi si avvicina.
“Esco a fumare una sigaretta!”
Le do la mia approvazione e le consiglio anche di non esagerare perché è risaputo che fumare fa male. Essendo oramai un infuso di alcol, nemmeno mi domando come mai una ragazza che non ho mai visto nella mia vita senta il bisogno di comunicarmi la sua impellente necessità di aspirare nicotina. Si vede che chiedere il nome non si usa più. Quando torna, si lancia in una sfrenata lap dance di cui io sono il palo. Qualcosa, dentro di me, inizia ad animarsi e non sono i neuroni. Sorrido, ebete, in preda a fantasie sessuali indicibili. La realtà prende nuovamente il sopravvento: per quanto possa desiderare un lieto fine dove tutti vivono felici e contenti almeno per un paio d’ore, questo potrà avverarsi solo nel migliore dei mondi possibili, perché in questo, purtroppo, ho più rum che anima e il mio encefalogramma sessuale indica la cessazione di ogni attività. Sconsolato, mi allontano e, come i leoni quando intuiscono che il loro momento è giunto, raggiungo l’angolo più nascosto del locale e, faccia al muro, esaurisco le ultime energie in danze tribali dal profondo quanto oscuro significato rituale. Non ho più molti ricordi se non quello di una pista vuota, le luci accese, silenzio. Qualcosa dentro di me mi dice che è ora di tornare a casa.
Il giorno dopo, ancora a letto, in una stanza in penombra, fisso il soffitto e ripenso alle occasioni mancate della mia vita. A cosa sarebbe potuto succedere se quella volta avessi agito in modo diverso. Al bivio. E poi, dal nulla, ecco uscire fuori la voce di Enrico Ruggeri che mi dice “Per me è un no”. Eh no, Enrico, dai, hai sbagliato programma! Buona settimana a tutti!


