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mercoledì 29 gennaio 2014

Dankeschön und Bitterol - parte seconda

La vita non è facile e alzarsi dal letto non la rende certo più semplice. Se poi ci aggiungete la sbornia del giorno dopo, capirete meglio il significato di fatica di Sisifo: uno sforzo immane (abbandonare l'accogliente e calda alcova) per un risultato nullo (vedere alla voce inebetimento perdurante). Un'erudita introduzione solo per spiegare le condizioni in cui, intorno a mezzogiorno, mi trascino privo di sensi dalla camera da letto al bagno e poi, minzione compiuta, dal bagno al soggiorno dove trovo la tavola apparecchiata, vettovaglie in assetto anti sbronza e, nonostante le poche ore di sonno e i molti bicchieri di alcol, commensali loquaci. Soprattutto P, che ci racconta le peripezie da lui affrontate per tornare a casa: basta un cellulare scarico per ridurre l'uomo in uno stato di totale disorientamento. O l'alcol. Infatti, quello che varca la soglia di casa, attirando la nostra attenzione, non è Lord-enzo, ma una sua controfigura di dieci anni più vecchia, con il viso trasfigurato, lo sguardo assente  e gli occhi iniettati di sangue. La deprivazione sensoriale e qualche cuba libre di troppo hanno trasformato il quarantesimo a sorpresa in un inaspettato cinquantesimo.

Il pomeriggio lo dedichiamo a esplorare la città. All'appello mancano solo Vierino e l'altro atesino che, già da ore, muniti di mappa e guida turistica incorporata, stanno calpestando ogni centimetro quadrato calpestabile di Berlino, in una maratona culturale scandita da una rigida pianificazione in cui nulla è lasciato al caso: al ventesimo minuto scatta la pausa idratazione; al cinquantesimo bisogna sgranchirsi le ginocchia; al novantesimo tappa acquisto compulsivo e fischio dell'arbitro con espulsione di Vierino per evidente fallo da dietro.

Con l'avvolgimento veloce, spostiamoci temporalmente di qualche ora in avanti. Siamo una ventina, ora, nell'appartamento, a goderci la cena preparataci da Simona, cuoca in prestito per la serata. Il cibo è ottimo e il mango piccante sublime, anche se, sulle mie papille gustative, ha l'effetto di una piallatrice. E quando le pance incominciano a essere piene, giunge il momento di svuotare le bottiglie di alcol che attendono pazientemente sulle mensole della cucina e che sono state acquistate con un unico obiettivo: ucciderci. Premessa: la spesa alcolica è stata fatta al Bidl, la versione economica del Lidl che vende prodotti di prima qualità importati direttamente da Chernobyl. Così, fanno la loro comparsa, in successione sparsa: la vodka Gorbatschow, chiamata così perché assunta in dosi eccessive fa venire una gran voglia (di cosa, non si sa); la vodka Putinoff, ribattezzata Sputinoff al secondo sorso; il temibile  Bitterol, di cui vi parlerò a breve.

Ecco, questo sarebbe bastato per farci capire quanto il pericolo fosse reale. Purtroppo, come spesso è accaduto nella storia, ignorammo i segnali e iniziammo a bere. E fu l'inizio della fine. Non abbandonatemi adesso.

Il Bitterol, la perversa unione di Sanbittèr e Aperol concepita da menti diaboliche. Se ne sente parlare per la prima volta nel libro dell'Apocalisse, quando si legge de 'la bestia immonda e l'infernale intruglio con cui allettava le sue gengive putrefatte'. Diversi gli utilizzi del liquido negli anni passati: strumento di tortura - la temuta goccia cinese di Bitterol; arma di distruzione di massa - il famoso meteorite che provocò l'estinzione dei dinosauri conteneva dosi letali di Bitterol; porta  verso altre dimensioni - sono giunte notizie di persone trasportate nello studio di Uomini e donne e costrette a ballare il liscio con lascive novantenni. Nessuno lo ammetterà mai ma il bosone di Higgs è stato scoperto dentro a una bottiglia di Bitterol. Bene, tutto ciò che vi ho appena raccontato non è nulla in confronto agli effetti devastanti del Putinerol, ottenuto mischiando il Bitterol con la vodka (S)Putinoff. Infatti Lord-enzo, dieci minuti dopo aver ingurgitato l'anticristo, viene colpito da tremende convulsioni che portano il Putinerol a esondare dal suo bicchiere, bagnando tutti i presenti. Il panico serpeggia nella stanza e ci prepariamo al peggio. Intanto preghiamo. Il nostro fervore religioso, purtroppo, non serve a protreggerci: il primo a farne le spese è Vierino, inondato da uno tsunami del velenoso liquore. Capito il pericolo imminente, Vierino saluta e si ritira nell'appartamento di sopra, prima della trasformazione. Il giorno dopo è stato avvistato sull'autostrada in direzione Milano. A 180 chilometri orari. A piedi. Ma non è finita qui: pochi minuti dopo il grave episodio, L di EL&L precipita dal divano atterrando in malo modo sul trolley del nostro fotografo, che non si accorge di nulla a causa dello stato catatonico indotto dal Bitterol. La sequenza di causa effetto provoca un'inaspettata reazione di Putinerol che colpisce con inaudita violenza Lord-enzo: il festeggiato, ormai posseduto, lancia con ammirevole precisione il suo bicchiere, il cui contenuto demoniaco si riversa completamente su L di EL&L e il muro. Ora al posto del muro c'è un enorme buco nero che risucchia tutto quello che gli passa vicino, a parte il Putinerol, perché neanche i buchi neri sono così stupidi. A quel punto capiamo che l'unica cosa sensata è abbandonare l'appartamento e andare a ballare da qualche parte, prima di creare inavvertitamente l'antimateria e far sparire il mondo con un cin cin. Decidiamo così di andare al Berghein - Panorama Bar, uno dei locali più famosi del mondo. È ora di risvegliare Lord-enza, sedata preventivamente ore prima con degli incomprensibili saggi di Heidegger che il filosofo scrisse durante una lobotomia.

La fila di 500 metri che ci attende quando arriviamo non è quella per il  bagno delle donne, ma per l'ingresso in uno dei templi della musica elettronica. Dopo trenta minuti di congelamento, siamo ancora lì, fermi, nello stesso punto di prima: alla cassa deve esserci qualche dipendente statale italiano. P, in uno dei non suoi rari attacchi da prima donna, si lancia in una filippica contro le nostre vane speranze di entrare, poi con gesti plateali ci abbandona per fare ritorno al porto (più o meno) sicuro del Kater Holzig. Noi, invece, rimaniamo lì, adottando la tecnica dei pinguini imperiali per evitare l'assideramento. Spero davvero che Sven ci faccia entrare.

Sven, l'orco del Berghein, il selezionatore uscito dalla penna di Tolkien, può fiutare l'odore del Bitterol a un chilometro di distanza e chiamare ad adunata le armate di Sauron. Chi è colto in fragranza di Bitterol viene prima esorcizzato, quindi colpito ripetutamente con delle bottigliate in testa fino a quando non assume le sembianze di un nano elfico. Sven è un mostro dai capelli lunghi e dall'alito pestilenziale, tappezzato di piercing e tatuaggi che, come un cerbero dei tempi moderni, se ne sta da più di venti anni lì, davanti all'ingresso, schiumando dalla bocca in attesa di assaggiare qualche tenero hobbit. Si narra che sia anche un bravo fotografo (ha incominciato la sua carriera a Berlino negli anni 80 come fotografo di moda per hobbit tossicomani. Un lavoro che richiedeva una certa dose. Di talento) ma io so per certo che, prima di arrivare nella terra di mezzo, mangiava bambini e forse era pure comunista. Il signor sì. O no, a seconda. Ma non fidatevi: a volte chi viene accolto da un cenno del suo testone non riesce ad accedere alla pista da ballo, ma viene fatto accomodare in una sala buia dove Sven può, in tutta tranquillità, imbandire un banchetto con uno dei suoi arti strappati a morsi.

Lasciamo Sven per un momento e torniamo a noi. Un'altra ora è passata e siamo ancora in fila. Cento metri buoni li abbiamo percorsi e questo mi ridà fiducia nel genere umano. Come minimo, dopo tutta questa attesa, mi aspetto di trovare la Gioconda nella sala principale, o almeno un Caravaggio. E visto che siamo approdati nelle vicinanze del Louvre, davanti a noi, congelato al punto giusto, c'è un gruppo di simpatici francesi. J, che ancora non ha digerito le lumache dell'anno scorso, se ne esce fuori urlando, in mezzo al silenzio più assoluto,  un goliardico 'Francesi di merda', con tre punti esclamativi. In italiano. Non sono sicuro abbiano recepito del tutto il messaggio ma, nel dubbio, mi sfilo la cintura dei pantaloni - non per prenderli a fibbiate, ma perché so che i francesi hanno un certo gusto per l'eleganza. Intanto, piccoli gruppi di ceffi incominciamo a inserirsi ai lati della coda, infischiandosene beatamente di chi è ibernato lì da ore. Il consumo di pizza e pasta sta inevitabilmente cambiando geneticamente anche gli integerrimi teteski. Intuisco che l'improvviso afflusso di testosterone che sta iniziando a far girare vorticosamente le mie gonadi potrebbe far virare la serata verso un finale poco simpatico. Perciò, alla virata preferisco l'evirata, mi martello i gioielli di famiglia e prendo una decisione che dimostra indubbie capacità di comando, un grosso progresso per me, abituato ad avere potere solo sul telecomando: tutti a casa! In realtà, Lord-enzo stava già per avviarsi, causa stato catatonico avanzato di Lord-enza, che ormai risponde solo a stimoli di intensità superiore al settimo grado della scala Richter. Al contrario, L di EL&L ed EL di L&EL, insieme al nostro vichingo di Muggiò e alla piccola S decidono di accettare la sfida di Thorin Scudodiquercia, affrontare l'orco Sven e provare ad entrare nella Montagna solitaria del Berghein.

Il tassista ci accoglie nell'abitacolo al suono di radio mujahideen. All'inizio, dato l'irrigidimento provocato dal gelo, non ci facciamo troppo caso. Io, però, che gli siedo di fianco, noto che in mano ha un Tasbeeh con cui si gingilla nervosamente. Già siamo infedeli, aggiungiamoci quel tocco di Putinerol e il martirio viene da sè. E infatti, un paio di minuti bastano per capire che siamo in balia di un kamikaze: andando a cento allora, e continuando ad accelerare nel tentativo di abbattere il muro del suono, ci infila qualche sorpasso che definire 'azzardato' suona riduttivo e una serie di semafori che, forse a causa di una visione mistica daltonica, decide incurante di passare tutti con il rosso. A quel punto prendo il cellulare e scrivo ai miei che gli ho sempre voluto bene e di vendere tutti i miei film porno, devolvendone il ricavato a qualche organizzazione per la cura della cecità. Scoppia anche una breve discussione tra J e il guidattentatore, che le risponde in maniera sgarbata - ma di questo, povero, non gliene voglio fare una colpa. Finalmente arriviamo. All'indirizzo sbagliato, ma non importa, la felicità di essere ancora vivi è più forte di ogni altra cosa. Saluto il tassista e lo connetto su Facebook, giusto per vedere se abbiamo qualche amico in comune. Saluti, baci, spazzolata energica di denti e subito sotto il piumone per lo scongelamento. E lì, succede l'irreparabile: J, non so se per dimostrarmi il suo amore o la sua natura perfida e crudele, mi stringe forte a sé e adagia i suoi piedini sui miei piedoni. I suoi gelidi, glaciali piedini sui miei piedoni. Forse poi mi ha sussurrato dolci parole all'orecchio, ma non lo saprò mai, perché perdo i sensi.

In tarda mattinata l'appartamento si trasforma un luogo di desolazione abitato da valigie disfatte e zombie che si trascinano a fatica da una stanza all'altra. Mentre cerco di riprendere conoscenza, mi imbatto nel fantasma di L di EL&L, la cui versione fisica vaga ancora, senza meta, nella Terra di mezzo. Voglio sapere tutto del Panorama bar. Anche lui lo vorrebbe, perché mi confessa di non essere entrato.

'Ehhhhhh?!!'

Ecco come sono andate le cose. I nostri eroi, indifferenti al freddo, ai francesi, ai saltatori di fila, agli effetti del Putinerol, all'odore di kartoffeln, al ghigno dell'orco e all'abbronzatura di Carlo Conti sono riusciti, lentamente, ad arrivare davanti all'ingresso. Davanti all'immondo Sven - che a detta di alcuni sarebbe il diminutivo di Svencincetorige. Il momento tanto agognato era giunto. Sven, con un gesto della mano, invita K e piccola S a entrare. Forse ha fame. O forse vuole solo spedirli dritti nelle fauci delle casse che sputano centoventi battiti al minuto. Non lo sappiamo. Poi tocca a EL di L&EL. Sven la scruta. La invita ad avvicinarsi. L di EL&L, che nel frattempo, a causa del gelo, ha completato la trasformazione in Andreotti - testa attaccata alle spalle, cappottino nero con bavero rialzato e orecchie dotate di vita propria che sventolano bandiera bianca -, compie dei piccoli passi di appropinquamento. Sven, che fiuta subito l'odore di Putinerol, distoglie la sua attenzione da EL di L&EL e, Medusa dei tempi moderni, pietrifica con lo sguardo l'onorevole, che rimane immobile come nel gioco dell'un, due, tre stella. A quel punto il temibile orco spalanca le fauci e pronuncia le seguenti parole:

'Senatore, per me è un nein!'

A nulla sarebbe valso ogni tentativo di protesta, a parte fare infuriare Sven. E si sa, ogni volta che Sven perde la pazienza, un tornado si abbatte da qualche parte in Texas. Impietositi dall'accaduto ma, soprattutto, presi dallo sconforto di affrontare l'impresa senza tutta la truppa, K e piccola S decidono di ritirarsi, seguendo mesti le transenne fino all'uscita senza ritorno. Bisognava, però, salvare il salvabile: i nostri prodi-gy (avventurieri nei templi dell'elettronica futuristica) salgono sul primo taxi e si fanno portare in un ambiguo locale russo, dove concludono il loro viaggio al termine della notte bevendo vodka, danzando e lanciandosi in un paio di pogrom con dei simpatici e baffuti cosacchi.

Non mi resta che un'ultima cosa da fare, prima di ripartire per Zurigo: abbraccio L di EL&L e chiamo un esorcista che scacci dal suo corpo ogni rimasuglio di Putinerol. E qui, davanti all'immagine di un'amicizia forte, sincera, fondata su un legame alcolico indissolubile disseminato di buchi neri e girelliti planetarie pongo la parola fine a questo delirante fine settimana che mi è costato la fatica di centinaia di inutili parole ottenute mescolando a casa le lettere dell'alfabeto. Buona settimana a tutti!

p.s: cari genitori, sono ancora vivo, quindi vi prego: rivoglio inidietro i miei porno!

martedì 10 maggio 2011

Fritti come il pesce fresco

Sestri Levante. Per chi non lo sapesse, graziosa cittadina ligure che si affaccia sul golfo del Tigullio. Chiusa parentesi educativa. Sono seduto al tavolo di un ristorante, in attesa di ordinare. Insieme a me, una decina di amici pronti a spingere al limite le proprie capacità intestinali affrontando una cena pantagruelica accompagnata da qualche bicchiere di vino. Di troppo. Non starò ad annoiarvi con la minuziosa lista dei partecipanti: vi basti sapere che, alla mia sinistra, assorto nella lettura del menu in tedesco – sì, perché le altre opzioni sono il francese e l’inglese, più che comprensibile in un ristorante italiano dove mediamente gli avventori locali fanno fatica a esprimersi nella propria lingua – c’è l’uomo barattolo e, alla mia destra, un posto più in là, il farmacista più bello di Milano, almeno secondo lui. Dopo aver consultato svariati dizionari, siamo pronti per ordinare. Ecco repentina apparire la cameriera, una ragazza che non avrebbe sfigurato come damigella al matrimonio reale del duca e della duchessa di Cambridge: leggins neri che evidenziamo l’esuberante – o esorbitante? – di dietro, poppe generosamente in mostra, sopracciglia disegnate probabilmente da Picasso nel periodo cubista, abbronzatura con marca impressa sulla fronte della lampada UVA, diversi chili di trucco e cicca vezzosamente ruminata con la bocca spalancata. Annota scrupolosamente sul taccuino mentre qualcuno si domanda qual’era il titolo del film porno in cui l’aveva notata tempo fa. Sempre con la cicca. Tra una chiacchiera e una mescita, ci si staglia davanti la sagoma di un donnone granitico dai capelli color paglia che regge, a fatica, due piatti. Fa vibrare le sue corde vocali con spiccato accento di un qualche sconosciuto stato dell’ex Unione Sovietica:

“Pansuotti?”

L’uomo barattolo, che nell’attesa si era rosicchiato un elefante, s’illumina di immenso e sbraccia nel tentativo, per altro efficace, di attirare l’attenzione.

“Frittuo misto?”

Allora, io ho ordinato l’antipasto di pesce. Di pesce fresco, e quello che vedo nel piatto, a meno che l’astigmatismo che mi è stato recentemente diagnosticato non sia inaspettatamente peggiorato, è pesce fresco. Forse la signora ha un concetto di ‘fresco’ legato a una concezione vitalistica, pneumatica dell’Ittiopside. L’élan vital applicata al desco. Per non creare incomprensioni filosofiche, alzo la mano e mi presento come il legittimo proprietario della pietanza. Mettiamoci un limone sopra.

Consumato l’antipasto, è tempo di passare a qualcosa di veramente sostanzioso. I più optano per il fritto di pesce, pur sapendo il rischio che corrono. Io scelgo i pansuuuotti. L’uomo barattolo, che ne sa sempre una più degli altri, vuole le cose rosse. La decisione crea panico nel gruppo: cosa saranno mai le cose rosse? Esclusi fragole, pompieri e Gabibbo – anche se sul Gabibbo qualcuno ha esitato –, all’unanimità viene stabilito per legge che le cose rosse altro non sono che i gamberetti. L’uomo barattolo guarda dritto negli occhi il cameriere, un giovanotto di belle speranze con i capelli scolpiti da una cascata di gel e il cervello affinato da ore e ore di palestra, ed educatamente gli espone il suo desiderio:


“Vorrei i gamberetti rossi alla griglia”
“Eh, belin, alla griglia non posso farteli. Te li faccio fare al vapore”

Avete presente quando eravate piccoli e desideravate tanto quel giocattolo visto nella vetrina del negozio in cui passavate tutti i giorni e poi, il giorno del compleanno, ricevevate dai vostri genitori uno strepitoso libro illustrato con gli dei e gli eroi della mitologia greca? Se la risposta è no, sicuramente non siete miei parenti. Comunque, l’uomo barattolo ammutolisce per qualche secondo, vittima della più cocente delusione del secolo, e poi controbatte:

“Eh, no, alla griglia no, devo succhiargli la testa. È importante”

Certo. Altro che i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, la famiglia, il lavoro e la salute. Eccola la fuga dei cervelli, risucchiati dall’idrovora umana.

Tutto fila liscio fino al momento di ordinare dolce, caffè e ammazzacaffè. Se un fisico fosse stato presente all’evento, avrebbe potuto constatare di persona il famoso aumento di entropia: chi è fuori a fumare una sigaretta, chi aggiorna lo status di Facebook, chi svuota vesciche esplosive, chi pensa al destino dell’umanità e chi è preda del dubbio amletico: torta di pere e cioccolato o tiramisù? Il cameriere getta la spugna, si rifugia dietro la cassa e ci invia con pacco celere la ruminante. Anche lei, però, sventola bandiera bianca e chiede l’intervento dell’ONU. Così, non ci resta che prenderci le ordinazioni da soli. L’arduo compito è affrontato con balda temerarietà dal nostro fido Bettino (nome di fantasia ma neanche tanto), un uomo dominato dal pizzetto, e da C – posso citare il nome per intero solo in presenza dell’esorcista –, che offre generosamente la piazza e mezzo che si ritrova “là dove c’era l’erba ora c’è...” per agevolare la missione. Il tutto si svolge sotto gli occhi degli osservatori internazionali che, alla fine, ritirano la mozione e plaudono all’iniziativa. Tutto questo sforzo e alla fine nemmeno lo sconto. Oh, mondo ingrato!

E non è finita qui. Per supportare l’azione dei succhi gastrici, niente di meglio che lanciarsi in movimenti epilettici controllati che taluni si azzardano a chiamare ‘ballo’. Ed è proprio quello che facciamo una volta arrivati al Papagayo. No, non quello di Saint Tropez, abbiamo alzato troppo il gomito per poter metterci alla guida. Per ottenere il meglio dalla coreografia, ci aiutiamo con della Coca Cola. Con aggiunta di rum perché si sa, la Coca Cola da sola fa male. Inizia la processione: ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta. L’antifona l’ho capita pure io. Durante l’offertorium, quando inaliamo del sacro incenso nel nome della Philip Morris, ho il piacere di conoscere la donna della mia vita. La futura madre dei miei figli. La nonna dei miei nipoti. All’inizio non ci faccio caso. È nascosta da un capanello di homini sapiens che trasudano testosterone. Poi, mi piaccia o meno, sono costretto a notarla: vengo afferrato da una mano predatrice che mi attrae verso l’orbita. Ho i satelliti impazziti. Mi vedo questa ragazza avvolta in un tubino che non fa intravedere, ma proietta in effetti 3D. La pupa mi si avvicina all’orecchio e, con voce melodiosa, cip cip, declama i seguenti versi in rima sciolta:

Yo soy troia”, che in spagnolo stretto significa “Ho finito il dottorato in glottologia”. Dopo di che, sorride beata, sfoggiando l’apparecchio ortodontico da liceale brufolosa, e appoggia la mano sinistra sulle mie pudenda, cercando di leggere con il metodo Breille il segreto della mia mascolinità. Il farmacista più bello di Milano non crede ai suoi occhi: era tempo che non vedeva una donzella impegnarsi in una conversazione così profonda con il sottoscritto. Non contenta, notando lo stato di catalessi in cui sono sprofondato, mi domanda:

“ Usted es un maricon?”

Allora, ci sono tre cose che mi mandano davvero in bestia:
1 Le zanzare
2 Le doppie punte
3 Non ricordarmi mai la terza cosa che mi manda in bestia

Detto questo, mi sono sentito toccato sul vivo. Non mi piacciono le domande retoriche. Perciò, una volta rientrati dalla pausa ‘grandi aspirazioni’, la trascino in pista e la faccio roteare fino a quando, una volta ossidatosi l’apparecchio, non le appare la Madonna che le canta Like a Virgin. Un concetto, con tutta probabilità, a lei ignoto. Ma. Perché c’è sempre un ma. Meglio non a inizio frase, machissenefrega. Ma è tempo di rincasare. Piove, e anche forte. Niente ombrello. Arriviamo a casa fradici. L’uomo barattolo rutta. Anche io gli auguro buonanotte. E pure il farmacista più bello di Milano. Spengo la luce. Mi infilo sotto le coperte. Penso. Penso e soffro. Il pensiero non mi da pace. Ancora oggi. Yo soy troia... chissà cosa diavolo avrà mai voluto dire! Buona settimana a tutti!

lunedì 19 aprile 2010

Schizzo d'autore

Il nome Jackson Pollock vi dice qualcosa? No, quella che combinava guai era Pollon. Pollon combina guai. Questo, invece, è Pollock. Per chi non lo sapesse o per chiunque avesse passato gli ultimi dieci anni incollato al televisore rapito dai picareschi racconti dei protagonisti del Grande Fratello, eccitato dalle eroiche avventure dell’Isola dei Famosi o semplicemente perso in fantasie bucoliche evocate da braccia finalmente restituite all’agricoltura de La Fattoria, Jackson Pollock è – era – un pittore. Uno degli esponenti di quel movimento che il critico Harold Rosenberg – che dal cognome si capisce fosse una persona dotata di arguzia ed encefalogramma vivace – aveva chiamato ‘action painting’ – in realtà conoscevo solo questo termine, ma Wikipedia ha colmato la mia lacunosa ignoranza introducendomene un altro, ‘espressionismo astratto’, che ignoravo fino a oggi insieme al tedesco Lotosblüte e ai sette re di Roma, che non riesco mai a ricordare. Tarquinio il burino? Gli artisti che aderivano alla corrente non dipingevano come normali esseri umani, pennello, colore e mi raccomando, attenzione a porte, finestre e al parquet. No, preferivano lanciare direttamente il colore su delle tele giganti. Oppure, lo facevano sgocciolare. È così che è nato il testo di Rosch. Credo. Sperimentatori. Riflettevo su tutto ciò alcune settimane fa in compagnia di un bicchiere di birra e di tre loschi individui che chiamo ‘amici’ solo perché non mi ricordo i loro nomi. Riflettevo su quello e sulla ‘merda d’artista’ del Manzoni. Non di Alessandro, altrimenti si sarebbe chiamata merda di scrittore, che qualcuno avrebbe anche potuto pensarlo ai tempi del liceo, facendo un torto però alla letteratura italiana. Sto parlando di Piero, che negli anni Sessanta fece delle sue feci un’opera d’arte, inscatolando in 90 barattoli i suoi artistici escrementi. Rappresentazione delle decadenza dell’arte di quel periodo. Una merda concettuale. Fantozzi avrebbe detto ‘una cagata pazzesca’, ma non vorrei elevare troppo il tono di questo post. Ecco, ho scritto poche righe fa che stavo riflettendo in compagnia di tre loschi individui. In realtà, le cose non stanno proprio così. Intanto, io non rifletto, ma attivo automatismi cerebrali a me ignoti. In secondo luogo, non stavamo discutendo di arte, ma di sesso. All’arte, comunque, ci arriviamo a breve. La vacue chiacchiere orbitavano intorno al dotto argomento dei film a luci rosse – gli anglofoni li chiamano ‘blue movie’. Le traduzioni sono sempre un problema. Tutti si ricordano dei mitici porno tedeschi, che in genere avevano una trama del tipo: Driin! Suonano alla porta. Inga, biondona dalle tette nucleari, va ad aprire. Entra in scena il baffuto idraulico Hans. Trenta secondi più tardi lui le mostra il tubo telescopico e tappa la perdita, lei mostra di apprezzare ed esplicita questo suo stato interiore con una serie ininterrotta di mugolii e ‘ja, ja!’. Adesso, la maggior parte di questi film con scopate che durano quanto un’opera di Wagner sono prodotti in Ungheria o negli Stati Uniti. E allora mi sono domandato: ma in Svizzera? Voglio dire, ci sono dei porno svizzeri? E come potrebbe essere un porno svizzero? Altro che domandarsi - come fanno tutti, immagino, la mattina appena svegli - perché c’è l’essere piuttosto che il nulla. Già me lo immagino: Tram vuoto, a parte una ragazza, Heidi, a cui le caprette non fanno ciao e di pecore non capisce niente, ma se gli dici ‘pecorina’ … Sale il baffuto controllore Huber. “Grüezi!”. La povera Heidi e i suoi venti chili di tette sono, ahimé, sprovvisti di biglietto. Huber allora passa a controllare direttamente Heidi, dandole istruzioni dettagliate sul grado di apertura da mantenere e informandola che in un’ora venticinque minuti e dodici secondi il suo entusiasmo sarà incontenibile. Se Huber sgarra sul tempo, dopo mi si deprime e gli si afflosciano i mustazzi. E qui torniamo a parlare di arte. Sì, perché quel momento paradisiaco che ci rapisce un paio di secondi per restituirci come zombie per le successive dodici ore ha acceso in me una lampadina. A risparmio energetico, d’accordo, ma sempre una lampadina è. Freud parlava di sublimazione, ovvero dirigere una pulsione sessuale verso una meta non sessuale. L’arte, per esempio. E allora perché, invece che sublimare, non utilizziamo il sesso per creare arte? Ora vi spiego, è molto semplice. L’uomo, appena prima di contribuire al genocidio di milioni di spermatozoi, estrae il suo pennello – d’altronde, già anni fa lo raccontavano quegli intellettuali meneghini, gli articolo 31, ‘lo uso proprio come fossi un vero artista, e con il mio pennello sono un gran professionista!’. La donna ha una grande responsabilità, quella di afferrare e reggere la tela rigorosamente nera che, a seconda del periodo di astinenza maschile, può variare da un semplice formato A4 a un 200x425 cm stile ‘Ninfee blu’ di Monet. Ogni secondo è vitale. Davvero. A quel punto, all’uomo non resta che aggiustare la mira e procedere con la creazione artistica. Come vedete, siamo tornati all’action painting. Purtroppo, ci sono alcune problematiche aperte e che meritano, magari in un futuro non troppo lontano, di essere approfondite:


  • L’eiaculazione precoce. Un problema non solo artistico
  • Il blocco dell’artista. Un problema non solo artistico
  • La mancanza di talento.
In conclusione, se hanno fatto arte con la merda, perché non provarci con lo sperma che, come direbbe Aristotele, in potenza racchiude la vita? Allora, dalla ‘merda d’artista’ a quella forma più nobile di espressionismo astratto che, perdonatemi la banalità, non potremo chiamare altrimenti che ‘schizzo d’autore’. Buona settimana!