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lunedì 5 novembre 2012

Train-ing, ovvero il duro allenamento con il Cisalpino

Cinque minuti. L'unità di misura temporale media per raggiungere luoghi o persone. Cinque minuti. La resistenza di un adolescente brufoloso ed eccitato nel contenere il suo entusiasmo durante i primi rapporti sessuali - calcolati per eccesso, o per decesso, vedi alla voce dolce morte. Cinque minuti. Il tempo che il Cisalpino appena partito da Milano, direzione Zurigo, decide di sfruttare prima di prendersi una meritata pausa di più di mezz'ora per non specificati problemi tecnici al motore. Parole del capotreno che si abbattono sui miei timpani come kamikaze, destandomi dalla catatonia in cui ero sprofondato.


"Il treno arriverà alla stazione di Como con un ritardo di circa trenta minuti. Ci scusiamo per il disagio".

Sbuffo. Fisso la signora di fronte a me che con una violenza inaudita morde una mela, probabilmente ancora viva. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. La fisso e mi godo il momento, immaginario, in cui lei, come molti altri passeggeri, scenderà, a Como, Chiasso, Lugano o Bellinzona, e io potrò allungare finalmente le gambe. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. E nei miei arti posteriori.

La mia testa ciondola, esanime. A riportarla verso una compostezza che assomiglia più che altro a rigor mortis, un altro messaggio criptico del capotreno: "Il treno giungerà a Chiasso con un ritardo ulteriore di venti, venticinque minuti su quello già accumulato.". Immagino che, a questo punto, Trenitalia dovrebbe lanciare l'accumulo dei punti ritardo. Il successo è assicurato. Sbuffo. Fisso la signora di fronte a me che, questa volta, è alle prese con un libro. Che stringe con violenza inaudita. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. La fisso e mi godo il momento, immaginario, in cui lei, come molti altri passeggeri, scenderà, a Chiasso, Lugano o Bellinzona, e io potrò allungare finalmente le gambe. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. E nei miei arti posteriori.

Di fianco a me, un dialogo surreale tra una giovane signora dell'Ecuador, suo figlio adolescente e un'anziana signora svizzera tedesca. La signora dell'Ecuador è venuta a Milano per trovare fratello e sorella. L'anziana signora torna da un fine settimana a Venezia. All'adolescente non gli frega un cazzo di niente a parte le sue fighissime cuffie rosse del Dottor Dre che causano sordità istantanea a lui e simultanea rotazione degli zebedei al sottoscritto. La giovane signora parla tedesco, ma con la signora svizzera tedesca vuole fare sfoggio del suo pessimo italiano. L'anziana signora parla un pessimo italiano e vuole fare sfoggio della sua sordità, probabilmente un regalo del Dottor Dre e delle sue fighissime cuffie rosse.


Giovane donna: Mia sorella e mio fratello vivono aqui in Milano (con pronuncia molto sudamericana)
Anziana signora: Eh? Ah… Sono stata da Venezia. Faceva molto caldo (con dizione lenta. Lentissima.)
Giovane donna: Bella Venezia
Anziana signora: Eh?
Il figlio adolescente: No hablo italiano
Anziana signora: Suo figlio? - indicando l'adolescente
Giovane donna: Sì
Anziana signora: A Venezia faceva molto caldo.

Silenzio

Giovane donna: Dove vive in Svizzera?
Anziana signora: Eh?
Giovane donna: Dove vive in Svizzera? - più forte e lento
Anziana signora: In Zurigo. Vicino. Witikon
Giovane donna: Ah, conosco
Anziana signora: Conosce Milano?
Giovane donna: ...
Il figlio adolescente: No hablo italiano

La giovane signora si alza. L'anziana signora si alza. La giovane signora si siede. L'anziana signora si siede. L'adolescente, alla fine del viaggio, è più sordo dell'anziana signora. Fisso la signora di fronte a me. Dorme. Di un sonno violento. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. La fisso e mi godo il momento, immaginario, in cui lei, come molti altri passeggeri, scenderà, a Lugano o Bellinzona, e io potrò allungare finalmente le gambe. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. E nei miei arti posteriori.

Urla disumane si propagano per la carrozza. Mi volto. Lei avrà tre anni. Forse tre anni e qualche giorno. Tratti orientali. Eppure, da quelle fessure che ha al posto degli occhi esce una cascata di lacrime che fa straripare dalle narici un fiume in piena di muccio. Un'onda anomala di liquidi che le solca il viso e, ai miei occhi, la rende una calamità soprannaturale. Il padre, un omone con le fattezze di un megalito e i tipici tratti somatici dell'idiota, le sorride, orgoglioso di avere una figlia dotata di capacità vocali disumane. La madre, testa appoggiata sul tavolino, giace immobile nel suo posto, esanime. Una vera sfortuna che non possa assistere all'esibizione artistica del pargolo. Alzo il volume del mio iPod che viene rilevato da alcuni sismografi della zona. Fisso la signora di fronte a me. Sbadiglia annoiata. Uno sbadiglio che, con violenza, mi contagia. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. La fisso e mi godo il momento, immaginario, in cui lei, come molti altri passeggeri, scenderà, a Bellinzona, e io potrò allungare finalmente le gambe. Quanta sofferenza che c'è nel mondo. E nei miei arti posteriori.

Movimenti gastrici sospetti mi inducono a mettermi alla ricerca di cibo. Google maps mi guida fino al vagone ristorante. Pieno. Attendo che qualcuno si profili all'orizzonte. Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Passano cinque minuti di noia, di vita perduta e mai più recuperata. Non sono Maometto, ma verso la montagna ci vado lo stesso. Faccio capolino all'interno della cucina dove un tizio armeggia tra salumi e microonde vari.

'Mi scusi, c'è un posto libero?'

Il tizio si volta, lo sguardo perso nel dubbio lacerante. 'Ehm...'. L'attività neuronale lo destabilizza, la bocca si apre nel tentativo di dare voce a quello che pare essere un principio di pensiero. '… credo di sì…'. Bisogna credere in qualcosa. Le convinzioni ci aiutano a orientarci, danno un senso al non senso. Io credo che l'uovo sodo sia nato dopo la gallina. Credo, dunque sodo. '… ma le dico subito che dovrà aspettare almeno trenta, quaranta minuti'. Vero che il tempo vola, ma non quando hai fame. L'eternità, un concetto che non esisteva prima che inventassero le poste italiane, condensata nell'attesa di un piatto di pasta riscaldato. No grazie. Me ne torno al mio posto. Fisso la signora davanti a me. Ha degli auricolari infilati nelle orecchie. Infilati con della violenza inaudita, sono certo che in qualche punto della sua testa si congiungeranno provocandole una reazione epilettica. Siamo ad Arth Goldau. Ho capito, non me ne sbarazzerò fino a Zurigo, le mie gambe si atrofizzeranno, rimarrò storpio, passerò il resto dei miei giorni davanti alla televisione a vedere la Clerici che mi insegna a fare la pappa al pomodoro… Quanta sofferenza che c'è nel mondo. E nei miei arti posteriori.

Cos'è questo rumore?! Mi guardo in giro. Usare una motosega all'interno di una carrozza dovrebbe essere un'attività vietata. Poi, lo vedo. Difficile non notarlo: un uomo di colore, sulla trentina. Enorme. Forse sono due uomini attaccati, tutti e due enormi, non vedo bene. Sdraiato a fatica su due sedili, dorme. Ma, soprattutto, russa. No, russare è il verbo sbagliato, a meno che non se ne tenti una ridefinizione semantica. Quest'uomo ha un utilizzo avanguardista del suo naso, una cacofonia sinfonica prodotta da un paio di narici: è il Boulez della russata, il Baumgartner della caduta libera nell'apnea notturna con ipertrofia dei turbinati e conseguente rottura del muro del suono, un vuvuzela roncopatico contro cui anche alzare il volume dell'iPod si rivela una tecnica di difesa totalmente fallimentare. Fisso la signora davanti a me. Mi fissa. E poi, probabilmente toccata nel profondo dalla sinfonia di musica seriale, mi sorride. Questa volta senza alcuna violenza. La riconciliazione con il mondo, l'Universo, l'es e il super io - e a proposito di es, ho bisogno subito di un espresso per combattere la pulsione all'abbiocco che si sta rimpadronendo di me -, con l'io e Dio. Con il Cisalpino. Ricambio il sorrido. Sì, c'è tanta sofferenza nel mondo ma, almeno per un istante, me ne dimentico. Così come mi dimentico delle mie gambe che, prive ormai di afflusso sanguigno, hanno la funzione di semplici appendici decorative.

Finalmente a Zurigo. Grazie alle potenti tecnologie svizzere, abbiamo viaggiato indietro nel tempo. Tre quarti d'ora per la precisione. Infatti, arriviamo con soli quindici minuti di ritardo rispetto all'ora accumulata in precedenza. Niente santi e poeti, ma un popolo di navigatori nel tempo. Carpe diem, che se lo perdi, il treno svizzero è già partito. Mi dirigo verso la fermata del tram e lo vedo, il tre, che in silenzio, mestamente, abbandona la banchina. Maledizione. Il cartellone elettronico parla chiaro: dieci minuti di attesa. Non voglio tirare fuori di nuovo il discorso sull'eternità, così vi dirò solo che decido di sborsare venti franchi per la causa buona e giusta del mio ritorno immediato a casa. Mi attendono pizza, coca e il messaggio di mia madre, 'Sei arrivato?'. Si preoccupa. Da quando le ho raccontato la storia del capotreno svizzero tedesco che, mesi prima, aveva annunciato che il treno era 'fortemente ritardato', non è più la stessa. Deve avere interpretato male. Proprio vero: quanta sofferenza c'è nel mondo. E nella lingua italiana. Buona settimana a tutti!

lunedì 19 dicembre 2011

Volere è potere, volare è potare: Alitaglia


La voce diffusa dagli altoparlanti mi risveglia dallo stato di torpore in cui stavo lentamente sprofondando.

“I passeggeri del volo Alitalia AZ7909 delle 17 e 40 diretto a Milano sono pregati di recarsi al gate 2”

Non volo con Alitalia almeno da 15 anni. Con leggera apprensione mi dirigo verso il gate. Speriamo bene. Ho una cena che mi attende. Giunto a destinazione, mi ritrovo mio malgrado immerso in un angolo di Italia: bambini che urlano, persone che parlano al telefono con un tono di voce capace di rompere il muro del suono, uomini d’affari che si riempiono la bocca di battute da bar sport, gente accampata ovunque. Qualche coraggioso si è già messo in fila, convinto in questo modo di poter essere imbarcato per primo: o non ha mai preso un aereo, oppure non è familiare con gli usi e i costumi del nostro Bel Paese. Difatti non bisogna aspettare troppo perché si formi una seconda fila, uguale e opposta all’altra. Io me ne sto seduto e osservo incuriosito. Alle cinque e mezza, quando ormai il vociare si è fatto insopportabile, viene annunciato un ritardo di venti minuti sull’imbarco a causa del ritardo dell’aereo proveniente da Milano. L’inizio non è dei più promettenti. Quando poi, finalmente, iniziano a imbarcare, le due file opposte convergono verso un unico punto, creando un ammasso indefinito di persone che si accalcano le une sopra le altre. Ripenso all’ordine e all’efficienza della Swiss mentre il tizio di fianco a me parcheggia l’ascella natalizia proprio sotto al mio naso. Poi, accade qualcosa che provoca quasi un ammutinamento generale: l’hostess annuncia che prima imbarcheranno la classe business, poi tutti coloro che hanno un posto dalla fila 16 alla 30. Ma sono pazzi?! Stanno cercando di adeguarsi a standard di eccellenza europei?! Il brusio di disapprovazione mi convince che la fuga dei cervelli deve essere una malattia nazionale. Terminata la salita a bordo, gli stewart fanno una scoperta eccezionale: diversi passeggeri trovano lo spazio apposito per il bagaglio a mano sopra i loro posti già pieno. Davvero strano per un volo così poco frequentato come il Londra - Milano. Di solito, per voli di questo tipo, i viaggiatori vengono informati della possibilità che il bagaglio a mano venga imbarcato. Non in Alitalia. La creatività italiana suggerisce infatti agli stewart di infilare i trolley dovunque ci siano ancora spazi disponibili. Anche venti file avanti. Dei campioni di Tetris in divisa. Poi, la goccia che fa traboccare il vaso. È il capitano, mio capitano, al microfono:

“A causa del ritardo accumulato in precedenza, dovremo attendere 45 minuti prima del decollo. Ci scusiamo per il disagio”

La notizia solleva un boato di bestemmie tale da dover richiedere l’intervento di un prete per benedire l’aereo. L’antifona, comunque, l’ho capita. Niente fiorentina. Mi assopisco. Al mio risveglio, stiamo sorvolando la Manica. Miracolo. Tiro fuori l’iPod ma, prima di infilarmi le cuffie nelle orecchie, ho l’occasione di ascoltare per caso uno stralcio di conversazione tra due persone sedute davanti a me. Due perfetti sconosciuti che sconfiggono noia e frustrazione scambiando chiacchiere di circostanza.

“E poi sa, questo ultimo anno è stato particolarmente duro per me. Prima è morta mia madre. Poi mio fratello si è suicidato. Mi sono separato da mia moglie. Ora la mia nuova compagna è in ospedale”. E poi, inutile nasconderlo, indossa un paio di orribili calzini bianchi. Quando uno è maestro nell’arte della conversazione. Alle nove e quaranta, dopo aver ballato salsa e merengue a suon di perturbazioni, atterriamo. La ragazza di fianco a me cerca, inutilmente, il suo bagaglio. Si rivolge agli stewart..

“Scusate, dove avete messo il mio bagaglio?”

“Più avanti”
”Sì, ma dove?”

I due si guardano, perplessi. Poveracci, li capisco: non possono nemmeno chiedere l’aiuto del pubblico.

Ultimo ostacolo da superare: il ritiro della valigia. 25 minuti a osservare il nastro trasportare che gira, gira, gira, con sopra i bagagli del volo arrivato da Amsterdam venti minuti dopo il nostro. Misteri su cui è meglio non indagare. Alle undici sono a casa. Due ore dopo mi faccio coccolare da una bottiglia di vodka. Con quella, almeno, la serata decolla puntuale di sicuro. W l’Italia e buone feste a tutti!!!


lunedì 31 ottobre 2011

Volare con la fantasia

Non mi piacciono gli aeroporti. Non parlo dal punto di vista estetico, anche se non ho mai sofferto della sindrome di Stendhal mentre mi aggiravo per il duty free. No, le ragioni sono altre. Intanto, perché pullulano di uomini d'affari. Li riconosci subito. Sulla quarantina, capello brizzolato, vestito inamidato, bagaglio a mano, valigetta 24 ore e borsa a tracolla nera con computer incorporato. Sempre troppo dopo barba addosso. Passano il tempo a inviare mail importantissime con il blackberry. O a organizzare riunioni importantissime con il blackberry. O a partecipare a importantissime - e fastidiosissime- conversazioni con il blackberry. Cerco di starci il più lontano possibile, di solito sono contagiosi. Non sempre, purtroppo, ci riesco, dovendo viaggiare anche io per lavoro.

E arriviamo al secondo motivo per cui detesto gli aeroporti: il furto di un'allegoria. Ora mi spiego meglio - prima però ho bisogno di cinque minuti per andare a cercare 'allegoria' sul vocabolario. Quando ero ragazzino e non c'erano i social network e nemmeno i cellulari e Fabio Volo (l'ho preso solo per il cognome) non scriveva ancora libri - ah, ma scrive libri? - e per invitare una ragazza dovevi passare prima sotto il torchio parentale e il più delle volte quando sentivi una voce bassa e profonda e clic mettevi giù e poi provavi nuovamente a telefonare e clic mettevi giù un'altra volta e la storia andava avanti fino a quando lei non rispondeva e ti chiedeva se eri tu che avevi provato a chiamare prima un centinaio di volte e tu no no no negavi fino alla morte e clic, insomma, un discreto numero di anni fa, ero affascinato dagli aerei. Ogni volta che, in lontananza, udivo quel rombo, alzavo la testa e scorgevo, su, in alto, una minuscola sagoma in movimento che, in pochi secondi, spariva, inghiottita dal cielo o da qualche nuvola di passaggio, pensavo a come sarebbe stato bello, in quell' istante, mollare tutto, lasciarsi alle spalle un'adolescenza che sembrava non volesse mai terminare e partire, osservando il mondo in miniatura con la testa appoggiata sull'oblò. L'aereo erano le vacanze studio in Inghilterra, le isole della Grecia, il lungomare, le luci e i profumi di Tel Aviv. Era un'attesa che durava nove mesi, un parto di speranze, sogni, desideri. Un sabato del villaggio che invece della donzelletta pullulava di hostess e noccioline da sgranocchiare. E ora? Ora è già domenica con il solito cerchio alla testa. Ora è il volo per Heathrow delle sette del mattino. Ora sono gli sbadigli dell'attesa, le occhiaia di una notte troppo breve. Le città ridotte a un ufficio. E a volare, con me, sempre di più, è il tempo. Così, giorno dopo giorno, la prosaicità del colletto bianco ha sostituito quel pizzico di poesia che c'era in quello sguardo ormai passato rivolto verso il firmamento - il fanciullino in salsa melensa, sopprimetemi. Nessuna cura, a parte l'aforisma di Oscar Wilde, che ho citato nel primo post del mio blog e che ripeto ossessivamente dentro di me, "La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio".

Terzo motivo per cui odio gli aeroporti: recuperare, dopo i controlli di sicurezza, le monete sparse nella vaschetta e, soprattutto, rinfilarmi la cintura, operazione resa complicata dall'arrivo in massa di altre borse e vaschette e che riesco a portare a termine con l'aiuto di 20 gocce di Lexotan. Solo cercare parcheggio a Milano il sabato sera mi mette più ansia. E guido uno scooter.

Tutta questa ouverture di lessemi per introdurre il tema del post che, più che con l'aerodromo, riguarda il nostro Paese. Un giovedì sera, verso le nove, volo British Airways partito da Londra in direzione di Milano Linate. Dopo tre giorni di intense riunioni e primi colpi di tosse, sono di ritorno alla mia amata odiata città per un altro evento di lavoro. Il cappuccio della felpa è stato un ottimo compagno di viaggio, il perfetto piumone in cui avvolgere la testa ciondolante di un uomo vinto dal sonno e da un raffreddore che ha preso pieno possesso del suo naso. Ora di ritornare nel mondo reale. Non l'avessi mai fatto - occhio non vede, cuore non duole. Sta per iniziare la fase di atterraggio. Le luci si fanno più soffuse e le hostess controllano che tutti i passeggeri abbiano le cinture di sicurezza allacciate e, soprattutto, i cellulari e tutti i dispositivi elettronici spenti. Nella fila di fianco alla mia, dove io giaccio esanime, sprofondato nel sedile, ci sono tre o quattro tizi intenti a sferragliare su vari blackberry e iPod. Le solite, importantissime mail - d'altronde, Camping, che ha toppato clamorosamente, aveva predetto la fine del mondo per il 21 ottobre e, giustamente, loro lavoravano in previsione della nefasta eventualità -, pagine dense di business planning (scusate l'inglesismo) ed excel gonfi di dati. Roba da narcotizzare un cocainomane. L'hostess, durante il giro perlustrativo, si rivolge a ognuno di loro chiedendo cortesemente - all'inglese, ovvero un ordine perentorio pieno di please, could e do you mind - di spegnere cellulari e ammennicoli vari. Una sinfonia di sì che, non appena la graziosa signorina si volta e torna alla sua postazione, si concretizza in un nulla a procedere, l'incarnazione mostruosa del furbastro italico, il me ne fotto con contorno di pizza e mandolino che tanto mi ricorda gli anni trascorsi alle elementari, quando la maestra si azzardava a infilare un piede fuori dalla porta e si scatenava un nubifragio di gesti dell'ombrello all'unisono che produceva un boato pari al terzo grado della scala Richter:

"Cos'è questo rumore?!!"

Sul taxi che sfrecciava per le strade semi deserte di Milano eravamo in tre: il tassista, io e il carico di amarezza per un certo atteggiamento culturale che, purtroppo, è ancora decisamente radicato nella nostra bella e incasinata Italia. O almeno, in una buona parte di essa. E allora, sì, protestiamo, protestate, scendete pure in piazza e scandite i vostri slogan, ma ricordatevi, ricordiamoci che, se vogliamo che le cose cambino, siamo noi i primi a dover cambiare. Basta aspettare Godot, è sempre in ritardo, c'è sciopero generale dei mezzi. E gli slogan, quelli lasciamoli alle merendine del Mulino Bianco. Buona settimana a tutti. Io, domani, me ne vado a Londra. Volo delle sette. Viva gli aeroporti!

p.s: dopo Milano sono rimasto a casa una settimana con l'influenza. L'influenza italiana, pieni di neutrini che si aggirano a velocità insondabili per un tunnel che si estende dal gran Sasso al Cern. Germi che si propagano grazie al loro ministro della coltura, la Germini.

mercoledì 27 maggio 2009

La potenza - svizzera - è nulla senza il controllo

Traslocato, finalmente: ho un letto, un guardaroba, un tavolo da cucina con due sedie, un mobile per la televisione con libreria annessa,una scala con due soli gradini, qualche lampada, piatti, posate, asciugamani, lenzuola. Venerdì arriva il resto. Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Casa nuova, residenza nuova. Mi tocca tornare al consolato. Ahia… Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Comunque, stamattina, una temperatura per niente primaverile – qui si passa dalla torrida estate a pieno inverno in un solo giorno – e un cielo grigio grigio. Sono sul tram numero 2, auricolari infilati nelle orecchie – mi sembra il luogo più appropriato –, sbadiglio compulsivo ed espressione instupidita dal sonno. Tre fermate dopo, fermi tutti, salgono i controllori. Le vocali e le consonanti escono a casa dalla loro bocca, ma il senso lo capisco ugualmente: con svizzero senso civico metto mano al mio abbonamento mensile e lo mostro al baffuto controllore, che abbozza un sorriso di approvazione. Bene. Andiamo avanti. Arrivo al consolato. Tizio parla con guardia – un’altra, non quella dell’ultimo post. Ecco l’imperdibile scambio di vedute:“Prego, documenti”“Eh… non ce li ho”“Patente, qualcosa?”“Niente, ma ho appuntamento”“Va bene, ma ho bisogno di un documento”“Ho appuntamento con (dice qualche nome di donna)”“Mhh”“La conosce, no?”“Sì, sì, la conosco, ma non conosco lei”“Eh…”“Va be’, vada, va” E facciamolo andare. Salgo al primo piano, munito di bigliettino. Numero: 007, capito? Nella sala di attesa non c’è nessuno. NES-SU-NO. E quindi, giustamente, aspetto venti minuti. Fortunatamente l’impiegata è gentile e simpatica, il che non serve però a placare i miei istinti omicidi nei confronti degli uffici pubblici italiani. In cinque minuti sbrigo la pratica. Bene. Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Passeggiata fino a Bellevue, fermata del tram numero quattro. Due minuti dopo sono comodamente seduto, auricolari ancora infilati nelle orecchie. Tre fermate e... fermi tutti, salgono i controllori. Ancora?! Solite vocali e consonanti a caso. E poi lo vedo. Lui, il controllore baffuto. Mi si avvicina. Lo guardo.“Excuse me, sir, but you’ve already checked my ticket before”“Was?”Ho capito. Metto mano al mio abbonamento mensile e lo mostro a quello, quello baffuto, che abbozza un sorriso. Mi sa che stavolta, però, è un sorriso di presa per il culo…

venerdì 22 maggio 2009

A posto così


Noi italiani sappiamo sempre come farci riconoscere. Purtroppo. Circa un mese fa, spinto da nostalgia canaglia, decido di fare una visita al consolato italiano. Tradotto: devo cambiare residenza e iscrivermi all’AIRE, Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero. Così, pieno di belle speranze, mi alzo di buon mattino – ma neanche tanto – e, in compagnia delle prodi colleghe Di Gianfrancesco e Manini, parto in missione. Arrivati in Tödistrasse, ci mettiamo alla ricerca dell’edificio. Pochi secondi e ci ritroviamo davanti all’ingresso, sorvegliato da un temibile comodino da letto con gambe e braccia e che, con sguardo truce e in un italiano stentoreo e dal forte accento meridionale, ci intima di mostrargli i documenti. Poi, ci fa salire. Bip, il metal detector. Bip bip, il metal detector. Bip, bip bip!“Eh, per questa volta faccio finta di niente”Ma sì, chissenefrega, facciamo finta di niente. Ineccepibile. Grazie a Google Maps, non facciamo nessuna fatica a rintracciare l’ufficio di competenza. Prendiamo il nostro numerino, e aspettiamo. Saremo sì e no cinque persone in tutto, eppure io attendo per più di mezz’ora. Incredibile. Finalmente tocca a me. Mi avvicino allo sportello, sfodero sorriso, passaporto, carta di identità, permesso di soggiorno e un’enciclopedia, nel caso potesse interessare.“Dovrei fare il cambio di residenza”Io. David Albert Rosenberg.Cinque minuti e la pratica è risolta.“A posto così?”“A posto cos씓Non devo fare nient’altro?”“No. Le arriverà poi a casa una lettera del comune di Milano”“Perfetto, grazie mille, arrivederci”“Arrivederci”Tre giorni fa ecco comparire nella mia casella di posta una lettera. Provenienza: comune di Milano. La apro, fiducioso. Non devo fare nient’altro. A posto così.“Si comunica che si è proceduto alla Sua iscrizione nell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero di questo comune a decorrere dal 20.04.2009 iscritto AIRE, in seguito…” e bla bla bla. Intestazione della lettera:“EGR. SIG./RAROSENBERG NATHALIE”Mia sorella. Iscritta all’AIRE. Non devo fare nient’altro. A posto così. Chiamo il comune di Milano. Sono vagamente alterato.“Mi scusi, potrebbe spiegarmi come è potuto succedere?”“Eh… è successo”Già. E allora? Mi mette il cuore in pace, tanto non devo fare nient’altro. A posto così!

giovedì 27 novembre 2008

Notizie dal mondo 2

L'intelligence americana rivela: i puffi nelle mani di Al Qaeda

Il Dalai Lama nella vita precedente era un impiegato delle Poste Italiane


Big Jim in realtà si chiamava Frank!


L'Italia ha la forma di uno stivale di Gucci!!!


Durante i compiti in classe i bambini cinesi copiani sbaragliando la concorrenza


Uomo scopre il senso della vita, ma solo per pochi secondi


Dopo l'alcol, pubblicità in televisione anche per l'eroina. Claim: drogatevi responsabilmente


L'uomo discende dalle scimme, le scimmie discendono da Lucio Dalla


Il governo italiano abolisce con un decreto legge i nonni: "Siamo in recessione economica, bisogna fare alcuni sacrifici"


Scoperta scientifica sensazionale: i numeri dall'uno al tre sono facili da memorizzare!!!