lunedì 21 febbraio 2011

Siamo tutti fritti-g

Odio il lunedì. Il martedì, anche di più. Il lunedì, infatti, quando suona la tanto odiata sveglia, mi alzo e, con rassegnazione, mi preparo ad andare in ufficio. Ma quello che, poco dopo, è seduto davanti a un computer, non sono io. È un automa. Un essere privo di coscienza. Di volontà. Un vegetale con il pollice opponibile. Uno zombie con gli auricolari nelle orecchie. Un ectoplasma appesantito da excel e microsoft project. Il martedì, invece, è tutta un’altra storia. Il martedì, è il risveglio, nel senso buddhista. Il martedì, cade il velo di Maya. Il martedì, c’è la presa di coscienza. È solo martedì. Devo scalare montagne di mail, esplorare progetti abissali, sopportare torrenziali meeting. E sono due anni che devo mettere le tende in camera, maledizione! Poi uno si domanda perché la gente si droga o guarda ‘Uomini e donne’. Prendiamo martedì scorso. Uno come tanti altri. Il suono di ‘Sunday morning’ dei Maroon 5 mi ricorda tre cose: uno, che non è domenica mattina, perché l’ultima volta che mi sono alzato di domenica mattina è stato quando mi hanno tolto l’appendice a cui ero molto affezionato e credetemi, era un sacco di tempo fa; due, che la sventola che mi spupazzavo, ahimé, era solo un sogno; tre, che è ora di cambiare sveglia. Il lunedì, quando mi alzo, sono distrutto. Il martedì, in genere, necessito di un defribillatore. I soliti dieci minuti per trovare il coraggio di alzarsi. Le ciabatte sono sempre un mistero in casa mia. Una è sotto il pianoforte, l’altra è data per dispersa. Evacuazione della vescica e abluzione mattutina stando sempre ben attento a evitare lo specchio delle mie brame che non mente mai. Passaggio rifocillatore in cucina, spazzolata a incisivi e canini e via, pronti a farsi nobilitare da quell’attività che richiede dedizione, impegno e una certa dose di talento. No, non è il sesso. Prima di uscire, prendo le camicie che giacciono abbandonate nel cesto della roba sporca da ormai più di un mese. Missione lavanderia. La lavanderia è gestita da due simpatiche vecchiette zurighesi affette, ipotizzo, da avanzata demenza senile. Entro. Dlin dlon! Il campanello automatico riattiva per qualche secondo i miei neuroni assopiti.

“Grüezi!”

Per chi non lo sapesse, questo è il tipico saluto in svizzero tedesco. Il loro gutturale ‘Salve’. Per pronunciarlo alla perfezione, bisogna prima fumarsi un paio di sigarette, espettorare e fare uscire con impeto la parola. Non è facile credetemi. Ricambio il saluto e appoggio le camicie sul bancone. La signora si curva pericolosamente e con l’aiuto di un pallottoliere inizia a contare. Poi mi guarda.

“Foif”, declama con veemenza – credo si scriva füf, o qualcosa del genere. Io la guardo a mia volta. Del terrore è dipinto sul mio volto.

“Foif?”
“Ja. Foif”.

Ah be’, se la mettiamo così, io non ho nulla da obiettare – più tardi, in ufficio, scoprirò che ‘foif’ sarebbe il ‘funf’ in svizzero tedesco. Cinque. Al momento, però, sono indeciso se si tratti di un insulto o di una specie di mantra svizzero apotropaico. Andiamo avanti. La signora, sempre più curva, inizia a scrivere su un bigliettino.

“Frittig!”, e lo deve urlare, perché è talmente curva ormai che, ripiegata su se stessa, scrive infilata nel cestino sotto al bancone. No, guardi, il fritto a quest’ora lo trovo piuttosto indigesto. Magari dopo. Lei, però, è irremovibile. “Frittig!”. Solo un boccone, sono anche di fretta. “Frittig!”. Ma cos’è, la supercazzola prematurata? Sconfitto, sbiascico uno ‘Ja’ poco convinto – più tardi, in ufficio, scoprirò che ‘Frittig’ (si scrive ‘Fritig’) sarebbe il ‘Freitag’ in svizzero tedesco. Venerdì. Niente fritto. Peccato.

La signora, soddisfatta, prosegue nel suo interrogatorio monosillabico.

“Der name?”

Ah, questa è facile, questa la so! Schiaccio il pulsante.

“R.....erg!”

La signora fa cadere la penna e si tira su. No, non lo faccia! Sul suo viso compare quello che la mattina a Zurigo è impossibile vedere. Come a Milano. Un sorriso. No, no, ho già capito. Non lo faccia, la prego. Gradualmente, passa dal sorriso a una fragorosa risata che le provoca movimenti tellurici alla dentiera e uno sconquasso epilettico al seno giunonico. Lo so che lo sta per dire, ma non lo dica. Non anche questa volta. La prego! Lei, però, proprio come lava incandescente che cola dalle pendici di un vulcano in eruzione, è ormai inarrestabile. E allora mi preparo.
“Ahahah! R......erg?! R......erg?! Wie das Restaurant hier in der Nähe, R.....org!!!”. Come il ristorante qui vicino, R.....org. “Wussten Sie?”. Lo sapeva?

No. Come potrei. Sarà solo la decima volta che mi ripete la stessa battuta e con tutto l’alcol bevuto negli ultimi vent’anni la mia memoria ha qualche falla. Siccome i miei genitori hanno provato, con poco successo, a darmi quel minimo di educazione che ti serve per andare fuori a cena ed evitare, tra un piatto di spaghetti e una tagliata al sangue, di infilarti le dita nel caso e appiccicare il prodotto interno lordo sotto la sedia, rido a mia volta e ringrazio l’arterislerotica per la perla comica donatami. Amo però i miei post perché posso far lavorare la fantasia e scriverci quello che vogliò. Perciò, rido, dopodiché estraggo una pala e gliela percuoto sui denti, ottenendo una curiosa riarmonizzazione di ‘Fra Martino campanaro’. Saluto e, dopo aver visto l’autobus arrivare alla fermata, scatto come un centometrista sotto effetto di cannabis e mi accascio, poi, inerme, nella fila di sedili in fondo.

Be’? Niente, è lunedì. E con buona pace di David Hume, direi che è molto probabile che domani sarà martedì. Sempre che prima non mi cada in testa un meteorite, il che non toglie che in ogni caso domani sarà martedì e, al massimo, io sarò alto quindici centimetri e avrò un sacco di problemi per rifarmi un guardaroba. Perciò, cosa volete che vi dica? Di pazientare, che presto sarà di nuovo Frittig. Buona settimana a tutti!

lunedì 14 febbraio 2011

Viaggio al complemento termine della notte

A volte, durante una conversazione, ti capita di imbatterti non si sa come in un argomento che pensavi sepolto per sempre nel cassetto chiuso a chiave dei ricordi, quei ricordi polverosi che sembrano appartenere a un mondo ormai dimenticato.

Casa del farmacista. Quello più bello di Milano. Sempre secondo lui. Tra una fetta di salame e una forchettata di lasagna arroventata – da quella sera ho perso l’utilizzo di alcune consonanti. Pronunciare il mio codice fiscale, un’impresa ormai insormontabile – troviamo spazio per della sana favella. E di cosa favelliamo? Per esempio, del fatto che scrivere ‘di cosa favelliamo’ fa molto ridere, ma siccome le considerazioni metalinguistiche nei miei post mi rendono narcolettico, procediamo. Tedesco. Sì, proprio la lingua, quella prodotta dalle corde vocali di una nazione che affronta coraggiosamente i torridi meriggi estivi degli italici litorali sonnecchiando sotto ombrelloni perennemente aperti, le facce rubizze, i calzini bianchi ancora ai piedi e i sandali infilati nella sabbia. O forse questo sono io al ritorno da una serata? Tedesco. Sì, proprio la lingua che cerco invano di studiare da un anno e mezzo e che, per lo più, mi fa latrare come un Dobermann. Insomma, avete capito su cosa verte il discorso. Immaginatevi il grado di sollazzo. Perché disquisire sul tedesco non può essere divertente. C’è una regola esplicita del tedesco che lo vieta. È il quinto caso, dopo nominativo, genitivo, dativo e accusativo: nel caso si parli di tedesco, si deve essere il più noiosi possibili. Soporiferi. Non chiedetemi il perché, il per come o l’indirizzo esatto di Marte che ignoro, ma improvvisamente le nostre menti sopraffine si ritrovano impelagate in qualcosa che risveglia improvvisamente la nostra ottusità. Saranno le sigarette. Gli effluvi alcolici. L’aria viziata. Forse Daria viziata, che però io non conosco. La faccio breve: analisi logica della proposizione. E che cos’è l’ analisi logica della proposizione? Quella cosa che nessuno si ricorda quando abbia studiato. Alcuni sostengono alle elementari. Altri sono convinti alle medie. Qualcuno sostiene al liceo. Pochi, ammetto, all’università. Il farmacista ammette di non averla mai studiata e, gliene do atto, si vede. Prendiamo la seguente frase: ‘Ieri sera le due poppute conigliette di Playboy sono venute a letto con me’. Ora, a parte l’evidente dimensione ottativa dell’enunciato – le due conigliette continuano a messaggiarmi ma io, per il momento, sono irremovibile –, è possibile analizzare singolarmente i diversi elementi che compongono la frase.

Ieri sera: complemento di tempo determinato
le due poppute conigliette di Playboy: soggetto più grandi attributi
sono venute a letto con me: nessun coplemento ma sicuramente tanti complimenti

A grandi linee... Dal nulla, a rovinare la festa del sintagma, sopraggiunge una mefistofelica domanda: che cos’è il complemento di termine? Un adolescente brufoloso ci darebbe subito la risposta, ma non avendone uno a portata di mano, ci dobbiamo pavoneggiare solo con la nostra ignoranza. Il quesito ci lascia a lungo con delle espressioni meditabonde che mettono a dura prova le nostre mimiche facciali. Andiamo per esclusione. Non è il nome di una malattia. Non è un insulto, o per lo meno non è nato come tale. Non ha i baffi nè gli occhiali, quindi è Frans. Il metodo, però, ci pare eccessivamente lungo e tedioso. Inutile l’aiuto del pubblico. Tento la telefonata a casa, ma sbaglio numero e mi risponde Sara Tommasi: “Ti faccio escludere da Obama!”. Per il complemento di termine?! E lì, è arrivata l’illuminazione. L’eureka. Il bodhi. Everybodhi say yeah. Yeah! Leggete attentamente:

“Sara Tommasi è una ragazza altruista e generosa e la da a tutti”

Allora, il complemento di termine è quel ‘tutti’. Avete capito? No? Ve lo spiego meglio: in questo caso, sfortunatamente, non sarò mai un complemento di termine. Chiaro? Buona settimana a tutti!!!

domenica 13 febbraio 2011

Il demone e l'indemoniata

Quando vedo L di L&L venirmi incontro – Lord-enzo –, so già quello che mi aspetta. Lo so perché è venerdì sera. Lo so perché sono a Londra. Lo so perché uno degli invitati alla cena di L&L è Mr X, raggiungibile sempre e dovunque al +666. L’appartamento londinese di L di L&L è molto simile al precedente zurighese, eccezion fatta per gli ancestrali graffiti sul muro della camera da letto che costituivano una delle principali attrazioni elvetiche. I libri accatastati di fianco al divano sono il segno di un recente trasloco. Al desco sono attesi, oltre al padrone di casa, al biondo satanasso e al sottoscritto, tale V., avvocato con una storia alle spalle di maestro di sci a Sankt Moritz, una ragazza di Milano e, per far felici tutti, una di Roma.

Il primo a presentarsi, puntualmente, alle otto e qualcosa, è V, fiorentino trapiantato a Milano, spostato a Sankt Moritz, spedito a New York e ricevuto impacchettato a Londra. Mi presento. Lui mi guarda e...

“Ci conosciamo già?”. La domanda mi getta nel terrore. In effetti, la sua faccia non mi è nuova. Seguage del metodo socratico della maieutica, brachilogico quello che basta, in poche decine di minuti raggiungo la carrambata perfetta con tanto di Carrà starnazzante. Sì, ci conosciamo. Sì, il mondo è piccolo. E sì, non ci sono più le mezze stagioni, ma se fossero state così importanti, Vivaldi ci avrebbe scritto su un altra serie di concerti. Intanto suona il citofono. Sento gridare le anime dei dannati. La porta si apre ed eccolo: dentro al suo lungo cappotto di cachemire umano, la versione moderna di Belzebù. Privo come sempre di ogni pudore, ci mostra un messaggio che ha ricevuto poco prima da una misteriosa lei: “È ancora valido l’invito per andare fuori a bere qualcosa?”. Stiamo parlando di un invito di due settimane prima. La sua risposta non si fa attendere: “Ciao, non mi ricordo di te, ma sono sicuro che se sono venuto a conoscerti devi essere per forza una gran bella ragazza”. E con l’espressione di quello che l’ha combinata grossa, esce a fumare sul balcone e si mette a messaggiare una escort. Ah, l’amore! Nel frattempo, L di L&L inizia a preparare la cena. Si incomincia con delle bruschette con avocado. Forse anche del formaggio, ma non ricordo esttamente. Stappiamo una bottiglia di rosso. Tra un brindisi e l’altro, si sono fatte le 10 meno un quarto, ma delle due ragazze – in ritardo di un quarto d’ora – nessuna notizia. Tic tac, tic tac, girano le lancette, ma delle due ragazze nessuna notizia. Ci accomodiamo a tavola e allettiamo le nostre fauci con prelibate mozzarelle di bufala, pomodorini e dell’ottimo vino portoghese. Tic tac, tic tac, girano le lancette, ma delle due ragazze nessuna notizia, e siccome sono le dieci e mezza passate, a furor di popolo decidiamo di buttare la pasta. E arriva la chiamata. Scuse di circostanza poco chiare. Insomma, non vengono. Peccato, perché Mr X aveva in mente, nel bel mezzo della cena, di aggrovigliarsi alla gamba di una delle due – la milanese, una ragazza che, a quanto mi è stato riferito, eccede in umiltà, ed è per questo che a volte le capita di ricordare, en passant, che lei ha conseguito un paio di master. Un paio. Non si sa bene in cosa. Ma un paio –e strusciarvisi sopra come fa un cane in presenza di cuscini. Lo ammetto, è un pazzo, ma è davvero esilarante. Se i vostri canoni morali sono quelli del marchese De Sade. Una volta chiusa la pratica delle due cafone, siamo pronti all’attacco del vassoio ripieno di pasta fumante. Ciarliamo spensierati, di quella spensieratezza che vorresti durasse per sempre. L’immortalità non è la nostra più grande illusione? Oh, quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia, del diman non c’è certezza. E allora, divertiamoci, e anche tanto – Samuel Butler diceva che il mondo, più che per essere conservato, è fatto per essere goduto. E quale più grande goduria c’è, a fine pasto, dopo esserci scolati una bottiglia di vino a testa, di riempire i nostri calici con dell’ottima vodka inaffiata con un po’ di redbull? Spensierati, ragazzi, spensierati. Con questa spensieratezza alticcia usciamo e ci infiliamo dentro al primo taxi che riusciamo a fermare. Una mia amica mi manda un messaggio. È con alcune persone in un club di Soho e mi chiede di raggiungerla. Seee... Rispondo che sto andando da Nozomi – bar e ristorante giapponese con la puzza sotto il naso in Knightsbridge, frequentato da calciatori e menti affini e che di nipponico ha forse solo qualche macchina parcheggiata lì nella zona –. Se vuole, mi trova lì. Mi dice che arriva. Neanche il tempo di varcare la soglia del locale e mi ritrovo con un cuba libre tra le mani, mentre Mr X, che lì è di casa, intraprende una serie infinita di salamelecchi – presentandoci tra l’altro una bella ragazza che ci allunga il braccio e posiziona il carpo in modalità baciamano, procurandoci un istantaneo shock anafilattico da snobismo – e tenta il numero dell’aggrovigliamento e dello struscio sulle gambe di chiunque si aggiri nei paraggi. Ridiamo molto, fino a quando non si incolla alle nostre, di gambe. Poi lo lanciamo all’attacco di una colonna, sulla quale si trastulla anche con un certo trasporto. Intanto un nero di due metri con la faccia di P Diddy ma l’espressione ancora più ebete – e ce ne vuole –, grande tifoso del Chelsea, mi rompe le palle sul Milan per un quarto d’oro mentre la mia concentrazione in quel momento è tutta focalizzata su un paio di coppe dei campioni che una signorina poco più in là espone con orgoglio. Non so come, ma viene accompagnato all’uscita da uno dei premi pulitzer che abbaiano davanti alla porta. Il mistero più grande è come riesca a rientrare cinque minuti più tardi ma si sa, per alcune persone, neri e gialli, tutti uguali sono. L’energumeno avrà pensato che si trattava sicuramente di un’altra persona. Il problema è che Jimmy, ribattezzato così da noi per motivi del tutto ignoti e che verranno analizzati al più presto durante una delle puntate di Voyager, non ce lo riusciamo più a levare dei piedi. E dopo mezz’ora che nessuno gli rivolge più la parola, qualcosa dovresti riuscire a intuire, a meno che il tuo cervello non sia stato ultimamente infilato per sbaglio dentro a un forno a microonde e successivamente frullato con un paio di banane. Ancora indecisi sul da farsi, usciamo a fumarci una sigaretta. Pure Jimmy, anche se non fuma. Tra un’aspirata nicotinica e l’altra facciamo conoscenza di Anastasia, banker russa con i lineamenti da modella che versa lacrime amare sopra la sua tragica vita di ricca annoiata del venerdì sera: lei vorrebbe andare a ballare, ma le amiche pare siano intenzionate ad andare a casa. Certa gente è di una crudeltà inumana. Noi, ragazzi dal cuore d’oro e di nobili intenti, le facciamo una proposta che non potrà rifutare. Lei ci pensa su e mentre il suo cervello si contorce sul da farsi, la carichiamo di peso dentro al primo taxi. Anche Jimmy cerca ospitalità ma noi, che siamo già in cinque, gli facciamo ciao ciao con la manina. Il povero Jimmy rimane lì, immobile, conscio che dovrà trascorrere tutta la notte in compagnia solo della sua imbarazzante espressione. Intanto avviso la mia amica dell’improvviso cambio di programma. Ci facciamo portare al Maddox, fighetta discoteca londinese nel cuore di Mayfair. Quando arriviamo davanti, veniamo accolti da un nero nerboruto – grande amico di Mr X nonostante quest’ultimo lo colpisca con un taser ogni volta che l’amichetto tira fuori un metro di mucosa linguale tentando di limonarlo pesante – parla come Platinette, ma in inglese. Entriamo e uno di noi non paga: indovinate chi? No, è la russa. Depositiamo le giacche, svuotiamo le vesciche e siamo pronti a buttarci in pista. Un’occhiata veloce e mi rendo conto di essere finito nella villa di Hugh Hefner. O almeno, così sembra, tant’è che il mio testosterone esplode e ne ritrovano alcuni residui al bancone del bar. Mi batto il petto come un gorilla, grugnisco come un cinghiale in calore e dico delle frasi prive di significato alle conigliette che mi girano intorno. Sul più bello, ricevo un messaggio. La mia amica. Fuori. Devo farla entrare. Mr X parla con Platinero. Platinero mi guarda e fa alcuni apprezzamenti.


“Fumi?”
“Sì”
“Peccato”.

Insomma... Alla fine, anche se il mio alito nicotinico gli castra ogni fantasia speleologica su di me, decide di venirmi incontro. Senza doppi sensi. Apre la porta e... la mia amica è lì. Ci sorride. È DA SOLA! E io ho già capito. La prendo per la mano e, più o meno come farebbe un primate di medie dimensioni, la trascino nella sala di sotto direttamente al bancone e senza passare dal via. Inizia la serie massimale di vodka red bull. Lei, con la camicetta mezza aperta, mi gira intorno sensualmente facendomi regredire allo stato di spermatozoo. Per cercare di riprendermi e raggiungere almeno la fase adolescenziale, semino le mie tracce e raggiungo L di L&L e V, incagliati nei pressi della procace slava, che subito afferro e faccio puntualmente turbinare, ottundendole i sensi. Certe tradizioni vanno rispettate. Sempre. Terminata la rotazione, me ne torno al bar. La fatica vale ben un bicchierino, diamine! E mentre ordino, vedo alla mia sinistra, sopra il cubo, la mia amica che si agita come una indemoniata e dietro di lei, avvinghiato come un polipo, Mr X. Quel ragazzo non posso lasciarlo solo neanche un secondo. Armato del mio vodka redbull che mi rende invincibile, mi appropinquo alla scena del misfatto e ristabilisco con ignoranza gli ordini gerarchici del maschio alfa dominante. Colpito da attacco di ansia ormonale, mi si prospetta l’incubo della profumiera, traditrice di milioni di virili speranze. Esorcizzo il timore parlandone con L di L&L, che però pare parteggi per la tesi di fondo. La teoria, con buona pace di Popper, viene falsificata pochi minuti dopo quando la mia amica decide di appiccicare la sua faccia alla mia, con tutto quello che ne consegue. Inutile che vi stia a raccontare il seguito, siete sicuramente dotati di buona immaginazione. Il giorno dopo è una corsa a non perdere l’aereo: torno a casa di L di L&L, che aveva già fatto un paio di telefonate a Scotland Yard, butto quello che c’è da buttare dentro la valigia, saluto, prendo un taxi, arrivo in stazione, mi precipito a fare il biglietto, mi infilo sull’Heathrow Express un minuto prima della partenza, arrivo in aeroporto, mi dirigo a razzo al check in, passo tutti i controlli, corro verso il terminal e... l’aereo è in ritardo. L’aereo della Swiss?!! Non ci sono più gli svizzeri di una volta, maledizione! Alle dieci di sera sono casa. Voi pensate che sia tutto finito e invece ricevo un messaggio. Di Mr X. Il diavolo è a Zurigo. Usciamo? Vedete, proprio come dice il proverbio, errare umano, perseverare è diabolico e fare due serate con Mr X è vietato dalla convenzione internazionale di Ginevra. Buona settimana a tutti!

lunedì 17 gennaio 2011

Gang bangs of New York - parte quarta


Il risveglio non è dei più facili. Ho ancora vivida l’immagine della spaventevole Linda Blair israeliana e per sbarazzarmene non mi resta che infilarmi sotto la doccia, aprire il rubinetto dell’acqua calda, far scrosciare l’acqua fino a quando non raggiunge la temperatura di ebollizione e rimanere immobile per una decina di minuti, giusto il tempo di fare pulizia anche di tutto quel cerume che tende ad annidarsi intorno al mio cervello. Potrei rimanere lì per ore se solo non dovessi andare a visitare Brooklin, Chinatown e Little Italy. Così, mi ritrovate poco dopo in deambulazione per le strade di New York con il solito tall latte ustionante per lui e ritardante per lei e una ciambella tra le mani. Niente metropolitana, oggi me la faccio tutta a piedi. A metà percorso una folla, radunatasi per l’occasione, mi segue per alcuni metri incitandomi e offrendomi bevande energetiche, dell’ EPO e un calendario di Playboy che mi fa appannare gli occhiali da sole. All’una e mezza, quando le gambe iniziano a cedermi e i succhi gastrici mi limano l’intestino, decido di fermarmi per una pizza da Grimaldi. Pare che ai tempi fosse frequentata da Frank Sinatra. La pizza, che ho la fortuna di dividere con una simpatica ragazza conosciuta mentre attendevo un tavolo, è ontologicamente quello che era per Fantozzi la corazzata Potemkin. Solo un americano medio rigonfio di cheesburger, coca e tette di Pamela Anderson potrebbe scambiarla per quella sorta di gustosa focaccia farcita che tanto bene sanno fare in Italia. Almeno la ragazza con cui ho il piacere di conversare per più di un’ora, una californiana sulla trentina, è simpatica. Si trova a New York perché ha appena partecipato all’edizione americana di ‘Chi vuol essere milionario’. Le chiedo come è andata ma mi dice che, a causa della sua religione, non le è permesso riverlarmelo. Poi confessa di avere firmato un contratto in cui si assume l’onere di non raccontare a nessuno l’esito della puntata prima della sua messa in onda. Inoltre, ha l’obbligo più assoluto di non spiattellare a destra e manca che Obama è nero per davvero. Perbacco! Terminato il pranzo e gli argomenti di conversazione, mi congedo dalla mia ospite e riprendo la maratona cittadina tra fascistissime insegne ‘Da Benito’ e ideogrammi misteriosi ripieni probabilmente di involtini primavera . Mai nella mia vita avrei pensato di poter camminare così a lungo. Quando rientro in albergo, il sole è calato da un pezzo. Sono quasi le nove. Mi sdraio sul letto, esausto. Estraggo il cellulare. Tre chiamate perse. Tutte della stessa persona. La ragazza che la notte prima cercava di ipnotizzarmi, impalata, scrutandomi l’anima attraverso gli occhi. La richiamo. Ah, ciao, bla bla bla, ero in giro con un’amica – un’altra?! – e mi sei venuto in mente e bla bla bla aperitivo. Lei. Io, eh, no, bla bla bla, Brooklin bla bla bla, vuoi uscire a mangiare qualcosa? Perché detesto mangiare da solo: finito di leggere il menu, non so mai dove guardare e ho sempre la paranoica sensazione che la gente passi il tempo a fissarmi. Come quello laggiù. Lei, no ho già mangiato, ma se vuoi ti faccio compagnia. Io, va bene. Lei, conosco un ottimo ristorante italiano vicino al mio albergo.

Ottimo ristorante italiano? Non ho voglia di mettermi a discutere, sono stanco e affamato. Appuntamento lì davanti alle dieci meno un quarto. Prendo un taxi. Il taxi rimane imbottigliato nel traffico.

“Eh, stasera c’è il concerto di Bon Jovi”

Tuttavia, l’informazione non mi è di grande aiuto. A metà strada – circa due settimane più tardi – ordino al taxista di fermarsi.

“Proseguo a piedi”

Il taxista fa l’incazzato ma se io arrivo troppo tardi, poi Bon Jovi ci rimane male. Sono in ritardo. Accelero l’andatura. Corro. Lei è lì davanti che mi aspetta.

“Scusami. C’è Bon Jovi che suona”. Penso sia una buona scusa. La utilizzerò più spesso. Entriamo. Il ristorante è enorme. Un cameriere decisamente omosessuale che si atteggia come se, in realtà, lo fosse ancora di più, ci trova posto in una zona appartata del locale. Io ordino un’insalata come antipasto – “Non una porzione all’americana, mi raccomando. Una normale, grazie” –, degli spaghetti e due bicchieri di vino rosso. Lei un gelato. Quando il cameriere torna, regge in mano un prato di lattuga, carote e pomodori. Cazzo! Fortuna che ho portato il tosaerba e il rastrello. Gli spaghetti sono scotti. Mai farsi portare in un ristorante italiano da chiunque provi a parlare la nostra lingua dicendo ‘salami’ e ‘grazzia’. Intanto, lei ha abbandonato la scalata di quella montagna di gelato innevata di panna e cioccolato. La lettura della mia anima procede creandomi non pochi imbarazzi. Parlo del più e del meno e non di molto altro perché la mia cultura matematica si è piuttosto ridotta negli anni. Miracolosamente, riesco a finire il piatto di spaghetti. I bicchieri di vino da due sono diventati quattro, ma la sorte è la stessa. È ora di prendere una decisione. Tanto so già come va a finire.

“Ti va di andare a bere qualcosa”, le domando? Annuisce con la testa. Sorrido, inebetito per lo più dal pantagruelico pasto, mi alzo e vado in bagno a sistemare una faccenda. Un tizio sulla settantina, intento a prosciugare con veemenza una sofferente prostata, si volta verso di me e mormora qualcosa di incomprensibile che lo fa sganasciare dalle risate. Ne abbozzo una pure io e mi blocco sul più bello. Terminata l’operazione logistica, mi sistemo i capelli, mi faccio l’occhiolino e sono pronto al mio trionfale rientro. Quello che vedo, però, non mi lascia assaporare la vittoria finale: lei è di fianco a un lui e sembrano discutere animatamente. Mi avvicino con circospezione. Il tizio si volta.

“Tu devi essere David”. Mi hanno trovato, maledizione!
“Sì, ciao, piacere”. Allungo la mano, così come mi hanno insegnato. “E tu sei?””****, piacere. **** mi ha raccontato di ieri sera. Sei stato un grande, pochi avrebbero fatto lo stesso al tuo posto”
“Ma no, figurati. È perché sono italiano, sai”. Che risposta da idiota, ma ci ripenso solo adesso. “Sei anche tu israeliano?”. Mi sembra di riconoscere l’accento.
“Sì, di ****”. Ah, dalla stessa città di ****. Che strano…
“E cosa ci fai qui a New York?”
“Sono qui per lavoro. Un paio di mesi”

Dopo la breve introduzione, lei lo prende sotto braccio e, spostandosi verso l’uscita, sancisce con un “Ok, noi dobbiamo andare. Ci vediamo” la conclusione della serata. Rimango lì imbambolato per qualche secondo, poi chiudo la giacca, infilo le mani in tasca e mi incammino verso l’albergo. Si dice che la curiosità è donna, ma si vede che nel mio caso fa un eccezione. Appena entro in stanza, mi collego a Facebook e inserisco il nome della ragazza nella ricerca. Ci metto un po’a trovarla, visto che i dati anagrafici in mio possesso non trovavano una precisa corrispondenza. Nel profilo leggo un “Married to”. E indovinate un po’ chi è il marito?

Il giorno dopo mi tempesta di telefonate e messaggi. A cui non rispondo. Mi insulta pure. Cosa volete che vi dica… Che mi dispiace per lui, cornuto platonico. Che mi dispiace per me, un fesso preso per i fondelli. Che mi dispiace, ma neanche tanto, per lei, un’idiota e non alla Dostoevskij, perché solo un’idiota può pensare di organizzare una tresca nel suo ristorante preferito a New York. Non do giudizi morali. Non me lo posso permettere , però anche io ho i miei valori. Certo, qualcuno potrebbe obiettare, alla Woody Allen, che sono una tacca al di sotto di quelli di un agente assicurativo ma, in ogni caso, ci sono. E, soprattutto, non mi piace che una persona ometta informazioni come dire… rilevanti. Detto questo, ognuno, una volta che si infila sotto le coperte e spegne la luce, deve fare i conti con la propria coscienza. Purtroppo, a causa dell’alcol, io me ne ritrovo una che sbiascica e non capisco mai cosa vuole dirmi. Pazienza e alla salute. Buona settimana a tutti!

martedì 21 dicembre 2010

Gang bangs of New York - parte terza


E una bottiglia di vino se ne è andata. Il funerale è stato molto commovente, soprattutto quando gli alcolisti, radunatisi intorno al vuoto, hanno versato fiumi di lacrime amare. Lacrime di amaro. Inconsolabile, alzo la mano nel tentativo di richiamare l’attenzione del cameriere e ordinarne subito un’altra. Le ragazze mettono in scena una labile pantomima che dovrebbe arrestare l’improvvisato baccanale newyorchese, ma niente, oramai, può impedire al rito propiziatorio di andare avanti, nemmeno il Divino Otelma. E infatti, eccola, la nuova bottiglia, che si staglia sul tavolino, arrogante, boriosa, gonfia di rubizzo nettare. Nettare che ci vuol poco a prosciugare. La siccità alcolica è un tragedia con un retrogusto di vendetta che, come una ghigliottina, si abbatte sulla nostra arsura mentale. I sintomi sono facilmente riconoscibili e toccano una vasta gamma di stati interiori che partono dall’euforia e approdano, fatalmente, al disgusto per se stessi, alla penitenza, alla mortificazione e alla visione dell’ultimo film di Massimo Boldi. Ci vuole fegato e io me lo sono giocato con gli ultimi anni di cuba libre. Per farla breve, dopo avere deliziato le mie compagne di viaggio con profondi discorsi sul nulla, ho dovuto assistere a un dramma esistenziale che mi ha ostruito momentaneamente le arterie, impedendo all’ossigeno di portare nutrimento al mio cervello. Una delle due ragazze, trasformatasi nella versione sbiadita di un cadavere, pare clinicamente prossima alla morte e, fattasi muta tutta d’un tratto, inizia a ciondolare come un bravo ebreo ultraortodosso, ma più che verso l’alto dei cieli, mi sembra aneli a una prosaica tazza del cesso. Cerco di reperire informazioni sulle sue condizioni fisiche, che peggiorano con il passare dei secondi.

“Come ti senti?”

Dalla sua bocca escono dei vagiti che a fatica riesco a interpretare.

“Devi andare in bagno?”

Dallo sbiascichio impenetrabile estrapolo qualcosa che assomiglia a un ‘no’. La prendo in parola ma temo già l’inevitabile che, purtroppo, si manifesta una decina di minuti più tardi quando, aprendomi un varco nella mischia di gente, mi libero della prima linea di difesa, supero l’estremo e, spalancando a calci la porta del bagno, faccio meta infilando la testa della moribonda nel water. Da un corpo così esile e grazioso esce un getto di una potenza devastante che, come un buco nero di Kerr, curva lo spazio tempo e lo fa roteare. La ragazza ormai è un torrente in piena e io non ho nemmeno il numero della protezione civile. Quando finalmente rientra negli argini, la riporto al tavolo su cui, poco dopo, si accascia. A distanza di pochi minuti, la scena si ripete uguale, solo che questa volta il bagno è occupato e devo direzionare l’idrante sul marciapiede. Intanto, la gente si accalca all’interno del locale in attesa di un tavolo. Così, il factotum della città, Akiva, omonimo del ben più celeberrimo rabbino di cui, sfortunatamente, ha ereditato solo il nome, dopo essersi sincerato in maniera totalmente ipocrita delle condizioni della ragazza, ci invita a portare i nostri culi semiti da un’altra parte.

“C’è gente che aspetta”

Commosso da tanta umanità, mi vengono i lucciconi agli occhi. Mi converto istantaneamente al buddismo zen e cerco di risolvere un koan che domanda che rumore faccia l’applauso di una mano sola stampata con violenza sulla faccia del simpatico Akiva. Illuminato, raggiungo la consapevolezza: Akiva è uno stronzo. Non ci resta che seguire il suggerimento. Sono sicuro che due passi e un po’ d’aria fresca gioveranno al fisico debilitato della nostra amica. Mi alzo, mi infilo il cappoto e quando ho già un piede fuori dalla porta, succede l’irriparabile: l’idrovora scarica tutto il suo contenuto, o quasi, su pavimento e parte del tavolo. Con Tubular Bells in sottofondo, capisco che ormai non mi rimane che fare affidamento sull’esperienza di un buon esorcista. Padre Mayii. Pietrificato dall’imbarazzo, chiedo umilmente scusa a tutti quelli che stanno mangiando, a quelli che agognavano il nostro posto e che invece ora lo stanno cedendo generosamente agli ultimi arrivati e, già che ci sono, chiedo scusa per quella volta che mi toccai mentre mangiavo dei pasticcini alla crema guardando un film di Walt Disney. Portiamo fuori l’indemoniata che prosegue il suo lavoro, non senza aver fatto prima girare completamente la testa un paio di volte intorno al suo collo. Lo so, faccio sempre questo effetto alle donne. Poi, tramortita, sviene su una panchina. A naso, dubito che riuscirà a prendere l’autobus per tornare a Newark, dove alloggia temporaneamente presso una zia. Dopo un giro di telefonate, riusciamo a prenotare una stanza in un albergo non lontano da Time Square. L’altra ragazza propone di prendere la metropolitana, idea che boccio immantinente. Notare l’immantinente.

“Credo sia meglio se fermiamo un taxi”

A volte riesco ancora a meravigliarmi di me stesso. Alziamo un braccio e come per magia un taxi, sbucato da non so dove, accosta. Ci infiliamo dentro, la sofferente per prima, io in mezzo e l’altra a chiudere la processione. Il guidatore, che non è un idiota, intuisce subito che sotto si cela un attacco sionista organizzato dal Mossad, così ci chiede educatamente di scendere:

“Non voglio che mi sporchiate il taxi”. Riconosco le sue ragioni, perché una vita fa, quando ero ancora uno sbarbato senza patente e diritto di voto, mi ritrovai in una selva oscura, ubriaco, e dopo di quella in un tassì con il tassista che domandava al mio amico se ce la facevo ad arrivare fino a casa e il mio amico che mi domandava se ce la facevo ad arrivare a casa e io che rispondevo sì sì sì e poi io che rifacevo gli interni della macchina e il tassista che non domandava più niente e il mio amico che non domandava più niente ma solo un lungo silenzio imbarazzato. Rispondo, ostentando anche una certa spavalderia:

“Non si preoccupi. Nel caso, l’avverto in anticipo”.

Non fa tempo neanche a ingranare la seconda che la pompa antincendio alla mia sinistra sta per rimettersi in moto. Il pericolo è alle porte, devo agire con prontezza:

“Mi scusi, le spiacerebbe accostare... immediatamente!”

Il problema è che non può farlo. Non in quel momento. In queste situazioni, però, il tempismo è tutto. Mentre rallenta e cerca di trovare uno spiazzo in cui fermarsi, spalanco la portiera di sinistra, facendo così defluire il flusso canalizzatore di questa DeLorean che presenta un’evidente perdita al serbatoio. Il taxista cerca di voltarsi ma noi lo distraiamo con frasi di circostanza, luoghi comuni e una supercazzola d’autore. Il viaggio fino all’albergo è lungo e tortuoso. Una volta scaricati, paghiamo il leggendario santo guidatore e entriamo nell’atrio dell’albergo. Non è ancora finita. La signorina, dopo essere stata salvata, curata e scorrazzata, si lamenta dell’eccessivo prezzo della camera. Mah! Parte immediato giro di telefonate e ne recuperiamo un’altra pochi metri più avanti e molti dollari indietro. Ci precipitiamo all’istante. Durante la fase di registrazione, firma e ammenicoli vari, faccio accomodare la regina del conato su una poltrona, in cui affonda e scompare. Uno dei due ragazzi alla reception, che sta osservando la scena, mi sorride e mi indica la porta del bagno. Sorrido a mia volta e gli faccio presente che dentro a quel corpo ormai non c’è più niente. Niente. Finalmente, recuperata la chiave, la portiamo in stanza, la infiliamo sotto le coperte, spegniamo la luce e buonanotte. Sono esausto. Accompagno al suo albergo l’altra ragazza. Lei mi guarda negli occhi. Io la guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Io la guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi e allora io penso ma che cosa avrà da guardarmi negli occhi, sono sempre attaccati sopra il mio naso. Mi accomiato e mi incammino verso il mio, di albergo. Mezz’ora di camminata. Una volta aperta la porta della stanza, mi affloscio sul letto, esanime. Prima di entrare in letargo, penso che, tutto sommato, avrebbe potuto anche andare peggio. Per esempio... per esempio... be’, forse no. Buona settimana a tutti!


p.s: continua. Forse...


Gang bangs of New York - parte seconda


Dovete sapere che Broadway è una via piuttosto lunga. 20 chilometri circa da un’estremità all’altra di Manhattan. Perciò, meglio sapere esattamente dove si deve andare. Esattamente. Dopo aver esaminato accuratamente la cartina, sollevo il capo e con gesto teatrale, puntando il dito in avanti, indico alle mie due ospiti la giusta direzione e le invito a seguirmi. Le sferzate del vento si fanno più violente ma io, tetragono ai colpi di ventura, non mi faccio intimidire.

“È lontano?”, mi domandano cortesemente.

“No, saranno al massimo dieci minuti a piedi”. Quindici, contando la brezza contraria. Quando di minuti, però, ne sono passati venti, sul volto delle due israeliane compare un’espressione di disappunto. Mi guardo intorno, controllo di nuovo la mappa e incito le compagne di viaggio a proseguire:

“Siamo quasi arrivati!”

Altri dieci minuti. Incomincio a notare alcune discrepanze tra ciò che è stato codificato su carta e le mie facoltà interpretative. Infatti, controllando i numeri civici, mi accorgo che abbiamo abbondantemente oltrepassato la meta designata. Di centocinquanta numeri. Tuttavia, a mia discolpa, posso dire che se la Niña, la Pinta e la Santa Maria fossero state attrezzate con dei navigatori satellitari, non avremmo mai potuto affondare le fauci in un doppio cheesburger ricoperto da strati di cipolla. Di tornare indietro non se ne parla neanche. Ci infiliamo in un negozio e chiediamo consiglio per dei locali in zona a una commessa che non avrà più di sedici anni. Lei, sfoderandoci un contagioso sorriso che mette in bella mostra il suo tecnologico apparecchio ortodontico, ce ne suggerisce uno proprio girato l’angolo. Così, ci ritroviamo al pian terreno di questo stabile, davanti a un bar deserto. E chiuso. Sull’ascensore è affissa una targa con alcuni nomi.

“Ah, guardate: penso che dobbiamo salire al quinto piano”. Per l’alcol mi trasformo in un segugio da tartufo. Le due seguono ciecamente il loro vate metropolitano, anche se incominciano a mostrarsi alquanto spazientite. Quando le porte dell’ascensore si aprono, davanti a noi appare una distesa infinita di abiti da donna ordinatamente appesi su delle grucce che occupano l’intero spazio del loft. Chissà dove sono le bottiglie di rum?

“Possiamo aiutarvi?”

Come tartarughe che allungano il collo fuori dal loro guscio per brucare un po’ di erba, ci sporgiamo dall’ascensore e vediamo che alla nostra sinistra, nascosti da un bancone in legno che gira loro intorno, sono seduti, davanti a dei computer, due ragazze e un ragazzo che ci guardano con aria interrogativa. Spieghiamo il motivo per cui ci troviamo lì. Sorridono e ci dicono che il bar è a pian terreno e che questo è un atelier. All’americana, etelia.

Quindi niente rum?

Tra una frase e l’altra, noto che il ragazzo soffre di un tic all’occhio sinistro. Una delle due israeliane si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Mi sa che gli piaci”. Quindi, non sono in un bar e il ragazzo non soffre di alcun tic. Niente è quello che sembra, tranne il fatto che io, in quel momento, sembro un idiota, anche se tutto fosse solo un sogno. Il sogno di un idiota.

Cerco di trarre a mio vantaggio la cosa. Schiero l’esercito di incisivi, canini, pre molari e molari e, con un’oratoria che nemmeno il Marco Antonio shakespeariano con il suo “Friends, Romans, countrymen, lend me your ears”, lo incito a sfoderare il sorriso imbattibile. Chiedo quindi al ragazzo se conosce un posto carino dove bere un bicchiere e magari mangiare pure un boccone. Lui, colpito da pulsioni sessuali innominabili, vacilla; poi, ripreso il controllo, armeggia con il computer e pochi secondi dopo mi porge non solo una pagina stampata con nome e indirizzo del locale – e quello in piccolo, in basso a destra, deve essere invece il suo numero di telefono –, ma anche il plastico del ristorante con tanto di Bruno Vespa allegato e un set di pentole smaltate che mi porto a casa a soli 49 dollari più spese di spedizione. Ringraziamo, salutiamo e ci rimettiamo in cammino. Altri dieci minuti di marcia. Il posto, che si nasconde dietro a una porta anonima, è davvero carino. E minuscolo: un bancone, cinque tavolini e un cesso. Con nostra fortuna, uno dei tavolini è libero e non importa se i posti a sedere sono solo due e me ne devo stare con metà culo fuori dal divanetto e le ginocchia incastrate sotto il tavolino. Ordiniamo. O meglio, ordino. Cozze alla marinara, un assaggino di questo, un assaggino di quello e una bottiglia di ottimo e costosissimo vino rosso italiano. Le israeliane cercano di impedirmi un tale sperpero di pecunia, timorose più che altro di dover pagare a loro volta il mutuo a fine cena, ma io, pervaso di spirito tafazziano, pronuncio una frase che alcuni critici hanno definito “Un epigramma che rappresenta con icasticità la vacuità esistenziale del suo autore”:

“Siete mie ospiti”.

La folla mi omaggia con un’ovazione e il coro greco raggiunge istantaneamente la catarsi. Non mi resta che accomiatarvi invitandovi a riflettere su un pensiero così profondo e rimandarvi alla prossima puntata, dove potrete leggere di possessioni diaboliche e tradimenti platonici. Buona settimana a tutti!