Visualizzazione post con etichetta stati uniti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stati uniti. Mostra tutti i post

mercoledì 4 settembre 2013

Scatto felino

Quando mettete piede a Yosemite Park, la prima cosa che notate, a parte le sconfinate dimensioni del parco californiano, sono alcuni cartelli di avvertimento. Tipo 'Cari visitatori, questo è il territorio naturale dell'orso bruno, del puma e di altri animali di cui non siete in grado nemmeno di pronunciare il nome. Nel caso abbiate la sfortuna di trovarvi in un faccia a faccia ravvicinato con qualcuno dei suddetti, cercate di sembrare più grossi, ma molto più grossi, bullatevi, agitate le braccia, urlate, fate una giravolta, fatela un’altra volta, lanciate dei sassi. Se la strategia di dissuasione si rivelasse fallimentare, contrattaccate'. Quando l'ho letto, ho pensato, sì, certo. Come le istruzioni di pronto soccorso, quando vi insegnano a fare una tracheotomia con una Bic. Pensi, grazie per i suggerimenti, ma capiterà a una persona su diecimila ogni cambio di secolo. Perciò, armato solo della mia folta barba e in compagnia dell'adepta al culto di essa, ovvero J, la mia bionda e, bella zia, rakazza teteska, mi sono avventurato in un'escursione di quattro ore, uno scosceso sentiero in salita, niente acqua, il sole già a temperatura forno a legna. E poi dicono che uso troppe iperbole nei miei post. Il costo del biglietto per assistere al grande spettacolo della natura? Una doccia di sudore e il baratto delle nostre gambe in cambio di un paio di macigni. Ma ne valeva la pena. La maestosità della cascata, con la potenza dei suoi ettolitri di acqua in caduta libera, ha il potere di riconciliarmi con nostra madre terra, trasformandomi immediatamente in un essere metà umano e metà macchina fotografica digitale. Mettiti lì, clic. Sorridi, clic. Il panorama, clic. L'arcobaleno, clic. L'inevitabili nuvole - per cui nutro una profonda ossessione -, clic. Il solito centinaio di foto che difficilmente troverebbero posto sulla scialuppa di salvataggio delle immagini con un minimo di valore artistico. D'altronde, a essere obiettivi,  l'obiettivo dietro l'obiettivo nasconde più un Io c'ero che un Io immortalo. Questa non l’ho capita neanche io.

Apro parentesi. Millenni tecnologici fa di digitale c'era poco o niente. C'erano le vacanze. E la mia macchina fotografica. Le due cose erano indissolubili. D'estate, quella vera, che durava almeno tre mesi, quella calda, afosa e infestata di zanzare, dovunque andassi, avevo sempre lei al mio fianco. La mia amata fotocamera. Con l'inseparabile rullino Kodak da 36 foto. 36. I clic, allora, erano frutto di fatica. Erano pensati. E pesati, in soldi, visto che poi le foto bisognava svilupparle e mi toccava pagare pure quelle schifezze sfuocate in cui si intravedeva solo mezza testa adornata da un paio di dita a mo’ di corna. La qualità era migliore? La verità è che, riguardando gli album impilati nei cassetti della casa dei miei a Milano, il risultato di tutti quei clic era qualcosa di mediocre.  Credo che la tecnologia ci abbia aiutato a diventare tutti un po' più bravi. Solo nella qualità dei miei ricordi non vedo differenze. Bella o brutta che sia la foto. Dovrebbero inventare il nostanalgesico che cura i mali della nostalgia. Clic, chiusa parentesi.

Esauritosi l'impeto artistico e la contemplazione del sublime, non rimane che tornare sui propri passi. Questa vota, passi in discesa. Un film all'incontrario senza finale a sorpresa. Almeno, era quello che credevo fino a quando…

J: 'David?', fermandosi improvvisamente
Io: 'Sì?'
J: 'David', indicandomi qualcosa venti metri più avanti, sulla curva del sentiero, 'non penso sia un gatto'

Non che ci fosse pericolo di confusione, perché sì, a un gatto un po' ci assomigliava, ma dieci volte più grosso.

J: 'David, fagli una foto!'

Ora, quando vi trovate per la prima volta nella vita davanti a un puma e non sapete, almeno non ancora, se sarà anche l'ultima, l'immortalare è un qualcosa sfuocato che passa in secondo piano.  Una foto, brutta, l'ho scattata, ma quello che stava davvero scattando in quel momento era l'istinto di sopravvivenza. Così, ho armato J di un voluminoso sasso e mi sono messo alla ricerca di un pezzo di legno adatto all'occasione. Ero pronto alla battaglia. Vedevo già il titolo: turista prende a bastonate sulle gengive feroce puma locale. Intervistato, il turista dichiara 'Paura? Mai avuta. Ho affrontato l'Ikea di Corsico la domenica pomeriggio'.

Intanto, un gruppo di cinque persone stava sopraggiungendo. Li fermo, indico loro il problemino con vibrisse e spiego loro la mia strategia bellica: attendiamo pazientemente. Immobili.

In tutto quel tempo, uno scampolo di eternità condensato in soli quattro o cinque minuti, il puma non ci ha mai degnati di uno sguardo. Se ne stava lì, a fissare qualcosa, forse a riflettere sui massimi sistemi, incurante di noi. Poi, probabilmente annoiato, è scomparso tra le rocce, concedendo ai nostri parametri vitali di tornare a livelli di normalità. Naturalmente la storia, col passare degli anni, amplificherà i toni drammaturgici. Quando sarò vecchio e senza denti - non che manchi molto - il puma diventerà miracolosamente un alligatore di dieci metri che racconterò aver domato con la sola forza delle mie sopracciglia.

E da un incontro potenzialmente mortale a uno scontro decisamente letale il passo non è poi così distante. Qualche centinaio di chilometri. La strada che da Monterey porta a Santa Barbara. Lasciatomi alle spalle quel tratto di costiera amalfitana a stelle e strisce, sfreccio con la mia ruggente Ford Focus, la lancetta del contachilometri fissa sulle 75 miglia all'ora. La vita, però, se ne fotte delle miglia, delle corsie autostradali, del codice della strada, della musica del mio iPod diffusa dalle casse della macchina, della California, delle mie vacanze, di quello che c'era prima e di ciò che verrà poi, del conto, salato, del mio dentista – tutti quegli euro  solo per la pulizia? E del cervo che, dominato da impulsi autodistruttivi, si materializza improvvisamente in autostrada. La fatalità, a volte, è questione di pochi metri. 'Io non freno' è l'unica cosa che riesco a pronunciare alla mia ragazza, pietrificata dall'angoscia della morte, prima che l'aspirante suicida venga centrato in pieno dalla macchina che mi precede sulla destra. Il cervo, catapultato, si libra in aria, leggero, sopra di noi. Un volo senza speranze. Dallo specchietto retrovisore vedo la macchina ferma. Spero che il conducente non si sia fatto niente.

Spesso ci immaginiamo come potremmo comportarci in certe occasioni. Cosa farei se… Una cosa così, però non me l'ero mai immaginata e se l'avessi fatto, avrei pensato a una reazione completamente diversa. Panico, bestemmia, frenata, sterzata, incidente, il tunnel di luce, Dio, le conigliette di Playboy. Invece, nessun tipo di reazione. Calma. Sangue freddo. Non una persona, ma un robot. Impressionante. Da me non me lo sarei mai aspettato. L'oracolo di Delfi aveva detto di conoscere se stessi, ma non quanto questo processo conoscitivo sarebbe durato.

Non avrei altro da raccontare. O forse sì. Come quando a Los Angeles, mostrando infondata sicurezza da manuale del piccolo esploratore, ho deciso testardamente di raggiungere a piedi Downtown dal nostro albergo in Little Japan, avendo così la possibilità di apprezzare la fauna che popola il variopinto quartiere di Skid Row. Sopravvissuto anche qui.

Resta un rimpianto: non essere riuscito, almeno una volta, a immergermi nell'Oceano con una tavola da surf, sull'onda, più che altro, dell'entusiasmo. Ma, sapete com'è, dopo il puma e il cervo… La mia ragazza deve avere intuito qualcosa anche se, ammettiamolo, gli squali, quelli pericolosi, non si trovano sott’acqua. Buona settimana a tutti!

lunedì 17 gennaio 2011

Gang bangs of New York - parte quarta


Il risveglio non è dei più facili. Ho ancora vivida l’immagine della spaventevole Linda Blair israeliana e per sbarazzarmene non mi resta che infilarmi sotto la doccia, aprire il rubinetto dell’acqua calda, far scrosciare l’acqua fino a quando non raggiunge la temperatura di ebollizione e rimanere immobile per una decina di minuti, giusto il tempo di fare pulizia anche di tutto quel cerume che tende ad annidarsi intorno al mio cervello. Potrei rimanere lì per ore se solo non dovessi andare a visitare Brooklin, Chinatown e Little Italy. Così, mi ritrovate poco dopo in deambulazione per le strade di New York con il solito tall latte ustionante per lui e ritardante per lei e una ciambella tra le mani. Niente metropolitana, oggi me la faccio tutta a piedi. A metà percorso una folla, radunatasi per l’occasione, mi segue per alcuni metri incitandomi e offrendomi bevande energetiche, dell’ EPO e un calendario di Playboy che mi fa appannare gli occhiali da sole. All’una e mezza, quando le gambe iniziano a cedermi e i succhi gastrici mi limano l’intestino, decido di fermarmi per una pizza da Grimaldi. Pare che ai tempi fosse frequentata da Frank Sinatra. La pizza, che ho la fortuna di dividere con una simpatica ragazza conosciuta mentre attendevo un tavolo, è ontologicamente quello che era per Fantozzi la corazzata Potemkin. Solo un americano medio rigonfio di cheesburger, coca e tette di Pamela Anderson potrebbe scambiarla per quella sorta di gustosa focaccia farcita che tanto bene sanno fare in Italia. Almeno la ragazza con cui ho il piacere di conversare per più di un’ora, una californiana sulla trentina, è simpatica. Si trova a New York perché ha appena partecipato all’edizione americana di ‘Chi vuol essere milionario’. Le chiedo come è andata ma mi dice che, a causa della sua religione, non le è permesso riverlarmelo. Poi confessa di avere firmato un contratto in cui si assume l’onere di non raccontare a nessuno l’esito della puntata prima della sua messa in onda. Inoltre, ha l’obbligo più assoluto di non spiattellare a destra e manca che Obama è nero per davvero. Perbacco! Terminato il pranzo e gli argomenti di conversazione, mi congedo dalla mia ospite e riprendo la maratona cittadina tra fascistissime insegne ‘Da Benito’ e ideogrammi misteriosi ripieni probabilmente di involtini primavera . Mai nella mia vita avrei pensato di poter camminare così a lungo. Quando rientro in albergo, il sole è calato da un pezzo. Sono quasi le nove. Mi sdraio sul letto, esausto. Estraggo il cellulare. Tre chiamate perse. Tutte della stessa persona. La ragazza che la notte prima cercava di ipnotizzarmi, impalata, scrutandomi l’anima attraverso gli occhi. La richiamo. Ah, ciao, bla bla bla, ero in giro con un’amica – un’altra?! – e mi sei venuto in mente e bla bla bla aperitivo. Lei. Io, eh, no, bla bla bla, Brooklin bla bla bla, vuoi uscire a mangiare qualcosa? Perché detesto mangiare da solo: finito di leggere il menu, non so mai dove guardare e ho sempre la paranoica sensazione che la gente passi il tempo a fissarmi. Come quello laggiù. Lei, no ho già mangiato, ma se vuoi ti faccio compagnia. Io, va bene. Lei, conosco un ottimo ristorante italiano vicino al mio albergo.

Ottimo ristorante italiano? Non ho voglia di mettermi a discutere, sono stanco e affamato. Appuntamento lì davanti alle dieci meno un quarto. Prendo un taxi. Il taxi rimane imbottigliato nel traffico.

“Eh, stasera c’è il concerto di Bon Jovi”

Tuttavia, l’informazione non mi è di grande aiuto. A metà strada – circa due settimane più tardi – ordino al taxista di fermarsi.

“Proseguo a piedi”

Il taxista fa l’incazzato ma se io arrivo troppo tardi, poi Bon Jovi ci rimane male. Sono in ritardo. Accelero l’andatura. Corro. Lei è lì davanti che mi aspetta.

“Scusami. C’è Bon Jovi che suona”. Penso sia una buona scusa. La utilizzerò più spesso. Entriamo. Il ristorante è enorme. Un cameriere decisamente omosessuale che si atteggia come se, in realtà, lo fosse ancora di più, ci trova posto in una zona appartata del locale. Io ordino un’insalata come antipasto – “Non una porzione all’americana, mi raccomando. Una normale, grazie” –, degli spaghetti e due bicchieri di vino rosso. Lei un gelato. Quando il cameriere torna, regge in mano un prato di lattuga, carote e pomodori. Cazzo! Fortuna che ho portato il tosaerba e il rastrello. Gli spaghetti sono scotti. Mai farsi portare in un ristorante italiano da chiunque provi a parlare la nostra lingua dicendo ‘salami’ e ‘grazzia’. Intanto, lei ha abbandonato la scalata di quella montagna di gelato innevata di panna e cioccolato. La lettura della mia anima procede creandomi non pochi imbarazzi. Parlo del più e del meno e non di molto altro perché la mia cultura matematica si è piuttosto ridotta negli anni. Miracolosamente, riesco a finire il piatto di spaghetti. I bicchieri di vino da due sono diventati quattro, ma la sorte è la stessa. È ora di prendere una decisione. Tanto so già come va a finire.

“Ti va di andare a bere qualcosa”, le domando? Annuisce con la testa. Sorrido, inebetito per lo più dal pantagruelico pasto, mi alzo e vado in bagno a sistemare una faccenda. Un tizio sulla settantina, intento a prosciugare con veemenza una sofferente prostata, si volta verso di me e mormora qualcosa di incomprensibile che lo fa sganasciare dalle risate. Ne abbozzo una pure io e mi blocco sul più bello. Terminata l’operazione logistica, mi sistemo i capelli, mi faccio l’occhiolino e sono pronto al mio trionfale rientro. Quello che vedo, però, non mi lascia assaporare la vittoria finale: lei è di fianco a un lui e sembrano discutere animatamente. Mi avvicino con circospezione. Il tizio si volta.

“Tu devi essere David”. Mi hanno trovato, maledizione!
“Sì, ciao, piacere”. Allungo la mano, così come mi hanno insegnato. “E tu sei?””****, piacere. **** mi ha raccontato di ieri sera. Sei stato un grande, pochi avrebbero fatto lo stesso al tuo posto”
“Ma no, figurati. È perché sono italiano, sai”. Che risposta da idiota, ma ci ripenso solo adesso. “Sei anche tu israeliano?”. Mi sembra di riconoscere l’accento.
“Sì, di ****”. Ah, dalla stessa città di ****. Che strano…
“E cosa ci fai qui a New York?”
“Sono qui per lavoro. Un paio di mesi”

Dopo la breve introduzione, lei lo prende sotto braccio e, spostandosi verso l’uscita, sancisce con un “Ok, noi dobbiamo andare. Ci vediamo” la conclusione della serata. Rimango lì imbambolato per qualche secondo, poi chiudo la giacca, infilo le mani in tasca e mi incammino verso l’albergo. Si dice che la curiosità è donna, ma si vede che nel mio caso fa un eccezione. Appena entro in stanza, mi collego a Facebook e inserisco il nome della ragazza nella ricerca. Ci metto un po’a trovarla, visto che i dati anagrafici in mio possesso non trovavano una precisa corrispondenza. Nel profilo leggo un “Married to”. E indovinate un po’ chi è il marito?

Il giorno dopo mi tempesta di telefonate e messaggi. A cui non rispondo. Mi insulta pure. Cosa volete che vi dica… Che mi dispiace per lui, cornuto platonico. Che mi dispiace per me, un fesso preso per i fondelli. Che mi dispiace, ma neanche tanto, per lei, un’idiota e non alla Dostoevskij, perché solo un’idiota può pensare di organizzare una tresca nel suo ristorante preferito a New York. Non do giudizi morali. Non me lo posso permettere , però anche io ho i miei valori. Certo, qualcuno potrebbe obiettare, alla Woody Allen, che sono una tacca al di sotto di quelli di un agente assicurativo ma, in ogni caso, ci sono. E, soprattutto, non mi piace che una persona ometta informazioni come dire… rilevanti. Detto questo, ognuno, una volta che si infila sotto le coperte e spegne la luce, deve fare i conti con la propria coscienza. Purtroppo, a causa dell’alcol, io me ne ritrovo una che sbiascica e non capisco mai cosa vuole dirmi. Pazienza e alla salute. Buona settimana a tutti!

lunedì 19 aprile 2010

Schizzo d'autore

Il nome Jackson Pollock vi dice qualcosa? No, quella che combinava guai era Pollon. Pollon combina guai. Questo, invece, è Pollock. Per chi non lo sapesse o per chiunque avesse passato gli ultimi dieci anni incollato al televisore rapito dai picareschi racconti dei protagonisti del Grande Fratello, eccitato dalle eroiche avventure dell’Isola dei Famosi o semplicemente perso in fantasie bucoliche evocate da braccia finalmente restituite all’agricoltura de La Fattoria, Jackson Pollock è – era – un pittore. Uno degli esponenti di quel movimento che il critico Harold Rosenberg – che dal cognome si capisce fosse una persona dotata di arguzia ed encefalogramma vivace – aveva chiamato ‘action painting’ – in realtà conoscevo solo questo termine, ma Wikipedia ha colmato la mia lacunosa ignoranza introducendomene un altro, ‘espressionismo astratto’, che ignoravo fino a oggi insieme al tedesco Lotosblüte e ai sette re di Roma, che non riesco mai a ricordare. Tarquinio il burino? Gli artisti che aderivano alla corrente non dipingevano come normali esseri umani, pennello, colore e mi raccomando, attenzione a porte, finestre e al parquet. No, preferivano lanciare direttamente il colore su delle tele giganti. Oppure, lo facevano sgocciolare. È così che è nato il testo di Rosch. Credo. Sperimentatori. Riflettevo su tutto ciò alcune settimane fa in compagnia di un bicchiere di birra e di tre loschi individui che chiamo ‘amici’ solo perché non mi ricordo i loro nomi. Riflettevo su quello e sulla ‘merda d’artista’ del Manzoni. Non di Alessandro, altrimenti si sarebbe chiamata merda di scrittore, che qualcuno avrebbe anche potuto pensarlo ai tempi del liceo, facendo un torto però alla letteratura italiana. Sto parlando di Piero, che negli anni Sessanta fece delle sue feci un’opera d’arte, inscatolando in 90 barattoli i suoi artistici escrementi. Rappresentazione delle decadenza dell’arte di quel periodo. Una merda concettuale. Fantozzi avrebbe detto ‘una cagata pazzesca’, ma non vorrei elevare troppo il tono di questo post. Ecco, ho scritto poche righe fa che stavo riflettendo in compagnia di tre loschi individui. In realtà, le cose non stanno proprio così. Intanto, io non rifletto, ma attivo automatismi cerebrali a me ignoti. In secondo luogo, non stavamo discutendo di arte, ma di sesso. All’arte, comunque, ci arriviamo a breve. La vacue chiacchiere orbitavano intorno al dotto argomento dei film a luci rosse – gli anglofoni li chiamano ‘blue movie’. Le traduzioni sono sempre un problema. Tutti si ricordano dei mitici porno tedeschi, che in genere avevano una trama del tipo: Driin! Suonano alla porta. Inga, biondona dalle tette nucleari, va ad aprire. Entra in scena il baffuto idraulico Hans. Trenta secondi più tardi lui le mostra il tubo telescopico e tappa la perdita, lei mostra di apprezzare ed esplicita questo suo stato interiore con una serie ininterrotta di mugolii e ‘ja, ja!’. Adesso, la maggior parte di questi film con scopate che durano quanto un’opera di Wagner sono prodotti in Ungheria o negli Stati Uniti. E allora mi sono domandato: ma in Svizzera? Voglio dire, ci sono dei porno svizzeri? E come potrebbe essere un porno svizzero? Altro che domandarsi - come fanno tutti, immagino, la mattina appena svegli - perché c’è l’essere piuttosto che il nulla. Già me lo immagino: Tram vuoto, a parte una ragazza, Heidi, a cui le caprette non fanno ciao e di pecore non capisce niente, ma se gli dici ‘pecorina’ … Sale il baffuto controllore Huber. “Grüezi!”. La povera Heidi e i suoi venti chili di tette sono, ahimé, sprovvisti di biglietto. Huber allora passa a controllare direttamente Heidi, dandole istruzioni dettagliate sul grado di apertura da mantenere e informandola che in un’ora venticinque minuti e dodici secondi il suo entusiasmo sarà incontenibile. Se Huber sgarra sul tempo, dopo mi si deprime e gli si afflosciano i mustazzi. E qui torniamo a parlare di arte. Sì, perché quel momento paradisiaco che ci rapisce un paio di secondi per restituirci come zombie per le successive dodici ore ha acceso in me una lampadina. A risparmio energetico, d’accordo, ma sempre una lampadina è. Freud parlava di sublimazione, ovvero dirigere una pulsione sessuale verso una meta non sessuale. L’arte, per esempio. E allora perché, invece che sublimare, non utilizziamo il sesso per creare arte? Ora vi spiego, è molto semplice. L’uomo, appena prima di contribuire al genocidio di milioni di spermatozoi, estrae il suo pennello – d’altronde, già anni fa lo raccontavano quegli intellettuali meneghini, gli articolo 31, ‘lo uso proprio come fossi un vero artista, e con il mio pennello sono un gran professionista!’. La donna ha una grande responsabilità, quella di afferrare e reggere la tela rigorosamente nera che, a seconda del periodo di astinenza maschile, può variare da un semplice formato A4 a un 200x425 cm stile ‘Ninfee blu’ di Monet. Ogni secondo è vitale. Davvero. A quel punto, all’uomo non resta che aggiustare la mira e procedere con la creazione artistica. Come vedete, siamo tornati all’action painting. Purtroppo, ci sono alcune problematiche aperte e che meritano, magari in un futuro non troppo lontano, di essere approfondite:


  • L’eiaculazione precoce. Un problema non solo artistico
  • Il blocco dell’artista. Un problema non solo artistico
  • La mancanza di talento.
In conclusione, se hanno fatto arte con la merda, perché non provarci con lo sperma che, come direbbe Aristotele, in potenza racchiude la vita? Allora, dalla ‘merda d’artista’ a quella forma più nobile di espressionismo astratto che, perdonatemi la banalità, non potremo chiamare altrimenti che ‘schizzo d’autore’. Buona settimana!

giovedì 6 novembre 2008

Yes, Week End!!!


L'elezione di Obama è stato recepito nel mondo come un cambiamento epocale.

Cosa aspettarsi, quindi, dal futuro?

Ieri notte, il mio amico Mat e io, cazzeggiando su FB, ci abbiamo provato.


Mat:

Il fatto é che David sta rimettendosi all'aramaico e alcune cose ancora gli sfuggono. Ma dai, con Obama Presidente ora tutto é piú facile, no? Pare che sia annunciata la fine della crisi finanziaria, i matrimoni misti serviranno a differenziare solo quelli tra uomini e donne da quelli tra persone dello stesso sesso, il Petrolio si potrá bere e i paesi africani ne distilleranno delle annate particolari per venderle al mercato delle bevande pregiate...pensa che ho sentito che grazie a Obama sará possibile pure che l'Inter vinca una Champions. E pare che ora Veltroni sia diventato anche credibile. E c'é uno strano fermento alle fermate dei tram: dicono che le vecchiette ora sorridano invece di lamentarsi della maleducazione dei giovani. È proprio forte sto Obama! Perché non pensare dunque che il buon David non possa "attendere שבתות בצבע באקופק"????

Io:

Hai perfettamente ragione, Mat... tra l'altro, pare che con l'elezione di Obama, si restringerà il buco dell'ozono, Wille Coyote riuscirà ad acchiappare quel rottoinculo di Beep Beep e l'entropia totale smetterà di aumentare. Ma, soprattutto, io potrò "attendere שבתות בצבע באקופק". Mazal Tov!!!

Mat:

ATTENZIONE!!! ATTENZIONE!!! Notizia da SkyTG24: il buco dell'ozono non e mai esistito. Pare che sia un invenzione di qualche filibustiere. Pertanto é inutile cercare di ridurre qualcosa che non esiste!Si sussurra pure che Mr President abbia detto qualcosa riguardo alla Festa del Cinema di Roma. Pare che sia da considerarsi un Festival Cinematografico di tutto rispetto e serio.Bello.Oggi mi sento come un bimbo con la sua girella in mano.Ma senti: da dove si esce, ad Ayalon South?

Io:

Be' dipende... se vuoi, puoi prendere l'hayarkon... Ultime notizie:La mafia ... è una bufala colossale: Obama la seppellisce con una risata. Il mostro di Loch Ness non è poi così mostro. L'inno americano d'ora in poi verrà cantato in modalità beatbox. Mr president apre le carceri di tutto il mondo, perché i criminali si sono redenti. Gli alieni sono di origine afroamericana. Nobel della pace alle bombe che sono diventate ancora più intelligenti360 giorni all'anno di vacanza: Obama proclama "Yes, week end!!!"

Mat:

Barakobama ha appena emanato un comunicato stampa: gli 800 amici di David sono tutti veramente amici suoi. Anzi: la sua infanzia é stata piuttosto affollata. E "Ui Can" non é una bestemmia veneta.

Io:

Comunicato stampa due: David ha assunto negli ultimi tempi 800 identità diverse. Wii Ken è il nuovo gioco Nintendo che fa trombare per la prima volta il noto bambolone omosessuale con la Barbie

Mat:

E "BaraccaObama" non é un programma formativo islamico per i senzatetto di Damasco.

NdR: per protesta per l'assurditá della nottata elettorale passata davanti alla CNN da numerosi non americani la notte scorsa, David e Mat hanno annunciato che stanotte condurranno una nottata post elettorale per gli americani che non hanno seguito le elezioni ieri notte.

Io:

E diranno quello che nessuno - sano di mente - ha il coraggio di dire!!!

No, è un circolo ricreativo: Bar Accaobama

Mat:

Seguiteci su www.sarapahlin-wedoitbetter-america2012.org. O su TelePace.

In palio questa notte un paio di weekend di caccia in Alaska.

Io:

E per i più fortunati, il kit per gonfiarsi il petto alla McCain

Mat:

Ma le McCain..non erano delle patatine??! Mah...mi sa che qualcuno se l'é mangiate in un sol boccone.Alla prossima puntata... Gute Nacht!

mercoledì 17 settembre 2008

Porca Eva


Eva Mendes - per i profani: attrice che suscita desideri innominabili alla prima occhiata - ha dichiarato di avere fatto sesso in tutti gli Stati d'America. E allora? Io ho fatto di meglio: in qualsiasi stato. In genere, però, uno stato davvero pessimo...