lunedì 10 ottobre 2011

Io mi sposo da solo



"Porco …!"

L'originale introduzione, che fa tremare per un momento le pareti del bar 3000, appartiene a un ragazzo ticinese che, sabato mattina, intorno alle quattro, si presenta a Mr P, al signor D e al sottoscritto, interrompendo una dotta conversazione alimentata da parecchi bicchieri di vodka e rum.

E' stata una serata decisamente bizzarra. Prima lo svedese ossessionato dagli italiani con i capelli scuri che piacciono alla sua fidanzata e dalla pasta al pesto. Pasta al pesto. Un mantra ripetuto tre o quattrocento volte. Talmente simpatico che l'amico ha dovuto trascinarlo via per un braccio prima che il 'pesto' diventasse un indicativo presente, io il soggetto e lui il complemento oggetto. La pasta, comunque, gliel'avrei cucinata. Dopo. Scotta, che anche senza molari infiamma meno le gengive. Poi lo svizzero che mi attacca una filippica di mezz'ora sugli svizzeri che non pensano altro che al lavoro ai soldi ai vestiti e alle macchine e io invece sono simpatico e infatti io non penso al lavoro ai soldi ai vestiti e alle macchine perché il mio cervello è controllato unicamente dal testosterone e vedo mostruose tette giganti che mi inseguono come Woody Allen in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere e però io sono di Milano e i milanesi pensano solo al lavoro ai soldi ai vestiti e alle macchine e allora lui mi abbraccia e poi si commuove e mi mostra tutto il suo rullino foto dell'iPhone e mi parla del lavoro di costruttore di tralicci durante la stagione estiva per pagarsi gli studi di economia e io no non sono come gli svizzeri e lui è svizzero ma non è come gli svizzeri e io sono simpatico e lui parla con tutti anche con le donne delle pulizie e anche io parlo con la donna delle pulizie solo che lei parla in svizzero tedesco e io non capisco assolutamente nulla e lui fa cenni di approvazione e inizia a sputare consonanti svizzere tedesche e io faccio cenni di approvazione anche se mi sfugge il significato delle parole e poi mi abbraccia e mi batte un cinque e io sono simpatico e mi batte un altro cinque e CAZZO MI FAI ANDARE CHE I MIEI AMICI MI ASPETTANO SUL TAXI DA DUE ORE?!! Non vorrei dimenticarmi del tizio alla porta dello Zukunft, a me stranamente ignoto, che, prima decide che noi, dentro, non ci entriamo, poi cambia idea e sì, possiamo entrare a condizione che paghiamo l'ingresso anche alle tre squinzie davanti a noi. Mr P, che lavora nella finanza - non la guardia -, fa due calcoli con un abaco e giunge a una soluzione che condivide con un certo orgoglio:

"Che stronzo!"

Il tizio lo fissa con uno sguardo da pitbull ebete e, sbavando non poco, ribatte:

"Capisco l'italiano"

Mr P restituisce lo sguardo e ribadisce il concetto:

"Eh… stronzo!"

Perché un conto è dire di capire, un altro capire per davvero. Repetita iuvant. A quel punto l'usciere spalanca la porta, "Prego".

Ma come? Allora è stronzo per davvero!

La discesa negli inferi ci riporta al sacerdote dell'imprecazione.

"Ragazzi, siete gli unici qui che mi rivolgete la parola, porco…!". Non sono una persona religiosa. Per niente. Mi considero un agnostico tendente all'ateo. Però la bestemmia la trovo irritante. Esteticamente fastidiosa. E non sono l'unico. Gli facciamo notare la cosa. Lui impara velocemente. Riesce a non smadonnare per almeno due o tre minuti, durante i quali ci dimostra senza ombra di dubbio di essere un babbeo sovrumano. Tutto sommato, preferisco sentirlo ingiuriare piuttosto che dover ascoltare i suoi discorsi deliranti. Biografia essenziale: ticinese, età indefinita, si sposa tra due settimane. Questo è il suo addio al celibato.

"Da solo?"
"Ma… a me piace così. Porco …!". Si impegna, il ragazzo.

Se piace a lui, noi siamo sereni. La cosa, però, mi ha fatto riflettere e mi sono posto alcune domande:

1 Si sposa da solo?
2 Contrae vincolo di matrimonio con il suo pene?
3 La sua futura moglie sa di esserlo?
4 Sa già con chi si sposa?
5 Dove sono finiti i venti franchi che avevo nella tasca posteriore dei jeans?!

Vuole offrirci da bere. Il giusto prezzo da pagare dopo avere infilato una serie inenarrabile di improperi - di cui il porco era il più fine.

"Ragazzi, andiamo in mezzo a ballare che rimorchiamo qualche troione, porco…!". Chissà cosa vorrà farci intendere con questo linguaggio così forbito. Mi rammento dell'anagogia e mi si chiariscono in parte le idee. Così, tutti in pista a dimenare le stanche membra.

"Dai ragazzi, dai!. Porco…!" In realtà, questa volta non l'ha pronunciato, ma sono sicuro che l'ha pensato. Ho intravisto un baluginio nel suo sguardo. Mi si avvicina con fare predatore indicandomi la ragazza che si agita di fianco a me mettendo in bella mostra le sinuose forme:

"Dai, fatti quella con il pigiama"

Io, però, tergiverso. Deve essere il pigiama. Il sacrilego elvetico non mi molla.

"Non sarai mica frocio, porco…, dai!"

Ecco, non ho certezze nella mia vita. Questa è l'unica. Anche se c'è stato un periodo, un po' di anni fa, durante il quale mia madre aveva avuto questo sospetto. Le è passato quando, finalmente, è uscita dalla clinica di disintossicazione. Comunque, no, le ragazze con il pigiama non 'me le faccio'. Il dottore ha detto che non mi fa bene alla salute. Sono allergico ai pigiami. Parlando di pigiami, vengo colto dal solito attacco narcolettico delle sei del mattino. Contagioso. Cerchiamo di squagliarcela senza dare nell'occhio, sgattaioliamo fino al guardaroba, ritiriamo le giacche e… e lui è lì, con il suo drink in mano, che ci osserva.

"Ragazzi, ma ve ne state andando?"

Bisogna ammetterlo, è un intuitivo.

"Sì, siamo veramente distrutti"

"Ma non mi avete offerto neanche un bicchiere… dai, porco…!"

Che cosa potevamo rispondergli? Amen! Buona settimana a tutti!!!


lunedì 3 ottobre 2011

Fischietto d'inizio



E si ricomincia. Ho sempre provato una certa insofferenza verso questo verbo. Ricominciare. Ora, invece, ne apprezzo, per così dire, lo slancio vitale. Si ricomincia quando non si è portato a termine. Si ricomincia quando si è costretti. Si ricomincia perché, in fondo, non si può farne a meno. La vita comincia e dopo non è altro che un lungo ricominciare che poi, tanto lungo, non è. Tutto questo filosofeggiare di basso stampo solo per dire che ricomincio a scrivere i miei post. Che di filosofico hanno ben poco, a parte il fatto che chi li legge raggiunge l’agognata – o meno - condizione di atarassia. Già dal titolo. Non credo di essere mancato ai pochi che mi leggono. Invece, sono mancato a chi non mi legge. Infatti, chi non mi legge, lo fa a ragion veduta. Libera scelta. In questi due mesi, però, io non ho scritto nulla. Perciò, chi non mi legge, è stato costretto a non leggermi. La costrizione ha creato passioni e turbamenti nell'animo. Sgomento. Desiderio impellente di vedere tutte le puntate di Jersey Shore. Desiderio coatto. La volontà che nega se stessa e non vuole. Una volontà che si duole. Dopo rimetto il tutto in Google Translator, vediamo se acquista un significato comprensibile. Questo post è sulla settimana trascorsa a Formentera. Pensieri e riflessioni senza ordine, appunti, punti senza virgola, due punti sulla patente, guidavo ubriaco ma la chiave non era inserita.

Su le mani

Non è un grido. E nemmeno un ordine. Un rito, forse. Un richiamo irresistibile. Il canto delle sirene per chi ha fatto del cubo il proprio parallelepipedo preferito. Un mantra esploso da casse assordanti che manovra fili invisibili di marionette galvanizzate dal vuoto pneumatico. Il 'su le mani' può avere un soggetto. Per esempio, 'su le mani Pineta'. Più un vocativo, forse. Ma il Pineta non è il signor Pineta. Che so, Pino Pineta. Perciò, assistiamo a un fenomeno sociale che coinvolge una miriade di analfabeti di ritorno - perché mai debbano tornare, poi, mi è ignoto - che, sfidando la legge della gravità e l'alone ascellare, sollevano braccia private di una funzionalità primitiva - zappare - e puntano le mani verso l'alto, il non finito, l'ignoto. Da non confondere invece con 'sulle mani', che ha un qualcosa di più scimmiesco, funambolico, decisamente anticonformista. Su le mani, questa è una rapina. Un furto dell'anima. Un ladrocinio esistenziale. Uno scippo temporale. Ridatemi le braccia. Le voglio lungo il corpo. E ridatemi le mani. Le voglio attaccate alle braccia. Pianeta terra, mani giù. Pineta terra, mani su. Fine della prima nota

Il fischietto

Fi fi fi fifi. Fine della seconda nota

Il tavolo

B è ontologicamente legato al tavolo, condizione necessaria affinché sposti il suo di dietro, elegantemente avvolto da pantaloni alla moda, dal focolare domestico a luoghi di perdizione per nottambuli. Il tavolo non è un tavolo. Il tavolo è una metafora. Un simbolo. Connota ma non denota. E non parliamo di un tavolo qualsiasi, ma di uno con carta d'identità. Perché un tavolo che si rispetti, non importa dove, o quando, è sempre a suo nome. Il tavolo B. Un tavolo corredato da persone che bevono. Che bevono tanto. Un tavolo di persone che contano. Fino a dieci e mai dopo il quarto bicchiere. E il conto, poi, arriva sempre, un papiro di due metri popolato da cifre imbarazzanti, il prodotto interno lordo di uno stato civilizzato. Il problema non è questo, tuttavia. Il problema è che B, in vacanza, ti prenota anche il tavolo della cucina. E la vodka a colazione, cosa volete che vi dica, proprio non va giù. Fine della terza nota

La Grey Goose

La Grey Goose è legata ontologicamente al tavolo. Anche B è legato ontologicamente al tavolo. Perciò, la Grey Goose è B, solo che russa di meno. La Grey Goose non è una vodka. Anche lei connota. Sancisce la fine della crisi economica per chi non l'ha mai subita. L'uscita dalla povertà. Il ministro Castelli non beve Grey Goose perché il ministro Castelli è povero. La Grey Goose è un indice della patrimoniale. La Grey Goose è all'origine del Big Bang. L'undicesimo comandamento recitava 'Non bere Absolut', poi è andato perso durante una partita a poker. E' di pochi giorni fa la notizia che in un noto locale di Milano di un noto stilista di Milano - no, non Cavalli, l'altro - alcuni clienti sono stati vittima di un'intossicazione. Ufficialmente, spray urticante. In realtà, la storia è ben altra: è stato notato il barattolo più pettinato di Milano che se ne andava in giro con una bottiglia di Absolut a elargire shot di vodka a profusione. E si sa, i milanesi con la puzza sotto il naso sono allergici all'Absolut. Fine della quarta nota

Le zanzare di Formentera

Zzzzzzzzzz! Fine della quinta nota

La valigia di B

Sì, è vero, B russa in stereofonia e per non sentirlo bisogna dormire con dei calzini infilati nelle orecchie, ma questo è nulla in confronto al dover condividere la stanza con la sua valigia, un bagaglio di entropia dotato di vita propria. La fotografia estremamente dettagliata e concreta del disordine. All'alba, era lì, che mi fissava, con il suo carico di mutande e camicie su misura. Una settimana di puro terrore. E senso di nausea. Fine della sesta nota

Le chiavi e Barbarina

Barbarina è completamente slegata e sconnessa dalle chiavi. Di solito, nei miei post, non cito mai il nome completo delle persone, in modo che non debbano vergognarsi troppo di avermi come amico. In questo caso, però, farò un'eccezione, perché il mondo deve sapere. Se, nella vita, vi dovesse per caso capitare di trascorrere una vacanza con Barbara B, non affidatele mai, MAI, un mazzo di chiavi, di qualsiasi tipo: casa, scooter, macchina, cassaforte, comodino, valigia, lucchetto. Amen. Fine della settima nota

L'idea pazzesca

L'idea pazzesca è uno squarcio di genialità dentro a un mare di ottusità. Quando l'idea pazzesca arriva, la persona che ne è portatrice sana attira l'attenzione di chi lo circonda con il principio di un applauso e un successivo triplo coppino sulla fronte. Succede così da millenni. La scoperta del fuoco. L'invenzione della ruota. La stesura della Divina Commedia. La composizione del clavicembalo ben temperato. La legge di gravità - tra l'altro, la mela cadde a causa dello spostamento d'aria provocato dalla serie di coppini di particolare intensità che Newton impresse sulla sua fronte. Inoltre, a detta dei più importanti neuroscienziati, la gestualità favorirebbe il processo cognitivo. Anche l'alcol lo favorisce, ma non vorrei aprire una parentesi eccessivamente tediosa. L'idea pazzesca è una rivelazione, una rottura con il passato, una visione così radicalmente innovativa che, a volte, può essere scambiata per una colossale cazzata. Vale la pena di correrlo, questo rischio. Fine dell'ottava nota

B e la napoletana

Io desidererei sapere: com'è che, quando il sole stava ormai per sorgere, B, con una milanesità strabordante che gli fuoriesce dalle orecchie, viene approcciato da una napoletana che lo invita a casa sua, una villa piena di napoletani che dormono e che, come ultima cosa nella vita, vorrebbero essere svegliati al grido di 'Uè, fi..!' da un milanese gonfio di Grey Goose che si tuffa a bomba nella loro piscina? Attendo una risposta da più di un mese. Fine della nona nota

La serata fluo al Club Haus 80

Andava tutto bene fino a quando S, colta da impeto surrealista, si è appropriata della vernice fluorescente e ha iniziato a creare degli affreschi sulle nostre facce arse dal sole iberico. Avevo vernice fluorescente dappertutto, anche sui denti. Il vantaggio è che, la sera, non c'era bisogno che accendessi le luci dello scooter: bastava che sorridessi. Fine della decima nota

Bene, ora ho un'idea pazzesca: fine del post. Buona settimana a tutti, ciao!

p.s: questo post è un lavoro di fantasia. Ho passato le tre settimane di vacanza a un seminario su Dostoevskij dal titolo 'L'Idiota sei tu'

Bibliografia essenziale

Alfredo C, 'Su le mani Pineta e altre storie dell'orrore'

Barbara B, 'La chiave del successo, ho perso anche quella'

Silvia N, 'Fukushima in due pennellate'

Bobo, Lorenzo C e Stefano M, 'Ho un'idea pazzesca: l'idea pazzesca'

Bobo, 'Barboni!'

Bobo, 'L'io, l'es e il tavolo'

La valigia di Bobo, 'Entropia e metafisica del disordine'

Le zanzare di Formentera, 'L’assedio'

Il fischietto, ‘Essere sempre sulla bocca di tutti: come gestire lo stress’

Giada B, 'Sono bionda, dunque fischietto. Con le istruzioni'

Claudia R, 'Sono mora, dunque fischietto. Senza istruzioni'

Alessandro B e lo staff di Club Haus 80, 'Tonight i'm gonna have myself a real good time'

David A.R, '35 anni. Di cazzate'

martedì 5 luglio 2011

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Che è meglio


Casa di P, un sabato sera come tanti altri, davanti a un hamburger gonfio di salse, pomodori e cipolla.

“No, ascolta P, dopo possiamo uscire, girare per locali, andare a ballare, quello che vuoi, ma io stasera bevo poco”.

E siccome sono un uomo di parola, ecco che la bottiglia di vino rosso, neanche tanto lentamente, si svuota. Ma il vino, si sa, è cultura e agevola la conversazione. Anche il rum, credo, è cultura, e agevola non solo la conversazione, ma anche quei movimenti del corpo umano che hanno funzione comunicativa e che solitamente definiamo come danza e, senza ombra di dubbio, gli approcci di natura amorosi quando lo sbiasichio è ancora sotto controllo. Deve essere per questo che, di fianco al vuoto della bottiglia di vino, viene a tenergli compagnia il vuoto della bottiglia di rum. D’altro canto, quale miglior contenitore alcolico del corpo umano, di fronte al quale l’umile vetro indietreggia repentino riconoscendo l’indubbia superiorità di eroici fegati che hanno saputo adattarsi a condizioni di sopravvivenza estreme. Amen.

Così, quella che sarebbe dovuta essere una serata tranquilla in compagnia di un amico, cena, amabili chiacchiere e a letto presto che se no mi vengono le borse sotto gli occhi si trasforma nel solito delirio incontrollabile dove, come palline di flipper, rimbalziamo da un locale all’altro, consumando energie, soldi e gran parte di una salute ormai sempre più cagionevole.

Non starò a tediarmi con un’inutile e noioso elenco del fatto e non fatto, del dove e del come. Mi basta sapere che, dopo aver lasciato il Gonzo, un nuovo club dove si balla al ritmo di decibel rock e dove è obbligatorio almeno essersi tatuati un braccio intero con simboli satanici che, se letti al contrario, evocano Maria De Filippi, mi dirigo insieme a P, un uomo tenuto in ostaggio dai suoi cappelli, al sempre caro mi fu quest’ermo Zukunft.

Sono le quattro del mattino. Le persone normali, a quest’ora, russano sotto le lenzuola, rifugiandosi in visioni oniriche che il bardo inglese suggeriva fossero la materia di cui noi siamo fatti. Le persone che si avvicinano alla normalità di un sano divertimento, sperano presto di ritrovarsi nella stessa condizione delle persone normali e si riversano nelle strade alla spasmodica ricerca di un Caronte alla guida di un taxi che li traghetti verso il regno delle ombre. Le persone irrequiete invece, schiave della sindrome del conte Dracula, nottambuli perditempo alla ricerca di un senso che appaghi il vuoto metafisico che attanaglia le loro più profonde pulsioni sessuali - so che non vuol dire un cazzo, ma conoscevo professori all’Università che ci scrivevano libri con frasi come queste -, parlano con il tizio della selezione cercando di convincerlo del fatto che entrare dentro al club è una questione, per loro, di vita o di morte e, nel caso di un rifiuto, si prostrano in direzione dei suoi piedi salmodiando e versando lacrime che commuoverebbero anche un muro in cemento armato. Ovviamente, io faccio parte del primo gruppo, ma conosco un amico che...

Una volta dentro, saliamo la rampa di scale che ci separa dal Bar 3000 e raggiungiamo l’agognato bancone dove possiamo ordinare un paio di bicchieri, giusto per evitare l’atrofizzarsi dei muscoli di braccio e avambraccio. La mia attenzione viene però attirata da due signorine esteticamente gradevoli che a loro volta si stanno esercitando nella nobile arte dell’alzata del gomito. Riconoscendo in loro delle pari in tecnica e maestria, mi avvicino per mostrare tutto il mio rispetto e introdurre me e tutto l’albero genealogico, fino a Mosé e a quel balbuziente del fratello.

Una mi dice che fa la psicologa. Perbacco! L’altra è architetto. Accipicchia! La notizia mi riempie di orgoglio e decido di condividere questa sensazione con il mio amico iberico, ben lieto di inserirsi dentro al siparietto. L’architetto, garrulo, ci rivela che, saltuariamente, il fine settimana, lavoro in un bar chiamato Dante e, rivolgendosi al mio amico, esclama con entusiasmo:

È un nome spagnolo, vero?”

Curioso come poche parole riescano ad abbattersi come macigni sul tuo umore, già piuttosto altalenante.

“Scusa?”, le domando io, con malcelato stupore. “Dante è un nome italiano. Avete presente Dante, no?”.

Sul loro volto vedo comparire l’abisso del nulla. Ci riprovo. “Dante Alighieri...”, tanto per dissipare ogni ombra di dubbio. Nulla. Vengo investito da una tempesta di ignoranza che mi fa vacillare come un salice piangente frustato dalle raffiche del vento.

Io, però, sono ostinato. “Dante Alighieri, il poeta italiano più importante nella storia della letteratura mondiale insieme a Shakespeare”

Scorgo della labile luce negli occhi dell’architetto. L’altra è troppo ubriaca per ricordarsi persino il suo nome. “Ma Shakespeare non è italiano però”. Guardo P e lui guarda me. Sospiriamo, consci che il testosterone gioca una grande ruolo nella vita di un uomo ma che a volte, anche lui, incontra delle barriere insormontabili. Le salutiamo e ce ne andiamo giù, nel girone infernale, a ballare, lasciandole lì, nell’eterno Limbo dell’asineria. Il Paradiso può attendere, andremo a cercarlo da un’altra parte.

Scrivo questo post dopo aver corso 60 chilometri in bicicletta, perduto nella campagna svizzera, con le gambe paralizzate dall’acido lattico. Perciò, visto come stanno le cose, spero non direte che questo post è scritto con i piedi, che sono ben appoggiati sopra al divano, esanimi. Buona settimana a tutti!


lunedì 20 giugno 2011

Tapas y patatas

Gelateria. R e la sua nuova fiamma, una graziosa moscovita che frequenta il primo anno delle scuole elementari – o ricordo male? Forse l’università? Bah, in ogni caso era difficile notare la differenza – stanno cercando di scegliere il gusto. Un compito che richiede uno sforzo disumano, soprattutto per il fatto che, essendo entrambi molto fashion, devono fare in modo che il colore del gelato faccia pendant con scarpe a cintura. Io invece il gelato non lo voglio, però vengo attratto da uno dei gusti. La didascalia recita “Sorbet Figa”. Chiedo delucidazioni al gelataio. Il tizio non riesce a darmi una spiegazione esauriente, però mi assicura di una cosa:

“Una volta che lo hai provato, non puoi più farne a meno”.

Dimenticavo. Mi trovo a Barcellona, quindi fate poco gli spiritosi. Sette giorni nella città catalana che hanno messo a dura prova il mio fisico con un regime quotidiano di alcol, sigarette, sesso - una volta ogni tanto, stile riproduzione panda, capita anche a me, non è che si può vivere solo di masturbazione – e privazione del sonno. Un programma da bello e dannato. Andando verso i 35, direi che il bello posso ormai eclissarlo. Mi rimane il dannato che, nel mio caso, è un più un d’annata. Chiamatemi Soave - inciso. Forse non lo sapete, ma gli antichi romani, noti alcolizzati, salutavano Cesare con un Soave Cesare. Di ciò non rimane traccia nei libri perché il governo vuole manipolare la verità, ma io non mi faccio abbindolare. Viva la libertà! Chiuso inciso -. Mi piacerebbe riuscire a tirarne fuori un racconto omogeneo, ma temo che ne caverei fuori una o due pagine di noia mortale. Per me, più che altro. Perciò, mi limiterò a qualche aneddoto.

Dal 7 di giugno compio un salto temporale al 10 di giugno. Sutton, discoteca più o meno fighetta di Barcellona. Tre del mattino. Forse tre e mezza. R e la graziosa moscovita legiferano: andiamo a casa. Avendo dormito cinque ore negli ultimi due giorni, decido di aggregarmi. Ma R non ci sta:

“Tu rimani qui. Lo faccio per te”

Un paio di secondi e una quantità indefinita di tette ballonzolanti mi fanno rapidamente cambiare idea. E poi c’è ancora mezza bottiglia di rum da finire. Che, fidatevi, finisco, e anche piuttosto celermente. Poi, dopo aver ululato alla luna, compio una serie mirata di girelliti che trasformano la penisola iberica in un vortice ormonale. Eccole lì, tutte che girano sul loro asse. Sembra la galleria del vento. Mentre mi agito come una bertuccia colpita da scarica elettrica, la vedo. Una bionda che più bionda non si può. Con scatto da velocista, la raggiungo.

“Cin cin”

La mitraglio di parole senza senso, associazioni libere, flusso di coscienza. La vatussa svedese vacilla, inebetita dal vomitio di vocaboli. Alle cinque e mezza saliamo in taxi. Io, lei e l’amica, che si infervora in una filippica antiberlusconiana. Io annuisco svogliatamente e intanto mi inoltro alla scoperta del territorio scandinavo. Arriviamo a casa, un buco in affitto per due settimane in una zona di tagliagole e studenti erasmus. L’amica continua con la sua arringa. Io annuisco svogliatamente, mangio un paio di patatine e poi vengo trascinato in camera dalla mia bella, che mi sottrae all furia dell’amica rompicoglioni. Credo sia la camera più piccola che abbia mai visto in vita mia, con un letto per bambini. E senza porta. Ma sono cose a cui ci si può adattare. Il resto è poco descrivibile e molto intuibile. Verso le due torno a casa di R. Spossato, cammino per la Rambla con quell’espressione vagamente ebete che si disegna sul volto dell’essere umano di sesso maschile quando crede di aver compiuto l’impresa sessuale dell’anno. Una soddisfazione davvero idiota e decisamente effimera. Ma se l’effimero fosse sempre così!

La giornata prosegue tra giri per la città, passegiate lungomare e sorbet figa. E torniamo da dove siamo partiti. Siesta serale sulla poltrona – più simile a uno svenimento, a onor del vero –, cena a mezzanotte. La graziosa moscovita ci saluta. La baby sitter ha chiamato e non vuole che rincasi troppo tardi. R e io ci beviamo un drink, poi prendiamo un taxi e ci facciamo lasciare davanti al Carpe Diem, locale che si affaccia sulla spiaggia, meta di turiste in cerca di risposte a domande esistenziali. La prima domanda ce la fa una specie di comodino di colore che, mentre osserviamo dall’alto la fiumana di gente che si accalca fuori dalle varie discoteche, ci avvicina e ci chiede:

Blu job?”

Proprio così, blu job. Magari blues job. Forse perché è un po’ triste. Lei. O magari, nel mentre, ti canta una di quelle canzoni che cantavano gli schiavi neri nelle piantagioni di cotone lungo il Missisipi. Blu o meno che sia questo job, decliniamo la gentile offerta. Entriamo al Carpe Diem, quam minimum credula postero, che sono certo il buttafuori usi come deterrente per i clienti poco graditi e alfabetizzati. Mentre cerco di crearmi un varco in mezzo alla folla, vengo afferrato e tirato per l’indice. Mi ritrovo davanti a una ragazza che sorride, denotando un lieve grado di ebbrezza. Sfuggo all’agguato ed esco con R a fumarmi una sigaretta. La signorina però, non desiste – come darle torto d’altronde: come fumo io, non fuma nessun altro – e, seduta a un tavolo con un amica, mi fa cenno con la manina di avvicinarmi. Tolto il dente, tolto il dolore. Vado. Mi presento. Sono ungheresi. Provo a instaurare una conversazione, ma la predatrice non riesce a far uscire dalla bocca nessun suono decifrabile come fonema conosciuto. Sorride e vacilla, una torre di Pisa sotto gli effetti dell’alcol. Sorrido anche io e le auguro una buona serata. In qualche clinica di disintossicazione. Poco dopo, R mi abbandona. Mi trasferisco alla discoteca accanto, dove rimango fino alle sei. Colto da narcolessia, esco e mi metto alla ricerca di un taxi. Più facile trovare del petrolio sotto il pavimento di casa mia. Chiedo a un energumeno in compagnia di altri energumeni come possa chiamare un taxi.

“Un taxi? No, impossibile. Però, se vuoi andare qui, il trasporto è gratuito”. Mi porge un bigliettino. Con una donna nuda. Intorno a un palo. No, meglio di no. Sono troppo stanco. Non vorrei addormentarmi a metà spettacolo. Proseguo la mia ricerca. Sento qualcuno chiamarmi.

“Señor! Señor!”

Mi volto. Di nuovo lei. Il comodino.

“Blu job?”

Ancora?

“No, gracias”
Ah... y taxi?”

Quando si dice il senso degli affari. Buona settimana a tutti. Io sono ancora qui. Ad aspettare un taxi. Ciao!


lunedì 6 giugno 2011

Svengo anch’io. No, tu no


Quello che sto per raccontare è la storia di un dramma personale. Un crollo esistenziale. Un cedimento ontologico. Perché, a volte, la pressione si fa sentire. Quando è troppa. O quando è troppo poca.

Giovedì 2 giugno. Zurigo. Qui è vacanza. Se qualcuno si domandasse come mai nella città elvetica si celebra la festa della repubblica italiana, avrebbe tutta la mia comprensione. E pure quella di alcuni specialisti in malattie mentali. Inutile lamentarsi poi che quel camice bianco è troppo stretto. Pare si tratti di Ascensione, o qualcosa del genere. E per uno che sale verso l’alto, ce n’è sempre qualcun altro che discende verso il basso. Sempre di più. Una legge del contrappasso mal distribuita. Ma andiamo con ordine. La giornata inizia, con calma, verso le due del pomeriggio, un orario a partire dal quale ai miei occhi è concesso di aprirsi e iniziare gradualmente ad abituarsi alla luce diurna. Che non c’è, perchè il tempo tende all’orripilante. Incurante dell’effimero, qualche ora dopo raggiungo le sorelle DgF e babbuzzo per un aperitivo in riva al fiume. Ed è il risveglio della natura.

“Guardate, là, la poiana!”. E la poiana plana, plana.
“E le rondini, avete visto le rondini?”. E se in Italia una rondine non fa primavera, qui la speranza non viene affidata nemmeno a uno stormo.
Cra, cra! Cra, cra! “Oh, che melodico gracchiare: li sentite i corvi?”. I corvi torvi.

E poi le tortore, i piccioni, i passerotti, l’airone immobile da ore, ancora stordito dalla sbornia della sera prima. Un’aviazione di pennuti che in pochi minuti trasforma il sottoscritto in un campo minato di merda. Io amo la natura. In padella. E visto che siamo in tema di cibo, vi dirò che il desco serale, più tardi, viene consumato a casa di DgF, quella svizzera: un’abbondante e saporita spaghettata accompagnata da vino, vino, vino e poi... birra, vino, vino, caffé, ammazzacaffé, vino, vino e... e grandi aspirazioni. Poi, tutti fuori, perché aspiriamo così tanto che il Futuro ormai ci attende. E le aspirazioni non finiscono qui. Aneliti... di sostanza. Il Futuro ci apre la porta e imprime il suo inconfondibile timbro sulle nostre mortali membra. Un giro di cuba libre per curvare lo spazio tempo. Da fessure sempre più ristrette osservo nugoli di persone, bicchieri mezzi vuoti – sono un romantico pessimista –, mozziconi che ardono. Le voci si disperdono, i rumori si amplificano, la musica mi avvolge. E non è l’unica, perché tutto a un tratto sento che qualcos’altro avvolge parti di me. Il mio stomaco. Il mio Io più profondo. Una metamorfosi che, non avendo l’esperienza alcun effetto su di me, si avvicina molto di più all’asino di Apuleio che allo scarafaggione kafkiano. Conscio di un possibile, mi avvicino al banconee appoggio il mio drink. Respiro profondamente prima di immergermi nelle tenebre dell’ineffabile. L’oscurità mi ghermisce. Una sensazione di pace straordinaria. Un sogno, lunghissimo, di cui non ricordo più nulla. Forse una visione. Niente tunnel, luce o cazzate new age. Un’esperienza piuttosto anomala. Inquietante e, allo stesso tempo, rasserenante. Come la Verklärte Nacht di Schönberg. Riapro gli occhi. Se ho esalato l’ultimo respiro, mi ritrovo di nuovo nel Futuro. Ma un Futuro eterno è senza senso, e a giudicare dalla mia posizione a gambe all’aria e dall’espressione preoccupata degli amici che guardano dall’alto il novello Lazzaro resuscitato, direi che mi toccherà andare i lunedì in ufficio ancora per un discreto numero di anni. Prendendo appunti dal loro racconto, avrei perso i sensi per circa un minuto. In questo minuto, babbuzzo mi ha schiaffeggiato energicamente e, già che c’era, mi ha pure limato due molari. Qualcuno si è fatto fare un paio di foto ricordo. Qualcun altro, invidioso, ha provato a sniffarsi i calzini per ottenere lo stesso effetto. Finito lo spettacolo, il tizio della sicurezza mi offre un bicchiere d’acqua e mi accompagna fuori a prendere una boccata d’aria. A quest’ultima, però, preferisco una boccata di nicotina, che sarà meno sana ma mi allevia due o tre minuti di noia esistenziale. Seduto sul marciapiede, ancora disorientato, penso alla repentinità con cui l’essere umano può varcarequella soglia continuamente procrastinta. E il pensiero genera angoscia. Perciò, appena rimembro il corretto utilizzo degli arti inferiori, rientro, raggiungo la pista e mi lancio in danze scaramantiche fino alle tre e mezza del mattino. Perché sì, la nostra vita è fatta così: un giorno siamo qui. E il giorno dopo... E il giorno dopo, chi lo sa. Io, per precauzione, me ne sto già qui. Nel Futuro. Salute e buona settimana a tutti! Io me ne vado a Barcellona, pare che debba partecipare a un evento aziendale. Lo slogan dell’evento? “Svenite tutti qui: vi aspettiamo”. Bello, no?

p.s: sono tre giorni che ho male al fondo schiena. Ma in quel minuto di incoscienza... ecco, se qualcuno lo sa, non me lo venga a dire. Occhio non vede, cuore non duole. Duole altro


lunedì 30 maggio 2011

Ma... nell'oltretomba si ultratromba?

Ieri sera mi sono guardato l’ultima cartuccia sparata dall’ispettore Callaghan: Hereafter. Un bel film. Al termine, sono andato in cucina a fumarmi una sigaretta. Mentre la nicotina, tutto fumo e niente arrosto, faceva il suo sporco dovere, e la prima zanzara della stagione mi ammorbava l’esistenza con il suo pedante ronzio, istigatore di tremebondi istinti omicidi, le mie sinapsi si sono messe in azione. Sarà stata la stanchezza. Così, ho iniziato a riflettere. Il tema, il solito che mi ossessiona da anni, soprattutto quando sono concentrato a sciogliere la complicata matassa narrativa di un porno: la morte. D’altronde, Eros e Thanatos non li ho mica inventati io. In particolare, suggestionato dalla trama del film: esiste un aldilà? Ci si potrebbe anche domandare se esista un aldiquà, ma avendo cercato di demolire la tesi dello scetticismo radicale nella mia tesi di laurea, posso soprassedere. Altrimenti non capisco perché dovrei godere di soli trenta giorni all’anno di vacanze. Ora, supponiamo che non esista niente dopo la vita biologica: questa è un’ottima ragione per farsi dolcemente cullare almeno una volta al giorno da un paio di properosi seni. Consideriamo invece l’ipotesi opposta. Anche lì mi tocca pagare l’assicurazione medica? Forse sì, se è l’oltretomba svizzera. Utilizzando il pensiero razionale, si capisce subito l’enormità dei problemi a cui andrebbe incontro, se fosse vera, tale teoria. Intanto, il sovraffollamento. Altro che parcheggi in seconda fila. Poi, la lingua. Come faccio a comunicare con i fenici? Dovrebbero mettersi anche loro a studiare l’inglese, ma se aleggi come spirito, difficilmente riuscirai a tenere in mano un libro. Infine, l’eternità è atemporale. Niente passato. Niente presente. Niente futuro. E niente futuro, per me, significa niente Zukunft. Un’eternità di questo tipo non potrei sopportarla. Al massimo, potrei concedermi la reincarnazione in una bottiglia di rum. Ora, passiamo a un’altra delle grandi domande filosofiche: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Me lo sono chiesto sabato, verso mezzanotte, mentre cercavamo, accreditati, di entrare a un evento e un tizio della sicurezza, davanti alla nostra insistenza, ha proferito le seguenti parole:

“Non entra più nessuno. L’Inglese non vuole

E quando l’Inglese non vuole, c’è poco da continuare a insistere. La personificazione del nulla, la nullificazione del qualcosa. Un evento ontologico finito troppo presto. Alcol incluso. Poco dopo, una volta entrati grazie all’aiuto di alcuni nichilisti, il quesito mi si è riproposto, questa volta con una intensità a dir poco strabiliante. Tutta colpa del quarantenne con occhiali da sole che, solitario in mezzo alla pista, si dimenava al suono di un assordante tunz tunz. Peccato che ballasse, in differita, sempre il pezzo precedente e il risultato finale, almeno agli occhi di noi comuni spettatori, era quello di un uomo in preda a convulsioni elettriche.

Ultimo dilemma umano, troppo umano: esiste Dio? Qui, come lo tzimtzum ebraico, mi ritraggo lasciando spazio alla mia enorme carenza di fede. A giudicare da quanti soldi sto spendendo ultimamente dal fisioterapista, sarei più portato a rispondere con un secco ‘no’. Certo, in questo caso il mestiere di papa sarebbe leggermente sopravvalutato. Comunque, niente paura: anche per i più incalliti devoti, nel caso dovesse venire a mancare Dio, è già pronto il sostituto. Sì, anche qui è una questione di Fede. Immortale probabilmente lo è già, e il regno dei cieli lo ha in parte occupato con parabole e satelliti. Ai credenti, e secondo me sono già molti, si chiede solo una cosa. Di cambiare quell’antica formula, ormai desueta e che mal si adatta al futuro successore, e di adottare la nuova. Più moderna. Meno autoritaria. “Nel nome del papi”. Buona settimana a tutti.

p.s: dedico questo post, sperando che non si offendano e che non mi possano leggere dall’aldilà, alle persone che ho amato e che mi hanno lasciato. A volte troppo presto. Mi mancano. Forse siamo noi l’eternità degli altri...

martedì 10 maggio 2011

Fritti come il pesce fresco

Sestri Levante. Per chi non lo sapesse, graziosa cittadina ligure che si affaccia sul golfo del Tigullio. Chiusa parentesi educativa. Sono seduto al tavolo di un ristorante, in attesa di ordinare. Insieme a me, una decina di amici pronti a spingere al limite le proprie capacità intestinali affrontando una cena pantagruelica accompagnata da qualche bicchiere di vino. Di troppo. Non starò ad annoiarvi con la minuziosa lista dei partecipanti: vi basti sapere che, alla mia sinistra, assorto nella lettura del menu in tedesco – sì, perché le altre opzioni sono il francese e l’inglese, più che comprensibile in un ristorante italiano dove mediamente gli avventori locali fanno fatica a esprimersi nella propria lingua – c’è l’uomo barattolo e, alla mia destra, un posto più in là, il farmacista più bello di Milano, almeno secondo lui. Dopo aver consultato svariati dizionari, siamo pronti per ordinare. Ecco repentina apparire la cameriera, una ragazza che non avrebbe sfigurato come damigella al matrimonio reale del duca e della duchessa di Cambridge: leggins neri che evidenziamo l’esuberante – o esorbitante? – di dietro, poppe generosamente in mostra, sopracciglia disegnate probabilmente da Picasso nel periodo cubista, abbronzatura con marca impressa sulla fronte della lampada UVA, diversi chili di trucco e cicca vezzosamente ruminata con la bocca spalancata. Annota scrupolosamente sul taccuino mentre qualcuno si domanda qual’era il titolo del film porno in cui l’aveva notata tempo fa. Sempre con la cicca. Tra una chiacchiera e una mescita, ci si staglia davanti la sagoma di un donnone granitico dai capelli color paglia che regge, a fatica, due piatti. Fa vibrare le sue corde vocali con spiccato accento di un qualche sconosciuto stato dell’ex Unione Sovietica:

“Pansuotti?”

L’uomo barattolo, che nell’attesa si era rosicchiato un elefante, s’illumina di immenso e sbraccia nel tentativo, per altro efficace, di attirare l’attenzione.

“Frittuo misto?”

Allora, io ho ordinato l’antipasto di pesce. Di pesce fresco, e quello che vedo nel piatto, a meno che l’astigmatismo che mi è stato recentemente diagnosticato non sia inaspettatamente peggiorato, è pesce fresco. Forse la signora ha un concetto di ‘fresco’ legato a una concezione vitalistica, pneumatica dell’Ittiopside. L’élan vital applicata al desco. Per non creare incomprensioni filosofiche, alzo la mano e mi presento come il legittimo proprietario della pietanza. Mettiamoci un limone sopra.

Consumato l’antipasto, è tempo di passare a qualcosa di veramente sostanzioso. I più optano per il fritto di pesce, pur sapendo il rischio che corrono. Io scelgo i pansuuuotti. L’uomo barattolo, che ne sa sempre una più degli altri, vuole le cose rosse. La decisione crea panico nel gruppo: cosa saranno mai le cose rosse? Esclusi fragole, pompieri e Gabibbo – anche se sul Gabibbo qualcuno ha esitato –, all’unanimità viene stabilito per legge che le cose rosse altro non sono che i gamberetti. L’uomo barattolo guarda dritto negli occhi il cameriere, un giovanotto di belle speranze con i capelli scolpiti da una cascata di gel e il cervello affinato da ore e ore di palestra, ed educatamente gli espone il suo desiderio:


“Vorrei i gamberetti rossi alla griglia”
“Eh, belin, alla griglia non posso farteli. Te li faccio fare al vapore”

Avete presente quando eravate piccoli e desideravate tanto quel giocattolo visto nella vetrina del negozio in cui passavate tutti i giorni e poi, il giorno del compleanno, ricevevate dai vostri genitori uno strepitoso libro illustrato con gli dei e gli eroi della mitologia greca? Se la risposta è no, sicuramente non siete miei parenti. Comunque, l’uomo barattolo ammutolisce per qualche secondo, vittima della più cocente delusione del secolo, e poi controbatte:

“Eh, no, alla griglia no, devo succhiargli la testa. È importante”

Certo. Altro che i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, la famiglia, il lavoro e la salute. Eccola la fuga dei cervelli, risucchiati dall’idrovora umana.

Tutto fila liscio fino al momento di ordinare dolce, caffè e ammazzacaffè. Se un fisico fosse stato presente all’evento, avrebbe potuto constatare di persona il famoso aumento di entropia: chi è fuori a fumare una sigaretta, chi aggiorna lo status di Facebook, chi svuota vesciche esplosive, chi pensa al destino dell’umanità e chi è preda del dubbio amletico: torta di pere e cioccolato o tiramisù? Il cameriere getta la spugna, si rifugia dietro la cassa e ci invia con pacco celere la ruminante. Anche lei, però, sventola bandiera bianca e chiede l’intervento dell’ONU. Così, non ci resta che prenderci le ordinazioni da soli. L’arduo compito è affrontato con balda temerarietà dal nostro fido Bettino (nome di fantasia ma neanche tanto), un uomo dominato dal pizzetto, e da C – posso citare il nome per intero solo in presenza dell’esorcista –, che offre generosamente la piazza e mezzo che si ritrova “là dove c’era l’erba ora c’è...” per agevolare la missione. Il tutto si svolge sotto gli occhi degli osservatori internazionali che, alla fine, ritirano la mozione e plaudono all’iniziativa. Tutto questo sforzo e alla fine nemmeno lo sconto. Oh, mondo ingrato!

E non è finita qui. Per supportare l’azione dei succhi gastrici, niente di meglio che lanciarsi in movimenti epilettici controllati che taluni si azzardano a chiamare ‘ballo’. Ed è proprio quello che facciamo una volta arrivati al Papagayo. No, non quello di Saint Tropez, abbiamo alzato troppo il gomito per poter metterci alla guida. Per ottenere il meglio dalla coreografia, ci aiutiamo con della Coca Cola. Con aggiunta di rum perché si sa, la Coca Cola da sola fa male. Inizia la processione: ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta. L’antifona l’ho capita pure io. Durante l’offertorium, quando inaliamo del sacro incenso nel nome della Philip Morris, ho il piacere di conoscere la donna della mia vita. La futura madre dei miei figli. La nonna dei miei nipoti. All’inizio non ci faccio caso. È nascosta da un capanello di homini sapiens che trasudano testosterone. Poi, mi piaccia o meno, sono costretto a notarla: vengo afferrato da una mano predatrice che mi attrae verso l’orbita. Ho i satelliti impazziti. Mi vedo questa ragazza avvolta in un tubino che non fa intravedere, ma proietta in effetti 3D. La pupa mi si avvicina all’orecchio e, con voce melodiosa, cip cip, declama i seguenti versi in rima sciolta:

Yo soy troia”, che in spagnolo stretto significa “Ho finito il dottorato in glottologia”. Dopo di che, sorride beata, sfoggiando l’apparecchio ortodontico da liceale brufolosa, e appoggia la mano sinistra sulle mie pudenda, cercando di leggere con il metodo Breille il segreto della mia mascolinità. Il farmacista più bello di Milano non crede ai suoi occhi: era tempo che non vedeva una donzella impegnarsi in una conversazione così profonda con il sottoscritto. Non contenta, notando lo stato di catalessi in cui sono sprofondato, mi domanda:

“ Usted es un maricon?”

Allora, ci sono tre cose che mi mandano davvero in bestia:
1 Le zanzare
2 Le doppie punte
3 Non ricordarmi mai la terza cosa che mi manda in bestia

Detto questo, mi sono sentito toccato sul vivo. Non mi piacciono le domande retoriche. Perciò, una volta rientrati dalla pausa ‘grandi aspirazioni’, la trascino in pista e la faccio roteare fino a quando, una volta ossidatosi l’apparecchio, non le appare la Madonna che le canta Like a Virgin. Un concetto, con tutta probabilità, a lei ignoto. Ma. Perché c’è sempre un ma. Meglio non a inizio frase, machissenefrega. Ma è tempo di rincasare. Piove, e anche forte. Niente ombrello. Arriviamo a casa fradici. L’uomo barattolo rutta. Anche io gli auguro buonanotte. E pure il farmacista più bello di Milano. Spengo la luce. Mi infilo sotto le coperte. Penso. Penso e soffro. Il pensiero non mi da pace. Ancora oggi. Yo soy troia... chissà cosa diavolo avrà mai voluto dire! Buona settimana a tutti!