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mercoledì 4 settembre 2013

Scatto felino

Quando mettete piede a Yosemite Park, la prima cosa che notate, a parte le sconfinate dimensioni del parco californiano, sono alcuni cartelli di avvertimento. Tipo 'Cari visitatori, questo è il territorio naturale dell'orso bruno, del puma e di altri animali di cui non siete in grado nemmeno di pronunciare il nome. Nel caso abbiate la sfortuna di trovarvi in un faccia a faccia ravvicinato con qualcuno dei suddetti, cercate di sembrare più grossi, ma molto più grossi, bullatevi, agitate le braccia, urlate, fate una giravolta, fatela un’altra volta, lanciate dei sassi. Se la strategia di dissuasione si rivelasse fallimentare, contrattaccate'. Quando l'ho letto, ho pensato, sì, certo. Come le istruzioni di pronto soccorso, quando vi insegnano a fare una tracheotomia con una Bic. Pensi, grazie per i suggerimenti, ma capiterà a una persona su diecimila ogni cambio di secolo. Perciò, armato solo della mia folta barba e in compagnia dell'adepta al culto di essa, ovvero J, la mia bionda e, bella zia, rakazza teteska, mi sono avventurato in un'escursione di quattro ore, uno scosceso sentiero in salita, niente acqua, il sole già a temperatura forno a legna. E poi dicono che uso troppe iperbole nei miei post. Il costo del biglietto per assistere al grande spettacolo della natura? Una doccia di sudore e il baratto delle nostre gambe in cambio di un paio di macigni. Ma ne valeva la pena. La maestosità della cascata, con la potenza dei suoi ettolitri di acqua in caduta libera, ha il potere di riconciliarmi con nostra madre terra, trasformandomi immediatamente in un essere metà umano e metà macchina fotografica digitale. Mettiti lì, clic. Sorridi, clic. Il panorama, clic. L'arcobaleno, clic. L'inevitabili nuvole - per cui nutro una profonda ossessione -, clic. Il solito centinaio di foto che difficilmente troverebbero posto sulla scialuppa di salvataggio delle immagini con un minimo di valore artistico. D'altronde, a essere obiettivi,  l'obiettivo dietro l'obiettivo nasconde più un Io c'ero che un Io immortalo. Questa non l’ho capita neanche io.

Apro parentesi. Millenni tecnologici fa di digitale c'era poco o niente. C'erano le vacanze. E la mia macchina fotografica. Le due cose erano indissolubili. D'estate, quella vera, che durava almeno tre mesi, quella calda, afosa e infestata di zanzare, dovunque andassi, avevo sempre lei al mio fianco. La mia amata fotocamera. Con l'inseparabile rullino Kodak da 36 foto. 36. I clic, allora, erano frutto di fatica. Erano pensati. E pesati, in soldi, visto che poi le foto bisognava svilupparle e mi toccava pagare pure quelle schifezze sfuocate in cui si intravedeva solo mezza testa adornata da un paio di dita a mo’ di corna. La qualità era migliore? La verità è che, riguardando gli album impilati nei cassetti della casa dei miei a Milano, il risultato di tutti quei clic era qualcosa di mediocre.  Credo che la tecnologia ci abbia aiutato a diventare tutti un po' più bravi. Solo nella qualità dei miei ricordi non vedo differenze. Bella o brutta che sia la foto. Dovrebbero inventare il nostanalgesico che cura i mali della nostalgia. Clic, chiusa parentesi.

Esauritosi l'impeto artistico e la contemplazione del sublime, non rimane che tornare sui propri passi. Questa vota, passi in discesa. Un film all'incontrario senza finale a sorpresa. Almeno, era quello che credevo fino a quando…

J: 'David?', fermandosi improvvisamente
Io: 'Sì?'
J: 'David', indicandomi qualcosa venti metri più avanti, sulla curva del sentiero, 'non penso sia un gatto'

Non che ci fosse pericolo di confusione, perché sì, a un gatto un po' ci assomigliava, ma dieci volte più grosso.

J: 'David, fagli una foto!'

Ora, quando vi trovate per la prima volta nella vita davanti a un puma e non sapete, almeno non ancora, se sarà anche l'ultima, l'immortalare è un qualcosa sfuocato che passa in secondo piano.  Una foto, brutta, l'ho scattata, ma quello che stava davvero scattando in quel momento era l'istinto di sopravvivenza. Così, ho armato J di un voluminoso sasso e mi sono messo alla ricerca di un pezzo di legno adatto all'occasione. Ero pronto alla battaglia. Vedevo già il titolo: turista prende a bastonate sulle gengive feroce puma locale. Intervistato, il turista dichiara 'Paura? Mai avuta. Ho affrontato l'Ikea di Corsico la domenica pomeriggio'.

Intanto, un gruppo di cinque persone stava sopraggiungendo. Li fermo, indico loro il problemino con vibrisse e spiego loro la mia strategia bellica: attendiamo pazientemente. Immobili.

In tutto quel tempo, uno scampolo di eternità condensato in soli quattro o cinque minuti, il puma non ci ha mai degnati di uno sguardo. Se ne stava lì, a fissare qualcosa, forse a riflettere sui massimi sistemi, incurante di noi. Poi, probabilmente annoiato, è scomparso tra le rocce, concedendo ai nostri parametri vitali di tornare a livelli di normalità. Naturalmente la storia, col passare degli anni, amplificherà i toni drammaturgici. Quando sarò vecchio e senza denti - non che manchi molto - il puma diventerà miracolosamente un alligatore di dieci metri che racconterò aver domato con la sola forza delle mie sopracciglia.

E da un incontro potenzialmente mortale a uno scontro decisamente letale il passo non è poi così distante. Qualche centinaio di chilometri. La strada che da Monterey porta a Santa Barbara. Lasciatomi alle spalle quel tratto di costiera amalfitana a stelle e strisce, sfreccio con la mia ruggente Ford Focus, la lancetta del contachilometri fissa sulle 75 miglia all'ora. La vita, però, se ne fotte delle miglia, delle corsie autostradali, del codice della strada, della musica del mio iPod diffusa dalle casse della macchina, della California, delle mie vacanze, di quello che c'era prima e di ciò che verrà poi, del conto, salato, del mio dentista – tutti quegli euro  solo per la pulizia? E del cervo che, dominato da impulsi autodistruttivi, si materializza improvvisamente in autostrada. La fatalità, a volte, è questione di pochi metri. 'Io non freno' è l'unica cosa che riesco a pronunciare alla mia ragazza, pietrificata dall'angoscia della morte, prima che l'aspirante suicida venga centrato in pieno dalla macchina che mi precede sulla destra. Il cervo, catapultato, si libra in aria, leggero, sopra di noi. Un volo senza speranze. Dallo specchietto retrovisore vedo la macchina ferma. Spero che il conducente non si sia fatto niente.

Spesso ci immaginiamo come potremmo comportarci in certe occasioni. Cosa farei se… Una cosa così, però non me l'ero mai immaginata e se l'avessi fatto, avrei pensato a una reazione completamente diversa. Panico, bestemmia, frenata, sterzata, incidente, il tunnel di luce, Dio, le conigliette di Playboy. Invece, nessun tipo di reazione. Calma. Sangue freddo. Non una persona, ma un robot. Impressionante. Da me non me lo sarei mai aspettato. L'oracolo di Delfi aveva detto di conoscere se stessi, ma non quanto questo processo conoscitivo sarebbe durato.

Non avrei altro da raccontare. O forse sì. Come quando a Los Angeles, mostrando infondata sicurezza da manuale del piccolo esploratore, ho deciso testardamente di raggiungere a piedi Downtown dal nostro albergo in Little Japan, avendo così la possibilità di apprezzare la fauna che popola il variopinto quartiere di Skid Row. Sopravvissuto anche qui.

Resta un rimpianto: non essere riuscito, almeno una volta, a immergermi nell'Oceano con una tavola da surf, sull'onda, più che altro, dell'entusiasmo. Ma, sapete com'è, dopo il puma e il cervo… La mia ragazza deve avere intuito qualcosa anche se, ammettiamolo, gli squali, quelli pericolosi, non si trovano sott’acqua. Buona settimana a tutti!

lunedì 30 maggio 2011

Ma... nell'oltretomba si ultratromba?

Ieri sera mi sono guardato l’ultima cartuccia sparata dall’ispettore Callaghan: Hereafter. Un bel film. Al termine, sono andato in cucina a fumarmi una sigaretta. Mentre la nicotina, tutto fumo e niente arrosto, faceva il suo sporco dovere, e la prima zanzara della stagione mi ammorbava l’esistenza con il suo pedante ronzio, istigatore di tremebondi istinti omicidi, le mie sinapsi si sono messe in azione. Sarà stata la stanchezza. Così, ho iniziato a riflettere. Il tema, il solito che mi ossessiona da anni, soprattutto quando sono concentrato a sciogliere la complicata matassa narrativa di un porno: la morte. D’altronde, Eros e Thanatos non li ho mica inventati io. In particolare, suggestionato dalla trama del film: esiste un aldilà? Ci si potrebbe anche domandare se esista un aldiquà, ma avendo cercato di demolire la tesi dello scetticismo radicale nella mia tesi di laurea, posso soprassedere. Altrimenti non capisco perché dovrei godere di soli trenta giorni all’anno di vacanze. Ora, supponiamo che non esista niente dopo la vita biologica: questa è un’ottima ragione per farsi dolcemente cullare almeno una volta al giorno da un paio di properosi seni. Consideriamo invece l’ipotesi opposta. Anche lì mi tocca pagare l’assicurazione medica? Forse sì, se è l’oltretomba svizzera. Utilizzando il pensiero razionale, si capisce subito l’enormità dei problemi a cui andrebbe incontro, se fosse vera, tale teoria. Intanto, il sovraffollamento. Altro che parcheggi in seconda fila. Poi, la lingua. Come faccio a comunicare con i fenici? Dovrebbero mettersi anche loro a studiare l’inglese, ma se aleggi come spirito, difficilmente riuscirai a tenere in mano un libro. Infine, l’eternità è atemporale. Niente passato. Niente presente. Niente futuro. E niente futuro, per me, significa niente Zukunft. Un’eternità di questo tipo non potrei sopportarla. Al massimo, potrei concedermi la reincarnazione in una bottiglia di rum. Ora, passiamo a un’altra delle grandi domande filosofiche: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Me lo sono chiesto sabato, verso mezzanotte, mentre cercavamo, accreditati, di entrare a un evento e un tizio della sicurezza, davanti alla nostra insistenza, ha proferito le seguenti parole:

“Non entra più nessuno. L’Inglese non vuole

E quando l’Inglese non vuole, c’è poco da continuare a insistere. La personificazione del nulla, la nullificazione del qualcosa. Un evento ontologico finito troppo presto. Alcol incluso. Poco dopo, una volta entrati grazie all’aiuto di alcuni nichilisti, il quesito mi si è riproposto, questa volta con una intensità a dir poco strabiliante. Tutta colpa del quarantenne con occhiali da sole che, solitario in mezzo alla pista, si dimenava al suono di un assordante tunz tunz. Peccato che ballasse, in differita, sempre il pezzo precedente e il risultato finale, almeno agli occhi di noi comuni spettatori, era quello di un uomo in preda a convulsioni elettriche.

Ultimo dilemma umano, troppo umano: esiste Dio? Qui, come lo tzimtzum ebraico, mi ritraggo lasciando spazio alla mia enorme carenza di fede. A giudicare da quanti soldi sto spendendo ultimamente dal fisioterapista, sarei più portato a rispondere con un secco ‘no’. Certo, in questo caso il mestiere di papa sarebbe leggermente sopravvalutato. Comunque, niente paura: anche per i più incalliti devoti, nel caso dovesse venire a mancare Dio, è già pronto il sostituto. Sì, anche qui è una questione di Fede. Immortale probabilmente lo è già, e il regno dei cieli lo ha in parte occupato con parabole e satelliti. Ai credenti, e secondo me sono già molti, si chiede solo una cosa. Di cambiare quell’antica formula, ormai desueta e che mal si adatta al futuro successore, e di adottare la nuova. Più moderna. Meno autoritaria. “Nel nome del papi”. Buona settimana a tutti.

p.s: dedico questo post, sperando che non si offendano e che non mi possano leggere dall’aldilà, alle persone che ho amato e che mi hanno lasciato. A volte troppo presto. Mi mancano. Forse siamo noi l’eternità degli altri...

lunedì 11 ottobre 2010

L'insostenibile leggerezza dell'etere

Lo sappiamo, sottile è la linea che separa la vita dalla morte. Un colpo di sonno mentre si guida a fari spenti nella notte. Flirtare con la ragazza di quell’australopithecus gigantesco che si esprime solo a monosillabi e a colpi di mazza ferrata. Citofonare la domenica mattina per portare la parola di Geova. La nostra esistenza è appesa a un filo e se il filo si spezza, ci sfracelliamo al suolo e dopo non potremo mai più pronunciare parole come supercalifragilistichespiralidoso, sternocledomastoideo e precipitevolissimevolmente. Ne sa qualcosa una donna di Avion, piccolo paese del nord della Francia, che qualche giorno fa... Ma andiamo con ordine. Davanti al computer, do un’occhiata alla versione online francese di 20 minuten. Ci tengo a essere informato sul nuovo calendario sexy delle contadine svizzere e ai morbosi casi di cronaca nera che appestano il paese. Infatti il giornale è lungo due righe e mezzo. Comunque, la mia attenzione è fagocitata da un titolo che si insinua nel mio labile cervello come un imperativo categorico. Devo leggere l’articolo. Siamo ad Avion, che Wikipedia dice trattarsi di “un comune francese di 18.298 abitanti situato nel dipartimento del Passo di Calais nella regione del Nord-Passo di Calais.”. E basta. Non deve essere molto eccitante vivere ad Avion: qualche voilà, un po’ di parbleu e tutti a seguire Second chance su TF1. E quando l’oscurità cala su Avion, be’, non succede niente. Si va a letto. E infatti il dramma di cui voglio raccontarvi si svolge tutto all’interno di una camera da letto. Lui e lei. Lui me lo immagino sulla cinquantina, un pancione irsuto dedito a quella nobile arte che è lo sfregamento delle gonadi. Utilizzare però luoghi comuni per agire sull’immaginario collettivo è tristemente banale. Diciamo che lui è un intellettuale che, vestito di tutto punto con il suo pigiama di seta se ne sta da una decina di minuti comodamente sdraiato a leggere la proustiana À la recherche du temps perdu. Ha quasi finito una frase. Lei, accanto, cerca di dormire sfinita dopo una intensa giornata passata a studiare L’arte della fuga di Bach. Una coppia come tante altre. Forse nottambula visto che 20 minuten riferisce che erano circa le 5 del mattino, ma il post è il mio e ci scrivo quello che voglio. All’improvviso, la pace coniugale viene minata da un evento a dir poco terribile. L’uomo emette una flatulenza dall’odore particolarmente nauseante. In gergo tecnico, una loffa: silenziosa e micidiale. Non resta che la fuga. Ora, io ritengo che chi produce gas di tale nocività senza almeno avvertire e concedere ai presenti una possibilità di sopravvivenza dovrebbe essere perseguibile penalmente. Ve lo dice uno che sul volo di ritorno da Istanbul, lo scorso capodanno, fu sottoposto dal vicino areofagitico a questa tortura per tutta la durata del viaggio. Quattro ore di allucinazioni visouditive. Perciò, ben capiamo la moglie che, asfissiata, fa quello che tutti noi avremmo fatto: si allontana dal luogo mefitico e spalanca la finestra, prendendo grandi boccate di aria e decontaminando l’area. Il problema è che il marito non la prende affatto bene. Anzi, la prende come un’offesa. Forse era la loffa perfetta. Non essendo riuscito a eliminare la consorte con questa tecnica fatale, decide di portare avanti l’intento criminale strangolandola direttamente. Ma non abbastanza. Insomma, tragedia sfiorata ma evitata e, come scriveva Shakespeare, tutto è bene quel che finisce bene. La notizia mi ha fatto tornare in mente, e non chiedetemi perché, il tizio che l’altra sera, nello spogliatoio della piscina, inondava le sue ascelle con uno tsunami di deodorante. Niente di male, ci mancherebbe, vorrei solo capire perché lo facesse prima di entrare in acqua. Buona settimana a tutti!

p.s: per chi non lo sapesse, Avion, in francese, significa aereo. Piuttosto azzeccato con il protagonista di questo post. Post anche loro, in fondo, aerei, eterei, impalpabili e che svaniscono alla prima finestra spalancata.

lunedì 6 settembre 2010

Anno che viene, anno che va

Di nuovo sul treno, di ritorno verso Zurigo. Sarà la domenica , ma oggi mi sento particolarmente malinconico. E mi manca Milano. Più del solito. So che ci sono mille ragioni per odiarla, forse di più, ma quella cosa che a fatica pompa il sangue nel mio corpo se ne frega. Tra qualche giorno, quando, munito della mia fidata lancia alcolica di rum e cola, scenderò sul campo di battaglia pronto al singolar tenzone, penserò tutt’altro. Oggi, però, è così. Venerdì scorso ho compiuto 34 anni. Non saranno ancora un’eternità, ma ho amici che conosco da più di vent’anni e questo fa impressione. Almeno un po’. E il torcicollo che ho avuto come regalo di compleanno non è stata una ventata di ottimismo. Allora, cosa è successo in questo anno? In parte lo sapete, se mi avete seguito nei deliri del lunedì: viaggi di lavoro; sbronze epiche; chilometri macinati in piscina; ragazze conosciute e poi mai richiamate, ragazze chiamate e da cui non ho mai ricevuto risposta; nuove amicizie; libri che mi hanno fatto sognare, incazzare, riflettere; musica ascoltata, suonata e pensata; buoni propositi rimasti chiusi nel cassetto; soldi inutilmente sperperati; stupidamente; risate, pianti, gioie, delusioni, felicità fugaci e dolori che ancora mi accompagnano. La lista è piuttosto lunga, ma non voglio tediarvi più del dovuto. Qualcuno non c’è più. Si dice che così è la vita, ma in questo non ci trovo nulla di consolatorio. Si dice che il tempo sia il rimedio, ma io invece lo considero il più feroce serial killer di sempre. Il tempo ci seppellirà tutti e invece di stare tanto a capire il come e il perché facciamolo giudicare da un tribunale internazionale. Niente attenuanti. E io? Sono cambiato? Difficile rispondere. Probabilmente sì, ma non saprei in cosa. Più pessimista, può essere. Ho perso fiducia in molte cose e a volte mi sembra che nulla, di quello che viviamo, rimanga, ma scivoli via, come quando prendete della sabbia nella mano e i granelli incominciano a uscire, uno a uno, poi tutti insieme, fino a quando non rimane più niente. Per il resto, mi sento il solito idiota di sempre. Proprio oggi, poco prima di uscire di casa, mi ha chiamato mia nonna. “E allora, quando te la trovi una fidanzata?”. Già, quando? Ma la fidanzata non è un obbligo. Crescendo, poi, sono diventato molto più selettivo. A volte penso che sarà più facile raggiungere la pace in Medio Oriente. Certo, ogni tanto mi sento solo e mi piacerebbe avere in casa qualcuno con cui parlare. Penso che mi comprerò un pappagallo, almeno non soffre della sindrome dei piedi ibernati. E poi? E poi, domani è un altro giorno, un altro giorno che finirà e poi domani sarà un altro e così via. Intanto, continuo a sognare a occhi aperti e mi domando ancora cosa farò da grande. Già, ma quando si diventa grandi? Forse quando smetterò di farmi questa domanda, anche se è più probabile che, quel giorno, non sarò grande, ma solo un vecchio dentro a una bara. Strano, per uno che pensava una volta di essere immortale, invece ha poi scoperto che di immortale, a questo mondo, c’è solo Silvio. Tutto sommato, nonostante il mio pessimismo cosmico, amo la vita, e preferisco essere vivo che morto anche se ammetto che, da morto, hai alcuni vantaggi, come smettere di pagare le tasse e non essere assillato dai programmi della De Filippi. Io, per esempio, adoro fare colazione e da morto questo sembra sia molto più complicato. So che è una cosa stupida, ma la mattina, quando mi alzo, sono contento perché so che in dieci minuti mi siederò davanti a una bella tazza di latte e cornflakes, fette biscottate, marmellata e deliziosi biscotti di burro con cioccolato belga. E in quel momento sono felice. E allora, che cos’è la felicità? Dove si trova il senso della vita? Non lo so, forse in un biscotto al burro e scaglie di cioccolato o, come diceva il filosofo Bertrand Russell, nel fatto di andare due volte al giorno di corpo, con regolarità. Non pensavo di essere tanto felice! Insomma, godiamoci la nostra finitezza e godiamocela infinite volte. Intanto, voi godetevi il fatto che anche questo post è giunto alla sua fine. Mi spiace avervi deluso, vi aspettavate qualcosa di più ameno. Be’, oggi ne ho fatto a meno, ma vi prometto che da lunedì prossimo proverò di nuovo a strapparvi qualche sorriso. Vi lascio con una poesia molto bella di un autore che io amo particolarmente. L’autore è mio papà e la poesia è scritta in occasione del mio compleanno come ormai, da consuetudine, fa da una vita. Buona settimana a tutti!

Il Vento


Il vento soffia via il mese di
agosto; finisce presto l’affanno
con piccole trombette un lunedì
a mezze tinte da Capo d’Anno

Echeggia settembre con temperati
miti modi il vento del deserto
che brusco porge agli antenati
i corni del dilemma aperto

fra essere e apparire: sfinge
turbinante, fenomenale
che il clima fresco non restringe

a pura idea essenziale.
Solo con alfabeto che Mem comprime
fra Alef e Tav il soffio esprime.

אמת Emet

lunedì 1 marzo 2010

Il dono più bello

Olimpiadi invernali di Vancouver. Slalom parallelo di snowboard. Il commentatore di RSI2 – la rete svizzera italiana, per chi non conosce altra verità che la santissima trinità di canale cinque, italia uno e rete quattro – si perde nei meandri dell’italiano: “Dalla nostra postazione vedavamo…”. Vedavamo? Io vedavo, tu vedavi, egli vedava. Noi vedavamo. In effetti. Le atlete scendono e a fatica non ruzzolano giù per la pista nascosta dalla nebbia, ma quello che inforca il paletto, almeno con la lingua, è il telecronista.

Carolina Kostner è una che, agli appuntamenti importanti, non sbaglia mai. Una vera campionessa. Axel, caduta. Toe-loop, caduta. Flip, caduta. Il pubblico mormora. E lei cade. “Sento che ho ancora dentro da dare, non mi arrendo”. Sì, però la prossima volta, tiralo fuori. Saluta, addolorata, il giornalista e poi, credo, cade. La pubblicità interrompe il calvario. Sbuffo, e aggiorno il mio status di Facebook con frasi che lasciano il segno, tipo “Sopra la panca la capra campa”, “I trentatre trentini erano trentadue” o “Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”. Non so quale fenomale prodotto sia reclamizzato in questo momento ma il mio orecchio sinistro, pur continuando a contenere un discreto quantitativo di acqua che potrebbe tranquillamente riempire una piscina olimpionica, capta queste due parole: “… sguardo penetrante…”. Fermi tutti! Mi raccolgo a riflettere. Un millesimo di secondo. Che cos’è esattamente uno sguardo penetrante? Qualcosa che ha a che fare con un maniaco sessuale, dal vago retrogusto spermatico? Lo sguardone penetrante. E poi cosa penetra? Domande senza risposta che afflosciano il mio, di sguardo, lasciandomi con quella tipica espressione ottusa dell’ebete. Non so perché, ma mi vengono in mente quegli occhiali a raggi x che venivano pubblicizzati su giornali culturali come L’Intrepido o Il monello e che millantavano la possibilità di penetrare i vestiti e guardare quello che c’era sotto. Io ero piccolino ma l’idea di poter vedere tette per tutta la città erà gia qualcosa che esercitava un discreto fascino. Adesso ci sono i body scanner negli aeroporti, ma non è la stessa cosa: se vado in giro con una roba del genere montata sopra un paio di occhiali, mi sa che non passo inosservato.

Ho ricevuto dalla mia famiglia un foglio. Su questo foglio sono scritte alcune frasi. Frasi per me. Frasi su di me. Frasi scritte da mio padre. Da mia madre. Da mia sorella. Sono parole bellissime, ma non riesco a ricordarle. E non ci riesco perché era un sogno. Era un sogno, ma non importa, perché questo è stato il regalo più bello che qualcuno mi abbia mai fatto. E anche se la luce del mattino si è portata via questo dono, me ne ha lasciato il ricordo. Un giorno, forse domani, forse tra dieci, venti anni, chissà, un giorno, io non ci sarò più. La mia vita, in quel momento, non sarà stata altro che un sogno, mio, o delle persone che mi hanno voluto bene. Purtroppo, non sarò lì a svegliarmi. La luce del mattino sorgerà di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora. Magari, però, proprio come quelle parole, sfuggenti, svanite eppure così presenti, il mio ricordo rimarrà come malinconico compagno, struggente pensiero, in qualcuno. In fondo, almeno un po’ - anche se non sapremo mai perché siamo gettati in questo stupido mondo per poi doverlo abbandonare, sempre troppo presto - si vive per questo. Anche per questo. E per questo io ricordo e ricorderò. Fino a quel giorno – Dedicato a chi non c’è più