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lunedì 1 marzo 2010

Il dono più bello

Olimpiadi invernali di Vancouver. Slalom parallelo di snowboard. Il commentatore di RSI2 – la rete svizzera italiana, per chi non conosce altra verità che la santissima trinità di canale cinque, italia uno e rete quattro – si perde nei meandri dell’italiano: “Dalla nostra postazione vedavamo…”. Vedavamo? Io vedavo, tu vedavi, egli vedava. Noi vedavamo. In effetti. Le atlete scendono e a fatica non ruzzolano giù per la pista nascosta dalla nebbia, ma quello che inforca il paletto, almeno con la lingua, è il telecronista.

Carolina Kostner è una che, agli appuntamenti importanti, non sbaglia mai. Una vera campionessa. Axel, caduta. Toe-loop, caduta. Flip, caduta. Il pubblico mormora. E lei cade. “Sento che ho ancora dentro da dare, non mi arrendo”. Sì, però la prossima volta, tiralo fuori. Saluta, addolorata, il giornalista e poi, credo, cade. La pubblicità interrompe il calvario. Sbuffo, e aggiorno il mio status di Facebook con frasi che lasciano il segno, tipo “Sopra la panca la capra campa”, “I trentatre trentini erano trentadue” o “Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”. Non so quale fenomale prodotto sia reclamizzato in questo momento ma il mio orecchio sinistro, pur continuando a contenere un discreto quantitativo di acqua che potrebbe tranquillamente riempire una piscina olimpionica, capta queste due parole: “… sguardo penetrante…”. Fermi tutti! Mi raccolgo a riflettere. Un millesimo di secondo. Che cos’è esattamente uno sguardo penetrante? Qualcosa che ha a che fare con un maniaco sessuale, dal vago retrogusto spermatico? Lo sguardone penetrante. E poi cosa penetra? Domande senza risposta che afflosciano il mio, di sguardo, lasciandomi con quella tipica espressione ottusa dell’ebete. Non so perché, ma mi vengono in mente quegli occhiali a raggi x che venivano pubblicizzati su giornali culturali come L’Intrepido o Il monello e che millantavano la possibilità di penetrare i vestiti e guardare quello che c’era sotto. Io ero piccolino ma l’idea di poter vedere tette per tutta la città erà gia qualcosa che esercitava un discreto fascino. Adesso ci sono i body scanner negli aeroporti, ma non è la stessa cosa: se vado in giro con una roba del genere montata sopra un paio di occhiali, mi sa che non passo inosservato.

Ho ricevuto dalla mia famiglia un foglio. Su questo foglio sono scritte alcune frasi. Frasi per me. Frasi su di me. Frasi scritte da mio padre. Da mia madre. Da mia sorella. Sono parole bellissime, ma non riesco a ricordarle. E non ci riesco perché era un sogno. Era un sogno, ma non importa, perché questo è stato il regalo più bello che qualcuno mi abbia mai fatto. E anche se la luce del mattino si è portata via questo dono, me ne ha lasciato il ricordo. Un giorno, forse domani, forse tra dieci, venti anni, chissà, un giorno, io non ci sarò più. La mia vita, in quel momento, non sarà stata altro che un sogno, mio, o delle persone che mi hanno voluto bene. Purtroppo, non sarò lì a svegliarmi. La luce del mattino sorgerà di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora. Magari, però, proprio come quelle parole, sfuggenti, svanite eppure così presenti, il mio ricordo rimarrà come malinconico compagno, struggente pensiero, in qualcuno. In fondo, almeno un po’ - anche se non sapremo mai perché siamo gettati in questo stupido mondo per poi doverlo abbandonare, sempre troppo presto - si vive per questo. Anche per questo. E per questo io ricordo e ricorderò. Fino a quel giorno – Dedicato a chi non c’è più

giovedì 3 settembre 2009

Dica "Trentatre"!


“Gentile Sig. Rosenberg, questo giorno le appartiene. Se lo goda appieno. Orange la augura buon compleanno.”.


Quando uno riceve sul suo numero svizzero un messaggio del genere, capisce che è arrivato. Comunque, quando è suonata la sveglia, ho sentito tutto il peso dei miei 33 anni. Alzarsi, lo ammetto, è stato faticoso. Mi ci è voluto circa un secondo più del solito. Sono cose che ti segnano. Fuori dalla mia stanza mi si presenta una scena apocalittica: polvere, roba accatastata dovunque, calcinacci, un paio di mutande che camminano. I picconatori, in una pausa di demolizione, si scambiano starnuti e frasi di circostanza in pugliese stretto. Mia madre sta parlando con un tizio alto, grosso e con la barba bianca che o è Babbo Natale o è il capo di tutta la baracca. Probabilmente è Babbo Natale. Di fianco a lui un ragazzo, quello delle porte. Cioè, si prende cura delle porte: le leviga, le pittura e le mette a letto dopo le otto e mezza.


“Tanti auguri, tesoro!”


“Grazie”, rispondo, con bacio, abbraccio e le palpebre ancora incollate.


“Cento di questi giorni”, mi urla il barba, felice come pochi ho visto a queste ore del mattino.


Ora, non ho ancora capito come prendere questo augurio. In teoria bene. Però… Cento giorni sono davvero pochi. Tre mesi e qualcosina. E poi? Ci ragiono su. Ho la tendinite a entrambi i polsi, una contrattura alla gamba sinistra e la sinusite: in questo caso cento di questi giorni sono davvero una enormità.


E giungiamo all’epilogo, perché c’è sempre un epilogo. Come mi faceva notare prima l’amico Freddi, qualcuno, molto tempo fa, a 33 anni suonati, resuscitava. E questo mi porterebbe a fare alcune considerazioni. Diverse. Per esempio, che Alessandro Magno, a 33 anni, concludeva a Babilonia la sua avventurosa vita. E Mozart componeva i suoi ultimi capolavori, Schubert, Keats e Shelley manco ci arrivavano e un tale che mia sorella si ostina a chiamare papà diventava padre del sottoscritto e prendeva la sua seconda laurea. Considerazioni, pensieri. Così penso, e penso, e penso ancora, e… e tutto sommato, riflettendoci bene, non posso affatto lamentarmi: io, almeno, ho gli auguri della Orange…


Tanti auguri a me e a tutte le persone a cui voglio bene.