Visualizzazione post con etichetta tette. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tette. Mostra tutti i post

martedì 13 luglio 2010

Vodka Redbullshit

Sapete cos’è lo Zuri Fäscht? Neanche io, almeno fino a settimana scorsa. Il sito ufficiale parla di “Das Fest der Feste”, che non traduco per rispetto verso i vostri neuroni. È considerata la più grande festa popolare della Svizzera, dopo la sagra del Bratwurst e l’Heidi Swiss Festival, dove se prendi la roba giusta, ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao. In Italia, invece, visto l’ultima manovra, della bella roba te la devi prendere comunque, visto che i risparmi ti fanno ciao, i politici ti incaprettano e al massimo ti sorride Tremonti. Ma non divaghiamo troppo. Insomma, prendete la fiera degli obei obei, aggiungetele concerti, discoteche all’aperto e fuochi pirotecnici per le strade, le piazze e le zone lacustri della città – Zurigo, non Milano – e capirete che cos’è lo Zuri Fäscht. Voci di corridoio mormorano che due milioni di persone siano affluite tra venerdì e domenica: stranieri, boscaioli, montanari, banchieri, contadini, paesani, tronisti, la carica dei 101, il gatto, il topo e l’elefante, solo che non… che non si vede un cazzo, perché la gente scorre come un fiume in piena, si accalca dovunque e rende impossibile qualsiasi movimento. Se starnutisco, sono quelli accanto a me che si soffiano il naso. Aggiungo che io odio la folla. Non mi piace il contatto ravvicinato con le persone, soprattutto con quelle che non conosco. Per questo non amo le manifestazioni. Per questo vado sempre più raramente a un concerto rock. Per questo non partecipo alle riunioni di condominio. Però… però non potevo non andarci. L’integrazione. Obbligata, visto che tutti i locali della città erano chiusi per l’occasione, e io non avevo nessuna intenzione di rimanermene in casa ad aggiornare lo status di Facebook.

Incominciamo da venerdì sera. Dopo una succulenta cena con il mio vicino annaffiata da ottimo vino francese e qualche bicchiere di rum e cola – cena che si svolge fuori, in balcone, con la luce estiva che si affievolisce, piano piano, una leggera brezza a smorzare l’insolita afa. Tutto perfetto, ci vorrebbero solo un paio di tette in più ad allietare il simposio –, decidiamo di raggiungere L di L&L, capocannoniere dei mondiali di… ecco… capocannoniere. Già vagamente alticci, ci facciamo trasportare dalla massa di gente riversa nelle strade. Dopo i tipici salamelecchi, ci muoviamo in direzione del tunz tunz. Ed eccoci arrivati, una discoteca a cielo aperto, Timo Maas alla console e di fianco a me una signora sopra la cinquantina che, con la grazie di un ippopotamo, si esibisce in movimenti scoordinati che difficilmente qualcuno oserebbe definire ‘ballo’. Qualcuno sobrio, intendo. Le faccio due piroette davanti, mi libro in aria e atterro al bancone degli alcolici.

“Dreimal Cuba Libre, bitte”, ordino gentilmente alla graziosa fanciulla che si avvicina con aria interrogativa. Purtroppo, l’aria interrogativa sembra non volerla abbandonare.

“Dreimal Coca und Rum, bitte”. Specifichiamo che non si sa mai. La sua espressione denota il dubbio scettico per eccellenza mischiato a dell’ottusità di un certo spessore.

“Wir haben keine Rum, entschuldigung”

Cosa? E quella bottiglia di Bacardi cos’è? Gliela indico. Lei la osserva, stupita, ma il suo encefalogramma rimane piatto. Po,i va a consultarsi con l’esperta di alcolici della zona, con cui confabula per un paio di minuti. Forse un paio di ore. Ignoro cosa si siano dette, fatto sta che ritorna da me reggendo tre bei bicchieroni pieni di coca e rum. Brava, adesso puoi tornare a servire le spume.

Vi risparmio il proseguio della serata, tanto basta che aggiungete il numero di bicchieri e sapete all’incirca come è andata. Così, passiamo direttamente a sabato. Verso mezzanotte, satollo di pizza e del solito paio di birre medie, mi incontro con alcuni amici, pronto a godermi un’altra nottata a base di musica elettronica. Tunz tunz tunz. Trema la terra e tremano pure i miei padiglioni auricolari. Davanti a noi, un prato invaso da zombie che muovono in aria le mani e oscillano pericolosamente a ogni battito sparato da casse grosse come condomini. Qui urge trovare una soluzione. Sono il signor alcol, risolvo problemi. Mi avventuro verso il bar con cautela, stando ben attento a non calpestare i corpi esanimi che minano il terreno. Finalmente, raggiungo il mio obiettivo. Attendo con pazienza il mio turno.

“Einmal Vodka Redbull, bitte”

Questa volta la ragazza addetta alla produzione di intrugli pare andare sul sicuro. Afferra una bottiglia di Smirnoff – che schifo fa la Smirnoff?! – e ne versa un goccio nel bicchiere pieno di ghiaccio. E quando scrivo ‘un goccio’, lo intendo per davvero. Se ci sputo, riesco a riempirlo molto di più, il bicchiere. Poi, annaffia il tutto con una cascata di Redbull. Appoggia il succo di frutta sul bancone e cerca di estorcermi 14 franchi. La guardo sbigottito. Guardo il bicchiere, e lo sbigottimento non fa altro che aumentare.

“Io veramente avevo chiesto una vodka redbull, questa cos’è? Vodka Redbullshit?!!”

Mi sarebbe piaciuto dirlo. Sarei stato osannato dalla folla, portato in trionfo sul palco e attaccato a una flebo di sei litri di Belvedere. Invece, non ho proferito parola e sono tornato in mezzo al prato, alla musica frastornante, ai fattoni frastornati. Lì, solo in mezzo a tutti, il succo di frutta in mano e il mio viso, afflitto, provato, una maschera di mestizia.

Questa storia mi ha insegnato una cosa. Una cosa importante. Una grande lezione di vita. Solo che non mi ricordo più quale, perché i cocktail successivi hanno fatto il loro sporco lavoro. Buona settimana a tutti!!!

lunedì 3 maggio 2010

La sfinge che finge: dalla girellite alla teoria dei giochi

Qualche post fa avevo tentato di descrivere il fighetto zurighese classificandolo in base alla tipologia di comportamento tenuta durante l’approccio con l’altro sesso. Grazie all’aiuto del dottor L di L&L, esimio studioso di comportamenti sociali notturni, ero riuscito a individuare due macrogruppi principali, la sfinge e il serial killer. Pensavo di essere già vicino al Nobel, ma, purtroppo, non avevo ancora fatto i conti con un fighetto zurighese che non era stato ancora catalogato, la sfinge osmotica, e con un fenomeno di assoluta rilevanza a cui ho potuto assistere solo settimana scorsa: l’interazione tra sfingi.

Prologo

Intorno alla mezzanotte di un tranquillo venerdì zurighese i nostri eroi – L di L&L, Fürst von Zukunft, l’altro L di L&L, Duca di Valman, il nostro amico Mr X, blasonato già di suo, e il sottoscritto, D.A.R., Marquis de Amber – fanno il loro ingresso trionfale in un locale popolato da nani, ballerine, casalinghe disperate e meno, sigarette sempre accese e bicchieri mai vuoti. Entrare non è affatto complicato, visto che nella mano stringiamo il nostro passpartout, una fototessera di L di L&L, Fürst von Zukunft, che, come il ritratto di Dorian Gray, mostra i segni della decadenza fisica e morale di L&L , mentre l’originale continua ad emanare fascino brizzolato da ogni poro. La fototessera, infatti, ci viene sequestrata dalla guardarobiera che subito provvede ad applicare una taglia sulla testa del nostro compagno di avventura. Lui, però, impegnato nella girellite, ovvero nell’antica arte di prendere per mano una ragazza esteticamente interessante – vedi anche alla voce ‘bella figa’ – e di farla girare fino a quando non

1. Le crescono le tette
2. Inizia a cantare uno jodel
3. Risolve il problema della fame nel mondo

non sembra preoccuparsene più di tanto – vorrei fare notare che a Zurigo, dopo la grande notte in coda al Sechseläuten (si celebra la fine dell’inverno), si sono presentate all’UniversitätsSpital numerose indigene colpite dalla sindrome della girellite. Ma è solo un caso.

Comunque, mentre L di L&L si esercita nell’arte di cui sopra, l’altro L di L&L viene relegato in uno spazio di due centimetri quadrati dai soliti tagliafuori cittadini, preoccupati più di mantenere lo status quo di galli del pollaio che di entrare in medias res – d’altronde, come mi disse mio cugino anni fa nel suo italiano maccheronico ma efficace, togliendosi la maglietta ed entrando in un privé affollato di omosessuali unicamente per cercare di ghermire la preda dotata di davanzale di tutto rispetto, “Chi non entra in acqua non mangia pesci” (da leggersi con accento israeliano) -; Mr X, invece, che è quello tranquillo, salta sui divanetti, urla, si dimena e controlla la pressione dei pneumatici a una locale. Ed è in quel momento che la vedo. Lei, la ragazza più bella che abbia mai visto negli ultimi cinque minuti. Appoggiata al bancone è un vero spreco, meglio sarebbe appenderla al Louvre. O fissarla al letto di casa mia, come si preferisce. Alta. Bionda. Carrozzeria perfetta a cui, io, tuttavia, vorrei fare una bella revisione. Una Barbie più Barbie della Barbie – un po’ come nell’imitazione di Mourinho fatta da Crozza, “Io sono più George Clooney di George Clooney”. E a me non dispiacerebbe essere il suo Ken. Yes we Ken. Mentre questi nobili pensieri echeggiano nella mia grotta cerebrale, tre manichini svizzeri con camicia inamidata incorporata, bicchieri in mano, vanno a occupare lo spazio che separa la dea dell’amore dal sottoscritto. Li ho riconosciuti subito. Sono tre sfingi. Ora, la dinamica di interazione del gruppo è piuttosto interessante. Conosciamo ormai perfettamente il comportamento della sfinge solitaria. Qui le cose cambiano. Si parla di psicologia cognitiva. Di teoria dei giochi. Von Neumann e Nash – quello di Beautiful Mind, per chi pensasse che sto parlando di malattie inguaribili. Purtroppo, il tempo dedicato a questo post, compreso, ne sono sicuro, la vostra pazienza di lettori, è terminato. Perciò, nel post di settimana prossima tratterò ancora di sfingi e di quel caso particolare di teoria dei giochi noto come Il dilemma del prigioniero. Buona settimana!

To be continued

lunedì 19 aprile 2010

Schizzo d'autore

Il nome Jackson Pollock vi dice qualcosa? No, quella che combinava guai era Pollon. Pollon combina guai. Questo, invece, è Pollock. Per chi non lo sapesse o per chiunque avesse passato gli ultimi dieci anni incollato al televisore rapito dai picareschi racconti dei protagonisti del Grande Fratello, eccitato dalle eroiche avventure dell’Isola dei Famosi o semplicemente perso in fantasie bucoliche evocate da braccia finalmente restituite all’agricoltura de La Fattoria, Jackson Pollock è – era – un pittore. Uno degli esponenti di quel movimento che il critico Harold Rosenberg – che dal cognome si capisce fosse una persona dotata di arguzia ed encefalogramma vivace – aveva chiamato ‘action painting’ – in realtà conoscevo solo questo termine, ma Wikipedia ha colmato la mia lacunosa ignoranza introducendomene un altro, ‘espressionismo astratto’, che ignoravo fino a oggi insieme al tedesco Lotosblüte e ai sette re di Roma, che non riesco mai a ricordare. Tarquinio il burino? Gli artisti che aderivano alla corrente non dipingevano come normali esseri umani, pennello, colore e mi raccomando, attenzione a porte, finestre e al parquet. No, preferivano lanciare direttamente il colore su delle tele giganti. Oppure, lo facevano sgocciolare. È così che è nato il testo di Rosch. Credo. Sperimentatori. Riflettevo su tutto ciò alcune settimane fa in compagnia di un bicchiere di birra e di tre loschi individui che chiamo ‘amici’ solo perché non mi ricordo i loro nomi. Riflettevo su quello e sulla ‘merda d’artista’ del Manzoni. Non di Alessandro, altrimenti si sarebbe chiamata merda di scrittore, che qualcuno avrebbe anche potuto pensarlo ai tempi del liceo, facendo un torto però alla letteratura italiana. Sto parlando di Piero, che negli anni Sessanta fece delle sue feci un’opera d’arte, inscatolando in 90 barattoli i suoi artistici escrementi. Rappresentazione delle decadenza dell’arte di quel periodo. Una merda concettuale. Fantozzi avrebbe detto ‘una cagata pazzesca’, ma non vorrei elevare troppo il tono di questo post. Ecco, ho scritto poche righe fa che stavo riflettendo in compagnia di tre loschi individui. In realtà, le cose non stanno proprio così. Intanto, io non rifletto, ma attivo automatismi cerebrali a me ignoti. In secondo luogo, non stavamo discutendo di arte, ma di sesso. All’arte, comunque, ci arriviamo a breve. La vacue chiacchiere orbitavano intorno al dotto argomento dei film a luci rosse – gli anglofoni li chiamano ‘blue movie’. Le traduzioni sono sempre un problema. Tutti si ricordano dei mitici porno tedeschi, che in genere avevano una trama del tipo: Driin! Suonano alla porta. Inga, biondona dalle tette nucleari, va ad aprire. Entra in scena il baffuto idraulico Hans. Trenta secondi più tardi lui le mostra il tubo telescopico e tappa la perdita, lei mostra di apprezzare ed esplicita questo suo stato interiore con una serie ininterrotta di mugolii e ‘ja, ja!’. Adesso, la maggior parte di questi film con scopate che durano quanto un’opera di Wagner sono prodotti in Ungheria o negli Stati Uniti. E allora mi sono domandato: ma in Svizzera? Voglio dire, ci sono dei porno svizzeri? E come potrebbe essere un porno svizzero? Altro che domandarsi - come fanno tutti, immagino, la mattina appena svegli - perché c’è l’essere piuttosto che il nulla. Già me lo immagino: Tram vuoto, a parte una ragazza, Heidi, a cui le caprette non fanno ciao e di pecore non capisce niente, ma se gli dici ‘pecorina’ … Sale il baffuto controllore Huber. “Grüezi!”. La povera Heidi e i suoi venti chili di tette sono, ahimé, sprovvisti di biglietto. Huber allora passa a controllare direttamente Heidi, dandole istruzioni dettagliate sul grado di apertura da mantenere e informandola che in un’ora venticinque minuti e dodici secondi il suo entusiasmo sarà incontenibile. Se Huber sgarra sul tempo, dopo mi si deprime e gli si afflosciano i mustazzi. E qui torniamo a parlare di arte. Sì, perché quel momento paradisiaco che ci rapisce un paio di secondi per restituirci come zombie per le successive dodici ore ha acceso in me una lampadina. A risparmio energetico, d’accordo, ma sempre una lampadina è. Freud parlava di sublimazione, ovvero dirigere una pulsione sessuale verso una meta non sessuale. L’arte, per esempio. E allora perché, invece che sublimare, non utilizziamo il sesso per creare arte? Ora vi spiego, è molto semplice. L’uomo, appena prima di contribuire al genocidio di milioni di spermatozoi, estrae il suo pennello – d’altronde, già anni fa lo raccontavano quegli intellettuali meneghini, gli articolo 31, ‘lo uso proprio come fossi un vero artista, e con il mio pennello sono un gran professionista!’. La donna ha una grande responsabilità, quella di afferrare e reggere la tela rigorosamente nera che, a seconda del periodo di astinenza maschile, può variare da un semplice formato A4 a un 200x425 cm stile ‘Ninfee blu’ di Monet. Ogni secondo è vitale. Davvero. A quel punto, all’uomo non resta che aggiustare la mira e procedere con la creazione artistica. Come vedete, siamo tornati all’action painting. Purtroppo, ci sono alcune problematiche aperte e che meritano, magari in un futuro non troppo lontano, di essere approfondite:


  • L’eiaculazione precoce. Un problema non solo artistico
  • Il blocco dell’artista. Un problema non solo artistico
  • La mancanza di talento.
In conclusione, se hanno fatto arte con la merda, perché non provarci con lo sperma che, come direbbe Aristotele, in potenza racchiude la vita? Allora, dalla ‘merda d’artista’ a quella forma più nobile di espressionismo astratto che, perdonatemi la banalità, non potremo chiamare altrimenti che ‘schizzo d’autore’. Buona settimana!

lunedì 29 marzo 2010

Il figlio del papi, la sfinge e il serial killer

Oggi vorrei trattare un argomento che mi sta molto a cuore, occupa i miei pensieri giorno e notte e a cui ritengo sia dedicato troppo poco spazio in relazione all’importanza che riveste: il fighetto zurighese. Non è però possibile una comprensione approfondita del tema senza il paragone con l’omologo milanese. Analizzeremo prima le somiglianze per poi trattare le differenze.

Somiglianze


Il fighetto ha un papi alle sue spalle che foraggia l’erede con una paghetta degna di un dirigente d’azienda. Il papi, che gira con un SUV delle dimensioni di un Titanic e come auto da città utilizza un BMW serie 7. Al massimo, il parcheggio se lo compra. Il fighetto, se è stato bravo e ha preso almeno un 19 al primo esame – rigorosamente economia, giurisprudenza o medicina, lettere o filosofia se è proprio un radical chic e il verbo ‘lavorare’ sa che esiste nel dizionario ma ne ignora il significato -, riceve in premio il Porsche, che a Milano chiamano ‘il porschino’ perché, paragonato alla macchina del papi, sembra un giocattolo per bambini dell’asilo. Il fighetto abita in centro in un modesto appartamento di 500 metri quadrati pieno di antichi tappeti persiani, arazzi, argenteria, mobili di antiquariato, soffitto a cassettoni, quadri del Seicento, foreste di benjamin ficus, collezioni chilometriche di orologi di lusso e squadra di calcio di domestici filippini che vengono smistati, a seconda, tra Santa, Curma, Forte e St. Moritz. Quelli dello zurighese, tra Santen, Curmen, Forten e St.Moritzen perché aggiungere la desinenza tedesca fa molto fighetto. Il golf è un dovere. Le vacanze in barca a vela, un piacere, ma solo se la barca è un trenta metri con equipaggio e il massimo che il fighetto deve fare è stappare le bottiglie di Cristal. Il fine settimana il fighetto si riunisce con altri fighetti in quei luoghi di socializzazione culturale chiamati discoteche, prende un tavolo e ordina qualche litro di Grey Goose o Belvedere con contorno di red bull, lemon soda e donne con micro gonne, micro tanga e micro cerebri. Poi inizia la serata. E finiscono le somiglianze.

Differenze

Il fighetto milanese

Lo dobbiamo riconoscere, il fighetto milanese, temprato da anni di dura gavetta con la fighetta milanese, quella che al posto di una vagina ha un diamante da 900 carati, è uno che, con le ragazze, ci sa fare. Beve due o tre bicchieri, poi il testosterone sale e parte l’assalto alla diligenza femminile. Munito di parlantina brillante - indispensabile a Milano per la sopravvivenza della specie del fighetto, grande adepto del Darwin Charles -, il nostro seduttore si avvicina alla sua vittima con mosse da provetto ballerino sordo e senza senso del ritmo che qualcuno osa definire ‘ballo’, fa partire il suo vacuo bla bla, si esibisce in una pantomima, avvinghia la preda, la fa girare come una trottola e dopo una ventina di minuti la ipnotizza con le chiavi del Porsche. Se a quel punto lei ancora non cede, passa al piano b: l’amica della preda. E se non lei, l’amica dell’amica della preda, e così via. In genere, il fighetto milanese, dovunque sia – soprattutto all’estero -, è in grado di fare conoscenza con tutta la fauna del locale, almeno fino a quando non riesce a conquistare il trofeo – se è una modella, meglio -, mostrarlo a tutti e poi portarlo a casa e scoparselo modello orango per cinque ore consecutive, probabilmente con le narici ancora infiammate dalle sue stupefacenti aspirazioni. Il giorno dopo, ancora intontito, aggiorna il suo status di Facebook: “Uè, figa, schiacciata paura!”. In fondo, è un poeta.

Il fighetto zurighese: il serial killer

È il primo prototipo di fighetto zurighese. Sta in piedi, immobile, jeans, camicia, scarpa pettinata, e fissa la sua vittima. Beve il suo drink, e fissa la sua vittima. Immobile. Beve un altro drink, e fissa la sua vittima. Nelle sue pupille si può già vedere l’immagine del delitto: lui che frusta lei, nuda, con il Rolex, poi la tramortisce con una bottigliata di Cristal, la fa a pezzi, con quelli crea un Picasso della fase cubista e nasconde poi il quadro nel caveau dell’UBS. Al decimo bicchiere, il fighetto è ancora lì, fermo, a fissare la bionda con tacco dodici che intanto si fa toccare le tette da qualche milanese di esportazione che ha passato la serata a dimostrare la tesi secondo cui l’uomo è pur sempre un animale. La differenza la fa solo il Rolex. Il serial killer vorrebbe dire qualcosa, ma non può far altro che sbiascicare frasi senza senso che qui prendono il nome di svizzero tedesco. Quando il locale chiude, lui è sempre lì, immobile, a fissare un punto nel vuoto. Per farlo uscire, l’impresa di pulizie lo solleva di peso e lo sbatte nel cassonetto delle sostanze riciclabili. La sera dopo il nuovo serial killer riciclato è ancora in pista, muto, fermo. Plastificato. Una carta di credito vivente.

Il fighetto zurighese: la sfinge

Ed eccoci al secondo prototipo di fighetto zurighese: la sfinge. Ricorda molto il serial killer, ma se ne differenzia per un approccio psicologico di fondo. Anche lui se ne sta in piedi, immobile, jeans, camicia, scarpa pettinata. Quella che fissa, però, non è una vittima. Più una preda, direi. La guarda con sguardo enigmatico e, almeno secondo lui, seducente. Il bel tenebroso. Al terzo bicchiere si avvicina. Non pronuncia parola, lo sguardo parla per lui. E a me dice, che, fondamentalmente, è un babbo di minchia, come mi insegnavano alle lezioni di letteratura comparata a Oxford. Al decimo bicchiere, la distanza si accorcia ulteriormente. Potrebbe cingerla alla vita, sussurrarle qualche amenità del caso e farle fare due risate. Invece no, prosegue il suo film muto nella convinzione che il suo sguardo ipnotico magnetizzi la bionda tacco dodici – che, tra l’altro, il serial killer sta fissando da ore dieci metri più in là – attirandola inesorabilmente verso di sé. Naturalmente, l’avrete già capito, la bionda si sta facendo calibrare le tettoie dal milanese, l’uomo del coito ergo sum. Della sfinge, a fine serata, non rimane che l’eterno enigma, leggermente modificato: il nostro fighetto è quell’animale che al mattino ha due gambe, la sera, causa testosterone in eccesso, tre, e a notte fonda, quando l’alcol è salito del tutto, quattro. Perché è così, a carponi, che se ne ritorna a casa. O quello sono io? Buona settimana a tutti.

Nota: questo post non sarebbe stato possibile senza le nottate di follia creativa passate, negli ultimi anni, con due assi del non sense come il Cioccio e il Bat – il personaggio del Papi, più che un’idea, è l’idea di un progetto – e senza il supporto inventivo di L di L&L, geniale coniatore e ispiratore di definizioni e neologismi urbani. Questo post è anche il loro.


lunedì 1 marzo 2010

Il dono più bello

Olimpiadi invernali di Vancouver. Slalom parallelo di snowboard. Il commentatore di RSI2 – la rete svizzera italiana, per chi non conosce altra verità che la santissima trinità di canale cinque, italia uno e rete quattro – si perde nei meandri dell’italiano: “Dalla nostra postazione vedavamo…”. Vedavamo? Io vedavo, tu vedavi, egli vedava. Noi vedavamo. In effetti. Le atlete scendono e a fatica non ruzzolano giù per la pista nascosta dalla nebbia, ma quello che inforca il paletto, almeno con la lingua, è il telecronista.

Carolina Kostner è una che, agli appuntamenti importanti, non sbaglia mai. Una vera campionessa. Axel, caduta. Toe-loop, caduta. Flip, caduta. Il pubblico mormora. E lei cade. “Sento che ho ancora dentro da dare, non mi arrendo”. Sì, però la prossima volta, tiralo fuori. Saluta, addolorata, il giornalista e poi, credo, cade. La pubblicità interrompe il calvario. Sbuffo, e aggiorno il mio status di Facebook con frasi che lasciano il segno, tipo “Sopra la panca la capra campa”, “I trentatre trentini erano trentadue” o “Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”. Non so quale fenomale prodotto sia reclamizzato in questo momento ma il mio orecchio sinistro, pur continuando a contenere un discreto quantitativo di acqua che potrebbe tranquillamente riempire una piscina olimpionica, capta queste due parole: “… sguardo penetrante…”. Fermi tutti! Mi raccolgo a riflettere. Un millesimo di secondo. Che cos’è esattamente uno sguardo penetrante? Qualcosa che ha a che fare con un maniaco sessuale, dal vago retrogusto spermatico? Lo sguardone penetrante. E poi cosa penetra? Domande senza risposta che afflosciano il mio, di sguardo, lasciandomi con quella tipica espressione ottusa dell’ebete. Non so perché, ma mi vengono in mente quegli occhiali a raggi x che venivano pubblicizzati su giornali culturali come L’Intrepido o Il monello e che millantavano la possibilità di penetrare i vestiti e guardare quello che c’era sotto. Io ero piccolino ma l’idea di poter vedere tette per tutta la città erà gia qualcosa che esercitava un discreto fascino. Adesso ci sono i body scanner negli aeroporti, ma non è la stessa cosa: se vado in giro con una roba del genere montata sopra un paio di occhiali, mi sa che non passo inosservato.

Ho ricevuto dalla mia famiglia un foglio. Su questo foglio sono scritte alcune frasi. Frasi per me. Frasi su di me. Frasi scritte da mio padre. Da mia madre. Da mia sorella. Sono parole bellissime, ma non riesco a ricordarle. E non ci riesco perché era un sogno. Era un sogno, ma non importa, perché questo è stato il regalo più bello che qualcuno mi abbia mai fatto. E anche se la luce del mattino si è portata via questo dono, me ne ha lasciato il ricordo. Un giorno, forse domani, forse tra dieci, venti anni, chissà, un giorno, io non ci sarò più. La mia vita, in quel momento, non sarà stata altro che un sogno, mio, o delle persone che mi hanno voluto bene. Purtroppo, non sarò lì a svegliarmi. La luce del mattino sorgerà di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora. Magari, però, proprio come quelle parole, sfuggenti, svanite eppure così presenti, il mio ricordo rimarrà come malinconico compagno, struggente pensiero, in qualcuno. In fondo, almeno un po’ - anche se non sapremo mai perché siamo gettati in questo stupido mondo per poi doverlo abbandonare, sempre troppo presto - si vive per questo. Anche per questo. E per questo io ricordo e ricorderò. Fino a quel giorno – Dedicato a chi non c’è più