lunedì 14 dicembre 2009

Invecchiare costa

A Zurigo canta Tony Bennett. Non proprio a Zurigo. Diciamo che canta nel mio appartamento, anche se non è proprio così. Diciamo che canta nel mio iPod, anche se non è proprio così. Insomma, sto ascoltando Tony Bennett. E mentre lo ascolto e l’orchestra riempie con il suo accompagnamento caldo e avvolgente tutto il salotto – non che ci voglia molto, o me o il divano, tertium non datur –, mi trasferisco. Sì, sono da un’altra parte, in un mondo differente, dove tutti sono buoni e belli, dove le mamme sfornano irresistibili torte con le mele la domenica a pranzo, dove non ci sono guerre, dove le caprette fanno ciao a Heidi e Biancaneve non viene stuprata da sette nani minatori ucraini, dove gli uccellini cinguettano tutto il giorno e parte la musica di sottofondo quando una coppia si bacia, dove si può ancora sognare a occhi aperti e nessuno è lì a dirti “Svegliati, hai trentatre anni”. Svegliati, diventa una persona seria. Responsabile. Vestiti bene. È ora di sistemarsi. Cercati una brava ragazza. Ecco, gli standard americani hanno questo potere su di me: mi fanno evadere, per un momento da questa realtà, per catapultarmi in una realtà fiabesca. Molto sentimentale, lo ammetto, il livello del glucosio è schizzato alle stelle, però non ci posso fare niente: la domenica sono particolarmente malinconico e sentimentale. Il secondo effetto degli standard americani in versione orchestrata e patinata è quella di farmi sentire a New York, anche se non ci ho mai messo piede in tutta la mia vita. Sarà l’effetto Woody Allen. Anche qui a Zurigo. Certo, questa città, di Grande Mela, ha ben poco, però, sotto casa mia, c’è un chiosco che fa molto “Smoke”. Le analogie finiscono qui, dove inizia il mio post, perché in effetti è proprio di questo chiosco che volevo scrivere. Lo gestiscono dei tizi che secondo me sono turchi, non parlano una parola di inglese ma si esprimono in uno svizzero tedesco incomprensibile. Anche a loro. Il giro è losco, si parla di gente che entra, ritira soldi, cose strane, poco chiare. Tutte le domeniche scendo per comprare il Corriere. La cosa divertente è che mi chiedono sempre il prezzo: “Wie viel?” “Drei franken”, però, poi, come al solito, pago io. Se avete bisogno di sigarette, alcol, riviste, bibite e snack ipercalorici, il chiosco vi salva la vita, è aperto tutti i giorni, fino alle dieci, undici di sera. Non si può dire che ai gestori manchi il senso del commercio. Un giorno entro in cerca di vodka. Una vodka. Che non c’è. In tedesco maccheronico chiedo se, per caso, ne hanno magari una bottiglia. Di Grey Goose. Il tizio fa una faccia strana e mi si avvicina. Io temo che mi voglia menare e subito spiego che non lo stavo insultando ma è il nome di una vodka francese, al che la sua faccia si fa ancora più cupa e capisco che i francesi stanno proprio sul cazzo a tutti. Comunque, non ce l’hanno. Il giorno dopo, tornando dall’ufficio, passo davanti al chiosco e cosa vedo esposta in vetrina? La bottiglia di Grey Goose. Che figli di puttana, impossibile non amarli. Fino a ieri. Decido di invitare due o tre amici da me per bere qualcosa dopo cena. Verso le nove e mezza breve controllo: vodka, due bottiglie. Tac. Red bull? Tac, comprare. Rum, mezza bottiglia. Tac, comprare. Coca? Mezza bustina, tac! Scherzo, per chi dovesse subito credere a tutte le stronzate che scrivo. Coca, una bottiglietta. Tac, comprare. Mi avvolgo dentro strati di piumino in fiamme, perché fuori si gela davvero, ed esco in missione, faccio razzia di tutto quello che mi occore e, rapido e indolore, ritorno nell’accogliente tepore di casa. Tiro fuori il rum dal sacchetto e lo metto sulla mensola in cucina, di fianco all’altra bottiglia di rum. Meglio togliere il prezzo, non è educato mostrare agli ospiti di quanto si è svuotato il tuo conto in banca. Anche l’altra bottiglia ha ancora il prezzo bello in mostra e allora via anche quello. E… e mi accorgo di qualcosa di strano. Il nuovo acquisto mi è costato dieci franchi in più. Dieci. Controllo meglio. No, no, sono proprio dieci franchi in più. Dieci. Ora, la marca è la stessa. Quindi non è quello il problema. L’invecchiamento pure, quindi nemmeno questo è il problema. E allora? Penso o qualcosa di simile. La prima bottiglia l’ho comprata due mesi fa. Sarà l’inflazione? Impossibile, in Svizzera l’inflazione è vietata per legge. Forse il negoziante è un grandissimo figlio di puttana? Impossibile, perché i figli di puttana, a Zurigo, lavorano tutti in banca. Forse la domanda è talmente alta che giustifica un aumento sconsiderato del costo? Impossibile, perché il rum è troppo scuro per gli svizzeri, che bevono solo vodka. Forse non ci sono più le mezze stagioni? Questa non c’entra un cazzo ma in un discorso va sempre bene. E poi è arrivato l’eureka: il cielo si è aperto e la terra ha tremato. La bottiglia è invecchiata di sette anni, ma non è esattamente così. La bottiglia è invecchiata di due mesi in più dell’altra, è ovvio: 7 años y 2 meses. Semplice. Chiaro. Devo rammentare più spesso a mia madre che ha partorito un genio. La domanda a questo punto non può più essere procrastinata: quanto cazzo pagherò la bottiglia di rum tra un anno? Domani vado a chiedere l’aumento.

lunedì 7 dicembre 2009

L'investitura

Il tram è fermo. Qualcuno scende, qualcun altro sale. In direzione opposta, sulla banchina, in attesa, due ragazze. Una - ho impresso vivida nella mente l’immagine dei suoi guanti, bianchi – è bella. Bellissima. Difficile non notarla. Mi rammenta, non so perché, delle donne ritratte da Gauguin, di Tahiti e della Polinesia. Indico la meravigliosa creatura ai miei compagni di viaggio descrivendola con un efficace sineddoche: “Che bella figa!”. Come scrive il Novalis, il poeta comprende la natura meglio dello scienziato. E poi succede un fatto inaspettato, una rivoluzione concettuale che riduce Copernico, Darwin e Freud a dei nani da giardino, a delle suppellettili inutili e insignificanti: lei, la dea dell’amore, la mia musa ispiratrice, l’equilibrio classico tra forma e contenuto, mi sorride, mi saluta e mi manda uno, due, tre e chi li conta più baci con la mano. L’ego del sottoscritto ringrazia. La mia fantasia, ruspante come non mai, si mette subito al lavoro e crea, in uno schiocco di dita, un romanzo epico in cui la parola “sesso” compare una riga sì e una no. Intanto, il tram riparte. Lei manda baci. Io sublimo. E sì, perché questo succede ad aver passato la vita tra libri e spartiti: il mondo platonico delle Idee fa grandi pernacchie alla praticità della vita quotidiana e, nello specifico della situazione, ti lascia lì, seduto, a guardare dal finestrino, concettualizzando chissà cosa, mentre la sana prosaicità degli amici – bastardi – si abbatte su di te come una scure sotto sembianze di una parola che non ti lascia scampo e che, tutto sommato, ha una sua verità innegabile: “Babbo!”. In realtà, questo è solo il pretesto per parlare di altro. Ammetto l’immensa utilità del prendersi in giro, un concentrato di onestà intellettuale e perverso masochismo che serve sempre a ricordarci che, per dirla alla Haim Baharier, siamo tutti claudicanti, anche se ognuno pensa che ci sia qualcuno che zoppica di più. Lo ammetto, ma perché infierire quando ho già amici pronti a sostenere la parte? Perciò, tornerò all’argomento che tanto caro mi fu. Le milanesi. Mi sono chiesto, che cosa sarebbe successo se la stessa scena fosse successa a Milano? Come minimo, sciopero dei mezzi, e la storia finisce qui. Supponiamo, quindi, che funzioni tutto come dovrebbe funzionare. Io guardo la ragazza. La milanese si accorge dell’attenzione e: 1) intanto pensa che sono uno sfigato, perché prendo i mezzi pubblici lenti, affollati di immigrati, barboni, adolescenti brufolosi e puzzolenti e vecchi catarrosi e dal naso perennemente colante che ti attaccano la suina. Lei va in giro con lo scuter con la ‘u’. Scuter. La borsetta di Gucci, nel tram, mi si affloscia. 2) Se riesce a oltrepassare questa barriera invalicabile, cerca di capire se le posso interessare oppure no. Se non le piaccio, si volta dall’altra parte ed è finita lì. Se le piaccio, pur di non farmelo capire, si genuflette in direzione della Mecca, rilegge i messaggi degli ultimi tre anni, parla con il tombino e si esibisce in riti propiziatori. Tutto, pur di non farti capire assolutamente nulla. La conquista, per il milanese, nella sua città natale, è un passaggio all’età adulta fatto di fatica, sudore, dolore, umiliazione, eroismo, sopportazione, resistenza. E soldi, parecchi. La ragione? L’educazione, immutata da secoli, che si trasmette di generazione in generazione. La milanese, la mamma della milanese, la nonna della milanese e così, a ritroso, fino ad Eva che non era milanese però stronza di sicuro, viene cresciuta da sua madre come una principessa. La principessa. E il padre, che al fascino femminile non è in grado di sottrarsi, è complice della creazione del mostro, questo Golem griffato dell’ape, della santa triade di Santa, Forte, e Curma e del uicchendino perché la domenica mi rompo i coglioni. La principessa, che è la più bella, la più intelligente e la più insopportabilmente viziata dell’universo, comanda sovrana nel suo regno. Impara l’arte del dispotismo. Tiranneggia. Quando, improvvisamente, la natura entra prepotentemente nella sua vita, rendendola mensilmente ancora più imprevedibile e dittatrice, la madre sa che è venuto il momento. L’appuntamento con la storia. La prende per mano e la porta nel modesto salotto di duemila metri quadrati, parquet, marmo, tappeti persiani, divani di velluto e cinema con poltrone e biglietteria annessa. Lì, sotto il ritratto gigante dell’avo, il grande filantropo, l’arcivescovo, il mercante di schiavi, il colonizzatore, l’inquisitore, il santo, l’erudito, il nobile, il mistico, l’amico di papi e crociati, l’umanista lì, la fa inginocchiare e, appoggiandole la borsa gigante di Fendi sulla spalla, che fagocita la piccolina, pronuncia una frase. Una sola frase, dalle conseguenze, però, nefaste. Una sola frase su cui è stata costruita la nosta amata e odiata città. Una sola frase che, pare, la prima volta che è stata pronunciata, abbia creato un collasso gravitazionale: “Ce l’hai solo tu”. Ed è la fine. Per noi, l’inizio di un incubo da cui non ci potremo mai risvegliare.

p.s: si scherza, lo sapete e poi, lo dico in particolare alle mie amiche, generalizzare è sempre sbagliato: credo che ci siano almeno un discreto numero di milanesi che non sono affatto, affatto, come le ho descritte. Sono molto peggio.

lunedì 30 novembre 2009

Palo Alto

Sabato notte, le due circa. Domenica mattina, volendo essere precisini. Le due e un quarto di domenica mattina, se proprio vogliamo fare gli svizzeri – i secondi, purtroppo, non me li ricordo. Cammino in direzione dello Zukunft, dove mi attendono dotti studiosi di ermeneutica per discutere di “Gadamer e l’interpretazione del cuba libre”. L’inquietante e borghese silenzio della città viene interrotto bruscamente da urla di guerra. Mi volto e vedo, dall’altra parte del marciapiede, un gruppo di portatori sani di vacuum cerebris che, novelli cavalieri rosso crociati, si randellano con dei pali lunghi almeno un paio di metri. Sbraitano, tirano calci ai cestini, sghignazzano garruli e si randellano. Che siano anche loro invitati al convegno? La domanda è ragionevole, ma l’amara riflessione a cui giungo subito dopo lo è molto di più: la polizia, quando serve, non c’è mai. I miei neuroni non fanno nemmeno in tempo a riprendersi da questa fatica elaborativa che, da dietro l’angolo spunta, modello A-Team, il furgone della Polizei. Fanno il giro della piazza e si fermano proprio davanti ai facinorosi che, alla vista delle divise, assumono un contegno che Monsignor Della Casa avrebbe certamente potuto citare come esempio di perfetto galateo nel suo celebre libro. Non so come sia andata a finire, ma mi immagino qualcosa del genere:

Polizei: Cosa stavate facendo con quei pali?
Facinorosi, fischiettando con fare da gnorri,i pali “nascosti dietro la schiena: Quali pali?

Polizei: Quei pali!

Uno dei facinorosi: Ah, questi pali? Ci servivano per un esperimento filosofico. Io sono convinto che la realtà non esiste e che non siamo altro che cervelli dentro a una vasca. I miei amici erano convinti del contrario e hanno cercato di dimostrarmelo percuotendomi un palo sui denti. Non sono ancora convinto che tutto questo sia reale, ma nel dubbio ho già preso appuntamento col dentista.

Polizei: Multa! La realtà esiste così come i cantoni svizzeri, per quanto ne dica Woody Allen.

Non sto a giudicare. Credo ci siano modi migliori per divertirsi, e anche più intelligenti. D’altronde, anche scolarsi una bottiglia di rum e ballare fino alle otto del mattino non è un modo particolarmente intelligente di divertirsi. E sicuramente è molto più dispendioso. Perciò, ora vi saluto e vado su eBay a vedere se riesco a ordinare un palo di due metri. E una ballerina da metterci di fianco.

mercoledì 25 novembre 2009

Un post assolutamente inutile

Vorrei spezzare una lancia… in testa a chi ha inventato l’uso dell’“assolutamente sì”. Provate a farvi un giro su qualsiasi canale italiano e sentirete:

1. la conduttrice starnazzante, ispirata dalle musa: “assolutamente sì”
2. il politico moralista, esaltato da furor divino: “assolutamente sì”
3. il concorrente mono neurone del Grande Fratello, spinto dal fatto che sia l’unica parola che può pronunciare senza dover consultare il dizionario: “assolutamente sì”
4. Il calciatore a fine partita, ma solo perché glielo hanno suggerito: “assolutamente sì”
5. Topo Gigio: “assolutamente sì”, ma d’altronde, inutile pretendere di più da un topo che passa il giorno a lavarsi le mani per paura della suina

A volte muta. “Assolutamente no”. La sostanza, però, non cambia. Questo significa che non basta più essere d’accordo o meno con qualcuno o qualcosa, ma bisogna esserlo in modo assoluto. Un assolutismo poco illuminato, direi. Perciò, non si può più essere morti, ma bisogna esserlo assolutamente, perché correre il rischio di esserlo in parte sarebbe disdicevole. Per non parlare delle donne incinta. “Sei incinta?” “Assolutamente sì”, perché l’uso semplice del solo “sì” potrebbe causare nell’altro interlocutore l’idea di un essere incinta solo parziale. Il rischio è troppo grande. E al liceo? “R., oggi lei è impreparato. Tre. Anzi, assolutamente tre”. Dura, davvero.

Purtroppo, che ci volete fare, io sono ancora un democratico di vecchio stampo. Gli assolutismi non mi sono mai piaciuti. Perciò, a breve, chiederò un referendum per l’abrogazione dell “assolutamente sì” e “dell’assolutamente no”.

“Ma che, stai scherzando?”

Assolutamente sì.

venerdì 20 novembre 2009

Il portaborsone

L’avambraccio – che, a meno che non siate nati a Černobyl' nel 1986, è quell’arto compreso tra gomito e polso – è piegato e forma un perfetto angolo di novanta gradi con il braccio; il palmo della mano è rivolto verso l’alto. O verso il basso, a seconda. Il polso ciondola, inerte, senza vita. No, non ci troviamo in piazza del Duomo e su quell’avambraccio non è appollaiato uno stuolo di piccioni cagatori pronti a essere sfamati con briciole, noccioline e cassoeula. No, quello che vi trovate davanti è il tipico esemplare di femmina milanese. Dall’avambraccio, infatti, penzola in genere una griffatissima borsa capace di contenere un intero gurdaroba. Una volta si usava la spalla per trasportare borse, borsette e borsoni. La spalla era fatta apposta per quello. La spalla era fatta solo per quello. Le più ardimentose si azzardavano ad usare la mano. Coraggiose. Poi… poi arrivò lei. Paris Hilton, immortalata dai paparazzi. E scoppiò la moda. Ora, il problema è che la Hilton è un prodotto commerciale plastificato che serve a pubblicizzare la catena alberghiera omonima. Non è umana. Il suo avambraccio è bionico: potrebbe attaccarci un’altalena con sopra un elefante cavalcato da Mike Tyson alla guida di un Hummere per lei sarebbe lo stesso. Riderebbe e continuerebbe a scoparsi mezzo mondo. È finta. Ma le ragazza milanesi? Le vedi che riempono le palestre, tirano su pesi, fanno pilates e tutto per cosa? Per far penzolare il borsone dall’avambraccio. Le vedi che si trascinano per la città, cercando di mantenere l’equilibrio e di non essere sopraffatte dal borsone. È una lotta per la sopravvivenza della milanese dura e incazzosa, è la dura legge della griffe. Ma voi avete mai visto cosa c’è dentro a quelle Louis Vuitton ipertrofiche, a quelle pantagrueliche Prada, a quelle Marc Jacobs titaniche? Di tutto: libri, mazzi di chiavi, cani, lucidi da labbra,cellulari, sedie, barche a motori, il catalogo dell’Ikea. Pare addirittura che, una volta, una di queste borse sia stata utilizzata come rifugio da Saddam Hussein. Insomma, bisogna avere il fisico. A volte, quando il caso lo richiede, il borsone si trasforma in una borsetta mignon, quella per intenderci capace di ospitare solo la carta di credito, che tanto loro non usano mai. Con quella, cambiano aspetto: i lineamenti del volto si distendono, il fisico si rilassa, compare forse un sorriso. Scompare invece dalla faccia del compagno, che ha già capito come andrà la serata. Come sempre: e io pago!

Non ho nulla contro borse, borsette e borsono, di marca o no. Semplicemente, non mi piace questa moda degli ultimi anni alla Paris Hilton. La trovo demenziale. Ho descritto la milanese perché è la tipologia di ragazza che conosco meglio, ma la globalizzazione non risparmia nessuno: stamattina, qui a Zurich, sceso dall’autobus, mi sono accorto di avere davanti a me un plotone di ragazzine starnazzanti. Starnazzanti alla svizzera. Tutte con il borsone. Sull’avambraccio. La differenza? Be’, sono quasi sicuro che qui in Svizzera, questa cosa, sia regolata da una legge. Buon fine settimana a tutti!

lunedì 9 novembre 2009

Spegnetemi il dj


Tunz tunz tunz.
Sono le sette di mattina.

Bum bum bum.
Sono le sette e un quarto di mattina. E il dj? Continua a suonare.

Tunz tunz tunz.
Sono le sette e venti.

Bum bum bum.
Sono le sette e mezza. Il mio amico ha detto che si fa chiusura. E il dj? Il dj è uno stronzo, perché continua, imperterrito, a suonare. Ci saranno dieci persone in pista che ballano completamente fuori tempo e lui è ancora lì, cuffia in testa, braccio che mulina in aria, tunz tunz e bum bum.

Tunz tunz tunz.
Sono le otto di mattina.

Bum bum bum.
Sono le otto e mezza. E il dj? E’ nel mirino del mio fucile. Bang bang bang, ma è solo un sogno.

Tunz tunz tunz…
Sono le nove di mattina. M. e io ci lanciamo uno sguardo di intesa. O meglio, il mio è di disperazione, il suo di completa rassegnazione.
“E se andassimo?”. Lampi di genio che squarciano il buio di menti offuscate dalla stanchezza. Niente più bum bum bum. Si torna a casa.

Sonno breve, corto, troppo corto. L’orecchio destro sibila, mi fischia, cartellino rosso, espulso. Fuori grigio, freddo, pioggia, silenzio. Passano i tram. Qualche macchina. Qualche passante. Usciamo in cerca di cibo, attratti dagli odori, dai sapori. Dalla pancia vuota. Dalla fame chimica. Camminiamo, avvolti da strati di vestiti, le mani in tasca, mentre… ma, scusate, e il dj?

Il dj, mi sa tanto, è ancora lì. Che suona. Tunz tunz tunz. Bum bum bum.

lunedì 2 novembre 2009

Incontenibili... emozioni



La lettura di questo post è vietata a chi possiede un quozientedi intelligenza superiore a 75. Può avere effetti collaterali, prima dell’uso consultare un ottimo psichiatra.

Sabato sera: una stanza, qualche collega, poche sedie. E lei. La bottiglia di vodka. Era lì, che aspettava, tra un bicchiere di vino e l’altro. La sua vita è stata breve, ma intensa. Ha donato gioia, serenità, amore. Ci mancherà. Ci mancherà?

Non credo. Quando abbiamo lasciato l’appartamento erano le dieci di sera. Io sono rientrato a casa parecchie ore dopo. Forse erano le sei, forse le sette. Non mi ricordo. Quello che mi ricordo, però, è che abbiamo continuato a bere vodka. Tanta vodka. E tanta red bull. Ho qualche vuoto, però mi vedo camminare per la strada deserta in stato altamente confusionario discorrendo da solo ad alta voce, concatenando parole senza un filo logico in un monologo degno di citazione nel DSM. Pura follia, e lo intendo per davvero. Il peggio, però, doveva ancora succedere.

Riflesso condizionato. Avete presente Pavlov e il cane sbauscione, quello che produceva ettolitri di saliva al semplice suono di un campanello? Ecco, io, invece, al ritorno da una notte brava, non appena infilo la chiave nella serratura della porta, provo un impellente stimolo che mi spinge con forza verso la tazza del cesso e mi obbliga, il più velocemente possibile, a svuotare la vescica. Questo quando sono ancora in grado di controllarlo, lo stimolo. Domenica mattina, invece, è stato lui a prendere il sopravvento. Ho provato a slacciare i bottoni, ma non ne ho avuto il tempo. E così, due minuti dopo, ero sdraiato sul pavimento, uno straccio in mano, nel tentativo di lavare il pavimento. Visto che la posizione non era poi così scomoda, lì per terra, ci sono rimasto anche più del dovuto.

Ho avuto serate migliori. Risvegli migliori. Mi sono detto, come centinaia di altre volte, che questa era l’ultima volta. Ho provato a sentirmi in colpa, e ci sono anche riuscito, ma tanto so che non servirà a nulla, perché sono umano, troppo umano. Perché l’anima è una scintilla divina, ma il nostro corpo è fatto di polvere. Il mio più di vodka che di polvere, ma comunque.

Epilogo. Se volete una morale da tutto ciò, non l’avrete. Però, magari, la prossima volta esco con un pannolino.