
lunedì 12 aprile 2010
La lingua salvata

martedì 6 aprile 2010
Dio le fa e poi le accoppia
Hulk_1.jpg)
lunedì 29 marzo 2010
Il figlio del papi, la sfinge e il serial killer
Oggi vorrei trattare un argomento che mi sta molto a cuore, occupa i miei pensieri giorno e notte e a cui ritengo sia dedicato troppo poco spazio in relazione all’importanza che riveste: il fighetto zurighese. Non è però possibile una comprensione approfondita del tema senza il paragone con l’omologo milanese. Analizzeremo prima le somiglianze per poi trattare le differenze.Somiglianze
Il fighetto ha un papi alle sue spalle che foraggia l’erede con una paghetta degna di un dirigente d’azienda. Il papi, che gira con un SUV delle dimensioni di un Titanic e come auto da città utilizza un BMW serie 7. Al massimo, il parcheggio se lo compra. Il fighetto, se è stato bravo e ha preso almeno un 19 al primo esame – rigorosamente economia, giurisprudenza o medicina, lettere o filosofia se è proprio un radical chic e il verbo ‘lavorare’ sa che esiste nel dizionario ma ne ignora il significato -, riceve in premio il Porsche, che a Milano chiamano ‘il porschino’ perché, paragonato alla macchina del papi, sembra un giocattolo per bambini dell’asilo. Il fighetto abita in centro in un modesto appartamento di 500 metri quadrati pieno di antichi tappeti persiani, arazzi, argenteria, mobili di antiquariato, soffitto a cassettoni, quadri del Seicento, foreste di benjamin ficus, collezioni chilometriche di orologi di lusso e squadra di calcio di domestici filippini che vengono smistati, a seconda, tra Santa, Curma, Forte e St. Moritz. Quelli dello zurighese, tra Santen, Curmen, Forten e St.Moritzen perché aggiungere la desinenza tedesca fa molto fighetto. Il golf è un dovere. Le vacanze in barca a vela, un piacere, ma solo se la barca è un trenta metri con equipaggio e il massimo che il fighetto deve fare è stappare le bottiglie di Cristal. Il fine settimana il fighetto si riunisce con altri fighetti in quei luoghi di socializzazione culturale chiamati discoteche, prende un tavolo e ordina qualche litro di Grey Goose o Belvedere con contorno di red bull, lemon soda e donne con micro gonne, micro tanga e micro cerebri. Poi inizia la serata. E finiscono le somiglianze.
Differenze
Il fighetto milanese
Lo dobbiamo riconoscere, il fighetto milanese, temprato da anni di dura gavetta con la fighetta milanese, quella che al posto di una vagina ha un diamante da 900 carati, è uno che, con le ragazze, ci sa fare. Beve due o tre bicchieri, poi il testosterone sale e parte l’assalto alla diligenza femminile. Munito di parlantina brillante - indispensabile a Milano per la sopravvivenza della specie del fighetto, grande adepto del Darwin Charles -, il nostro seduttore si avvicina alla sua vittima con mosse da provetto ballerino sordo e senza senso del ritmo che qualcuno osa definire ‘ballo’, fa partire il suo vacuo bla bla, si esibisce in una pantomima, avvinghia la preda, la fa girare come una trottola e dopo una ventina di minuti la ipnotizza con le chiavi del Porsche. Se a quel punto lei ancora non cede, passa al piano b: l’amica della preda. E se non lei, l’amica dell’amica della preda, e così via. In genere, il fighetto milanese, dovunque sia – soprattutto all’estero -, è in grado di fare conoscenza con tutta la fauna del locale, almeno fino a quando non riesce a conquistare il trofeo – se è una modella, meglio -, mostrarlo a tutti e poi portarlo a casa e scoparselo modello orango per cinque ore consecutive, probabilmente con le narici ancora infiammate dalle sue stupefacenti aspirazioni. Il giorno dopo, ancora intontito, aggiorna il suo status di Facebook: “Uè, figa, schiacciata paura!”. In fondo, è un poeta.
Il fighetto zurighese: il serial killer
È il primo prototipo di fighetto zurighese. Sta in piedi, immobile, jeans, camicia, scarpa pettinata, e fissa la sua vittima. Beve il suo drink, e fissa la sua vittima. Immobile. Beve un altro drink, e fissa la sua vittima. Nelle sue pupille si può già vedere l’immagine del delitto: lui che frusta lei, nuda, con il Rolex, poi la tramortisce con una bottigliata di Cristal, la fa a pezzi, con quelli crea un Picasso della fase cubista e nasconde poi il quadro nel caveau dell’UBS. Al decimo bicchiere, il fighetto è ancora lì, fermo, a fissare la bionda con tacco dodici che intanto si fa toccare le tette da qualche milanese di esportazione che ha passato la serata a dimostrare la tesi secondo cui l’uomo è pur sempre un animale. La differenza la fa solo il Rolex. Il serial killer vorrebbe dire qualcosa, ma non può far altro che sbiascicare frasi senza senso che qui prendono il nome di svizzero tedesco. Quando il locale chiude, lui è sempre lì, immobile, a fissare un punto nel vuoto. Per farlo uscire, l’impresa di pulizie lo solleva di peso e lo sbatte nel cassonetto delle sostanze riciclabili. La sera dopo il nuovo serial killer riciclato è ancora in pista, muto, fermo. Plastificato. Una carta di credito vivente.
Il fighetto zurighese: la sfinge
Ed eccoci al secondo prototipo di fighetto zurighese: la sfinge. Ricorda molto il serial killer, ma se ne differenzia per un approccio psicologico di fondo. Anche lui se ne sta in piedi, immobile, jeans, camicia, scarpa pettinata. Quella che fissa, però, non è una vittima. Più una preda, direi. La guarda con sguardo enigmatico e, almeno secondo lui, seducente. Il bel tenebroso. Al terzo bicchiere si avvicina. Non pronuncia parola, lo sguardo parla per lui. E a me dice, che, fondamentalmente, è un babbo di minchia, come mi insegnavano alle lezioni di letteratura comparata a Oxford. Al decimo bicchiere, la distanza si accorcia ulteriormente. Potrebbe cingerla alla vita, sussurrarle qualche amenità del caso e farle fare due risate. Invece no, prosegue il suo film muto nella convinzione che il suo sguardo ipnotico magnetizzi la bionda tacco dodici – che, tra l’altro, il serial killer sta fissando da ore dieci metri più in là – attirandola inesorabilmente verso di sé. Naturalmente, l’avrete già capito, la bionda si sta facendo calibrare le tettoie dal milanese, l’uomo del coito ergo sum. Della sfinge, a fine serata, non rimane che l’eterno enigma, leggermente modificato: il nostro fighetto è quell’animale che al mattino ha due gambe, la sera, causa testosterone in eccesso, tre, e a notte fonda, quando l’alcol è salito del tutto, quattro. Perché è così, a carponi, che se ne ritorna a casa. O quello sono io? Buona settimana a tutti.
Nota: questo post non sarebbe stato possibile senza le nottate di follia creativa passate, negli ultimi anni, con due assi del non sense come il Cioccio e il Bat – il personaggio del Papi, più che un’idea, è l’idea di un progetto – e senza il supporto inventivo di L di L&L, geniale coniatore e ispiratore di definizioni e neologismi urbani. Questo post è anche il loro.
lunedì 22 marzo 2010
Paura e delirio a Zurigo
Si accendono le luci. Signorie e signore, la festa è finita. Riluttanti e a malincuore, abbandoniamo la pista da ballo che, devo ammettere, questa notte ci ha visto protagonisti. E non parlo di piroette alla Roberto Bolle. Lo sbalzo termico tra interno ed esterno ti colpisce come un gancio destro in piena mandibola. Se sei una persona normale. Se, invece, il tuo corpo è un’autostrada percorsa da litri di vodka, il gancio te lo prendi lo stesso, ma rimani lì, fermo, impassibile. Porgi l’altro gancio. Quello che invece serve, in momenti come questi, è qualcosa di grande e grosso da infilare in bocca. Sto parlando di uno di quei panini grossi come un disco volante che colano salse da ogni lato. Direzione Burger King, 200 metri più in là. Il gruppo di filologi è composto da un milanese trapiantato a Londra e folgorato sulla via del kebab, un pettinato maledetto alle prese con una gastrite da bollicine e un’alitosi da alcolizzato, L&L, miei fedeli compagni di bisbocce zurighesi affetti, come me, da vampirismo, e il sottoscritto che si era ripromesso, almeno per una volta, di bere e fumare poco e invece, come al solito, ha ceduto ai vizi più sfrenati. Le diserzioni sono due. La prima ha avuto luogo un paio di ore prima, quando Mr.X, dopo aver scaldato gli animi con il numero dell’orologio, la pantomima del sodomita belga e la teoria della prestidigitazione alla thailandese, ha abbandonato improvvisamente le luci della ribalta, ripiegando per non si sa bene dove. La seconda si è svolta pochi minuti prima della spedizione verso hamburger e patatine fritte, quando Mr.C, dopo aver passato metà serata seduto, in silenzio, a scolarsi una vodka dietro l’altra e l’altra metà a dimenarsi come un tarantolato in preda al canto delle sirene orientali, ha provato a sbiascicare disperatamente qualcosa prima di infilarsi dentro a un taxi e perdere l’uso neuronale per un discreto numero di ore. Pochi metri prima di raggiungere l’agognata meta, L, quello del famoso protocollo uno, due e tre, l’ideatore della lumacosi conclamata e di quella addirittura incancrenita, ha un’idea a dir poco geniale: per nulla sensibile all’effetto dell’alcol, prende la rincorsa e, con una perfetta azione da giocatore di hockey, si lancia contro un cartellone pubblicitario, subendo l’azione di una forza uguale e contraria che lo sbalza con violenza per terra. La scena suscita l’ilarità generale e il ricorso all’uso della forza della polizia zurighese, pronta a intervenire decisa alla prossima cazzata etilica con elicotteri e agenti anti sommossa. Visto che sono l’unico, qui, ancora dotato di quel minimo di civiltà necessaria per ordinare, entro e mi metto in fila. Peccato che la civiltà mi abbandoni a causa di un attacco narcolettico fulminante, immortalato alla maniera nipponica da quei gran bastardi con cui mi tocca andare in giro. Le riprese non vengono gradite dall’uomo della sicurezza, che li avverte che, per molto meno, ha costretto diversi clienti a seguire l’intero festival di Sanremo. La minaccia non sortisce alcun effetto ed evapora senza lasciare alcuna traccia, come certi discorsi che mi tocca sorbire ogni tanto. Intanto, nella catena che unisce l’uomo alla scimmia, vengo superato dall’uomo terribilmente pettinato e pingue che, visto che io mi piego come un canneto sotto folate sempre più narcolettiche, fa un passo in avanti verso la condizione umana e prende il mio posto davanti alla cassa. Finalmente ordiniamo, perché si sa, l’appetito vien mangiando, mentre l’ape tito vien con l’ape ritivo. Il tentativo di darsi un contegno è però vanificato da un altro intervento a d’uopo di L, quello del famoso protocollo uno, due e tre, l’ideatore della lumacosi conclamata e di quella addirittura incancrenita, l’inventore del placcaggio del cartellone pubblicitario. Novello Pierino, si avvicina alla cassa con noncuranza, fischiettando ‘L’anello del Nibelungo’ di Wagner, tutte e quattro le opere . O forse non fischietta, ma è come se lo facesse. Insomma, arriva davanti al bancone e appena la ragazza è distratta, mimetizzato dietro a un muro, inizia a schiacciare tasti a vanvera sulla cassa, manco stesse suonando un Notturno di Chopin. Quando finalmente riapro gli occhi, mi ritrovo davanti a una cassiera che urla improperi in russo, all’esageratamente pettinato che blatera scuse di circostanza e a uno scontrino lungo almeno due metri. Non che mi importasse molto del resto, però quando ho visto quel papiro srotolato mi sono saggiamente chiesto “Ma quanto cazzo abbiamo speso?”. Mai giudicare dalle apparenze… In qualche modo, non chiedetemi quale, ne usciamo vivi. Io mi presto ancora a qualche scatto fotografico artistico in cui addobbo la mia stempiata incipiente con pezzi di pane, cipolle, patatine. Perché artisti si nasce. Quando cala la palpebra, però, non c’è più salsa che tenga, si torna a casa. Non senza aver fatto prima sosta al bar all’angolo per cappuccino digestivo e croissant. Ho uno stomaco multiculturale e democratico, evviva il melting pot culinario che fa stramazzare i dietologi e collassare i cardiologi. E poi tutti a nanna. Trasciniamo il piccolo grande pettinato, a fatica, su per le scale. Una volta mi è sembrato di avere visto una salma con più vita, ma forse ero io davanti a uno specchio, adesso non ricordo bene. Temo che il mio amico possa scoppiare da un momento all’altro, causando una catastrofe biologica. Almeno nel mio bagno. Invece, acqua, aspirina e pochi secondi dopo se la dorme, angelico, come un bebé, di cui, tra l’altro, conserva le fattezze, pancia a parte. L’altro, di amico, a malincuore si infila sotto il piumone e, investito da una fiatella che lo fa seriamente riflettere sulla possibiltà di chiamare un esorcista, cade in uno stato catatonico che qualcuno definirebbe sonno solo giusto per il fatto che il suo naso produce una russata del settimo grado della scala Richter che, in effetti, i più associano allo stato di riposo notturno. O ai bombardamenti in Afghanistan. E io? Io chiudo gli occhi e penso a quello che è stato, a ciò che è e che è già passato, a quello che sarà ed è già ora. E, come al solito, non ci capisco niente. Buona settimana a tutti.
lunedì 15 marzo 2010
L'iro-noia, tra sbadiglio e ironia
Milano. Ritrovato un uomo dentro a un caffè. Ristretto.La Chiesa dice ancora no al profilattico. Pare che spaventi i bambini.
lunedì 8 marzo 2010
Tanto Chiasso per nulla

Eccoci. Mi sembrava.
“S씓Mhh… Bene”
lunedì 1 marzo 2010
Il dono più bello
Olimpiadi invernali di Vancouver. Slalom parallelo di snowboard. Il commentatore di RSI2 – la rete svizzera italiana, per chi non conosce altra verità che la santissima trinità di canale cinque, italia uno e rete quattro – si perde nei meandri dell’italiano: “Dalla nostra postazione vedavamo…”. Vedavamo? Io vedavo, tu vedavi, egli vedava. Noi vedavamo. In effetti. Le atlete scendono e a fatica non ruzzolano giù per la pista nascosta dalla nebbia, ma quello che inforca il paletto, almeno con la lingua, è il telecronista.Carolina Kostner è una che, agli appuntamenti importanti, non sbaglia mai. Una vera campionessa. Axel, caduta. Toe-loop, caduta. Flip, caduta. Il pubblico mormora. E lei cade. “Sento che ho ancora dentro da dare, non mi arrendo”. Sì, però la prossima volta, tiralo fuori. Saluta, addolorata, il giornalista e poi, credo, cade. La pubblicità interrompe il calvario. Sbuffo, e aggiorno il mio status di Facebook con frasi che lasciano il segno, tipo “Sopra la panca la capra campa”, “I trentatre trentini erano trentadue” o “Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”. Non so quale fenomale prodotto sia reclamizzato in questo momento ma il mio orecchio sinistro, pur continuando a contenere un discreto quantitativo di acqua che potrebbe tranquillamente riempire una piscina olimpionica, capta queste due parole: “… sguardo penetrante…”. Fermi tutti! Mi raccolgo a riflettere. Un millesimo di secondo. Che cos’è esattamente uno sguardo penetrante? Qualcosa che ha a che fare con un maniaco sessuale, dal vago retrogusto spermatico? Lo sguardone penetrante. E poi cosa penetra? Domande senza risposta che afflosciano il mio, di sguardo, lasciandomi con quella tipica espressione ottusa dell’ebete. Non so perché, ma mi vengono in mente quegli occhiali a raggi x che venivano pubblicizzati su giornali culturali come L’Intrepido o Il monello e che millantavano la possibilità di penetrare i vestiti e guardare quello che c’era sotto. Io ero piccolino ma l’idea di poter vedere tette per tutta la città erà gia qualcosa che esercitava un discreto fascino. Adesso ci sono i body scanner negli aeroporti, ma non è la stessa cosa: se vado in giro con una roba del genere montata sopra un paio di occhiali, mi sa che non passo inosservato.