martedì 13 luglio 2010

Vodka Redbullshit

Sapete cos’è lo Zuri Fäscht? Neanche io, almeno fino a settimana scorsa. Il sito ufficiale parla di “Das Fest der Feste”, che non traduco per rispetto verso i vostri neuroni. È considerata la più grande festa popolare della Svizzera, dopo la sagra del Bratwurst e l’Heidi Swiss Festival, dove se prendi la roba giusta, ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao. In Italia, invece, visto l’ultima manovra, della bella roba te la devi prendere comunque, visto che i risparmi ti fanno ciao, i politici ti incaprettano e al massimo ti sorride Tremonti. Ma non divaghiamo troppo. Insomma, prendete la fiera degli obei obei, aggiungetele concerti, discoteche all’aperto e fuochi pirotecnici per le strade, le piazze e le zone lacustri della città – Zurigo, non Milano – e capirete che cos’è lo Zuri Fäscht. Voci di corridoio mormorano che due milioni di persone siano affluite tra venerdì e domenica: stranieri, boscaioli, montanari, banchieri, contadini, paesani, tronisti, la carica dei 101, il gatto, il topo e l’elefante, solo che non… che non si vede un cazzo, perché la gente scorre come un fiume in piena, si accalca dovunque e rende impossibile qualsiasi movimento. Se starnutisco, sono quelli accanto a me che si soffiano il naso. Aggiungo che io odio la folla. Non mi piace il contatto ravvicinato con le persone, soprattutto con quelle che non conosco. Per questo non amo le manifestazioni. Per questo vado sempre più raramente a un concerto rock. Per questo non partecipo alle riunioni di condominio. Però… però non potevo non andarci. L’integrazione. Obbligata, visto che tutti i locali della città erano chiusi per l’occasione, e io non avevo nessuna intenzione di rimanermene in casa ad aggiornare lo status di Facebook.

Incominciamo da venerdì sera. Dopo una succulenta cena con il mio vicino annaffiata da ottimo vino francese e qualche bicchiere di rum e cola – cena che si svolge fuori, in balcone, con la luce estiva che si affievolisce, piano piano, una leggera brezza a smorzare l’insolita afa. Tutto perfetto, ci vorrebbero solo un paio di tette in più ad allietare il simposio –, decidiamo di raggiungere L di L&L, capocannoniere dei mondiali di… ecco… capocannoniere. Già vagamente alticci, ci facciamo trasportare dalla massa di gente riversa nelle strade. Dopo i tipici salamelecchi, ci muoviamo in direzione del tunz tunz. Ed eccoci arrivati, una discoteca a cielo aperto, Timo Maas alla console e di fianco a me una signora sopra la cinquantina che, con la grazie di un ippopotamo, si esibisce in movimenti scoordinati che difficilmente qualcuno oserebbe definire ‘ballo’. Qualcuno sobrio, intendo. Le faccio due piroette davanti, mi libro in aria e atterro al bancone degli alcolici.

“Dreimal Cuba Libre, bitte”, ordino gentilmente alla graziosa fanciulla che si avvicina con aria interrogativa. Purtroppo, l’aria interrogativa sembra non volerla abbandonare.

“Dreimal Coca und Rum, bitte”. Specifichiamo che non si sa mai. La sua espressione denota il dubbio scettico per eccellenza mischiato a dell’ottusità di un certo spessore.

“Wir haben keine Rum, entschuldigung”

Cosa? E quella bottiglia di Bacardi cos’è? Gliela indico. Lei la osserva, stupita, ma il suo encefalogramma rimane piatto. Po,i va a consultarsi con l’esperta di alcolici della zona, con cui confabula per un paio di minuti. Forse un paio di ore. Ignoro cosa si siano dette, fatto sta che ritorna da me reggendo tre bei bicchieroni pieni di coca e rum. Brava, adesso puoi tornare a servire le spume.

Vi risparmio il proseguio della serata, tanto basta che aggiungete il numero di bicchieri e sapete all’incirca come è andata. Così, passiamo direttamente a sabato. Verso mezzanotte, satollo di pizza e del solito paio di birre medie, mi incontro con alcuni amici, pronto a godermi un’altra nottata a base di musica elettronica. Tunz tunz tunz. Trema la terra e tremano pure i miei padiglioni auricolari. Davanti a noi, un prato invaso da zombie che muovono in aria le mani e oscillano pericolosamente a ogni battito sparato da casse grosse come condomini. Qui urge trovare una soluzione. Sono il signor alcol, risolvo problemi. Mi avventuro verso il bar con cautela, stando ben attento a non calpestare i corpi esanimi che minano il terreno. Finalmente, raggiungo il mio obiettivo. Attendo con pazienza il mio turno.

“Einmal Vodka Redbull, bitte”

Questa volta la ragazza addetta alla produzione di intrugli pare andare sul sicuro. Afferra una bottiglia di Smirnoff – che schifo fa la Smirnoff?! – e ne versa un goccio nel bicchiere pieno di ghiaccio. E quando scrivo ‘un goccio’, lo intendo per davvero. Se ci sputo, riesco a riempirlo molto di più, il bicchiere. Poi, annaffia il tutto con una cascata di Redbull. Appoggia il succo di frutta sul bancone e cerca di estorcermi 14 franchi. La guardo sbigottito. Guardo il bicchiere, e lo sbigottimento non fa altro che aumentare.

“Io veramente avevo chiesto una vodka redbull, questa cos’è? Vodka Redbullshit?!!”

Mi sarebbe piaciuto dirlo. Sarei stato osannato dalla folla, portato in trionfo sul palco e attaccato a una flebo di sei litri di Belvedere. Invece, non ho proferito parola e sono tornato in mezzo al prato, alla musica frastornante, ai fattoni frastornati. Lì, solo in mezzo a tutti, il succo di frutta in mano e il mio viso, afflitto, provato, una maschera di mestizia.

Questa storia mi ha insegnato una cosa. Una cosa importante. Una grande lezione di vita. Solo che non mi ricordo più quale, perché i cocktail successivi hanno fatto il loro sporco lavoro. Buona settimana a tutti!!!

lunedì 5 luglio 2010

La calza che benda perfettamente o la benda che calza perfettamente?

Delle ultime otto settimane, sei le ho passate viaggiando. Londra, Berlino, Londra, Interlaken, Milano, Berlino. Una volta l’aeroporto esercitava un forte fascino su di me. Rappresentava l’agognata vacanza. I ricordi adolescenziali legati all’Inghilterra. La scoperta delle capitali europee. Il mare della Grecia, l’ouzo, Israele con i suoi umori, odori e sapori. E le ragazze, incontrate, incrociate o seplicemente sognate. Fino a pochi anni fa, ancora, quando vedevo un aereo sorvolare il cielo meneghino, pensavo a quei fortunati che, con le loro cinture di sicurezza ben allacciate, abbandonavano, almeno per un periodo, il fardello della logorante quotidianità. E li invidiavo. Me ne stavo lì, con la testa all’insù, fantasticando. Nell’attesa, quella cara a Leopardi.

Ora, invece, mi viene in mente solo una schiera di uomini d’affari incravattati, seduti al loro posto, bocca aperta, testa penzolante, la 24 ore sotto il sedile e il trolley da viaggio nero stipato insieme a un centinaio di altri trolley neri, tutti uguali. Benvenuti nel mondo degli adulti.

Così, tanto per cambiare, martedì scorso mi ritrovo a Malpensa – ero a Milano per un fantastico fine settimana a base di estrazione di dente del giudizio –, in attesa di imbarcarmi sul volo diretto a Berlino. Volo delle nove e dieci di sera, giusto il tempo di atterrare, prendere un taxi, fare il check in in albergo e infilarsi a letto. Una meraviglia. Comunque, cena che prevede insalatona e bicchiere di vino rosso, il tutto condito con un salatissimo conto di oltre trenta euro che mi fa capire che, forse, il dente del giudizio mi sarebbe tornato utile ancora per qualche giorno. Poi, attesa. Mi rimbambisco di notizie di gossip urlate da un paio di televisori che nessuno, intorno a me, ascolta. Sembra che quell’attrice reciterà in quel film. Quell’altra, invece, pare di no. Il bellimbusto ha l’unghia incarnita: me ne dispiaccio e mi domando come sia potuto capitare. Una tedesca sulla ventina, vestita con poco o niente addosso, urla come la peggio delle pescivendole pensando di essere divertente. Infatti lo è, almeno nella mia fantasia, quando un’incudine di cinquanta chili le cade in testa, trasformandola istantaneamente nella miniatura di se stessa in scala uno quaranta. Visto che la fantasia non riesce facilmente a tramutarsi in realtà, le compro due branzini e un’orata. Cinque minuti prima delle nove ci imbarcano. Posto rigorosamente sul corridoio, così posso allungare una gamba e, nel caso, procedere a operazioni di svuotamento vescica senza dover saltare sopra corpi inerti colpiti da narcolessia fulminante. La mia vicina, da cui mi separa un sedile, è di una bruttezza rara. Non penso di aver mai visto una donna così brutta nella mia vita. Anzi, non credo proprio che esista una donna così brutta , e in effetti forse sono ancora gli effetti dell’anestetico. Mi saluta, poi guarda fuori dal finestrino. Forse vuole suicidarsi fissando la sua immagine riflessa. Dopo la solita pantomima sulla sicurezza, l’aereo ingrana la quinta e decolla. Lo ammetto, non mi abituerò mai: ogni volta che il mio culo si alza dal suolo, provo sempre quella entusiasmante sensazione di morte imminente. Intanto, noto dei movimenti alla mia sinistra. La vicina si leva le scarpe. La comodità prima di tutto. La vicina si toglie pure le calze. Facciamo prendere aria alle estremità inferiori, ossigeniamo gli alluci. La vicina prende le calze, le annoda tra di loro e si lega la benda improvvisata sugli occhi. Neanche MacGyver sarebbe mai arrivato a tanto. A metà viaggio me la ritrovo che russa sdraiata su due sedili, bocca spalancata in una imitazione mal riuscita dell’Urlo di Munch, la testa appoggiata alla mia gamba sinistra e quelle cazzo di calze pregne di microbi e odori annodate sempre intorno agli occhi. Oh, Dio, ti prego, fammi perdere i sensi. Ora! A questa scena a dir poco orripilante pone fine, prima dell’atterraggio, una delle hostess, che sveglia il cadavere roncopatico utilizzando, se non ricordo male, un defibrillatore.

Un’ora più tardi, spengo la luce della camera d’albergo e ripenso alla vicina, all’aereo, all’aereo e alla vicina e mi torna in mente il volo di ritorno da Mykonos del 2001, quando la ragazza seduta accanto a me, fresca di recente Nobel, mi chiese: “Ma gli aerei per decollare utilizzano una pista in salita?”. Eh, certo… Buona settimana a tutti!


lunedì 21 giugno 2010

Una rottura mondiale di palle

Eccoci qui di nuovo. Quattro anni dopo. Campionato del mondo di calcio. Un mese durante il quale l’homo sapiens, genere maschile, si incatena al divano e guarda qualsiasi partita che venga trasmessa in televisione nutrendosi solo di birra, pizza e patatine.

“David, possiamo parlare del progetto tra dieci minuti?”
“Eh, no, tra dieci minuti inzia Grecia-Corea del Sud”

Tra l’altro, visto come vanno le cose là nel Peloponneso, se i giocatori greci vincessero mai i mondiali, probabilmente verrebbero a testa. Dubito, però, che questo possa accadere facilmente. Molto più facile, invece, che io mi compri un’isola delle cicladi. Tipo Krotalofonissos, Figànissa o Eunatikòs, come mi rammentava poco tempo fa il mio carissimo amico Cioccio.

“David, ti ricordi vero della riunione?”
“No, dai, c’è Serbia-Ghana”

Serbia-Ghana?!!Sì, perché in questo periodo siamo posseduti dallo spirito di de Coubertin e neanche un esorcismo può esserci di aiuto. Rimaniamo incollati anche davanti alla partita più soporifera perché l’importante è partecipare. Dobbiamo partecipare e non importa se di alcune squadre non siamo capaci nemmeno di localizzare geograficamente il paese di origine. Per non parlare poi di quando gioca l’Italia. Parte l’inno e tutti in piedi a cantare e chi se ne frega se la nostra marcetta è un obrobrio musicale – avrebbero potuto distribuirle meglio quelle sette note, ma va bene lo stesso, stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò. Poi, tutti insieme a soffrire e a gioire, a dare del cornuto all’arbitro e del coglione a Lippi, a incitare i giocatori come se ci potessero sentire e a suggerire tattiche, schemi e sostituzioni, convinti che il prossimo allenatore sulla panchina azzurra sarà uno di noi. Ci frulla ancora fra le orecchie il poo po po po po poo po, siaam campioni del moon-do. O forse, ci frullava, perché il leit motiv sonoro di questi mondiali sudafricani è una specie di scoreggione spacca timpani emesso all’unisono da migliaia di trombette di plastica chiamate vuvuzela. Un barrito continuo e incessante. Peeeeee!!! Peeeee!!! Ammetto la mia ignoranza in materia, almeno fino al fischio di inzio di questi campionati, quando mi sono avvicinato al televisore assestandogli due pappine mica da ridere. Mi ero addirittura convinto che gli stadi sudafricani fossero invasi da sciami di api geneticamente modificate. Invece no. Sono le vuvuzela. Maledette vuvuzela! C’è poi chi, succube del politicamente corretto e di quello spirito terzomondista sempre pronto a colpevolizzare noi occidentali di tutti i mali del continente africano – una parte di ragione c’è sicuramente, ma cerchiamo di contestualizzare, per Dio! – strombazza ai venti prediche moralistiche che vedrebbero nelle vuvuzela una sorte di riscatto dei neri sudafricani nei confronti delle terribili politiche segregazioniste degli anni passati. Politiche terribili, ma se la vuvuzela fa parte di questo riscatto, siamo messi bene. Allora sì che, rispetto a questi strombazzamenti, preferisco quelli delle vuvuzela. Che, però, lo confesso, mi hanno veramente rotto i coglioni. Buona settimana a tutti!

p.s: non posso negare che, questi mondiali, senza gli amici storici che mi hanno accompagnato per tutti questi anni fin da quando ero un ragazzino magro magro, alto due mele e poco più, senza un’ombra di barba e con la voce da femminuccia… be’, sono un’altra cosa, e loro mi mancano. Ma la vita è fatta così, si iniziano nuove e stimolanti avventure consapevoli che quella vissuta fino ad adesso è stata affrontata con i migliori compagni di viaggio che si potessero trovare. Questo post è dedicato a tutti voi. Forza azzurri!


lunedì 7 giugno 2010

Psicopatologia della vita d'ufficio quotidiana

Giro come una trottola. Londra. Berlino. Milano. Ancora Londra. La sveglia non è un incubo perché non faccio nemmeno in tempo a sognare. Suona sempre troppo, dannatamente presto. Trolley pronto. Zaino pronto. Si parte. Casa, autuobus, treno, aeroporto, taxi, ufficio, albergo, taxi, aeroporto, treno, autobus, casa. Manager azzimati con 24 ore e financial times, banchieri incravattati, donne algide in tailleur ingessati e tacco dodici. Indescrivibile noia mortale. In tutto questo girovagare, gli assoni giocano brutti scherzi. Dopo quattro ore di sonno, abbandono la piovosa Zurigo e vengo accolto da un’insolita calda e soleggiata capitale inglese. Azzarderei ‘estiva’. Sono commosso. Il taxista mi fa da Cicerone e gli dimostro il mio apprezzamento con degli sbadigli che impressionerebbero il più audace dei domatori di leoni. Dopo essermi sorbito un’ora e dieci di traffico e chiacchiere letargiche, arrivo finalmente – si fa per dire – in ufficio. Tempo di accendere il computer, aprire la posta, bere un bicchiere di acqua e sono già in riunione. Entro nella stanza, stretta di mani. Lui, il responsabile del progetto per cui sono stato costretto a prendere l’ennesimo volo, è un bell’uomo dall’inglese fluente e il marcato accento tedesco. Omosessuale. Irrilevante, ma non per la mia storia. Andiamo a pranzo. Comodamente seduti su un paio di gradini, mastichiamo un panino ripieno di pollo e pomodoro e ingurgitiamo coca. Coccolati dal tepore del meriggio, osserviamo il lento e antico fluire del Tamigi. Il tedesco mi parla della sua vita. Professionale. È di Amburgo. Quando si dice il caso: proprio in mattinata avevo conosciuto un altro ragazzo di Amburgo. La tentazione è troppo forte e infatti, non resisto.

“From Hamburg? Really? You know, there is also another gay that…”

Cosa ho detto? Cosa cazzo ho detto?!!

Il tempo collassa. Lo spazio pure. Non capisco cosa stia succedendo. Mi sto rimpicciolendo? Brunetta mi guarda dall’alto e fa ciao ciao con la manina, io continuo a rimpicciolirmi. Litigo con un battere, mi scontro con un microbo e vengo abbattuto da un paio di nerboruti globuli bianchi.

Non posso averlo detto. E invece sì. Caro Freud, sarà pure un lapsus, ma il fatto di saperlo non mi aiuta a evitare l’immensa figura di merda. Stratosferica. Galattica. Aiutatemi con le iperbole, grazie.

Colpo di tosse nervoso. ‘Ehm, a guy that comes from Hamburg’

Lui non lascia trapelare nulla. Il suo volto è una tabula rasa di emozioni. Io, intanto, sto cercando una voragine in cui sprofondare. Non la trovo, ma intanto mi tocca assistere allo spettacolo orripilante di una ragazza inglese cresciuta a fish and chips e bevande caloriche che affonda le fauci in quattro chili di hamburger mentre il suo giro vita straripa dalla diga di contenimento della tenda che usa come maglietta. Direi che, come punizione per il mio linguistico atto mancato, può bastare.

lunedì 31 maggio 2010

Anche i ricchi piangono. Cristal

Non ho molti ricordi di quando avevo due mesi, ma so che facevo, bene o male, quello che facevano tutti i bambini di quell’età: poppavo, piangevo, mi cagavo addosso, mangiavo e dormivo. O forse era l’altra notte, dopo la decima vodka? Voglio dire, se al posto di un bambino di due mesi ci fosse un cucciolo di bonobo, sarebbe la stessa cosa, solo più pelosa. E la storia dell’uomo è così: parte avvolto in un pannolino per finire novantenne raggrinzito avvolto in un pannolone. Quindi il senso della vita, se c’è, è lì, in mezzo agli escrementi, tra un paio di chiappe. Altro che Dio, l’assoluto, i massimi sistemi ed Eva Herzigova. In ogni modo, Nathan Falco Briatore. Io sono sicuro che Nathan Falco, dato alla luce dell’ignoranza il 18 marzo scorso che fanno la bellezza di due mesi e tredici giorni, io sono sicuro che Nathan Falco non si caga addosso. Poppa sicuro, perché anche io se avessi come mamma la Gregoraci starei tutto il giorno attaccato al suo davanzale. Mangia, forse. Purtroppo, non dorme più e piange. Piange tanto. Una fontana di lacrime. La causa sembra essere il fatto che il pargolo, resosi conto di che razza di genitori il potentissimo presidente nonché amministratore delegato dell’Universo gli ha affibbiato, è stato vittima di uno shock così forte che pare abbia smesso persino di leggere La critica della ragion pura di Kant. D’altronde, Adonai, quando si impegna, raggiunge gradi di stronzaggine mica male. E questo non è niente perché, come sapete, c’è un evento nella breve ma intensa vita di Nathan Falco Falco Nathan ancora più tragico. Drammatico. Funesto. Luttuoso. Sventurato. Preparate i fazzoletti. La guardia di finanza ha sequestrato il modesto barchino di sessanta metri di Flavio Briatore, il Force Blue. Sessanta metri. In Svizzera una roba così in genere ha un lago e delle montagne e la chiamano città. Nathan Falco, privato del suo confortevole giaciglio, non è più sereno. Non riesce a concentrarsi. Fa fatica a evadere le tasse e non ride più quando guarda la Pupa e il secchione. Giuro, quando ho letto la notizia, mi sono cascate le braccia. Non ci potevo credere. Non posso crederci. Non devo. Non devo abituarmi all’idea che delle cose così ingiuste capitino e continuino a capitare. È mostruoso. O Signore, che mi hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, come puoi tu, tu, lasciare accadere una cosa del genere? Cosa c’è, hai mangiato pesante ultimamente? Ci hai già piagato con i tronisti, perché continui ad accanirti? Ma tanto è inutile, Lui si avvale sempre della facoltà di non rispondere e Nathan Falco continua a piangere e piangere. Poi ci si stupisce se la gente si droga. Mettiamo la parola fine a tutte questa sofferenza. A questo dolore straziante. Aiutiamo i Briatore. Per piacere. Qualche consiglio che mi sento di dare, dal profondo del mio cuore:

1. Flavio, non fare il barbone e compra un altro yacht. Però, questa volta, prendine uno più adatto alle esigenze del pupo. Tipo un transatlantico, così poi ci metti pista e trenini. In versione reale.

2. Elisabetta, stai vicino a tuo figlio in questo momento difficile. Tienilo vicino a te. Stringilo su tutto quel ben di Dio. Raccontagli la favola della bella addormentata nel sottobosco di nani e ballerine che si innamora del principe azzurro con il doppio dei suoi anni che tanto non ci crede nessuno.

3. Nathan Falco, cosa vuoi che ti dica, al peggio non c’è mai fine. Tuttavia, non ti lamentare troppo: pensa al figlio di John Elkann e Lavinia Borromeo che si chiama Oceano!

Buona settimana a tutti, anche ai Briatore!

p.s: per correttezza di informazione, Elisabetta Gregoraci ha dichiarato “Non ho mai detto che mio figlio, Nathan Falco, non riesce a vivere senza lo yacht: si tratta di dichiarazioni ridicole e insulse che non mi appartengono.”. Appartengono a Nathan Falco. Saluti.

mercoledì 26 maggio 2010

Donna al volante...

La testa mi penzola e gli occhi faticano a rimanere aperti. Non è l’effetto di un oppiaceo ma la conseguenza di tre giorni di corsi aziendali e di qualche birra di troppo. E sono di nuovo in viaggio. Scambio qualche parola con i miei colleghi mentre il taxi diretto verso l’aeroporto attraversa le trafficate strade di Richmond. Le lunghe pause di silenzio sono sintomo di stanchezza più che di carenza di argomenti; d’altronde, si può conversare sul nulla per ore. Ho bisogno di dormire. Svoltiamo a sinistra, in una via a senso unico. E ci fermiamo. Davanti a noi, un Mercedes fermo, una giovane donna alla guida che gesticola e un bambino che strilla. Poco più avanti, un furgone per i traslochi e dei tizi intenti a trasportare, con fatica, scatoloni di mobilio. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo, anche se lo stato di torpore non è la condizione ideale per analizzare eventi e situazioni. Le cose stanno così: il furgone è parcheggiato leggermente di traverso, ovvero, ruote e muso spuntano fuori dalle linee di demarcazione apposite. Il disagio psicologico creato alla giovane donna è grande. Esageratamente grande. Incommensurabile. Non avere spazio per proseguire è davvero antipatico. Essere in balia di qualcun altro è piuttosto spiacevole. Farci perdere l’aereo, tuttavia, lo sarebbe molto di più. Io la potrei capire, la giovane donna. Potrei, ma non posso, perché se invece di guardare dritta davanti a sé come quei cavalli con i paraocchi provasse a voltare la testa a sinistra, si accorgerebbe subito di quei due metri di spazio utili per sterzare tutto a sinistra e ripartire. Sarebbero sufficienti anche a un camion per fare manovra ed è probabile che basterebbero a un Boeing per un atterraggio di emergenza. Uno dei miei compagni di viaggio tira giù il finestrino e informa la Schumacher inglese dell’esistenza di questo spazio inutilizzato. Ma lei, niente. Nell’ipotesi che sia sorda o quanto meno poco avvezza all’uso delle parole, io, da dietro, mi esibisco in una pantomima e cerco di fornirle indicazioni vitali. Ma lei, niente. Alza le braccia come a dire, non posso farci nulla. L’autista percepisce la nostra impazienza e, per evitare che venga incanalata in qualche istinto omicida, scende e si avvicina alla macchina. Assistiamo a uno scambio di vedute. Lei alza le braccia. Non può farci niente. Il taxista torna indietro. Sconfitto. “Dice che non riesce a passare e in più il suo bambino continua a strillare”. Non cogliamo il nesso, deve essere umorismo inglese. Intanto, si sta formando una fila chilometrica. Qualcuno suona il clacson, ma con delicatezza. In Italia sarebbe già partita una fanfara di clacson con tanto di direttore e coro. Aspettiamo. Il mio collega polacco esprime nella sua lingua qualcosa di cui ignoro il significato, anche se posso farmene un’idea. Dubito siano complimenti. Potremmo stare ore così, fermi, ma lo spettacolo non è dei migliori. Certo, sempre meglio di Ciao Darwin. Poi, il deus ex machina si materializza nelle sembianze di un ragazzo con l’aspetto di picchiatore professionista che sale sul furgone, mette in moto e si allontana. La giovane donna mette in moto e si allontana. Il bambino strilla. Il taxista mette in moto. Noi strilliamo. Superiamo la giovane donna. Il bambino continua a strillare. Venti minuti dopo arriviamo all’aeroporto. Puntuali. Check in, controlli di sicurezza, il giornale e un panino e sono già seduto al mio posto. Giusto il decollo, poi crollo direttamente in fase rem. Shiny happy people. Zurigo, sto tornando. Ah, dimenticavo, volete sapere cosa strillava il bambino? “Cazzo, non lo vedi che hai due metri alla tua sinistra, gran pezzo di idiota?!”. Buona settimana a tutti!

lunedì 17 maggio 2010

Il Maggerone di Higgs

Nel 1964 Peter Higgs, fisico scozzese, teorizzò l’esistenza del bosone – da non confondere con il busone, il cui campo di applicazione è, nello specifico, il buco nero –, una particella elementare che renderebbe possibile la massa nell’universo. Il bosone di Higgs, noto anche come la Particella di Dio, è solo un’ipotesi, in quanto non è mai stato osservato sperimentalmente. In teoria, potrebbe essere una delle prossime scoperte ottenute grazie al Large Hadron Collider del CERN. Per il momento, rimane una speranza. Tuttavia, non molti sanno dell’esistenza di una particella molto più importante che fu osservata qualche decennio prima dal papà di Higgs, Piersilvio Higgs: il Maggerone di Higgs.

Tanto tempo fa – no, non quando l’Inter vinse la Coppa dei Campioni, quello è ancora più tempo fa – un gruppo di scienziati, desiderosi di conoscere il mistero dell’Universo, si recarono in una città conosciuta come Zurigo alla ricerca di un posto dove poter appoggiare il proprio fisico sedere e nutrire il corpo con generi alimentari indigeni. Il tipico ristorante svizzero. I quattro, convinti di dover affrontare una semplice fondue o delle innocue raclette, non sapevano ancora a cosa stavano andando incontro. Aprirono il menu e videro una lista infinita di Maggeroni. Il profano, nell’abisso della sua ignoranza, potrebbe pensare che si tratti di normale pasta. Invece no. Il Buddha, sotto l’albero della Bodhi, raggiunse il Nirvana proprio quando ne intuì la sostanziale differenza. L’Illuminato. Neo riuscì a sconfiggere Matrix proprio grazie al Maggerone. Il velo di Maya è crollato. Così, i nostri protagonisti si immersero nella lettura. Alpenkalb maggerone. Sì, così nacquero le Alpi. Arbeiter maggerone, perché il maggerone nobilita l’uomo. Tessiner maggerone. Il canton Ticino. Ora capite il perché di quell’accento. Harakiri maggerone. Se solo avesse saputo, Yukio Mishima ci avrebbe pensato due volte prima di commettere in diretta televisiva quel tristemente tragico suicidio rituale. I quattro scienziati esaminarono tutte le possibiltà prima di prendere una decisione. Che fu presa. Intanto, due di loro cercavano di attrarre verso di sé l’orbita della cameriera. Ignoravano, gli ingenui, che l’ultimo che aveva provato ad adottare questa tecnica era stato ritrovato mesi dopo a vagare in stato confusionale nelle montagne elvetiche convinto di essere un mufflone. Il Maggerone non perdona. Pochi secondi di attesa – perché il tempo, davanti al maggerone, si curva – e i pentoloni pieni della particella originaria vennero portati in tavola. “Mai, scorderai, l'attimo,la terra che tremò. L'aria, si incendiò, e poi, silenzio”. In religioso silenzio, appunto, iniziarono a mangiare, mentre le ore, i giorni, gli anni passavano. E loro, tetragoni ai colpi di ventura, continuavano a nutrirsi dell’origine di tutte le origini. Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets: in principio il Maggerone creò il cielo e la terra. Rabbi Akiva non era d’accordo sull’interpretazione, ma si sa, lui preferiva la fondue. E mentre assaporavano il brodo primordiale, ebbero una visione. Un acceleratore nucleare. Due mucche. Sì, perché fu proprio così che Piersilvio Higgs scoprì LA particella. Costruì artigianalmente un acceleratore nucleare, ci infilò dentro due mucche e le fece girare alla velocità della luce fino all’inevitabile scontro. Dalla prima collisione nacque l’UBS. Di gran lunga peggio dell’ipotesi del buco nero in grado di risucchiare il pianeta. Dalla seconda collisione nacquero i format televisivi di Maria de Filippi. Con la terza collisione, finalmente, Higgs riuscì a ricreare il Maggerone, che gli apparve sotto le sembianze di Gisele Bundchen, ma si sa, gli acidi, a volte, giocano dei brutti scherzi. Ora era tutto chiaro. Il Big Bang. La gang bang. L’ultimo teorema di Fermat. I déjà vu. La trama di Lost. Perché le donne vanno sempre in due al bagno.

Quando si riebbero da questa surreale esperienza mistica che tanto sarebbe piaciuta a Emanuel Swedenborg, niente era più come prima: L di L&L ora era l’altro L di L&L , l’altro L di L&L ora era la L che aveva raggiunto a Zurigo l’altro L di L&L, la L che aveva raggiunto a Zurigo l’altro L di L&L ora era L di L&L. Unica eccezione, il quarto scienziato, svuotato di ogni neurone, era sempre lo stesso, dato che X per 0 è sempre uguale a 0 per qualunque X finito. Fortuna che il conto li riportò alla solida realtà, per il teorema indimostrabile che il conto va sempre tenuto in conto.

Spero che questo post abbia aperto le vostre menti. Almeno un po’. Vi terrò informati sul destino che attende i nostri protagonisti. Dovete sapere, infatti, che il Maggerone è subdolo e latente: rimane silente nel corpo ospitante fino a quando… Be’, per il momento evito di tediarvi. Sappiate solo che sull’argomento ci hanno già girato un film. L’esorcista. Buona settimana a tutti!!!