lunedì 22 febbraio 2010

Questo post nuoce gravemente alla salute dei vostri neuroni


Il contenuto di questo articolo è altamente demenziale. Si declina ogni responsabilità nel caso di seri e permanenti danni cerebrali dovuti alla lettura del post.

Ahmadinejad ha ricevuto il nobel per la pace. Il grande statista iraniano ha tenuto un discorso bello e struggente in cui auspica al più presto l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei, tranne Woody Allen che lo fa ridere a crepapelle, pur non riuscendo mai a capire le sue battute. La platea si è commossa, sciogliendosi in un pianto a dirotto che è stato possibile arginare solamente con l’intervento di Bertolaso, che si trovava in zona per dei rilevamenti sulla popputa Ingar. Per la teoria della relatività, infatti, il movimento tettonico della bionda svedese potrebbe spiegare la causa delle terribili scosse sismiche che hanno devastato l’Abruzzo.

La lobby ebraica, che notoriamente, insieme ai massoni, complotta per dominare il mondo e anestetizzare i nostri cervelli con “Porta a Porta”, si è indispettita. Dopo una riunione fiume tra i massimi esponenti delle comunità ebraiche in cui, tra l’altro, si è parlato della difficoltà di reperire bambini cristiani da sacrificare per l’imminente Pasqua, visto che i preti irlandesi non se ne vogliono separare, è stato deciso di fare ricorso al Mossad.

Il temibile servizio segreto israeliano ha ideato un piano malefico ai danni del povero Ahmadinejad. Fortunatamente, il segretissimo piano è stato scoperto da un brufoloso sedicenne di Casalpusterlengo che, navigando su internet alla ricerca di porno con cui masturbarsi per un paio di ore, ha sbagliato pagina ed è finito sul Wall di Facebook del Mossad. Il disegno era quello di inviare a Teheran una cinquantina di agenti con passaporti della Namibia travestiti da assicuratori, rapire il presidente e costringerlo a seguire il festival di Sanremo. La ferocia israeliana è davvero senza limiti.

Intanto, a Gaza è scoppiata la rivolta dopo che è stato annunciato il secondo posto di Pupo, del principe Emanuele Filiberto e del tenore Canonici. La folla si è riversata nelle strade gridando slogan anti israeliani, citazioni da pogrom come “Morte agli ebrei” e aforismi di Oscar Wilde. Israele ha dichiarato di essere completamente estranea alla vicenda e di non avere avuto alcun ruolo nel televoto finale. L’ONU, per tutta risposta, ha approvato una risoluzione di condanna dello stato ebraico per questo ennesimo atto di umiliazione del popolo palestinese.

La risoluzione ha creato un terremoto politico e Berlusconi, ripresosi da poco da un trapianto di altezza, ha subito inviato in Israele Bertolaso, escortato da Adi, Esther, Ruth, Tal, Yael, Sarah e Myriam. Il suo aiuto non è servito a un cazzo ma in compenso il capo della protezione civile ha trovato un’interessante connessione tra lo humus e i cicloni, anche se nessuno ha ancora capito bene quale sia.

Pare, intanto, che Emanuele Filiberto sia il padre di Mozart, ma la cautela, in questo caso, è d’obbligo. Viva l’Italia!!!


lunedì 15 febbraio 2010

Roncopatico e rincopatico

Sei del mattino. Mi sveglio piangendo. Solo un incubo, ma il dubbio cartesiano mi punzecchia. Cambio posizione, ancora qualche ora di sonno. “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Cos’è questo rumore?! “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Ma… ma… ma questo è un trattore! “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Un momento, cosa ci fa un trattore alle sei del mattino nel mio condominio? Rifletto un attimo. Un altro attimo. No, l’ipotesi è vagamente demenziale. E allora? “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Qualcuno sta russando, ma chi? O è la mia vicina, o il suo fidanzato o è il tizio che abita all’appartamento di sotto. Un ringraziamento sentito alle pareti di cartapesta. Be’, prima o poi smetterà. Un’ora dopo il ‘prima’ lo accantono: non solo la russata persiste, ma aumenta anche di intensità. Chiunque sia ha dei grossi, grossi problemi. Perché avere al posto del naso una turbina che produce inquinamento acustico è un problema. Perché un martello pneumatico attaccato tra occhi e bocca che ritmicamente scandisce le ore notturne è un problema. “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Tappi nelle orecchie, subito. Niente, “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”, barriere di difesa abbattute. Stremato, perdo i sensi una mezz’ora più tardi. Non pensavo che una cosa del genere potesse succedere a Zurigo: possibile che non sia stata ancora vietata dalla legge?




Parliamo del fumo, quello senza arrosto. Intanto, fumare come turchi è una cazzata. Sono stato di recente a Istanbul e non è vero che i turchi fumano così tanto. Piuttosto, gli zurighesi fumano come turchi. Qui, si fuma ancora nei locali. Si esce come portaceneri deambulanti. Quindi, gli zurighesi fumano come dei turchi, ma i turchi non fumano come turchi. Quindi gli zurighesi non fumano come turchi. Se no sarebbero turchi, ma i turchi non fumano come turchi. Lapalissiano. E ora a noi. Che il fumo non faccia bene, si sa. Prima fase. Seconda fase, il fumo passivo. Il fumo passivo fa male? Pare. La scienza medica così ha stabilito. Se tu mi fumi addosso per vent’anni e poi mi trovano un tumore grosso come il testone di Mashiro Tamigi – ma Lippo Lippi e Cippa Lippa che fine hanno fatto? –, è il fumo passivo. E tu hai sicuramente dei problemi, a fumarmi addoso per vent’anni. Il fumo passivo fa male agli stessi fumatori. Se fumi 14 sigarette al giorno, con il fumo passivo è come se ne fumassi 16,6. Perciò, possono diminuire la quantità di sigarette contenute in un pacchetto. Arriviamo all’ultima fase. Notizia recente. Il fumo di terza mano, ovvero “quello che si deposita su qualunque superficie di ambienti interni in cui si fuma, mobili, scrivania, letti, tende, e anche sui vestiti.”. Il fumo di terza mano fa male. Quindi, consiglio: se siete ospiti, evitate di fumarvi il divano.



Un ambasciatore arabo ha fatto annullare le nozze dopo aver scoperto che la sposa, una volta toltasi il niqab, sfoggiava una barba mica da ridere. E poi dicono che donna barbuta sempre piaciuta. Buona settimana!

lunedì 8 febbraio 2010

L'inquisizione


“Signore?... Signore?!... Signore?!!!”

Apro un occhio. L’altro lo segue, piano piano. Davanti a me, tre individui in uniforme. Li scambio per i Village People, ma il loro accento spiccatamente ticinese fa vacillare la mia iniziale certezza. Sono guardie di confine.

È sua la valigia?”, mi domanda uno di loro, indicando il trolley infilato nel vano sopra il mio sedile.
“Sì. Anche lo zaino”
“Le dispiace se le diamo un’occhiata?”

Sì. Mi dispiace molto. Sono troppo stanco per sbattere le palpebre, figuriamoci per alzarmi e tirare giù la valigia. Sono troppo stanco perché prima mi ha svegliato il controllore italiano “Biglietti, prego!”, poi anche quello svizzero ha pensato bene di dare il suo contributo con un misterioso “Pig-lietti, preko!”. Sono troppo stanco perché questa è la quinta volta che mi fanno aprire la valigia sulla tratta Milano-Zurigo. La quinta. Sono troppo stanco perché sono sempre l’unico passeggero della carrozza sottoposto alla minuziosa analisi della biancheria intima – questa volta sono in buona compagnia, una signora filippina che, però, se l’è cavata con una stretta di mano e tanti saluti alla famiglia.

Qual è il mio problema? Ho i tratti troppo mediterranei? Sono troppo circonciso? Ho l’alito pesante? Le gengive infiammate? Le unghie incarnate? Sono troppo magro? Basso? Alto? È il meteorismo? La sindrome di Tourette? Il cerume che fuoriesce dalle orecchie? La fame nel mondo? Il buco nell’ozono? È perché non ci sono più le mezze stagioni? È colpa di Israele? Il crollo dei mercati? Il comunismo? I panda che non si riproducono in cattività? Dio che è morto? I film di Muccino? Bruno Vespa? Il Cavaliere? La crisi del PD? La mascella a forma di ferro da stiro di Ridge? Gli alieni? Gli alienati? Morgan l’aspirapolvere? Ditemi qua-le caz-zo è il mi-o pro-ble-ma!

Bello scrivere. Inventare. La realtà, purtroppo, è ben diversa. Mi alzo e, in piena crisi da privazione acuta di sonno, afferro la valigia, la tiro giù facendomi uscire un paio di ernie e la adagio sopra un tavolino.

Ha un documento?”

Cheppalle.

“La patente va bene?”
“Perfetto”

Adesso chiamerà non so chi, farà la compitazione di nome e cognome “Rosen che?!!” e gli risponderanno “Ah, sì, è sempre lui. No, no, è solo un idiota, dagli uno zuccherino così è contento”.

“Dove sta andando?”
“A Zurigo”
“A fare?”

Il domatore di cinghiali, come Guarino ha scritto sulla mia pagina di Facebook.

“Ci vivo. Lavoro”
“Capisco”. Il che è già un enorme passo avanti.

Intanto, gli altri due, muniti di guanto salvafreschezza, stanno esplorando i meandri del trolley. Ecco la maglietttina, le calzettine, la mutandina, la camicina. La camicina?!!

Mi raccomando, le camicie…”
“Sì, sì, non si preoccupi”

Mi preoccupo eccome.

L’esplorazione va avanti. Stalagtiti, stalagmiti, delle mummie, un attaccapanni, qualche centinaio di cinesi che lavorano, maglioni, libri. Tutto nella norma.

“E questo?”, con aria inquisitoria.
Bresaola. E parmigiano

Apre il sacchetto, tanto per essere sicuro. Forse abbiamo messo le mani su un pericoloso trafficante di grana. Invece, niente: richiude – alla cazzo – il sacchetto e richiude –alla cazzo – la valigia.

“Grazie. Buon viaggio”

Sì, come no. Sprofondo nel sedile, deciso fermamente a dedicare le due ore che mi separano da Zurigo a quell’attività che mi è stata fino a ora negata. Chiudo gli occhi e… e l’annuncio del capotreno me li fa tosto riaprire – notare il ‘tosto’ che ottocentizza la mia vacua prosa –:

“Kausa intcitente del treno che tci precete, fiacceremo kon un ritarto di almeno un’ora. Il treno farà una zosta di metzz’ora a Bellinzona. Ci scuziamo molto per il tisatcio”

Quando si dice la fortuna.

Un migliaio di sbadigli più tardi, che dalla regia mi dicono corrispondere a mezzanotte e mezza dell’ora solare, arrivo a casa. Distrutto. Apro la valigia. Metto bresaola e parmigiano in frigo. Calze, mutande, magliette e maglioni nei rispettivi cassetti. Poi, prendo le camicie. Le camicie sono stropicciate. Molto stropicciate. Troppo stropicciate… STRONZI!!!

lunedì 1 febbraio 2010

Apriti sesamo!


Sembra che, quando si starnutisce, sia impossibile tenere gli occhi aperti. Bene, negli ultimi giorni ero così raffreddato che, quando starnutivo, ero il mio vicino a chiuderli, gli occhi. Comunque, venerdì sera, imbottito di medicinali, decido che il tempo della mestizia è finito, perché come è scritto nel Qoelet – l’Ecclesiaste -, c’è un tempo per ogni cosa, e così me ne vado a una festa che racconta di ruscelli di vodka, fiumi di rum e torrenti di birra. “Mangiate, amici, bevete/inebriatevi, o cari.”. Anche a quei tempi già lo sapevano che un bicchiere tira l’altro e così mi ritrovo verso le cinque del mattino davanti al portone di uscita. O a quello di entrata, ma non vorrei scomodare Frege per niente. Con fatica afferro la maniglia e tiro. Niente. Allora spingo. Niente. Tertium non datur, quindi c’è un problema. Il mio è l’alcol, e quello del portone? Alla mia sinistra, sul muro, in bella evidenza, noto un campanello. Ah! Con aria trionfante lo premo. Tiro. Niente. Spingo. Niente. Un’espressione corrucciata si dipinge sul mio volto. Schiaccio di nuovo il pulsante, tiro, spingo, schiaccio, tiro, spingo, mollo un calcio. Non succede assolutamente niente. La battaglia è persa. Andrò a chiedere delucidazioni. Mi volto e, esattamente dalla parte opposta, vedo un altro portone. Mi giro a destra, portone. Sinistra, portone. Destra, portone? Sinistra, avanzo. Spingo. Il passaggio si apre davanti a me. L’uscita. I tratti del viso si rilassano, lasciando spazio alla tipica espressione dell’idiota. Esco. Il portone di entrata è il portone di uscita e settimana prossima mi rileggo Frege. Domanda: a chi cazzo ho suonato per cinque minuti?!

Il risveglio è pessimo. Mal di testa, stomaco in subbuglio. Sono ancora ubriaco. Pilotato da un appetito che necessita di agnello sacrificale per essere placato, mi alzo e barcollo fino al frigo. Non potete capire il dolore che ho provato nel constatarne l’esiguo contenuto. Mi armo di tutto il coraggio possibile e parto in missione spesa. Dopo cinque minuti passati a fissare dei barattoli di cetrioli, mi si avvicina un dipendente del supermercato e, vomitandomi addosso dei suoni gutturali, mi chiede se ho bisogno di aiuto. Gli sorrido e mi smuovo per qualche istante dalla sosta catatonica. Non credo di aver mai passato così tanto tempo in un supermercato. Sfiancato dallo sforzo epico, finalmente arrivo alla cassa. Inserisco il bancomat e… nulla, anche lì. Lo inserisco una seconda volta. Non riesco a pagare. Alla terza mi accorgo che quello che stavo infilando non è il bancomat, ma la tessere dell’assicurazione sanitaria: per forza non riesco a pagare, con tutta la spesa ipercalorica che ho fatto! Questa volta tiro fuori la mia bella carta gialla. E il codice? Non me lo ricordo, cazzo! Ce l’ho segnato sul cellulare, ma ovviamente il cellulare giace sul comodino di camera mia. Intanto la fila dietro di me, che arriva al casello di Melegnano, incomincia a dare segni di impazienza. La cassiera, che non si capacita del fatto che tutti i drogati del quartiere debbano sempre capitare a lei, mi fissa allibita. Una cosa così, in Svizzera, non la vedono dai tempi di Zwingli. Esploro i meandri più reconditi del portafoglio e, accartocciate in modo indegno, trovo le banconote che mi salvano dal linciaggio. Sorrido, torno a casa, mangio, sto ancora più male e vengo abbattuto sul letto da un mal di stomaco canaglia che mi lascia privo di sensi per altre tre ore. Una merda, certe volte, ha più dignità.


Vi ricordate il Woody Allen di “Hollywood ending” che interpreta un regista colpito da cecità psicosomatica? Mi è tornato alla mente leggendo un articolo su un film che stanno girando a Tel Aviv e interamente pensato, diretto e recitato da non vedenti: regista, attori, tecnici. Non so quanto sia passata la notizia. A me, lo confesso, ha fortemente impressionato. All’inizio avevo pensato di scriverci sopra qualcosa di divertente, ma poi mi sono ricreduto. Lo trovo in qualche modo eroico e romantico. So che non c’entra niente con la logica di questo post, ma volevo accomiatarmi non con l’immagine di un me sbavoso sopra un materasso, ma con l’idea che i sogni, il talento, la passione, ci rendono ancora più umani e così, più vicini all’Assoluto - “Siamo fatti della stessa materia/con cui sono fatti i sogni”. W. Shakespeare -. Buona settimana.

lunedì 25 gennaio 2010

Questo post nuoce gravemente alla salute. Mentale


Non so ancora se Dio esista o meno. Non ne ho idea. Nel caso, non riuscirò mai a ringraziarlo abbastanza per averci reso impossibile – a differenza della maggioranza di tutti gli altri mammiferi – qualsiasi tipo di pulizia igienica ottenuta appoggiando le papille gustative in zona natiche. Non ci lecchiamo il culo. Lo considero un profondo atto di amore e misericordia. Di giustizia. Certo, ci sono i contorsionisti. Questa, però, è un’altra storia, alla voce “La mi dolce – ripiegata a – metà: contorsionismo e l’arte di risparmiare viaggiando”.


Sono andato a giocare a curling. Non so se lo sapete, ma il curling è quello strano sport simile alle bocce, solo che invece delle bocce si usano delle pietre di granito da venti chili. E si gioca sul ghiaccio. L’età media dei nostri istruttori poteva essere calcolata tramite dendrocronologia applicata alle rughe. Non credo avessero meno di un paio di secoli a stessa. Ammetto però che nella fase iniziale di stretching ci hanno dato del filo da torcere. La cosa che mi ha lasciato perplesso è l’origine di questo gioco. Di questo gioco inutile. Avevo sempre creduto che la paternità spettasse agli svizzeri. Mi sembrava un gioco da svizzeri. Invece il peccato originale è degli scozzesi. Un’invenzione partorita da una mente eccelsa dopo pinte di birra e fiumi di whiskey. Confesso di essermi divertito, ma non ripeterò a breve: gioco troppo statico, niente fatica, sudore, scontro fisico. Il bridge e gli scacchi li ho trovati fisicamente impegnativi. Scivoli, procedi per inerzia e, dopo aver mirato con precisione da cecchino, molli la pietra. Altri due idioti, nella speranza di far conquistare qualche metro in più alla pietra, spazzano come ossessi per terra. Degli invasati dell’igiene.Non ho mai scopato un pavimento così bene e con così tanto trasporto in tutta la mia vita. Nemmeno ora che mi sono trasferito a Zurigo. Potrei aggiungere l’altra battuta, ma la lascio per i commenti dei miei amici intellettuali.


Giovedì sera. Eurocity, direzione Milano. Dopo due ore passate prive di sensi, stravaccato sul sedile, bocca aperta, testa penzolante, torno alla dura realtà. Recupero un minimo di dignità, apro il libro che ho davanti e mi immergo nella lettura. L’immersione, purtroppo, è resa alquanto problematica dalla tizia dietro di me che, con una parlata in puro stile Gervasoni, allieta il suo fortunato compagno di viaggio – e non solo – con mirabolanti racconti che hanno come protagonisti famelici figli, patate pelate e pesci meticolosamente mondati di ogni mortale lisca e pronti per la padella. A difesa della mia evasione dal reale e dalle sue pericolose tossine, sfodero l’iPod e sigillo i miei padiglioni auricolari con le cuffie, regolando il volume un pelo sopra ai decibel consentiti dal Comune di Milano per i concerti a San Siro – che, diciamolo pure, sono pateticamente ridicoli. Niente da fare, la voce della signora echeggia per il vagone e la pulitura del branzino si mischia alle parole di Nabokov, costringendomi alla resa. Un’ora. Una cazzo di conferenza sulla sbucciatura del tubero. A volte mi sento un pesce fuor d’acqua. Questa volta sono finito nella padella della sciura. Le lische, per fortuna, ce le ho ancora tutte.

C’è gente che ignora l’esistenza della Basilicata. Potrei capire il Molise. In Molise sono certo si nasconda Bin Laden. Se solo gli americani sapessero dov’è il Molise. Ma la Basilicata? La terra dei Sassi di Matera, inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO? Pier Paolo Pasolini – notare che il correttore automatico mi scrive Pier Paolo Pisolini, passando dalla causa all’effetto – ci ha girato “Il Vangelo secondo Matteo”. Quel simpatico antisemita di Mel Gibson ha scelto i Sassi per le riprese del suo truculento e antisemita “La Passione di Cristo”. Insomma, è difficile non conoscere la Basilicata. D’altronde, confesso anche io la mia abissale ignoranza in geografia. Dopo anni passati sui banchi a studiare gli affluenti dei fiumi, tutto ciò è piuttosto desolante.
p.s: Boiano è in Molise. Si potrebbe scriverci un libro sopra, o almeno, io so chi potrebbe farlo. Divertimento assicurato. Detto questo, ma il Molise dov’è?!!


Milano. Fuori da un locale a fumare insieme a un amico. Freddo e umidità tiranneggiano al punto che, se mi infilassero uno stecco nel sedere, potrebbero benissimo vendermi al bancone surgelati dell’Esselunga. Un bellimbusto, narcotizzato dalla sua pettinatura da idiota, si avvicina in maniche di camicia al mio amico.

“Fratello, ce l’avresti una sigaretta da darmi?”

Fratello? Ora, i casi sono tre:

1 Siamo ad Harlem, andiamo in giro con le braghe allacciate alle ginocchia e le macchine con gli ammortizzatori che vanno su e giù. Yo! Possibile, soprattutto se ti sei sniffato pure la forfora, ma poco probabile
2 Il mio amico è davvero suo fratello. In senso lato siamo tutti figli di Dio, quindi, metaforicamente parlando, siamo tutti fratelli. Al momento, però, mi considero un agnostico. Perciò direi che, in senso letterale, l’opzione è improponibile
3 Il bellimbusto pettinato da idiota è effettivamente un idiota

Scegliete voi quella che vi piace di più. A me la terza non dispiace.

Presentazioni di rito. Mani che si stringono.

“Bla bla bla, piacere”
”Eugenio, piacere”

Arriva il mio turno.

“Bla bla bla, piacere”
Eugenio, piac…”

Come?!! Sorriso imbarazzato. Stato confusionale. Presentarsi, soprattutto con chi non si rivedrà più per il resto dei proprio giorni, è diventato ormai un rito sociale svuotato di ogni significato. Si inserisce il pilota automatico, pochi secondi e i nomi non sono nemmeno più uno sbiadito ricordo. Tabula rasa. “Era Paolo o Mario? Stefano o Elena? Ha i baffi? Il cappello? È Frank!”. Siamo zombie che stringono mani ad altri zombie.

“Piacere, David”
“Molto piacere, io sono molto piacere”

“Piacere, David”
“Piacere, sopra la panca capra campa”

Poi ti volti. Come cazzo si chiamano? Ti sembra di ricordare qualcosa di strano, ma niente più di quello. Continui a sorseggiare il tuo cocktail e a pensare al sesso ogni 52 secondi, almeno secondo quanto dicono i sondaggisti. Zombie.

O forse no. Forse voglio solo essere Eugenio. Possibile? Se per Leibniz questo è il migliore dei mondi possibili, allora la risposta deve essere no: Euge beve un sacco di champagne e lo sanno tutti che a me, lo champagne, fa schifo.

lunedì 18 gennaio 2010

Sono garbage manager. Cioè? No, niente, faccio lo spazzino


Tra cinque miliardi di anni la Terra non ci sarà più. Qualcuno dice sei. Forse sette. In Svizzera sette miliardi di anni, tre giorni e cinque ore. Non manca poi così tanto. Ma neanche così poco, quindi potrebbero benissimo allungare la durata del mutuo. O no? Io, intanto, mi organizzo.

Questo non è un problema per lo scettico radicale. Lui pensa che neanche esista, la Terra. È tutto un sogno. Un inganno. Sì, però il mutuo lo paga pure lui.

L’altro giorno ho sentito una mia amica. Sono molto contento per lei, un’importante azienda americana le ha offerto un’ottima posizione. Quale? Be’, all’inizio non ci ho capito molto e credo neanche lei. Oggi qualsiasi ruolo all’interno di un’azienda ha il suo specifico nome in inglese. Tu sei lì, a colloquio, e il tizio ti sfodera fuori questo fichissimo, altisonante nome anglosassone. Sorridi, dici frasi di circostanza, stringi la mano e te ne torni a casa felice. Sono auannaghenuatzdeamerican manager. Chiami tutti gli amici per condividere il tuo straripante entusiasmo. Poi loro ti domandano:

“Sì, ma in pratica?”

Panico. Silenzio. Il punto di domanda ti avvolge e non ti molla fino al terzo, quarto, quinto mese di ufficio, quando finalmente sei in grado di spiegare per cosa diavolo ti pagano. E poi, quando davvero capisci fino in fondo, be’, allora è troppo tardi per tornare indietro.

Le aziende americane, e non solo, hanno la mania di infilare la parola “manager” dovunque. Country manager. Sales manager. Product manager. Project manager. Content manager. Coffe manager. Toilet manager. Affari. Carriera. Pensiamo tutti di essere chissà chi, di fare chissà cosa. Il nulla nulleggia, ma mica tanto. Poi, mentre camminiamo con il petto gonfio come quello di un tacchino ripieno, ci cade un vaso da dieci chili in testa. Rimaniamo lì, stecchiti. E ci ritroviamo poi sottoterra. Grazie al gravedigger manager.

L’altro giorno, a Davos, stavo scendendo giù per una pista. Maschera in testa. Il tizio davanti a me, sculettando a destra e a sinistra, mi alza un muro di neve. Perdo visibilità per qualche secondo, giusto il tempo di trovarmi sull’orlo del non ritorno. Curva di emergenza con freno a mano. E mi ritrovo disteso per terra, uno sci qualche metro più sopra. In quel momento ho capito davvero. Quando si dice che c’è chi cade sempre in piedi. Ecco, io cado sempre per terra come un sacco di patate, sbatto il culo, rotolo. Poi mi rialzo. Sempre. Con fatica. Ma cadere, cado. Tante, tante di quelle volte. Sarà sempre così. Dovrebbero inventare un airbag esistenziale.

Mi piacciono le donne. E mi fanno soffrire. Loro, invece, non s’offrono. A me.

Brunetta vorrebbe proporre una legge che obblighi i figli a uscire di casa a 18 anni. Questo è proprio scemo. A me pare davvero una crudeltà impedire ai propri figli di uscire di casa fino a 18 anni. Capisco il problema del bullismo e dei pedofili, ma la soluzione è un davvero troppo radicale. Talebano!!!

Mi si preannuncia una settimana difficile. Complicata. Vorrei sparire. Farmi piccolo piccolo piccolo. Come il ministro Brunetta.

Ho scoperto che sniffare le Air Max dopo averle indossate un’intera giornata può essere letale.

Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so ancora e non sono più così piccolo. Forse non saprò mai dare una risposta certa. Ma le risposte sono poche importanti, tranne quando le chiedi se vorrà sposarti. “E cosa vuoi fare da morto?”. Non ha senso? Sì, forse, ma perché, l’altra domanda ce l’ha? Auguro a tutti una felice settimana. Spero che abbiate più certezze, nella vita, di me.


lunedì 11 gennaio 2010

Grandi aspirazioni

La mia vicina di casa parla fluentemente tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo più qualche altra lingua che non ricordo. L’inuit e il mapudungun, forse. Io sbiascico qualcosa in inglese, francese e tedesco. Tre parole di ebraico. Sbiascico pure in italiano, ma solo dopo il quarto cuba libre. La mia vicina di casa è diplomata in flauto barocco. Da qualche mese ha iniziato a suonare il clarinetto. All’inizio pensavo ci fosse una mucca nascosta nel suo appartamento. Possibile, siamo in Svizzera. Poi, mi è parso di udire la sirena di una nave. Questo, lo ammetto, è più complicato. Un giorno l’ho incontrata sul pianerottolo e mi ha spiegato che faceva pratica con il clarinetto. Mi sono tranquillizzato, non amo avere una stalla dietro il mio letto. E nemmeno un porto coi camalli. Io strimpello la chitarra e suono, male, il pianoforte, però quando chiudo le mani e ci soffio dentro, sono un musicista di tutto rispetto. La mia vicina di casa è una ragazza tutta casa e famiglia. Ecco, della famiglia non ne so gran che, ma alla casa ci tiene eccome. Lava, pulisce, stracci, mocio, spugna, dai la cera togli la cera metti l’apostrofo e allora c’era. Cose così. La mia vicina di casa ha grandi aspirazioni. E infatti, aspira. Diamine, se aspira! Il sabato mattina. Tutti i sabati mattina. Alle nove. Quando il sottoscritto, adagiato nel suo sarcofago, è in quello stato vegetativo noto come coma vigile. Uno stato che, il sabato mattino, preferirei prolungare il più possibile. Ma non posso, perché la mia vicina di casa, la poliglotta, la polistrumentista, deve passare l’aspirapolvere. Dal rumore che fa, poi, non deve essere un aspirapolvere comune, ma qualche congegno progettato alla NASA. Un aspirapolvere stellare. Un buco nero casalingo. Un elettrodomestico gravitazionale. Secondo me, se non ci fa attenzione, un giorno mi risucchia tutta la stanza. Adesso mi si è pure fidanzata. Così, il sabato mattina, alle nove, aspira e parla. Ride. Parla, parla. Anche lui parla, ride. E poi non parla più. Anche lui. Aspirato.