lunedì 15 marzo 2010

L'iro-noia, tra sbadiglio e ironia

Milano. Ritrovato un uomo dentro a un caffè. Ristretto.

La Chiesa dice ancora no al profilattico. Pare che spaventi i bambini.

Una donna su tre simula l’orgasmo. Le altre due non sanno bene cosa sia.

Ahmadinejad da piccolo non riusciva a pronunciare il suo cognome. Per la verità, neanche adesso. Pare che la colpa sia da attribuire agli israeliani che, con l’aiuto dei massoni e dei sionisti, hanno ordito un complotto per abbassare il quoziente intellettivo del presidente iraniano a quello di un escherichia coli. L’ONU ha emanato una risoluzione di condanna che obbliga lo stato ebraico a farsi scrivere i comunicati internazionali da un bambino di tre anni.

Nuovo decreto legge interpretativo del PDL sul concetto di legalità. È legale tutto quello che a padre nostro che non sta in SKY ma ad Arcore piace. Bersani convoca subito una conferenza stampa dichiarando la sua fiera opposizione al decreto, visto che in questo modo Rosy Bindi risulterebbe illegale. Tuttavia, a detta dei politologi, l’argomentazione non risulta particolarmente efficace. Napolitano firma, anche lì dove c’è scritto che la firma di Napolitano è illegale. Nasce una diatriba sul paradosso del mentitore e il PDL ne esce fuori grazie a un decreto interpretativo in cui si stabilisce che il mentitore è Di Pietro. Grazie al nuovo decreto Berlusconi, appena reduce da un trapianto di anima, può governare fino al 2150. Bersani convoca subito una conferenza stampa dichiarando la sua fiera opposizione al decreto, anche se non si ricorda bene il motivo. Tuttavia, a detta dei politologi, l’argomentazione non risulta particolarmente efficace, visto che è molto probabile che l’opposizione degli attuali dirigenti del PD, una volta chiusi dentro a una bara, risulterà molto più fruttuosa.

La donna più vecchia del mondo ha 130 anni vive in un piccolo villaggio della Georgia, beve vodka e gioca a backgammon. Pare però che a breve, su consiglio dei medici, smetterà di giocare a backgammon.

lunedì 8 marzo 2010

Tanto Chiasso per nulla


Sono sull’EuroCity che mi porta da Zurigo verso Milano. Il treno cambia nome – addio vecchio Cisalpino – ma i problemi sono sempre gli stessi. Cinque minuti dopo la partenza, vengo investito da folate di aria gelida. Le porte automatiche che separano il vagone in cui mi trovo da quello successivo sono aperte. Mi alzo e provo, senza successo, a chiuderle. Sconfortato, torno al mio posto e mi doto di sciarpa e cappellino, indispensabili per affrontare la tormenta che si abbatte sullo scompartimento. E meno male che viaggio in prima classe. Passa il controllore. Mostro il biglietto e lo informo dell’inconveniente.

“Lo so, purtroppo sono bloccate. Se vuole può spostarsi qualche fila più indietro”

Dove, di fianco ai quattro tizi in giacca e cravatta in riunione da un quarto d’ora? O vicino a quell’energumeno che ha allestito un picnic a base di würstel e patatine e che ci inebria con odori pestilenziali? No grazie, ci tengo alla mia salute psicofisica. Mi infilo la giacca e, pregando di non cadere vittima di malattie respiratorie fulminanti, chiudo gli occhi. Buonanotte.

Chiasso. L’Italia a due passi. Treno fermo. Il mio indice fa girare vorticosamente la rotella dell’iPod alla ricerca di qualche brano che uccida un’ora di noia che ancora mi separa da Milano. Un’ombra minacciosa si manifesta improvvisa. Alzo lo sguardo. Un uomo di corporatura massiccia, barba di tre giorni e sguardo omicida mi scruta, in silenzio. Io lo guardo. Lui pure. Io lo guardo, lui pure. Trenta secondi così. Probabilmente è amore. Poi, lui decide di rompere gli indugi.

Dogana!”

Cosa? Soggetto, verbo, oggetto. Così mi hanno insegnato alle elementari e credo che sia un principio ancora valido. Attendo, con espressione interrogativa.

“Qualcosa da dichiarare?”, mi domanda con tipica arroganza italica e cadenza che ricorda il Vito Catozzo di anni fa, ‘… che se io saprei che mio figlio mi diventerebbe un orecchione, porco il mondo che c'ho sotto i piedi, vivo ce lo faccio mangiare il certificato di nascita!’.

“No”“È sua quella valigia lì?”
Eccoci. Mi sembrava.
“S씓Mhh… Bene”

Se ne va, a passo marziale, senza proferire altro. E la valigia, non me la controlli? Ci rimango malissimo e, disperato, provo a vedere se per caso ho scaricato la canzone di Pupo, Emanuele Filiberto e del tenore.

Milano. Tre meno un quarto del mattino. Forse tre. Sicuramente quattro, ma quelli sono i cuba libre ingurgitati. Sorseggio il mio concentrato di benzina mentre mi dimeno alle note di qualche motivetto anni ottanta. Una bionda ossigenata mi si para davanti. Io la guardo. Lei pure. Io la guardo. Lei pure. E siccome questa scena mi sembra di averla già vista, ho l’illuminazione: è la dogana! Invece, il controllo che vuole fare è ben altro.

“Proprio adesso che sto andando via mi devo innamorare?”

Allora l’effetto Axe funziona per davvero. Da gentiluomo educato alle arti e alla letteratura quale sono, scoppio in una fragorosa risata. Riflettendoci un attimo, capisco che non è la reazione più adatta, almeno non secondo le regole dei cavalieri dell’età cortese. Così, aggiungo delle parole riparatrici.

“Eh, mi spiace”

La ragazza mi abbandona e, per lenire il dolore provocatole, si getta nelle braccia di qualcun altro. Non credo sia vero, però mi faceva ridere scriverlo. Una mezz’ora più tardi, quando le luci si accendono e i cervelli si spengono, fa la sua entrata in scena AmmazzachemMazza, soprannome affettuoso donatogli non so se per doti naturali che non conosco e che ho avuto la fortuna di non sperimentare, ma certamente in virtù del caro nomen omen. Saluti, baci e abbracci, tutto questo mentre una squinzia di rara bruttezza e che da ore sta cercando di esprimere a parole un concetto reso oscuro da uno sbiascico continuo e incomprensibile mi si aggrappa a mo’ di scimmietta sul braccio sinistro, causandomi la sublussazione dell’emisfero cerebrale destro. Agito il braccio cercando di liberarmi dalla presa, ma quella ci fa due giri come una ginnasta provetta, atterra, suona i piatti, il tamburello e poi si accascia da qualche parte. Pronuncia ancora qualche suono che solo un gorilla fatto di crack oserebbe definire ‘parole’.

La serata è conclusa. Mi infilo sotto le coperte. I soliti pensieri si rincorrono nelle caverne vuote del mio cervello. Vale la pena di vivere? Non saprei rispondere e a volte ho qualche dubbio a riguardo ma, certamente, vale la pena di farsi un gran bella risata, perché, come scriveva Oscar Wilde, ‘La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio’.

lunedì 1 marzo 2010

Il dono più bello

Olimpiadi invernali di Vancouver. Slalom parallelo di snowboard. Il commentatore di RSI2 – la rete svizzera italiana, per chi non conosce altra verità che la santissima trinità di canale cinque, italia uno e rete quattro – si perde nei meandri dell’italiano: “Dalla nostra postazione vedavamo…”. Vedavamo? Io vedavo, tu vedavi, egli vedava. Noi vedavamo. In effetti. Le atlete scendono e a fatica non ruzzolano giù per la pista nascosta dalla nebbia, ma quello che inforca il paletto, almeno con la lingua, è il telecronista.

Carolina Kostner è una che, agli appuntamenti importanti, non sbaglia mai. Una vera campionessa. Axel, caduta. Toe-loop, caduta. Flip, caduta. Il pubblico mormora. E lei cade. “Sento che ho ancora dentro da dare, non mi arrendo”. Sì, però la prossima volta, tiralo fuori. Saluta, addolorata, il giornalista e poi, credo, cade. La pubblicità interrompe il calvario. Sbuffo, e aggiorno il mio status di Facebook con frasi che lasciano il segno, tipo “Sopra la panca la capra campa”, “I trentatre trentini erano trentadue” o “Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico”. Non so quale fenomale prodotto sia reclamizzato in questo momento ma il mio orecchio sinistro, pur continuando a contenere un discreto quantitativo di acqua che potrebbe tranquillamente riempire una piscina olimpionica, capta queste due parole: “… sguardo penetrante…”. Fermi tutti! Mi raccolgo a riflettere. Un millesimo di secondo. Che cos’è esattamente uno sguardo penetrante? Qualcosa che ha a che fare con un maniaco sessuale, dal vago retrogusto spermatico? Lo sguardone penetrante. E poi cosa penetra? Domande senza risposta che afflosciano il mio, di sguardo, lasciandomi con quella tipica espressione ottusa dell’ebete. Non so perché, ma mi vengono in mente quegli occhiali a raggi x che venivano pubblicizzati su giornali culturali come L’Intrepido o Il monello e che millantavano la possibilità di penetrare i vestiti e guardare quello che c’era sotto. Io ero piccolino ma l’idea di poter vedere tette per tutta la città erà gia qualcosa che esercitava un discreto fascino. Adesso ci sono i body scanner negli aeroporti, ma non è la stessa cosa: se vado in giro con una roba del genere montata sopra un paio di occhiali, mi sa che non passo inosservato.

Ho ricevuto dalla mia famiglia un foglio. Su questo foglio sono scritte alcune frasi. Frasi per me. Frasi su di me. Frasi scritte da mio padre. Da mia madre. Da mia sorella. Sono parole bellissime, ma non riesco a ricordarle. E non ci riesco perché era un sogno. Era un sogno, ma non importa, perché questo è stato il regalo più bello che qualcuno mi abbia mai fatto. E anche se la luce del mattino si è portata via questo dono, me ne ha lasciato il ricordo. Un giorno, forse domani, forse tra dieci, venti anni, chissà, un giorno, io non ci sarò più. La mia vita, in quel momento, non sarà stata altro che un sogno, mio, o delle persone che mi hanno voluto bene. Purtroppo, non sarò lì a svegliarmi. La luce del mattino sorgerà di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora. Magari, però, proprio come quelle parole, sfuggenti, svanite eppure così presenti, il mio ricordo rimarrà come malinconico compagno, struggente pensiero, in qualcuno. In fondo, almeno un po’ - anche se non sapremo mai perché siamo gettati in questo stupido mondo per poi doverlo abbandonare, sempre troppo presto - si vive per questo. Anche per questo. E per questo io ricordo e ricorderò. Fino a quel giorno – Dedicato a chi non c’è più

lunedì 22 febbraio 2010

Questo post nuoce gravemente alla salute dei vostri neuroni


Il contenuto di questo articolo è altamente demenziale. Si declina ogni responsabilità nel caso di seri e permanenti danni cerebrali dovuti alla lettura del post.

Ahmadinejad ha ricevuto il nobel per la pace. Il grande statista iraniano ha tenuto un discorso bello e struggente in cui auspica al più presto l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei, tranne Woody Allen che lo fa ridere a crepapelle, pur non riuscendo mai a capire le sue battute. La platea si è commossa, sciogliendosi in un pianto a dirotto che è stato possibile arginare solamente con l’intervento di Bertolaso, che si trovava in zona per dei rilevamenti sulla popputa Ingar. Per la teoria della relatività, infatti, il movimento tettonico della bionda svedese potrebbe spiegare la causa delle terribili scosse sismiche che hanno devastato l’Abruzzo.

La lobby ebraica, che notoriamente, insieme ai massoni, complotta per dominare il mondo e anestetizzare i nostri cervelli con “Porta a Porta”, si è indispettita. Dopo una riunione fiume tra i massimi esponenti delle comunità ebraiche in cui, tra l’altro, si è parlato della difficoltà di reperire bambini cristiani da sacrificare per l’imminente Pasqua, visto che i preti irlandesi non se ne vogliono separare, è stato deciso di fare ricorso al Mossad.

Il temibile servizio segreto israeliano ha ideato un piano malefico ai danni del povero Ahmadinejad. Fortunatamente, il segretissimo piano è stato scoperto da un brufoloso sedicenne di Casalpusterlengo che, navigando su internet alla ricerca di porno con cui masturbarsi per un paio di ore, ha sbagliato pagina ed è finito sul Wall di Facebook del Mossad. Il disegno era quello di inviare a Teheran una cinquantina di agenti con passaporti della Namibia travestiti da assicuratori, rapire il presidente e costringerlo a seguire il festival di Sanremo. La ferocia israeliana è davvero senza limiti.

Intanto, a Gaza è scoppiata la rivolta dopo che è stato annunciato il secondo posto di Pupo, del principe Emanuele Filiberto e del tenore Canonici. La folla si è riversata nelle strade gridando slogan anti israeliani, citazioni da pogrom come “Morte agli ebrei” e aforismi di Oscar Wilde. Israele ha dichiarato di essere completamente estranea alla vicenda e di non avere avuto alcun ruolo nel televoto finale. L’ONU, per tutta risposta, ha approvato una risoluzione di condanna dello stato ebraico per questo ennesimo atto di umiliazione del popolo palestinese.

La risoluzione ha creato un terremoto politico e Berlusconi, ripresosi da poco da un trapianto di altezza, ha subito inviato in Israele Bertolaso, escortato da Adi, Esther, Ruth, Tal, Yael, Sarah e Myriam. Il suo aiuto non è servito a un cazzo ma in compenso il capo della protezione civile ha trovato un’interessante connessione tra lo humus e i cicloni, anche se nessuno ha ancora capito bene quale sia.

Pare, intanto, che Emanuele Filiberto sia il padre di Mozart, ma la cautela, in questo caso, è d’obbligo. Viva l’Italia!!!


lunedì 15 febbraio 2010

Roncopatico e rincopatico

Sei del mattino. Mi sveglio piangendo. Solo un incubo, ma il dubbio cartesiano mi punzecchia. Cambio posizione, ancora qualche ora di sonno. “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Cos’è questo rumore?! “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Ma… ma… ma questo è un trattore! “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Un momento, cosa ci fa un trattore alle sei del mattino nel mio condominio? Rifletto un attimo. Un altro attimo. No, l’ipotesi è vagamente demenziale. E allora? “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Qualcuno sta russando, ma chi? O è la mia vicina, o il suo fidanzato o è il tizio che abita all’appartamento di sotto. Un ringraziamento sentito alle pareti di cartapesta. Be’, prima o poi smetterà. Un’ora dopo il ‘prima’ lo accantono: non solo la russata persiste, ma aumenta anche di intensità. Chiunque sia ha dei grossi, grossi problemi. Perché avere al posto del naso una turbina che produce inquinamento acustico è un problema. Perché un martello pneumatico attaccato tra occhi e bocca che ritmicamente scandisce le ore notturne è un problema. “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”. Tappi nelle orecchie, subito. Niente, “Ronf, ronf, ronf. Ronf, ronf, ronf”, barriere di difesa abbattute. Stremato, perdo i sensi una mezz’ora più tardi. Non pensavo che una cosa del genere potesse succedere a Zurigo: possibile che non sia stata ancora vietata dalla legge?




Parliamo del fumo, quello senza arrosto. Intanto, fumare come turchi è una cazzata. Sono stato di recente a Istanbul e non è vero che i turchi fumano così tanto. Piuttosto, gli zurighesi fumano come turchi. Qui, si fuma ancora nei locali. Si esce come portaceneri deambulanti. Quindi, gli zurighesi fumano come dei turchi, ma i turchi non fumano come turchi. Quindi gli zurighesi non fumano come turchi. Se no sarebbero turchi, ma i turchi non fumano come turchi. Lapalissiano. E ora a noi. Che il fumo non faccia bene, si sa. Prima fase. Seconda fase, il fumo passivo. Il fumo passivo fa male? Pare. La scienza medica così ha stabilito. Se tu mi fumi addosso per vent’anni e poi mi trovano un tumore grosso come il testone di Mashiro Tamigi – ma Lippo Lippi e Cippa Lippa che fine hanno fatto? –, è il fumo passivo. E tu hai sicuramente dei problemi, a fumarmi addoso per vent’anni. Il fumo passivo fa male agli stessi fumatori. Se fumi 14 sigarette al giorno, con il fumo passivo è come se ne fumassi 16,6. Perciò, possono diminuire la quantità di sigarette contenute in un pacchetto. Arriviamo all’ultima fase. Notizia recente. Il fumo di terza mano, ovvero “quello che si deposita su qualunque superficie di ambienti interni in cui si fuma, mobili, scrivania, letti, tende, e anche sui vestiti.”. Il fumo di terza mano fa male. Quindi, consiglio: se siete ospiti, evitate di fumarvi il divano.



Un ambasciatore arabo ha fatto annullare le nozze dopo aver scoperto che la sposa, una volta toltasi il niqab, sfoggiava una barba mica da ridere. E poi dicono che donna barbuta sempre piaciuta. Buona settimana!

lunedì 8 febbraio 2010

L'inquisizione


“Signore?... Signore?!... Signore?!!!”

Apro un occhio. L’altro lo segue, piano piano. Davanti a me, tre individui in uniforme. Li scambio per i Village People, ma il loro accento spiccatamente ticinese fa vacillare la mia iniziale certezza. Sono guardie di confine.

È sua la valigia?”, mi domanda uno di loro, indicando il trolley infilato nel vano sopra il mio sedile.
“Sì. Anche lo zaino”
“Le dispiace se le diamo un’occhiata?”

Sì. Mi dispiace molto. Sono troppo stanco per sbattere le palpebre, figuriamoci per alzarmi e tirare giù la valigia. Sono troppo stanco perché prima mi ha svegliato il controllore italiano “Biglietti, prego!”, poi anche quello svizzero ha pensato bene di dare il suo contributo con un misterioso “Pig-lietti, preko!”. Sono troppo stanco perché questa è la quinta volta che mi fanno aprire la valigia sulla tratta Milano-Zurigo. La quinta. Sono troppo stanco perché sono sempre l’unico passeggero della carrozza sottoposto alla minuziosa analisi della biancheria intima – questa volta sono in buona compagnia, una signora filippina che, però, se l’è cavata con una stretta di mano e tanti saluti alla famiglia.

Qual è il mio problema? Ho i tratti troppo mediterranei? Sono troppo circonciso? Ho l’alito pesante? Le gengive infiammate? Le unghie incarnate? Sono troppo magro? Basso? Alto? È il meteorismo? La sindrome di Tourette? Il cerume che fuoriesce dalle orecchie? La fame nel mondo? Il buco nell’ozono? È perché non ci sono più le mezze stagioni? È colpa di Israele? Il crollo dei mercati? Il comunismo? I panda che non si riproducono in cattività? Dio che è morto? I film di Muccino? Bruno Vespa? Il Cavaliere? La crisi del PD? La mascella a forma di ferro da stiro di Ridge? Gli alieni? Gli alienati? Morgan l’aspirapolvere? Ditemi qua-le caz-zo è il mi-o pro-ble-ma!

Bello scrivere. Inventare. La realtà, purtroppo, è ben diversa. Mi alzo e, in piena crisi da privazione acuta di sonno, afferro la valigia, la tiro giù facendomi uscire un paio di ernie e la adagio sopra un tavolino.

Ha un documento?”

Cheppalle.

“La patente va bene?”
“Perfetto”

Adesso chiamerà non so chi, farà la compitazione di nome e cognome “Rosen che?!!” e gli risponderanno “Ah, sì, è sempre lui. No, no, è solo un idiota, dagli uno zuccherino così è contento”.

“Dove sta andando?”
“A Zurigo”
“A fare?”

Il domatore di cinghiali, come Guarino ha scritto sulla mia pagina di Facebook.

“Ci vivo. Lavoro”
“Capisco”. Il che è già un enorme passo avanti.

Intanto, gli altri due, muniti di guanto salvafreschezza, stanno esplorando i meandri del trolley. Ecco la maglietttina, le calzettine, la mutandina, la camicina. La camicina?!!

Mi raccomando, le camicie…”
“Sì, sì, non si preoccupi”

Mi preoccupo eccome.

L’esplorazione va avanti. Stalagtiti, stalagmiti, delle mummie, un attaccapanni, qualche centinaio di cinesi che lavorano, maglioni, libri. Tutto nella norma.

“E questo?”, con aria inquisitoria.
Bresaola. E parmigiano

Apre il sacchetto, tanto per essere sicuro. Forse abbiamo messo le mani su un pericoloso trafficante di grana. Invece, niente: richiude – alla cazzo – il sacchetto e richiude –alla cazzo – la valigia.

“Grazie. Buon viaggio”

Sì, come no. Sprofondo nel sedile, deciso fermamente a dedicare le due ore che mi separano da Zurigo a quell’attività che mi è stata fino a ora negata. Chiudo gli occhi e… e l’annuncio del capotreno me li fa tosto riaprire – notare il ‘tosto’ che ottocentizza la mia vacua prosa –:

“Kausa intcitente del treno che tci precete, fiacceremo kon un ritarto di almeno un’ora. Il treno farà una zosta di metzz’ora a Bellinzona. Ci scuziamo molto per il tisatcio”

Quando si dice la fortuna.

Un migliaio di sbadigli più tardi, che dalla regia mi dicono corrispondere a mezzanotte e mezza dell’ora solare, arrivo a casa. Distrutto. Apro la valigia. Metto bresaola e parmigiano in frigo. Calze, mutande, magliette e maglioni nei rispettivi cassetti. Poi, prendo le camicie. Le camicie sono stropicciate. Molto stropicciate. Troppo stropicciate… STRONZI!!!

lunedì 1 febbraio 2010

Apriti sesamo!


Sembra che, quando si starnutisce, sia impossibile tenere gli occhi aperti. Bene, negli ultimi giorni ero così raffreddato che, quando starnutivo, ero il mio vicino a chiuderli, gli occhi. Comunque, venerdì sera, imbottito di medicinali, decido che il tempo della mestizia è finito, perché come è scritto nel Qoelet – l’Ecclesiaste -, c’è un tempo per ogni cosa, e così me ne vado a una festa che racconta di ruscelli di vodka, fiumi di rum e torrenti di birra. “Mangiate, amici, bevete/inebriatevi, o cari.”. Anche a quei tempi già lo sapevano che un bicchiere tira l’altro e così mi ritrovo verso le cinque del mattino davanti al portone di uscita. O a quello di entrata, ma non vorrei scomodare Frege per niente. Con fatica afferro la maniglia e tiro. Niente. Allora spingo. Niente. Tertium non datur, quindi c’è un problema. Il mio è l’alcol, e quello del portone? Alla mia sinistra, sul muro, in bella evidenza, noto un campanello. Ah! Con aria trionfante lo premo. Tiro. Niente. Spingo. Niente. Un’espressione corrucciata si dipinge sul mio volto. Schiaccio di nuovo il pulsante, tiro, spingo, schiaccio, tiro, spingo, mollo un calcio. Non succede assolutamente niente. La battaglia è persa. Andrò a chiedere delucidazioni. Mi volto e, esattamente dalla parte opposta, vedo un altro portone. Mi giro a destra, portone. Sinistra, portone. Destra, portone? Sinistra, avanzo. Spingo. Il passaggio si apre davanti a me. L’uscita. I tratti del viso si rilassano, lasciando spazio alla tipica espressione dell’idiota. Esco. Il portone di entrata è il portone di uscita e settimana prossima mi rileggo Frege. Domanda: a chi cazzo ho suonato per cinque minuti?!

Il risveglio è pessimo. Mal di testa, stomaco in subbuglio. Sono ancora ubriaco. Pilotato da un appetito che necessita di agnello sacrificale per essere placato, mi alzo e barcollo fino al frigo. Non potete capire il dolore che ho provato nel constatarne l’esiguo contenuto. Mi armo di tutto il coraggio possibile e parto in missione spesa. Dopo cinque minuti passati a fissare dei barattoli di cetrioli, mi si avvicina un dipendente del supermercato e, vomitandomi addosso dei suoni gutturali, mi chiede se ho bisogno di aiuto. Gli sorrido e mi smuovo per qualche istante dalla sosta catatonica. Non credo di aver mai passato così tanto tempo in un supermercato. Sfiancato dallo sforzo epico, finalmente arrivo alla cassa. Inserisco il bancomat e… nulla, anche lì. Lo inserisco una seconda volta. Non riesco a pagare. Alla terza mi accorgo che quello che stavo infilando non è il bancomat, ma la tessere dell’assicurazione sanitaria: per forza non riesco a pagare, con tutta la spesa ipercalorica che ho fatto! Questa volta tiro fuori la mia bella carta gialla. E il codice? Non me lo ricordo, cazzo! Ce l’ho segnato sul cellulare, ma ovviamente il cellulare giace sul comodino di camera mia. Intanto la fila dietro di me, che arriva al casello di Melegnano, incomincia a dare segni di impazienza. La cassiera, che non si capacita del fatto che tutti i drogati del quartiere debbano sempre capitare a lei, mi fissa allibita. Una cosa così, in Svizzera, non la vedono dai tempi di Zwingli. Esploro i meandri più reconditi del portafoglio e, accartocciate in modo indegno, trovo le banconote che mi salvano dal linciaggio. Sorrido, torno a casa, mangio, sto ancora più male e vengo abbattuto sul letto da un mal di stomaco canaglia che mi lascia privo di sensi per altre tre ore. Una merda, certe volte, ha più dignità.


Vi ricordate il Woody Allen di “Hollywood ending” che interpreta un regista colpito da cecità psicosomatica? Mi è tornato alla mente leggendo un articolo su un film che stanno girando a Tel Aviv e interamente pensato, diretto e recitato da non vedenti: regista, attori, tecnici. Non so quanto sia passata la notizia. A me, lo confesso, ha fortemente impressionato. All’inizio avevo pensato di scriverci sopra qualcosa di divertente, ma poi mi sono ricreduto. Lo trovo in qualche modo eroico e romantico. So che non c’entra niente con la logica di questo post, ma volevo accomiatarmi non con l’immagine di un me sbavoso sopra un materasso, ma con l’idea che i sogni, il talento, la passione, ci rendono ancora più umani e così, più vicini all’Assoluto - “Siamo fatti della stessa materia/con cui sono fatti i sogni”. W. Shakespeare -. Buona settimana.