domenica 13 febbraio 2011

Il demone e l'indemoniata

Quando vedo L di L&L venirmi incontro – Lord-enzo –, so già quello che mi aspetta. Lo so perché è venerdì sera. Lo so perché sono a Londra. Lo so perché uno degli invitati alla cena di L&L è Mr X, raggiungibile sempre e dovunque al +666. L’appartamento londinese di L di L&L è molto simile al precedente zurighese, eccezion fatta per gli ancestrali graffiti sul muro della camera da letto che costituivano una delle principali attrazioni elvetiche. I libri accatastati di fianco al divano sono il segno di un recente trasloco. Al desco sono attesi, oltre al padrone di casa, al biondo satanasso e al sottoscritto, tale V., avvocato con una storia alle spalle di maestro di sci a Sankt Moritz, una ragazza di Milano e, per far felici tutti, una di Roma.

Il primo a presentarsi, puntualmente, alle otto e qualcosa, è V, fiorentino trapiantato a Milano, spostato a Sankt Moritz, spedito a New York e ricevuto impacchettato a Londra. Mi presento. Lui mi guarda e...

“Ci conosciamo già?”. La domanda mi getta nel terrore. In effetti, la sua faccia non mi è nuova. Seguage del metodo socratico della maieutica, brachilogico quello che basta, in poche decine di minuti raggiungo la carrambata perfetta con tanto di Carrà starnazzante. Sì, ci conosciamo. Sì, il mondo è piccolo. E sì, non ci sono più le mezze stagioni, ma se fossero state così importanti, Vivaldi ci avrebbe scritto su un altra serie di concerti. Intanto suona il citofono. Sento gridare le anime dei dannati. La porta si apre ed eccolo: dentro al suo lungo cappotto di cachemire umano, la versione moderna di Belzebù. Privo come sempre di ogni pudore, ci mostra un messaggio che ha ricevuto poco prima da una misteriosa lei: “È ancora valido l’invito per andare fuori a bere qualcosa?”. Stiamo parlando di un invito di due settimane prima. La sua risposta non si fa attendere: “Ciao, non mi ricordo di te, ma sono sicuro che se sono venuto a conoscerti devi essere per forza una gran bella ragazza”. E con l’espressione di quello che l’ha combinata grossa, esce a fumare sul balcone e si mette a messaggiare una escort. Ah, l’amore! Nel frattempo, L di L&L inizia a preparare la cena. Si incomincia con delle bruschette con avocado. Forse anche del formaggio, ma non ricordo esttamente. Stappiamo una bottiglia di rosso. Tra un brindisi e l’altro, si sono fatte le 10 meno un quarto, ma delle due ragazze – in ritardo di un quarto d’ora – nessuna notizia. Tic tac, tic tac, girano le lancette, ma delle due ragazze nessuna notizia. Ci accomodiamo a tavola e allettiamo le nostre fauci con prelibate mozzarelle di bufala, pomodorini e dell’ottimo vino portoghese. Tic tac, tic tac, girano le lancette, ma delle due ragazze nessuna notizia, e siccome sono le dieci e mezza passate, a furor di popolo decidiamo di buttare la pasta. E arriva la chiamata. Scuse di circostanza poco chiare. Insomma, non vengono. Peccato, perché Mr X aveva in mente, nel bel mezzo della cena, di aggrovigliarsi alla gamba di una delle due – la milanese, una ragazza che, a quanto mi è stato riferito, eccede in umiltà, ed è per questo che a volte le capita di ricordare, en passant, che lei ha conseguito un paio di master. Un paio. Non si sa bene in cosa. Ma un paio –e strusciarvisi sopra come fa un cane in presenza di cuscini. Lo ammetto, è un pazzo, ma è davvero esilarante. Se i vostri canoni morali sono quelli del marchese De Sade. Una volta chiusa la pratica delle due cafone, siamo pronti all’attacco del vassoio ripieno di pasta fumante. Ciarliamo spensierati, di quella spensieratezza che vorresti durasse per sempre. L’immortalità non è la nostra più grande illusione? Oh, quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia, del diman non c’è certezza. E allora, divertiamoci, e anche tanto – Samuel Butler diceva che il mondo, più che per essere conservato, è fatto per essere goduto. E quale più grande goduria c’è, a fine pasto, dopo esserci scolati una bottiglia di vino a testa, di riempire i nostri calici con dell’ottima vodka inaffiata con un po’ di redbull? Spensierati, ragazzi, spensierati. Con questa spensieratezza alticcia usciamo e ci infiliamo dentro al primo taxi che riusciamo a fermare. Una mia amica mi manda un messaggio. È con alcune persone in un club di Soho e mi chiede di raggiungerla. Seee... Rispondo che sto andando da Nozomi – bar e ristorante giapponese con la puzza sotto il naso in Knightsbridge, frequentato da calciatori e menti affini e che di nipponico ha forse solo qualche macchina parcheggiata lì nella zona –. Se vuole, mi trova lì. Mi dice che arriva. Neanche il tempo di varcare la soglia del locale e mi ritrovo con un cuba libre tra le mani, mentre Mr X, che lì è di casa, intraprende una serie infinita di salamelecchi – presentandoci tra l’altro una bella ragazza che ci allunga il braccio e posiziona il carpo in modalità baciamano, procurandoci un istantaneo shock anafilattico da snobismo – e tenta il numero dell’aggrovigliamento e dello struscio sulle gambe di chiunque si aggiri nei paraggi. Ridiamo molto, fino a quando non si incolla alle nostre, di gambe. Poi lo lanciamo all’attacco di una colonna, sulla quale si trastulla anche con un certo trasporto. Intanto un nero di due metri con la faccia di P Diddy ma l’espressione ancora più ebete – e ce ne vuole –, grande tifoso del Chelsea, mi rompe le palle sul Milan per un quarto d’oro mentre la mia concentrazione in quel momento è tutta focalizzata su un paio di coppe dei campioni che una signorina poco più in là espone con orgoglio. Non so come, ma viene accompagnato all’uscita da uno dei premi pulitzer che abbaiano davanti alla porta. Il mistero più grande è come riesca a rientrare cinque minuti più tardi ma si sa, per alcune persone, neri e gialli, tutti uguali sono. L’energumeno avrà pensato che si trattava sicuramente di un’altra persona. Il problema è che Jimmy, ribattezzato così da noi per motivi del tutto ignoti e che verranno analizzati al più presto durante una delle puntate di Voyager, non ce lo riusciamo più a levare dei piedi. E dopo mezz’ora che nessuno gli rivolge più la parola, qualcosa dovresti riuscire a intuire, a meno che il tuo cervello non sia stato ultimamente infilato per sbaglio dentro a un forno a microonde e successivamente frullato con un paio di banane. Ancora indecisi sul da farsi, usciamo a fumarci una sigaretta. Pure Jimmy, anche se non fuma. Tra un’aspirata nicotinica e l’altra facciamo conoscenza di Anastasia, banker russa con i lineamenti da modella che versa lacrime amare sopra la sua tragica vita di ricca annoiata del venerdì sera: lei vorrebbe andare a ballare, ma le amiche pare siano intenzionate ad andare a casa. Certa gente è di una crudeltà inumana. Noi, ragazzi dal cuore d’oro e di nobili intenti, le facciamo una proposta che non potrà rifutare. Lei ci pensa su e mentre il suo cervello si contorce sul da farsi, la carichiamo di peso dentro al primo taxi. Anche Jimmy cerca ospitalità ma noi, che siamo già in cinque, gli facciamo ciao ciao con la manina. Il povero Jimmy rimane lì, immobile, conscio che dovrà trascorrere tutta la notte in compagnia solo della sua imbarazzante espressione. Intanto avviso la mia amica dell’improvviso cambio di programma. Ci facciamo portare al Maddox, fighetta discoteca londinese nel cuore di Mayfair. Quando arriviamo davanti, veniamo accolti da un nero nerboruto – grande amico di Mr X nonostante quest’ultimo lo colpisca con un taser ogni volta che l’amichetto tira fuori un metro di mucosa linguale tentando di limonarlo pesante – parla come Platinette, ma in inglese. Entriamo e uno di noi non paga: indovinate chi? No, è la russa. Depositiamo le giacche, svuotiamo le vesciche e siamo pronti a buttarci in pista. Un’occhiata veloce e mi rendo conto di essere finito nella villa di Hugh Hefner. O almeno, così sembra, tant’è che il mio testosterone esplode e ne ritrovano alcuni residui al bancone del bar. Mi batto il petto come un gorilla, grugnisco come un cinghiale in calore e dico delle frasi prive di significato alle conigliette che mi girano intorno. Sul più bello, ricevo un messaggio. La mia amica. Fuori. Devo farla entrare. Mr X parla con Platinero. Platinero mi guarda e fa alcuni apprezzamenti.


“Fumi?”
“Sì”
“Peccato”.

Insomma... Alla fine, anche se il mio alito nicotinico gli castra ogni fantasia speleologica su di me, decide di venirmi incontro. Senza doppi sensi. Apre la porta e... la mia amica è lì. Ci sorride. È DA SOLA! E io ho già capito. La prendo per la mano e, più o meno come farebbe un primate di medie dimensioni, la trascino nella sala di sotto direttamente al bancone e senza passare dal via. Inizia la serie massimale di vodka red bull. Lei, con la camicetta mezza aperta, mi gira intorno sensualmente facendomi regredire allo stato di spermatozoo. Per cercare di riprendermi e raggiungere almeno la fase adolescenziale, semino le mie tracce e raggiungo L di L&L e V, incagliati nei pressi della procace slava, che subito afferro e faccio puntualmente turbinare, ottundendole i sensi. Certe tradizioni vanno rispettate. Sempre. Terminata la rotazione, me ne torno al bar. La fatica vale ben un bicchierino, diamine! E mentre ordino, vedo alla mia sinistra, sopra il cubo, la mia amica che si agita come una indemoniata e dietro di lei, avvinghiato come un polipo, Mr X. Quel ragazzo non posso lasciarlo solo neanche un secondo. Armato del mio vodka redbull che mi rende invincibile, mi appropinquo alla scena del misfatto e ristabilisco con ignoranza gli ordini gerarchici del maschio alfa dominante. Colpito da attacco di ansia ormonale, mi si prospetta l’incubo della profumiera, traditrice di milioni di virili speranze. Esorcizzo il timore parlandone con L di L&L, che però pare parteggi per la tesi di fondo. La teoria, con buona pace di Popper, viene falsificata pochi minuti dopo quando la mia amica decide di appiccicare la sua faccia alla mia, con tutto quello che ne consegue. Inutile che vi stia a raccontare il seguito, siete sicuramente dotati di buona immaginazione. Il giorno dopo è una corsa a non perdere l’aereo: torno a casa di L di L&L, che aveva già fatto un paio di telefonate a Scotland Yard, butto quello che c’è da buttare dentro la valigia, saluto, prendo un taxi, arrivo in stazione, mi precipito a fare il biglietto, mi infilo sull’Heathrow Express un minuto prima della partenza, arrivo in aeroporto, mi dirigo a razzo al check in, passo tutti i controlli, corro verso il terminal e... l’aereo è in ritardo. L’aereo della Swiss?!! Non ci sono più gli svizzeri di una volta, maledizione! Alle dieci di sera sono casa. Voi pensate che sia tutto finito e invece ricevo un messaggio. Di Mr X. Il diavolo è a Zurigo. Usciamo? Vedete, proprio come dice il proverbio, errare umano, perseverare è diabolico e fare due serate con Mr X è vietato dalla convenzione internazionale di Ginevra. Buona settimana a tutti!

lunedì 17 gennaio 2011

Gang bangs of New York - parte quarta


Il risveglio non è dei più facili. Ho ancora vivida l’immagine della spaventevole Linda Blair israeliana e per sbarazzarmene non mi resta che infilarmi sotto la doccia, aprire il rubinetto dell’acqua calda, far scrosciare l’acqua fino a quando non raggiunge la temperatura di ebollizione e rimanere immobile per una decina di minuti, giusto il tempo di fare pulizia anche di tutto quel cerume che tende ad annidarsi intorno al mio cervello. Potrei rimanere lì per ore se solo non dovessi andare a visitare Brooklin, Chinatown e Little Italy. Così, mi ritrovate poco dopo in deambulazione per le strade di New York con il solito tall latte ustionante per lui e ritardante per lei e una ciambella tra le mani. Niente metropolitana, oggi me la faccio tutta a piedi. A metà percorso una folla, radunatasi per l’occasione, mi segue per alcuni metri incitandomi e offrendomi bevande energetiche, dell’ EPO e un calendario di Playboy che mi fa appannare gli occhiali da sole. All’una e mezza, quando le gambe iniziano a cedermi e i succhi gastrici mi limano l’intestino, decido di fermarmi per una pizza da Grimaldi. Pare che ai tempi fosse frequentata da Frank Sinatra. La pizza, che ho la fortuna di dividere con una simpatica ragazza conosciuta mentre attendevo un tavolo, è ontologicamente quello che era per Fantozzi la corazzata Potemkin. Solo un americano medio rigonfio di cheesburger, coca e tette di Pamela Anderson potrebbe scambiarla per quella sorta di gustosa focaccia farcita che tanto bene sanno fare in Italia. Almeno la ragazza con cui ho il piacere di conversare per più di un’ora, una californiana sulla trentina, è simpatica. Si trova a New York perché ha appena partecipato all’edizione americana di ‘Chi vuol essere milionario’. Le chiedo come è andata ma mi dice che, a causa della sua religione, non le è permesso riverlarmelo. Poi confessa di avere firmato un contratto in cui si assume l’onere di non raccontare a nessuno l’esito della puntata prima della sua messa in onda. Inoltre, ha l’obbligo più assoluto di non spiattellare a destra e manca che Obama è nero per davvero. Perbacco! Terminato il pranzo e gli argomenti di conversazione, mi congedo dalla mia ospite e riprendo la maratona cittadina tra fascistissime insegne ‘Da Benito’ e ideogrammi misteriosi ripieni probabilmente di involtini primavera . Mai nella mia vita avrei pensato di poter camminare così a lungo. Quando rientro in albergo, il sole è calato da un pezzo. Sono quasi le nove. Mi sdraio sul letto, esausto. Estraggo il cellulare. Tre chiamate perse. Tutte della stessa persona. La ragazza che la notte prima cercava di ipnotizzarmi, impalata, scrutandomi l’anima attraverso gli occhi. La richiamo. Ah, ciao, bla bla bla, ero in giro con un’amica – un’altra?! – e mi sei venuto in mente e bla bla bla aperitivo. Lei. Io, eh, no, bla bla bla, Brooklin bla bla bla, vuoi uscire a mangiare qualcosa? Perché detesto mangiare da solo: finito di leggere il menu, non so mai dove guardare e ho sempre la paranoica sensazione che la gente passi il tempo a fissarmi. Come quello laggiù. Lei, no ho già mangiato, ma se vuoi ti faccio compagnia. Io, va bene. Lei, conosco un ottimo ristorante italiano vicino al mio albergo.

Ottimo ristorante italiano? Non ho voglia di mettermi a discutere, sono stanco e affamato. Appuntamento lì davanti alle dieci meno un quarto. Prendo un taxi. Il taxi rimane imbottigliato nel traffico.

“Eh, stasera c’è il concerto di Bon Jovi”

Tuttavia, l’informazione non mi è di grande aiuto. A metà strada – circa due settimane più tardi – ordino al taxista di fermarsi.

“Proseguo a piedi”

Il taxista fa l’incazzato ma se io arrivo troppo tardi, poi Bon Jovi ci rimane male. Sono in ritardo. Accelero l’andatura. Corro. Lei è lì davanti che mi aspetta.

“Scusami. C’è Bon Jovi che suona”. Penso sia una buona scusa. La utilizzerò più spesso. Entriamo. Il ristorante è enorme. Un cameriere decisamente omosessuale che si atteggia come se, in realtà, lo fosse ancora di più, ci trova posto in una zona appartata del locale. Io ordino un’insalata come antipasto – “Non una porzione all’americana, mi raccomando. Una normale, grazie” –, degli spaghetti e due bicchieri di vino rosso. Lei un gelato. Quando il cameriere torna, regge in mano un prato di lattuga, carote e pomodori. Cazzo! Fortuna che ho portato il tosaerba e il rastrello. Gli spaghetti sono scotti. Mai farsi portare in un ristorante italiano da chiunque provi a parlare la nostra lingua dicendo ‘salami’ e ‘grazzia’. Intanto, lei ha abbandonato la scalata di quella montagna di gelato innevata di panna e cioccolato. La lettura della mia anima procede creandomi non pochi imbarazzi. Parlo del più e del meno e non di molto altro perché la mia cultura matematica si è piuttosto ridotta negli anni. Miracolosamente, riesco a finire il piatto di spaghetti. I bicchieri di vino da due sono diventati quattro, ma la sorte è la stessa. È ora di prendere una decisione. Tanto so già come va a finire.

“Ti va di andare a bere qualcosa”, le domando? Annuisce con la testa. Sorrido, inebetito per lo più dal pantagruelico pasto, mi alzo e vado in bagno a sistemare una faccenda. Un tizio sulla settantina, intento a prosciugare con veemenza una sofferente prostata, si volta verso di me e mormora qualcosa di incomprensibile che lo fa sganasciare dalle risate. Ne abbozzo una pure io e mi blocco sul più bello. Terminata l’operazione logistica, mi sistemo i capelli, mi faccio l’occhiolino e sono pronto al mio trionfale rientro. Quello che vedo, però, non mi lascia assaporare la vittoria finale: lei è di fianco a un lui e sembrano discutere animatamente. Mi avvicino con circospezione. Il tizio si volta.

“Tu devi essere David”. Mi hanno trovato, maledizione!
“Sì, ciao, piacere”. Allungo la mano, così come mi hanno insegnato. “E tu sei?””****, piacere. **** mi ha raccontato di ieri sera. Sei stato un grande, pochi avrebbero fatto lo stesso al tuo posto”
“Ma no, figurati. È perché sono italiano, sai”. Che risposta da idiota, ma ci ripenso solo adesso. “Sei anche tu israeliano?”. Mi sembra di riconoscere l’accento.
“Sì, di ****”. Ah, dalla stessa città di ****. Che strano…
“E cosa ci fai qui a New York?”
“Sono qui per lavoro. Un paio di mesi”

Dopo la breve introduzione, lei lo prende sotto braccio e, spostandosi verso l’uscita, sancisce con un “Ok, noi dobbiamo andare. Ci vediamo” la conclusione della serata. Rimango lì imbambolato per qualche secondo, poi chiudo la giacca, infilo le mani in tasca e mi incammino verso l’albergo. Si dice che la curiosità è donna, ma si vede che nel mio caso fa un eccezione. Appena entro in stanza, mi collego a Facebook e inserisco il nome della ragazza nella ricerca. Ci metto un po’a trovarla, visto che i dati anagrafici in mio possesso non trovavano una precisa corrispondenza. Nel profilo leggo un “Married to”. E indovinate un po’ chi è il marito?

Il giorno dopo mi tempesta di telefonate e messaggi. A cui non rispondo. Mi insulta pure. Cosa volete che vi dica… Che mi dispiace per lui, cornuto platonico. Che mi dispiace per me, un fesso preso per i fondelli. Che mi dispiace, ma neanche tanto, per lei, un’idiota e non alla Dostoevskij, perché solo un’idiota può pensare di organizzare una tresca nel suo ristorante preferito a New York. Non do giudizi morali. Non me lo posso permettere , però anche io ho i miei valori. Certo, qualcuno potrebbe obiettare, alla Woody Allen, che sono una tacca al di sotto di quelli di un agente assicurativo ma, in ogni caso, ci sono. E, soprattutto, non mi piace che una persona ometta informazioni come dire… rilevanti. Detto questo, ognuno, una volta che si infila sotto le coperte e spegne la luce, deve fare i conti con la propria coscienza. Purtroppo, a causa dell’alcol, io me ne ritrovo una che sbiascica e non capisco mai cosa vuole dirmi. Pazienza e alla salute. Buona settimana a tutti!

martedì 21 dicembre 2010

Gang bangs of New York - parte terza


E una bottiglia di vino se ne è andata. Il funerale è stato molto commovente, soprattutto quando gli alcolisti, radunatisi intorno al vuoto, hanno versato fiumi di lacrime amare. Lacrime di amaro. Inconsolabile, alzo la mano nel tentativo di richiamare l’attenzione del cameriere e ordinarne subito un’altra. Le ragazze mettono in scena una labile pantomima che dovrebbe arrestare l’improvvisato baccanale newyorchese, ma niente, oramai, può impedire al rito propiziatorio di andare avanti, nemmeno il Divino Otelma. E infatti, eccola, la nuova bottiglia, che si staglia sul tavolino, arrogante, boriosa, gonfia di rubizzo nettare. Nettare che ci vuol poco a prosciugare. La siccità alcolica è un tragedia con un retrogusto di vendetta che, come una ghigliottina, si abbatte sulla nostra arsura mentale. I sintomi sono facilmente riconoscibili e toccano una vasta gamma di stati interiori che partono dall’euforia e approdano, fatalmente, al disgusto per se stessi, alla penitenza, alla mortificazione e alla visione dell’ultimo film di Massimo Boldi. Ci vuole fegato e io me lo sono giocato con gli ultimi anni di cuba libre. Per farla breve, dopo avere deliziato le mie compagne di viaggio con profondi discorsi sul nulla, ho dovuto assistere a un dramma esistenziale che mi ha ostruito momentaneamente le arterie, impedendo all’ossigeno di portare nutrimento al mio cervello. Una delle due ragazze, trasformatasi nella versione sbiadita di un cadavere, pare clinicamente prossima alla morte e, fattasi muta tutta d’un tratto, inizia a ciondolare come un bravo ebreo ultraortodosso, ma più che verso l’alto dei cieli, mi sembra aneli a una prosaica tazza del cesso. Cerco di reperire informazioni sulle sue condizioni fisiche, che peggiorano con il passare dei secondi.

“Come ti senti?”

Dalla sua bocca escono dei vagiti che a fatica riesco a interpretare.

“Devi andare in bagno?”

Dallo sbiascichio impenetrabile estrapolo qualcosa che assomiglia a un ‘no’. La prendo in parola ma temo già l’inevitabile che, purtroppo, si manifesta una decina di minuti più tardi quando, aprendomi un varco nella mischia di gente, mi libero della prima linea di difesa, supero l’estremo e, spalancando a calci la porta del bagno, faccio meta infilando la testa della moribonda nel water. Da un corpo così esile e grazioso esce un getto di una potenza devastante che, come un buco nero di Kerr, curva lo spazio tempo e lo fa roteare. La ragazza ormai è un torrente in piena e io non ho nemmeno il numero della protezione civile. Quando finalmente rientra negli argini, la riporto al tavolo su cui, poco dopo, si accascia. A distanza di pochi minuti, la scena si ripete uguale, solo che questa volta il bagno è occupato e devo direzionare l’idrante sul marciapiede. Intanto, la gente si accalca all’interno del locale in attesa di un tavolo. Così, il factotum della città, Akiva, omonimo del ben più celeberrimo rabbino di cui, sfortunatamente, ha ereditato solo il nome, dopo essersi sincerato in maniera totalmente ipocrita delle condizioni della ragazza, ci invita a portare i nostri culi semiti da un’altra parte.

“C’è gente che aspetta”

Commosso da tanta umanità, mi vengono i lucciconi agli occhi. Mi converto istantaneamente al buddismo zen e cerco di risolvere un koan che domanda che rumore faccia l’applauso di una mano sola stampata con violenza sulla faccia del simpatico Akiva. Illuminato, raggiungo la consapevolezza: Akiva è uno stronzo. Non ci resta che seguire il suggerimento. Sono sicuro che due passi e un po’ d’aria fresca gioveranno al fisico debilitato della nostra amica. Mi alzo, mi infilo il cappoto e quando ho già un piede fuori dalla porta, succede l’irriparabile: l’idrovora scarica tutto il suo contenuto, o quasi, su pavimento e parte del tavolo. Con Tubular Bells in sottofondo, capisco che ormai non mi rimane che fare affidamento sull’esperienza di un buon esorcista. Padre Mayii. Pietrificato dall’imbarazzo, chiedo umilmente scusa a tutti quelli che stanno mangiando, a quelli che agognavano il nostro posto e che invece ora lo stanno cedendo generosamente agli ultimi arrivati e, già che ci sono, chiedo scusa per quella volta che mi toccai mentre mangiavo dei pasticcini alla crema guardando un film di Walt Disney. Portiamo fuori l’indemoniata che prosegue il suo lavoro, non senza aver fatto prima girare completamente la testa un paio di volte intorno al suo collo. Lo so, faccio sempre questo effetto alle donne. Poi, tramortita, sviene su una panchina. A naso, dubito che riuscirà a prendere l’autobus per tornare a Newark, dove alloggia temporaneamente presso una zia. Dopo un giro di telefonate, riusciamo a prenotare una stanza in un albergo non lontano da Time Square. L’altra ragazza propone di prendere la metropolitana, idea che boccio immantinente. Notare l’immantinente.

“Credo sia meglio se fermiamo un taxi”

A volte riesco ancora a meravigliarmi di me stesso. Alziamo un braccio e come per magia un taxi, sbucato da non so dove, accosta. Ci infiliamo dentro, la sofferente per prima, io in mezzo e l’altra a chiudere la processione. Il guidatore, che non è un idiota, intuisce subito che sotto si cela un attacco sionista organizzato dal Mossad, così ci chiede educatamente di scendere:

“Non voglio che mi sporchiate il taxi”. Riconosco le sue ragioni, perché una vita fa, quando ero ancora uno sbarbato senza patente e diritto di voto, mi ritrovai in una selva oscura, ubriaco, e dopo di quella in un tassì con il tassista che domandava al mio amico se ce la facevo ad arrivare fino a casa e il mio amico che mi domandava se ce la facevo ad arrivare a casa e io che rispondevo sì sì sì e poi io che rifacevo gli interni della macchina e il tassista che non domandava più niente e il mio amico che non domandava più niente ma solo un lungo silenzio imbarazzato. Rispondo, ostentando anche una certa spavalderia:

“Non si preoccupi. Nel caso, l’avverto in anticipo”.

Non fa tempo neanche a ingranare la seconda che la pompa antincendio alla mia sinistra sta per rimettersi in moto. Il pericolo è alle porte, devo agire con prontezza:

“Mi scusi, le spiacerebbe accostare... immediatamente!”

Il problema è che non può farlo. Non in quel momento. In queste situazioni, però, il tempismo è tutto. Mentre rallenta e cerca di trovare uno spiazzo in cui fermarsi, spalanco la portiera di sinistra, facendo così defluire il flusso canalizzatore di questa DeLorean che presenta un’evidente perdita al serbatoio. Il taxista cerca di voltarsi ma noi lo distraiamo con frasi di circostanza, luoghi comuni e una supercazzola d’autore. Il viaggio fino all’albergo è lungo e tortuoso. Una volta scaricati, paghiamo il leggendario santo guidatore e entriamo nell’atrio dell’albergo. Non è ancora finita. La signorina, dopo essere stata salvata, curata e scorrazzata, si lamenta dell’eccessivo prezzo della camera. Mah! Parte immediato giro di telefonate e ne recuperiamo un’altra pochi metri più avanti e molti dollari indietro. Ci precipitiamo all’istante. Durante la fase di registrazione, firma e ammenicoli vari, faccio accomodare la regina del conato su una poltrona, in cui affonda e scompare. Uno dei due ragazzi alla reception, che sta osservando la scena, mi sorride e mi indica la porta del bagno. Sorrido a mia volta e gli faccio presente che dentro a quel corpo ormai non c’è più niente. Niente. Finalmente, recuperata la chiave, la portiamo in stanza, la infiliamo sotto le coperte, spegniamo la luce e buonanotte. Sono esausto. Accompagno al suo albergo l’altra ragazza. Lei mi guarda negli occhi. Io la guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Io la guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi e allora io penso ma che cosa avrà da guardarmi negli occhi, sono sempre attaccati sopra il mio naso. Mi accomiato e mi incammino verso il mio, di albergo. Mezz’ora di camminata. Una volta aperta la porta della stanza, mi affloscio sul letto, esanime. Prima di entrare in letargo, penso che, tutto sommato, avrebbe potuto anche andare peggio. Per esempio... per esempio... be’, forse no. Buona settimana a tutti!


p.s: continua. Forse...


Gang bangs of New York - parte seconda


Dovete sapere che Broadway è una via piuttosto lunga. 20 chilometri circa da un’estremità all’altra di Manhattan. Perciò, meglio sapere esattamente dove si deve andare. Esattamente. Dopo aver esaminato accuratamente la cartina, sollevo il capo e con gesto teatrale, puntando il dito in avanti, indico alle mie due ospiti la giusta direzione e le invito a seguirmi. Le sferzate del vento si fanno più violente ma io, tetragono ai colpi di ventura, non mi faccio intimidire.

“È lontano?”, mi domandano cortesemente.

“No, saranno al massimo dieci minuti a piedi”. Quindici, contando la brezza contraria. Quando di minuti, però, ne sono passati venti, sul volto delle due israeliane compare un’espressione di disappunto. Mi guardo intorno, controllo di nuovo la mappa e incito le compagne di viaggio a proseguire:

“Siamo quasi arrivati!”

Altri dieci minuti. Incomincio a notare alcune discrepanze tra ciò che è stato codificato su carta e le mie facoltà interpretative. Infatti, controllando i numeri civici, mi accorgo che abbiamo abbondantemente oltrepassato la meta designata. Di centocinquanta numeri. Tuttavia, a mia discolpa, posso dire che se la Niña, la Pinta e la Santa Maria fossero state attrezzate con dei navigatori satellitari, non avremmo mai potuto affondare le fauci in un doppio cheesburger ricoperto da strati di cipolla. Di tornare indietro non se ne parla neanche. Ci infiliamo in un negozio e chiediamo consiglio per dei locali in zona a una commessa che non avrà più di sedici anni. Lei, sfoderandoci un contagioso sorriso che mette in bella mostra il suo tecnologico apparecchio ortodontico, ce ne suggerisce uno proprio girato l’angolo. Così, ci ritroviamo al pian terreno di questo stabile, davanti a un bar deserto. E chiuso. Sull’ascensore è affissa una targa con alcuni nomi.

“Ah, guardate: penso che dobbiamo salire al quinto piano”. Per l’alcol mi trasformo in un segugio da tartufo. Le due seguono ciecamente il loro vate metropolitano, anche se incominciano a mostrarsi alquanto spazientite. Quando le porte dell’ascensore si aprono, davanti a noi appare una distesa infinita di abiti da donna ordinatamente appesi su delle grucce che occupano l’intero spazio del loft. Chissà dove sono le bottiglie di rum?

“Possiamo aiutarvi?”

Come tartarughe che allungano il collo fuori dal loro guscio per brucare un po’ di erba, ci sporgiamo dall’ascensore e vediamo che alla nostra sinistra, nascosti da un bancone in legno che gira loro intorno, sono seduti, davanti a dei computer, due ragazze e un ragazzo che ci guardano con aria interrogativa. Spieghiamo il motivo per cui ci troviamo lì. Sorridono e ci dicono che il bar è a pian terreno e che questo è un atelier. All’americana, etelia.

Quindi niente rum?

Tra una frase e l’altra, noto che il ragazzo soffre di un tic all’occhio sinistro. Una delle due israeliane si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Mi sa che gli piaci”. Quindi, non sono in un bar e il ragazzo non soffre di alcun tic. Niente è quello che sembra, tranne il fatto che io, in quel momento, sembro un idiota, anche se tutto fosse solo un sogno. Il sogno di un idiota.

Cerco di trarre a mio vantaggio la cosa. Schiero l’esercito di incisivi, canini, pre molari e molari e, con un’oratoria che nemmeno il Marco Antonio shakespeariano con il suo “Friends, Romans, countrymen, lend me your ears”, lo incito a sfoderare il sorriso imbattibile. Chiedo quindi al ragazzo se conosce un posto carino dove bere un bicchiere e magari mangiare pure un boccone. Lui, colpito da pulsioni sessuali innominabili, vacilla; poi, ripreso il controllo, armeggia con il computer e pochi secondi dopo mi porge non solo una pagina stampata con nome e indirizzo del locale – e quello in piccolo, in basso a destra, deve essere invece il suo numero di telefono –, ma anche il plastico del ristorante con tanto di Bruno Vespa allegato e un set di pentole smaltate che mi porto a casa a soli 49 dollari più spese di spedizione. Ringraziamo, salutiamo e ci rimettiamo in cammino. Altri dieci minuti di marcia. Il posto, che si nasconde dietro a una porta anonima, è davvero carino. E minuscolo: un bancone, cinque tavolini e un cesso. Con nostra fortuna, uno dei tavolini è libero e non importa se i posti a sedere sono solo due e me ne devo stare con metà culo fuori dal divanetto e le ginocchia incastrate sotto il tavolino. Ordiniamo. O meglio, ordino. Cozze alla marinara, un assaggino di questo, un assaggino di quello e una bottiglia di ottimo e costosissimo vino rosso italiano. Le israeliane cercano di impedirmi un tale sperpero di pecunia, timorose più che altro di dover pagare a loro volta il mutuo a fine cena, ma io, pervaso di spirito tafazziano, pronuncio una frase che alcuni critici hanno definito “Un epigramma che rappresenta con icasticità la vacuità esistenziale del suo autore”:

“Siete mie ospiti”.

La folla mi omaggia con un’ovazione e il coro greco raggiunge istantaneamente la catarsi. Non mi resta che accomiatarvi invitandovi a riflettere su un pensiero così profondo e rimandarvi alla prossima puntata, dove potrete leggere di possessioni diaboliche e tradimenti platonici. Buona settimana a tutti!


lunedì 22 novembre 2010

Un mercoledì da beoni

La domanda mi frullava nella scatola cranica da un po’.

“Fra, ci sono squali a Santa Cruz?”
Francesco: “Be’, sì. Comunque l’ultimo attacco risale a una decina di anni fa”

Ottimo. Non ho idea di cosa significhi, ma ottimo. Forse che i surfisti californiani non sono più gustosi come una volta. O forse che gli squali sentono la concorrenza di avvocati e banchieri e preferiscono tenere una linea defilata.

Francesco: “Nel caso, un bel cazzotto sul muso

Adesso mi sento più tranquillo. I sei anni di pugilato mi saranno serviti almeno a qualcosa. Se mi trovo faccia a faccia con un pescecane, montante sinistro, gancio destro. Poi arriva l’arbitro a contare ed è fatta. Anche i miei compagni di viaggio, ora che ne sono al corrente, si sentono più tranquilli. Infatti domandano cortesemente se sia possibile, nel caso, arenarsi sulla spiaggia e costruire delle piste per le biglie o dedicarsi, come ultima alternativa, al gioco dei racchettoni.

Squalo o no, non rinuncerei mai all’occasione di fare surf in California. Almeno una volta nella mia vita. E la giornata limpida, con i suoi 28 gradi, non è altro che il sigillo papale finale. Un 3 di novembre che non mi scorderò facilmente. Zurigo e il suo clima polare sono una reminiscenza lontana soffiata via dalla brezza oceanica.

Di questa cosa credo che Francesco me ne parli almeno da un anno.

“Quando vieni a trovarmi negli Stati Uniti, ti porto a fare surf”. La promessa è stata mantenuta. Così, alle 4 del pomeriggio, siamo tutti in macchina in direzione di Santa Cruz: Francesco alla guida, io di fianco e dietro L, S e D. Di solito non cito mai i nomi di chi appare nei miei post, ma in questo esprimo a Francesco l’eterna riconoscenza per la realizzazione di un sogno che mi porto dietro da quando vidi per la prima volta Un mercoledì da leoni. Abbordare delle ragazze californiane.

Traffico sostenuto ma scorrevole. Siamo tutti eccitati. Francesco, dopo aver appreso delle mie arti da killer professionista, gioca un’altra carta. Quella delle onde. Due metri di altezza. E mentre D, dietro, diventa sempre più pallido, ceruleo, una mozzarella con i capelli alla Renegade, io me ne impipo, perché il mio cerebro non riesce ad afferrare il concetto. E poi, cosa volete che siano due metri di onda per uno che è sopravvissuto a dieci edizioni del Grande Fratello? Proseguiamo sulla strada tra tornanti e curve paraboliche. Il tall latte di Blockbuster, una versione a stelle strisce del nostro cappuccino creata appositamente per soggiogare gli stomaci dilatati degli americani, scorre freneticamente nel mio duodeno e per alcuni istanti ho la sensazione di essermi trasformato in qualcosa di aereo, impalpabile. Tipo un peto, ma con più denti. Francesco, che in fondo all’animo è un buono, decide di alleviare la missione kamikaze impartendoci una breve lezione di nozioni basilari da apprendere prima di entrare in acqua con la tavola. Io faccio finta di prestare attenzione e intanto mi immagino mentre cavalco l’onda e le tre conigliette di Playboy, là, sulla spiaggia, che impazziscono per le mie acrobazie e i miei bicipiti scolpiti alzando e abbassando per intere nottate bicchieri pieni di cuba libre. Devo ricordarmi di chiamare il vecchio Hugh prima di tornare in Italia. Magari gli serve una mano. L, invece, gioca distrattamente con il cellulare mentre S, che dice di sapere l’italiano, mostra segni di assenso con il capo anche se ho il forte dubbio che non capisca assolutamente nulla. D è l’unico che sembra davvero interessato alla lezione. Un interesse suscitato dal terrore, tant’è che pochi minuti dopo, posseduto dallo spirito del Furio di Bianco, Rosso e Verdone, chiede in successione: temperatura dell’acqua, direzione e velocità del vento, percentuale di umidità, peso specifico della tavola e un amaro Lucano. Se ricordo bene. Arrivati a destinazione, andiamo alla ricerca di un posto che ci affitti l’attrezzatura necessaria. Il tizio del negozio, cappellino da baseball in testa ed espressione inebetita dalla salsedine e da troppi anni passati davanti allo specchio a schiacciarsi i brufoli, non ne vuole sapere di affittarci le tavole. Le onde sono troppo alte per dei principianti. D intanto è svenuto. Francesco gli spiega che non c’è nulla da temere perché, se Michael Phelps può continuare ad abbattere un record dietro l’altro, è solo grazie al fatto che io, ragazzo modesto e di animo nobile, preferisco starmene dietro le quinte e lasciarlo fare. Quindi, nel caso le cose si mettano male, io sono il loro Mitch Buchannon. Il tizio mi lancia un’occhiata. Forse non se la beve. Il tizio dice occhei occhei. Forse se l’è bevuta. Dieci minuti dopo siamo in spiaggia. Devo ammettere che infilarmi la muta non è stato semplice e la faccenda è stata complicata ulteriormente dal fatto che la prima volta me la sono messa all’incontrario, segno evidente di precoce demenza senile. Prima di entrare in acqua, ci sdraiamo sulle tavole e proviamo a saltarci sopra mantenendo la posizione di equilibrio. I tentativi sono alquanto pietosi e, visti da lontano, sembriamo quattro foche spiaggiate. E quelle che si vedono roteare sui nostri nasi, sì, sono proprio palle. Bando alle ciance, è ora di entrare in azione. Sappiate che quando vi dicono che l’acqua dell’Oceano è fredda, mentono. Infatti, è ghiacciata e i miei piedi subiscono istantaneamente un processo di criogenia, trasformandosi in due lapidi che penzolano inerti dalle gambe. Il surf del principiante non è altro che un’attesa spasmodica dell’onda, una pagaita continua con le braccia che fiacca anche i fisici più allenati e basta, perché scordatevi di cavalcare l’onda. Per la verità, e non chiedetemi come ci sia riuscito, io ce l’ho fatta. Sono riuscito a conquistare la tanto agognata posizione e mi sono sentito sollevare verso il cielo. Avevo già il dito puntato modello Giudizio universale. Una sensazione incredibile. Ricordo di aver pensato “Che figat...”, ma non sono riuscito nemmeno a concludere il pensiero – un vero peccato, ne sono certo, per l’élite intellettuale mondiale – che il muro di acqua, una valanga inarrestabile, mi ha sbattuto giù, centrifugato a trenta gradi e per quattro o cinque secondi sono stato in balia di questa incredibile forza della natura, incapace di intendere e di volere, di riconoscere la destra dalla sinistra, il sopra dal sotto e il PD dal PDL. Insomma, il tronista perfetto.

La giornata si è conclusa poi nel modo più degno, ovvero davanti a quattro birre, lo scrosciare lontano delle onde, sottofondo ideale di un imbrunire che ha quel sapore melanconico di un qualcosa che finisce e che, ahimè, non tornerà mai più, perché sì, lo diceva già Eraclito, tutto, inevitabilmente, scorre. Come la nostra vita. Grazie Francesco perché, a 34 anni, e lo scrivo senza retorica, ho capito di nuovo cosa vuol dire essere un bambino – ecco perché il mio pene, uscito dall’acqua, era così minuscolo... Buona settimana a tutti!

lunedì 15 novembre 2010

Californicazione

Come è possibile che alle nove e mezza di un assolato e insolitamente mite sabato mattino zurighese il supermercato sia già un crocevia di persone? Non ho una risposta. Invece, ho un’altra domanda, ed è la vostra: come è possibile che alle nove e mezza di un assolato e insolitamente mite sabato mattino zurighese tu sia in un supermercato a fare la spesa? Bene, la risposta ce l’ho. Jet lag. Concedetemi un po’ della vostra attenzione e vi spiego come sono andate le cose.

Tutto ha inizio il 30 ottobre, quando dal finestrino dell’aereo Zurigo diventa sempre più piccola fino a diventare una mappa in scala. Sono certo che quel puntino in fondo è lo Zukunft. Mi attendono 12 ore di viaggio. Questo è il tempo che occorre per percorrere la migliaia di chilometri che mi separano da San Francisco. Come avrete capito, a meno che sulla vostra zucca non sia atterrata un’incudine di duecento chili, trasformandovi istantaneamente in una versione ebete di un euscherichia coli, sono diretto negli Stati Uniti. Quelli d’America. La mia prima volta nella terra dei padri pellegrini. Dire che sono emozionato non rende l’idea. Mi attende una settimana in California per quello che, sembra, trattasi di lavoro, e una di vacanza in quella città di cui, bene o male, so già tutto, essendo cresciuto con i film di Woody Allen. Ma andiamo con ordine.

Attenzione, questo post può nuocere gravemente alla vostra salute mentale.

Per i miei genitori, se mai sventuratamente dovessero imbattarsi in questo scritto: tutto quello che scriverò è privo di ogni fondamenta. C’è un nano antisemita che sotto la minaccia di una visione forzata di un intero anno di Uomini e donne mi costringe a scrivere fesserie contro la mia volontà. Amen.

Il benvenuto

Sulla strada per San Jose. Io e il mio collega D. Alla Hertz, dopo aver esordito con “Ci piace il football americano!” commentando tutte le bandiere esposte con scritto “Go Giants”, notoriamente una squadra di baseball, ci rifilano un navigatore ubriaco che funziona in differita. Lo stesso di Cristoforo Colombo. Arriviamo all’hotel verso le sette di sera, solo dopo aver circumnavigato le Indie. Lasciati i bagagli in stanza, andiamo a cena e decidiamo, per evitare di svegliarci nel mezzo del cammin di nostra vita con gli occhi sbarrati, fissi sul soffitto, di fare serata. Così, finito un caffè decisamente allungato, ci infiliamo nel locale di fianco per vivere l’esperienza di una vera festa di Halloween americana. Purtroppo non abbiamo nessuna maschera, ma sembriamo due zombie quindi il problema non si pone. Mentre sorseggio faticosamente il mio coca e rum, Cat Woman e Britney Spears in versione porno si accomodano sul divanetto davanti a me. Cat woman, dotata di un paio di protuberanze che non passano inosservate, decide che io sono l’uomo della sua vita e tenta il primo approccio con un semplice e sempre valido “Hello”. Io, narcotizzato dal viaggio e dal fuso orario, tento un accenno di saluto con il capo e non spiccico parola. Ho visto dei benjamin ficus fare figure migliori. Cat woman decide che non sono più l’uomo della sua vita e va a fare le fusa a Batman. D mi guarda esterefatto e pure Robin. Capisco la delusione cocente e realizzo che se voglio vincere la narcolessia e avere un minimo di interazione mi serve qualcosa di più forte: una sniffata di calzini e una vodka red bull. Così, qualche bicchiere più tardi, ci trasferiamo nel fighetto bar dell’hotel, ritrovo di tira tardi della zona, tediosi uomini d’affari in giacca e cravatta e ragazze in tacco 15 tirate a lucido. Con noi, due pupe che ci siamo trascinati dietro. La pupa dominante, colpita da tempeste ormonali, mi fa capire che sarebbe interessata a vedere la mia collezione di gesuiti euclidei. Investito da un improvviso attacco berkeleyano, titubo e perdo fiducia nell’esistenza della materia. Lei, seguage della scuola del dottor Samuel Johnson, si avvicina e mi sussurra “Solo sesso, però”, confutando così il mio universo ideale.

Per farla breve, ho dovuto sacrificarmi. L’integrazione impone l’accetazione di usi e costumi locali e a me piace integrarmi. E il giorno dopo, più che altro disintegrato, camminavo su e giù per le strade di San Francisco. Distrutto. La strategia per vincere il jet lag è stata un fallimento, ma almeno i miei sbadigli hanno assunto un significato del tutto inaspettato. Bene, direi che per oggi può bastare. I prossimi post saranno tutti dedicati alle mie due settimane di viaggio. Sono le tre del mattino. Proverò andare a dormire. Probabilmente non ci riuscirò. E i miei sbadigli, domani, saranno i soliti sbadigli di un monotono lunedì come tanti altri. Auguro a voi una buona settimana e a una persona a cui voglio molto bene una guarigione completa, sperando che presto possa tornare a casa e vedere la cartolina che, questa volta sì, mi sono ricordato di spedire. Ciao.