Sapete qual è il posto più popolato di francesi dopo la Francia? Il Clara di Tel Aviv: francesi che ballano sui tavoli, francesi che pisciano nei bagni, francesi che rimorchiano delle francesi che rimorchiano altri francesi, francesi i pierre pronunciato alla francese e francesi puri i biglietti che paghi profumatamente all’entrata. Profumo francese. Siccome sono un tipo raffinato e la mattina intingo le lumache dentro al café au lait, pago, entro, faccio un giro e bevo rum e coca colà, voilà! A pochi metri da me una ragazzà, seduta su uno sgabelloné, la gambe incrosciaté, richiama la mia attensione con un sgesto très chic della sua maninà. Ici, ici. Io non me lo fascio ripetere due fois e mi avviscino con lo sguardo pieno di amour, vedi alla parola baguette.“Tu parle français”?A Tel Aviv è la prima cosa che mi verrebbe in mente di domandare.
“Un petit peau”
“Hai un po’ di erbà?”, in franscese, ça va sans dire
“No, désolé”
Si volta e, con la meme maninà di prima, mi fa segno di allontanarmi. Vite, vite!Ma come, e l’amour? E io che sgià mi vedevo sulla tourre Eiffel a cantar vive la France al suono dell’accordeon, scene a lume di candela e bolliscine di champagne?!! Non mi resta che il rum e coca colà: anche ici ci sono le bolliscine, solo che i rutti, con questi, sono pas très chic!



Traslocato, finalmente: ho un letto, un guardaroba, un tavolo da cucina con due sedie, un mobile per la televisione con libreria annessa,una scala con due soli gradini, qualche lampada, piatti, posate, asciugamani, lenzuola. Venerdì arriva il resto. Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Casa nuova, residenza nuova. Mi tocca tornare al consolato. Ahia… Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Comunque, stamattina, una temperatura per niente primaverile – qui si passa dalla torrida estate a pieno inverno in un solo giorno – e un cielo grigio grigio. Sono sul tram numero 2, auricolari infilati nelle orecchie – mi sembra il luogo più appropriato –, sbadiglio compulsivo ed espressione instupidita dal sonno. Tre fermate dopo, fermi tutti, salgono i controllori. Le vocali e le consonanti escono a casa dalla loro bocca, ma il senso lo capisco ugualmente: con svizzero senso civico metto mano al mio abbonamento mensile e lo mostro al baffuto controllore, che abbozza un sorriso di approvazione. Bene. Andiamo avanti. Arrivo al consolato. Tizio parla con guardia – un’altra, non quella dell’ultimo post. Ecco l’imperdibile scambio di vedute:“Prego, documenti”“Eh… non ce li ho”“Patente, qualcosa?”“Niente, ma ho appuntamento”“Va bene, ma ho bisogno di un documento”“Ho appuntamento con (dice qualche nome di donna)”“Mhh”“La conosce, no?”“Sì, sì, la conosco, ma non conosco lei”“Eh…”“Va be’, vada, va” E facciamolo andare. Salgo al primo piano, munito di bigliettino. Numero: 007, capito? Nella sala di attesa non c’è nessuno. NES-SU-NO. E quindi, giustamente, aspetto venti minuti. Fortunatamente l’impiegata è gentile e simpatica, il che non serve però a placare i miei istinti omicidi nei confronti degli uffici pubblici italiani. In cinque minuti sbrigo la pratica. Bene. Non è di questo, però, che volevo scrivere. O almeno, non solo. Passeggiata fino a Bellevue, fermata del tram numero quattro. Due minuti dopo sono comodamente seduto, auricolari ancora infilati nelle orecchie. Tre fermate e... fermi tutti, salgono i controllori. Ancora?! Solite vocali e consonanti a caso. E poi lo vedo. Lui, il controllore baffuto. Mi si avvicina. Lo guardo.“Excuse me, sir, but you’ve already checked my ticket before”“Was?”Ho capito. Metto mano al mio abbonamento mensile e lo mostro a quello, quello baffuto, che abbozza un sorriso. Mi sa che stavolta, però, è un sorriso di presa per il culo…
