lunedì 20 settembre 2010

Ora chiamatelo Lord-enzo (Parte prima)

L di L&L se ne va. Ci abbandona. Destinazione Londra. Niente più cioccolato, rösti e orologi a cucù, lo aspettano fish and chips, porridge e il Big Ben. E allora, bisogna festeggiare, ed è proprio quello che facciamo. Alla nostra maniera. Venerdì sera ci troviamo a casa di L di L&L, l’altro. A cena, tanto per incominciare. Il quartetto è al completo: L di L&L, L di L&L, K e io. A darci man forte, M ed E, una simpatica coppia di meranesi, e H, pazzoide tedesca che si adatta perfettamente al clima vagamente demenziale del gruppo. La cucina di L di L&L è, come sempre, una manna per il palato e della pasta che straborda dalla pentola non rimane più neanche il ricordo. Come contorno, cinque bottiglie di vino che vengono svuotate fino all’ultima goccia. Si mangia, si beve, si ride. Intanto, la bottiglia di rum e di vodka attendono, pazientemente. Non per molto. Il livello alcolico incomincia ad alzarsi, vertiginosamente. M ed E, bevuto il bicchiere energetico, ringraziano, salutano e se ne vanno, avendo già previsto tutto nei minimi dettagli. Noi continuiamo nella maratona alcolica fino a quando non tagliamo il traguardo delle bottiglie vuote che mettono sempre profonda mestizia. Lacrime. Poi, qualcuno tira fuori la scatolina rossa infernale: il generatore di effetti sonori. Da lì inizia il delirio il cui epilogo… o forse non l’ha mai avuto un epilogo? Insomma, mentre L di L&L, o forse K, schiaccia il tasto che riproduce il suono di una molla – BOING! BOING! BOING! –, L di L&L, l’altro, parte con una serie di salti da record tipo astronauta sul suolo lunare che vengono presto imitati dal gruppo. Saltiamo sul pavimento, sui divani, sul letto. Qualcuno salta la cena, ma ignoro chi sia. La simpatica inquilina del piano di sotto, quella che a metà tirava delle gran scopate contro il soffitto in una riproduzione elvetica del codice Morse che significa all’incirca mi avete rotto i coglioni, è in stato di choc ed è stata portata via oggi dai pompieri che l’hanno trovata ancora con la scopa in mano, catatonica e bavosa. Poco soddisfatto della prestazione da canguro, L di L&L, al suono armonico della molla, incomincia a far saltare in aria quadri, specchi, vasi Ming, un Ming in carne ossa un po’ ammuffito e puzzolente, bombe e petardi che io prontamente agguanto al volo con tecnica prodigiosa, ebbro catcher in the Rye. Ridiamo divertiti, anche se al padrone di casa scendono copiose gocce di sudore freddo. Dotati ancora di quel minimo di padronanza neuronale, intuiamo che è il caso di abbandonare l’appartamento prima di creare una piccola Beirut nel condominio. Tutti all’Amber a ballare! Tutti meno H, che si diverte ma come ci si può divertire quando si va allo zoo a vedere le scimmie urlatrici. Questa non l’ho capita, ma volevo infilarci le scimmie urlatrici perché mi fanno ridere. Ah ah ah! Gentilmente, ci mette a disposizione i suoi servigi da taxista. Prima di montare in macchina, il gran finale della molla, che vede L di L&L saltare con perfetta tecnica Fosbury e sprofondare in una siepe, seguito subito a rotta dall’altro L di L&L e dal sottoscritto. Qualche braccio che penzola inerte, per il resto siamo ancora vivi. Il viaggio verso la discoteca è un parossismo alcolico: cori da stadio, grida, latrati, molle, salti. H si diverte e molto, ma come ci si può divertire quando il tuo aereo sta precipitando e poi, miracolo, il pilota riesce a farlo atterrare. Una volta basta e te lo ricordi per sempre. Giunti davanti all’Amber, sento robe tipo ‘saltiamole sul cofano’, che è alla prima pagina del manuale ‘I cento modi per entrare subito in discoteca e saltare la fila’. Lasciamo perdere, anche se l’idea aveva un suo fascino. Perverso. Cerchiamo di darci un contegno e ci fiondiamo verso l’entrata. Il buttafuori ci guarda e, non so se terrorizzato dallo sguardo psicotico dei quattro o semplicemente perché fiuta grandi affari al bancone del bar, ci fa entrare. Immediatamente. Neanche un secondo di attesa. Incredibile, qui non ci era mai successo, neanche quando arrivavamo con il brandy in mano declamando, in un inglese dal perfetto accento oxfordiano, tutta l’opera di Shakespeare. O forse un semplice ‘Can we enter?’, non ricordo. Prima che cambi idea, accettiamo il cortese invito e ci infiliamo dentro al club. Da quel momento in poi… Avete presente il film Una notte da leoni (Hangover)? È la storia di 4 amici – guarda caso – che decidono di celebrare l’addio al celibato di uno di loro a Las Vegas. Se non l’avete già visto, fatelo. Quello che mi è successo è molto simile, a parte la tigre in bagno e il cinese nel bagagliaio della macchina, ma solo perché non ho una macchina. Amnesia totale. Il grande buco nero. L’ultima cosa che mi ricordo è il biglietto di ingresso, 25 franchi senza consumazione, ladri! E un panino, nel bel mezzo della notte, nel tentativo disperato di riprendere coscienza. Quella umana. Ora, incrociando le testimonianze, ho cercato di riempire quel lasso temporale consegnato all’oblio e che mi costringe a passare dal reale al possibile. Gran maestro di cerimonia, il condizionale. Dicevamo, pare che, dopo aver lasciato le giacche in guardaroba… ma questo ve lo racconto nella prossima puntata, anche perché c’è ancora un sabato che merita da raccontare. Come sempre, buona settimana a tutti!
p.s: stiamo degenerando. Aiutateci!

martedì 14 settembre 2010

Zio si nasce, non si diventa

Tre settimane di vacanza. Molte o poche, questione di punti di vista. Al mio ritorno mi sono portato dietro una valigia piena di sbadigli. Dormire non è stata di certo l’attività più praticata. Tre settimane di vacanza. Il mio taccuino è pieno di appunti, di storie da raccontare e di fatti che, forse, è meglio non vengano troppo pubblicizzati. Davanti al foglio bianco, crocevia di ansie pseudo letterarie ed euforie creative, mi domando da dove iniziare, quali ricordi trasformare in parola. Non devo attendere molto. Mercoledì 18 agosto. Una vita fa, ma a me sembra molti di più - sarà l’aria estiva e vacanziera che si respira tutto l’anno a Zurigo. Ibiza, meta scelta scrupolosamente con l’intenzione di rilassarmi dopo dodici giorni di pazze feste a Tel Aviv. Città di Ibiza, meta scelta scrupolosamente con l’intenzione di infilare qualcosa nello stomaco e lanciarsi poi in pista, su le mani fino alle otto del mattino. Per chi non lo sapesse o avesse fatto ultimamente un frontale con il Frecciarossa, perdendo temporaneamente l’uso dell’emisfero sinistro del cervello, Ibiza e Zurigo non sono esattamente simili. A Ibiza si parla spagnolo – o catalano –, c’è il mare e gli orari sono quelli tipici mediterranei, cioè niente cena prima delle undici e mezza. A Zurigo, invece, si parla qualcosa che dovrebbe essere una lingua, anche se, secondo il mio modesto parere, assomiglia di più a una serie di sputi gutturali, il mare sembra non ci sia e gli orari sono quelli tipici della svizzera tedesca, cioè a letto senza cena dopo le nove e mezza, anche se hai fatto il bravo tutta la settimana. E infatti eccoci seduti a tavola a mezzanotte e mezza mentre ordiniamo in un tipico ristorante francese che nella carta dei vini ha solo quelli spagnoli. La globalizzazione. Vi chiederete, eccoci seduti chi? Come sapete, però, i nomi degli amici, nei miei post, non li rivelo mai, non per una questione di privacy, ma semplicemente perché conoscere una persona che scrive robe del genere è già motivo di onta, meglio non perseverare – che è diabolico – con la gogna mediatica. Vi basta sapere che la compagnia è quella delle migliori e delle più pazienti, visto la tolleranza a una settimana di mie battute continue. Poveri, vi voglio bene. Verso le due, satolli, alziamo i nostri reali culi e decidiamo di andare a berci una schifezza, cosa che facciamo senza troppa fatica, non senza prima essere passati per la zona omosessuale della città, pieni di simpatici individui travestiti da marziani in lattice che amano prendere a frustate il didietro dei baldi giovanotti di belle speranze. Il popò mi duole ancora. Terminati brindisi e chiacchiericcio, siamo pronti ad affrontare il vero scopo della nostra peregrinazione notturna: trovare i biglietti per l’Amnesia, tempio dedicato al ballo – o meglio, movimenti a caso indotti da abuso di dopanti che solo a volte, per congiunzioni astrali particolari, rispecchiano il nome con cui vengono chiamati - che conta migliaia di adepti. La serata si chiama La Troya – nessun riferimento alle rispettabili professioniste del settore – ed è internazionalmente conosciuta perché alle sei, nella sala principale, chi vuole e non si lava da settimane può usufruire dell’ottimo servizio di schiuma sparata a chilate da un paio di cannoni. Insomma, roba da intellettuali. Così, per non perderci anche noi la nostre dose di Badedas mattutino, ci mettiamo alla ricerca del Santo Graal del discotecaro. Che troviamo, passando tra i vari locali pre tunz tunz della cittadina. Infatti, notando il tipico atteggiamento dell’esploratore, vengo avvicinato da un ragazzo dal marcato accento lombardo.

Giovane: “Italiano?”
Io: “Sì”
G: “Ah, di dove?”
Io: “Di Milano”
G: “Ah, Milano, tantarrobba!!!”

È un topos. Lo trovi anche sul vocabolario, “Milano, definizione: tantarrobba”. Finchè ce n’è.

G: “Io sono di Cinisello”. Cos’è non lo fanno entrare a Milano? “No, io Milano? Mai vista. Non ho il timbro per entrare”. D’altronde, è sempre un problema. “Eh, no, volevo, ma mi è scaduto il bollo del passaporto”.
Io: “Stiamo cercando i bilgietti per l’Amnesia”

Il futuro premio Nobel – per come ha pronunciato tantarrobba – ci fa segno di seguirlo, scende le scale del locale accanto e urla come un pescivendolo al tizio pingue e barbuto seduto dietro a un bancone:

Oh, zio, ti mando giù cinque zii, sono amici, dagli i biglietti per l’Amnesia!”

Ci ho riflettuto un attimo e sono giunto alla conclusione che è bello essere degli zii. La ziitudine è una proprietà importante e ci rende tutti fratelli. Essere zii ci rende fratelli anche se il fatto di essere fratelli non ci rende per forza degli zii. Per esempio, non è detto che vostro zio sia uno zio. Magari, invece, vostro cugino lo è. E agli zii piace Milano perché c’è tantarrobba. Bella zio. E così, noi cinque zii, siamo scesi, abbiamo fatto l’acquisto, ci siamo scolati cinque shot offerti dallo zio ma solo perché siamo degli zii, abbiamo raggiunto la macchina, siamo partiti in direzione Amnesia, abbiamo trovato il parcheggio degli zii, siamo entrati e ci hanno lasciato passare per l’ingresso del privè perché lo zio aveva visto che eravamo degli zii e quando ha capito che venivamo da Milano deve aver sicuramente pensato “tantarrobba”. E, dentro, sì che ce n’era, di robba. Tanta. Che ballava con micro bikini sculettando a destra e a sinistra. Ho cercato di capire, inutilmente, se erano delle zie. Forse no. Poi, quando la gente in pista ha finito con le abluzioni, ci siamo diretti verso l’altro lato del privè. Da lì si dominava una pista completamente diversa. Piena di uomini grandi e grossi gonfiati con l’aria compressa e semi nudi. Forse loro erano degli zii. Quando li ho visti però tutti appiccicati con le lingue che mulinavano all’impazzata, mi sono reso conto che c’era ben poco dello zio, molto più della zia. Alle sette e un quarto si è spenta la musica e si sono accese le luci. Come dire, andate a casa che è meglio.

Il risveglio, sei ore dopo, ha un che di traumatico. Mi trascino verso il bagno, piscio, e mi guardo allo specchio, la faccia scavata, le occhiaie, i capelli arruffati e lo sguardo decisamente ottuso. Profondamente ottuso. Alla mia età mio padre aveva due lauree in tasca e e due figli a casa, io ho solo un gran mal di testa post sbronza. Poi, però, continuando a guardare, è incominciato a cambiare qualcosa dentro di me. Ho incominciato a capire. E alla fine, come un fulmine che squarcia il cielo, l’illuminazione è arrivata: “Minchia”, mi sono detto “ma come faccio a essere così zio?!!”. Buona settimana a tutti, zii, e tantarrobba!

p.s: un saluto speciale ai coinquilini di Ibiza, era da tempo che non ridevo così tanto. Almeno da quando non mi sono rimesso a seguire la politica italiana...

lunedì 6 settembre 2010

Anno che viene, anno che va

Di nuovo sul treno, di ritorno verso Zurigo. Sarà la domenica , ma oggi mi sento particolarmente malinconico. E mi manca Milano. Più del solito. So che ci sono mille ragioni per odiarla, forse di più, ma quella cosa che a fatica pompa il sangue nel mio corpo se ne frega. Tra qualche giorno, quando, munito della mia fidata lancia alcolica di rum e cola, scenderò sul campo di battaglia pronto al singolar tenzone, penserò tutt’altro. Oggi, però, è così. Venerdì scorso ho compiuto 34 anni. Non saranno ancora un’eternità, ma ho amici che conosco da più di vent’anni e questo fa impressione. Almeno un po’. E il torcicollo che ho avuto come regalo di compleanno non è stata una ventata di ottimismo. Allora, cosa è successo in questo anno? In parte lo sapete, se mi avete seguito nei deliri del lunedì: viaggi di lavoro; sbronze epiche; chilometri macinati in piscina; ragazze conosciute e poi mai richiamate, ragazze chiamate e da cui non ho mai ricevuto risposta; nuove amicizie; libri che mi hanno fatto sognare, incazzare, riflettere; musica ascoltata, suonata e pensata; buoni propositi rimasti chiusi nel cassetto; soldi inutilmente sperperati; stupidamente; risate, pianti, gioie, delusioni, felicità fugaci e dolori che ancora mi accompagnano. La lista è piuttosto lunga, ma non voglio tediarvi più del dovuto. Qualcuno non c’è più. Si dice che così è la vita, ma in questo non ci trovo nulla di consolatorio. Si dice che il tempo sia il rimedio, ma io invece lo considero il più feroce serial killer di sempre. Il tempo ci seppellirà tutti e invece di stare tanto a capire il come e il perché facciamolo giudicare da un tribunale internazionale. Niente attenuanti. E io? Sono cambiato? Difficile rispondere. Probabilmente sì, ma non saprei in cosa. Più pessimista, può essere. Ho perso fiducia in molte cose e a volte mi sembra che nulla, di quello che viviamo, rimanga, ma scivoli via, come quando prendete della sabbia nella mano e i granelli incominciano a uscire, uno a uno, poi tutti insieme, fino a quando non rimane più niente. Per il resto, mi sento il solito idiota di sempre. Proprio oggi, poco prima di uscire di casa, mi ha chiamato mia nonna. “E allora, quando te la trovi una fidanzata?”. Già, quando? Ma la fidanzata non è un obbligo. Crescendo, poi, sono diventato molto più selettivo. A volte penso che sarà più facile raggiungere la pace in Medio Oriente. Certo, ogni tanto mi sento solo e mi piacerebbe avere in casa qualcuno con cui parlare. Penso che mi comprerò un pappagallo, almeno non soffre della sindrome dei piedi ibernati. E poi? E poi, domani è un altro giorno, un altro giorno che finirà e poi domani sarà un altro e così via. Intanto, continuo a sognare a occhi aperti e mi domando ancora cosa farò da grande. Già, ma quando si diventa grandi? Forse quando smetterò di farmi questa domanda, anche se è più probabile che, quel giorno, non sarò grande, ma solo un vecchio dentro a una bara. Strano, per uno che pensava una volta di essere immortale, invece ha poi scoperto che di immortale, a questo mondo, c’è solo Silvio. Tutto sommato, nonostante il mio pessimismo cosmico, amo la vita, e preferisco essere vivo che morto anche se ammetto che, da morto, hai alcuni vantaggi, come smettere di pagare le tasse e non essere assillato dai programmi della De Filippi. Io, per esempio, adoro fare colazione e da morto questo sembra sia molto più complicato. So che è una cosa stupida, ma la mattina, quando mi alzo, sono contento perché so che in dieci minuti mi siederò davanti a una bella tazza di latte e cornflakes, fette biscottate, marmellata e deliziosi biscotti di burro con cioccolato belga. E in quel momento sono felice. E allora, che cos’è la felicità? Dove si trova il senso della vita? Non lo so, forse in un biscotto al burro e scaglie di cioccolato o, come diceva il filosofo Bertrand Russell, nel fatto di andare due volte al giorno di corpo, con regolarità. Non pensavo di essere tanto felice! Insomma, godiamoci la nostra finitezza e godiamocela infinite volte. Intanto, voi godetevi il fatto che anche questo post è giunto alla sua fine. Mi spiace avervi deluso, vi aspettavate qualcosa di più ameno. Be’, oggi ne ho fatto a meno, ma vi prometto che da lunedì prossimo proverò di nuovo a strapparvi qualche sorriso. Vi lascio con una poesia molto bella di un autore che io amo particolarmente. L’autore è mio papà e la poesia è scritta in occasione del mio compleanno come ormai, da consuetudine, fa da una vita. Buona settimana a tutti!

Il Vento


Il vento soffia via il mese di
agosto; finisce presto l’affanno
con piccole trombette un lunedì
a mezze tinte da Capo d’Anno

Echeggia settembre con temperati
miti modi il vento del deserto
che brusco porge agli antenati
i corni del dilemma aperto

fra essere e apparire: sfinge
turbinante, fenomenale
che il clima fresco non restringe

a pura idea essenziale.
Solo con alfabeto che Mem comprime
fra Alef e Tav il soffio esprime.

אמת Emet

lunedì 26 luglio 2010

Some sing and Sang Som

Sabato sera. Cena a casa di L di L &L. Come antipasto, assistiamo al varo della turbo nave da parte della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare per chi non se lo ricordasse, apice tragicomico de Il secondo tragico Fantozzi – che ci procura lesioni di secondo grado al congiuntivo (“Capovaro, vado?” “Vadi, contessa!”), crampi allo stomaco e lacrimazione copiosa. Dopo, ci sediamo a tavola. Alla mia destra, L di L&L, gran cerimoniere della serata; di fronte a me, L di L&L, l’uomo creato a immagine e somiglianza dello Zukunft. Il menu prevede pasta al dente condita con pomodorini e mozzarelle. Deliziosa. Divina. FA-VO-LO-SA, ma questo lo dico solo quando mi metto i tacchi a spillo. Dominati dall’ingordigia, invochiamo ad alta voce il bis e affondiamo nuovamente le nostre fauci nell’italico carboidrato. Con la gonfia panza a denotare importanza, ci accingiamo quindi ad affrontare il piatto forte della serata: il Sang Som. Solo a pronunciarne il nome si rischiano effetti collaterali: sudorazione incipiente, vuoti di memoria, euforia. Il primo shot di questo rum tailandese incenerisce lo stomaco. Il secondo provoca una crisi di astinenza. Il terzo è concesso solo agli impavidi, agli eroi e ai condannati a morte. Noi, giustamente, infiliamo nel gargarozzo il quarto, mentre naso e orecchie ci fischiano come locomotive dell’Ottocento. Direi che siamo pronti per uscire. Ed è proprio quello che facciamo. Giunti alla fermata del tram, L di L&L, colto da visioni mistiche, compie uno scatto da centometrista e gli viene conferita direttamente la medaglia d’oro per l’impresa sportiva, mentre l’altro L di L&L e il sottoscritto gli arrancano dietro. Intanto, gli svizzeri si controllano il portafogli. La parlantina si fa fastidioso cicaleccio, i toni si alzano. Arrivati a destinazione, L di L&L, si trova davanti a un Sang Som gigante che lo investe cavaliere dell’ordine di Koh Samui: così, scende facendo bungee jumping dal tram e compie un altro scatto da centometrista mentre Usain Bolt si dispera per lo smacco, l’altro L di L&L e il sottoscritto gli arrancano dietro e gli svizzeri si controllano il portafogli e pure l’orologio. Poco soddisfatto della prestazione mediocre, L di L&L, non L di L&L, in procinto di avvicinarsi al semaforo, scatta come un proiettile espulso dalla canna di una pistola, cento metri di sudore accompagnati da urla guerriere che tanto ricordano le temibili scimmie urlatrici. Questa volta, L di L&L gli arranca dietro, me compreso, mentre gli svizzeri si controllano il portafogli, l’orologio, le chiavi di casa, della macchina e le fidanzate. Due ragazze, pensando a un attentato terroristico, saltano per aria per poi cadere in preda al panico. Sang Som! Raggiungiamo amiche e amici per un bicchierino, poi, quando a stento riconosciamo la destra dalla sinistra, ci dirigiamo tutti verso il Jade, tipica discoteca fighetta zurighese dove le donne possono entrare solo accompagnate da gonna modello mutanda e tacco 15 mentre gli uomini solo se hanno il borsellino gonfio di stress settimanale e sono incarogniti con la vita. Il comune denominatore è il microcefalo mono neuronale. Occasione del nostro ingresso, salutato dalla folla con deferita indifferenza, è la partenza di F.P., buon amico di L&L – entrambi – per Damasco. Medio Oriente canaglia. Procedendo a fatica in mezzo all’assembramento di persone – il locale sembra uno di quei tacchini ripieni a puntino e che sembrano sempre sul punto di esplodere –, arriviamo al tavolo di F.P., un campo minato da bottiglie di vodka. Baci, abbracci, cin cin e Sang Som. Sang Som! La mia attenzione, però, viene attirata dal tavolo di fianco, circondato da fanciulle sculettanti e starnazzanti dal cervello ibernato. Meno trenta gradi. Presumo. Colpito dalle loro sinapsi spumeggianti, recupero la lingua, che nel frattempo si era srotolata come un tappeto rosso, e gonfiandomi come un pavone, spalleggiato da L di L&L, mi faccio avanti. Sang Som! Anche qui, baci, abbracci, cin cin e Sang Som. L’idillio, però, dura giusto il tempo di accorgerci che ci troviamo di fronte a un gruppo di dure e pure fighette zurighesi di denominazione di origine controllata che si caratterizzano principalmente per spiccata territorialità e relazioni endogene. Cosa ho scritto?!! Infatti, un paio di loro, portavoci di questo sistema tetragono alle spinte rinnovatrici esterne, ci fanno sciò con la manina, spingendoci al di là della corda tirata tra i due pali che delimita l’area del loro tavolo, giustificando il tutto con un “Abbiamo prenotato”. Come non capirle, d’altronde, sono fatte così. Può capitare di andare in giro per la città e vedere questi nugoli di principesse sul pisello biologico – niente ogm, per piacere – che se ne vanno a zonzo sempre con questa corda dietro, pronte alle circoscrizione dell’area. Il loro problema è dato dalla parola ‘prenotare’, che suscita in loro istinti elvetici primordiali, sentimenti legati alle cassete di sicurezza, fobie di persecuzione da cacao. Per esempio, prenotano una visita dal dentista. Be’, loro si siedono sulla poltrona della tortura, ma il medico non riesce ad avvicinarsi: loro hanno prenotato e steso subito la corda per ribadire il concetto. Prenotano un tavolo al ristorante, ma poi andate a spiegarlo voi ai camerieri come versare il vino da due metri di distanza. Nella stagione degli amoreggiamenti, il disagio arrecato allo svizzero in corteggiamento amoroso è notevole, tant’è che una volta che l’oggetto dei suoi desideri è sdraiata sul divano con questa cazzo di corda, lui non sa più che pesci pigliere, nemmeno il suo. Un pericolo sociale. Per concludere degnamente la serata, assistiamo in diretta a un tragico melodramma con protagonista una nostra amica che, dopo essere stata sbattuta fuori dal Jade per non si capisce quali motivi, scoppia in un pianto dirotto che viene fermato solo grazie all’intervento di Bertolaso e della protezione civile. C’è da dire che in genere il buttafuori medio, più vicino a un orango che a un professore universitario nella scala dell’evoluzione, non spicca per doti di sensibilità, quello zurighese non è certo un eccezione, anche se, mentre la accompagnava verso l’uscita, mi è parso che le sussurrasse all’orecchio qualcosa tipo “Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, ma non ne ho la certezza, non quella noumenica. Per risollevarci l’animo, sprofondato nella cupezza dei Grigioni, andiamo a fare due salti allo Zukunft, giusto per non perdere le buone abitudini e gettare lo stomaco oltre l’ostacolo. Sapete benissimo come va a finire senza che ve lo stia a raccontare, anche perché, non me lo ricordo affatto.

Bene, è giunto il momento di congedarmi. Temporaneamente. Dal lavoro, e da questi post, che impegnano parte dei miei fine settimana da ormai un paio di anni. È stato un periodo lungo, faticoso, disseminato dalla solita lunga scia di frustrazioni, delusioni, speranze, tristezza, gioie –non tantissime – e soddisfazioni. Non ho ancora risolto niente della mia vita e le domande che mi ponevo qualche anno fa si ripropongono oramai con sempre più insistenza. Purtroppo, come sempre, le risposte non arrivano mai anche perché, se ci sono, spesso sono banali e noiose, e allora meglio continuare l’eterna ricerca e rimanere nel mio limbo spirituale che si nutre di un pessimismo cosmico ormai inarrestabile. Domenica prossima – 1 agosto 2010 –, sul volo El Al per Tel Aviv, iniziano finalmente le mie vacanze. Non resta che salutare voi, pochi e pazienti lettori delle mie idiozie settimanali, e rimandare l’appuntamento del lunedì a fine agosto. Ah, dimenticavo, ho appena ordinato un nuovo modello di televisore: il Sangsom, che promette delle visioni davvero eccezionali. Buone vacanze a tutti e Sang Som!!!

lunedì 19 luglio 2010

La tempesta elvetica, il prete che è noi e l'ambasciatore eunuco

A Zurigo si muore di caldo. So che davanti a questa affermazione molti si staranno sbellicando delle risate, eppure è così. Sono ormai più di due settimane che la colonnina del termometro raggiunge e supera sgommando i trenta gradi. Incredibile. Sono ormai più di due settimane che il sottoscritto, sprovvisto di condizionatore o del più semplice ventilatore - del tutto inutili, in genere, da queste parti -se ne va a letto, cuffia e occhialini, e si immerge in un bagno di sudore. Una situazione insostenibile: ragazze in gonna e infradito, gente in bermuda attaccata a bottigliette di acqua gelata, piscine stracolme. Lo ha capito bene il governo cantonaledella città, che ha dichiarato il caldo afoso illegale. Così, due sabati fa un temporale, invocato per legge, si è abbattuto sulla capitale finanziaria della Svizzera.

Saranno state le otto e mezza. K. e io ci prepariamo per uscire. Il programma prevede pizza, birra e poi si vedrà. Notiamo il cielo cupo, plumbeo, che non promette nulla di buono. Cade qualche goccia.

Io: “Dici che ci conviene prendere l’ombrello?”
K: “Io la rischierei. Poi, se no, dobbiamo starcene tutta la serata in giro con l’ombrello”
Io: “Hai ragione. Tanto sono solo due fermate. Andiamo, dai, che sto morendo di fame!”

Tempo due minuti, tuoni e fulmini e ho finalmente capito il significato di ‘diluvio universale’. Credo che l’effetto sia simile a quello che si ottiene standosene sotto le cascate del Niagara. Con scatto da centometristi, raggiungiamo il portone riparato di una casa. Altre tre persone, oltre a noi, vi trovano rifugio. L’intensità dell’acquazzone aumenta secondo dopo secondo, il vento pure. Piove dentro il negozio di fiori a fianco a noi, sgocciola copiosamente dalla tettoia sopra le nostre teste.

K: “Speriamo che finisca in fretta”
Io: “Sì, sì, tranquillo, è un temporale estivo. Scroscia così per cinque minuti, poi smette”

Infatti, quaranta minuti dopo siamo ancora lì sotto. Poi, la furia della natura si placa, lentamente. Raggiungiamo la pizzeria.

Qualche ora dopo K. alza bandiera bianca: la battaglia contro la palpebra calante è irrimediabilmente persa. L di L&L – che, dopo cena, ci aveva raggiunto per aiutarci a raggiungere l’unico Stato che io veramente riconosco, quello d’ebbrezza – ce ne andiamo in direzione Bar 3000, usuale ritrovo di nottambuli alcolizzati e di avventori del club sottostante che salgono a farsi una sana fumata. Io, modestamente, faccio parte di entrambe le categorie. Seduti al bancone, iniziamo il solito girone infernale di cuba libre. Non chiedetemi il perché e il per come, ma dieci minuti più tardi confabuliamo con un ragazzo locale, genitori spagnoli, che ci tira la pezza della vita. Per essere simpatico, è simpatico, ma non penso diventerà il mio nuovo migliore amico. Tranne per quei cinque minuti di gloria. Insomma, visto che già ci diamo del tu, passiamo pure alle presentazioni.

“Hi, I’m Lorenzo”
“Hi, I’m David”

Lui ci guarda, sfodera un sorriso così grande che ci si potrebbero infornare un paio di pizze e sentenzia, alquanto sibillino:

You are me

Prego?

“You Lorenzo and you David, you are me”

Una volta almeno con gli acidi ti facevi dei viaggi, vedevi gli gnomi e parlavi con Dio incarnato in un barattolo di sottoaceti. Il punto interrogativo aleggia sui nostri sguardi.

“My name is David and my surname is Lorenzo. I’m David Lorenzo. You are me”

Intrigo svelato. La scoperta ci commuove a tal punto che saremmo quasi tentati di abbracciarlo, ma ci asteniamo per pudore. Parlando del più e del meno, scopriamo che è pure sposato.

“Sì, ma non sono un prete” dice ammiccando. E pensare che per un momento l’ipotesi ci era balenata per la testa. Difatti, un paio di ore dopo lo vediamo andarsene via mano nella mano con una specie di comodino dotato di un paio di tette modello mongolfiere. A celebrare la messa, credo.

Serata conclusa, come al solito, con trascinamento verso casa sui gomiti.

Termino il pezzo in maniera sconclusionata con una perla freudiana del commentatore di RSI ascoltata in diretta da L di L&L durante il Tour de France e che non potevo non citare: “Ambasciator non porta pene”. Poveraccio. L’ambasciatore. Buona settimana a tutti!!!

p.s: lunedì prossimo pubblico l’ultimo post prima delle mie tanto attese vacanze. Potete andare a festeggiare!

martedì 13 luglio 2010

Vodka Redbullshit

Sapete cos’è lo Zuri Fäscht? Neanche io, almeno fino a settimana scorsa. Il sito ufficiale parla di “Das Fest der Feste”, che non traduco per rispetto verso i vostri neuroni. È considerata la più grande festa popolare della Svizzera, dopo la sagra del Bratwurst e l’Heidi Swiss Festival, dove se prendi la roba giusta, ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao. In Italia, invece, visto l’ultima manovra, della bella roba te la devi prendere comunque, visto che i risparmi ti fanno ciao, i politici ti incaprettano e al massimo ti sorride Tremonti. Ma non divaghiamo troppo. Insomma, prendete la fiera degli obei obei, aggiungetele concerti, discoteche all’aperto e fuochi pirotecnici per le strade, le piazze e le zone lacustri della città – Zurigo, non Milano – e capirete che cos’è lo Zuri Fäscht. Voci di corridoio mormorano che due milioni di persone siano affluite tra venerdì e domenica: stranieri, boscaioli, montanari, banchieri, contadini, paesani, tronisti, la carica dei 101, il gatto, il topo e l’elefante, solo che non… che non si vede un cazzo, perché la gente scorre come un fiume in piena, si accalca dovunque e rende impossibile qualsiasi movimento. Se starnutisco, sono quelli accanto a me che si soffiano il naso. Aggiungo che io odio la folla. Non mi piace il contatto ravvicinato con le persone, soprattutto con quelle che non conosco. Per questo non amo le manifestazioni. Per questo vado sempre più raramente a un concerto rock. Per questo non partecipo alle riunioni di condominio. Però… però non potevo non andarci. L’integrazione. Obbligata, visto che tutti i locali della città erano chiusi per l’occasione, e io non avevo nessuna intenzione di rimanermene in casa ad aggiornare lo status di Facebook.

Incominciamo da venerdì sera. Dopo una succulenta cena con il mio vicino annaffiata da ottimo vino francese e qualche bicchiere di rum e cola – cena che si svolge fuori, in balcone, con la luce estiva che si affievolisce, piano piano, una leggera brezza a smorzare l’insolita afa. Tutto perfetto, ci vorrebbero solo un paio di tette in più ad allietare il simposio –, decidiamo di raggiungere L di L&L, capocannoniere dei mondiali di… ecco… capocannoniere. Già vagamente alticci, ci facciamo trasportare dalla massa di gente riversa nelle strade. Dopo i tipici salamelecchi, ci muoviamo in direzione del tunz tunz. Ed eccoci arrivati, una discoteca a cielo aperto, Timo Maas alla console e di fianco a me una signora sopra la cinquantina che, con la grazie di un ippopotamo, si esibisce in movimenti scoordinati che difficilmente qualcuno oserebbe definire ‘ballo’. Qualcuno sobrio, intendo. Le faccio due piroette davanti, mi libro in aria e atterro al bancone degli alcolici.

“Dreimal Cuba Libre, bitte”, ordino gentilmente alla graziosa fanciulla che si avvicina con aria interrogativa. Purtroppo, l’aria interrogativa sembra non volerla abbandonare.

“Dreimal Coca und Rum, bitte”. Specifichiamo che non si sa mai. La sua espressione denota il dubbio scettico per eccellenza mischiato a dell’ottusità di un certo spessore.

“Wir haben keine Rum, entschuldigung”

Cosa? E quella bottiglia di Bacardi cos’è? Gliela indico. Lei la osserva, stupita, ma il suo encefalogramma rimane piatto. Po,i va a consultarsi con l’esperta di alcolici della zona, con cui confabula per un paio di minuti. Forse un paio di ore. Ignoro cosa si siano dette, fatto sta che ritorna da me reggendo tre bei bicchieroni pieni di coca e rum. Brava, adesso puoi tornare a servire le spume.

Vi risparmio il proseguio della serata, tanto basta che aggiungete il numero di bicchieri e sapete all’incirca come è andata. Così, passiamo direttamente a sabato. Verso mezzanotte, satollo di pizza e del solito paio di birre medie, mi incontro con alcuni amici, pronto a godermi un’altra nottata a base di musica elettronica. Tunz tunz tunz. Trema la terra e tremano pure i miei padiglioni auricolari. Davanti a noi, un prato invaso da zombie che muovono in aria le mani e oscillano pericolosamente a ogni battito sparato da casse grosse come condomini. Qui urge trovare una soluzione. Sono il signor alcol, risolvo problemi. Mi avventuro verso il bar con cautela, stando ben attento a non calpestare i corpi esanimi che minano il terreno. Finalmente, raggiungo il mio obiettivo. Attendo con pazienza il mio turno.

“Einmal Vodka Redbull, bitte”

Questa volta la ragazza addetta alla produzione di intrugli pare andare sul sicuro. Afferra una bottiglia di Smirnoff – che schifo fa la Smirnoff?! – e ne versa un goccio nel bicchiere pieno di ghiaccio. E quando scrivo ‘un goccio’, lo intendo per davvero. Se ci sputo, riesco a riempirlo molto di più, il bicchiere. Poi, annaffia il tutto con una cascata di Redbull. Appoggia il succo di frutta sul bancone e cerca di estorcermi 14 franchi. La guardo sbigottito. Guardo il bicchiere, e lo sbigottimento non fa altro che aumentare.

“Io veramente avevo chiesto una vodka redbull, questa cos’è? Vodka Redbullshit?!!”

Mi sarebbe piaciuto dirlo. Sarei stato osannato dalla folla, portato in trionfo sul palco e attaccato a una flebo di sei litri di Belvedere. Invece, non ho proferito parola e sono tornato in mezzo al prato, alla musica frastornante, ai fattoni frastornati. Lì, solo in mezzo a tutti, il succo di frutta in mano e il mio viso, afflitto, provato, una maschera di mestizia.

Questa storia mi ha insegnato una cosa. Una cosa importante. Una grande lezione di vita. Solo che non mi ricordo più quale, perché i cocktail successivi hanno fatto il loro sporco lavoro. Buona settimana a tutti!!!

lunedì 5 luglio 2010

La calza che benda perfettamente o la benda che calza perfettamente?

Delle ultime otto settimane, sei le ho passate viaggiando. Londra, Berlino, Londra, Interlaken, Milano, Berlino. Una volta l’aeroporto esercitava un forte fascino su di me. Rappresentava l’agognata vacanza. I ricordi adolescenziali legati all’Inghilterra. La scoperta delle capitali europee. Il mare della Grecia, l’ouzo, Israele con i suoi umori, odori e sapori. E le ragazze, incontrate, incrociate o seplicemente sognate. Fino a pochi anni fa, ancora, quando vedevo un aereo sorvolare il cielo meneghino, pensavo a quei fortunati che, con le loro cinture di sicurezza ben allacciate, abbandonavano, almeno per un periodo, il fardello della logorante quotidianità. E li invidiavo. Me ne stavo lì, con la testa all’insù, fantasticando. Nell’attesa, quella cara a Leopardi.

Ora, invece, mi viene in mente solo una schiera di uomini d’affari incravattati, seduti al loro posto, bocca aperta, testa penzolante, la 24 ore sotto il sedile e il trolley da viaggio nero stipato insieme a un centinaio di altri trolley neri, tutti uguali. Benvenuti nel mondo degli adulti.

Così, tanto per cambiare, martedì scorso mi ritrovo a Malpensa – ero a Milano per un fantastico fine settimana a base di estrazione di dente del giudizio –, in attesa di imbarcarmi sul volo diretto a Berlino. Volo delle nove e dieci di sera, giusto il tempo di atterrare, prendere un taxi, fare il check in in albergo e infilarsi a letto. Una meraviglia. Comunque, cena che prevede insalatona e bicchiere di vino rosso, il tutto condito con un salatissimo conto di oltre trenta euro che mi fa capire che, forse, il dente del giudizio mi sarebbe tornato utile ancora per qualche giorno. Poi, attesa. Mi rimbambisco di notizie di gossip urlate da un paio di televisori che nessuno, intorno a me, ascolta. Sembra che quell’attrice reciterà in quel film. Quell’altra, invece, pare di no. Il bellimbusto ha l’unghia incarnita: me ne dispiaccio e mi domando come sia potuto capitare. Una tedesca sulla ventina, vestita con poco o niente addosso, urla come la peggio delle pescivendole pensando di essere divertente. Infatti lo è, almeno nella mia fantasia, quando un’incudine di cinquanta chili le cade in testa, trasformandola istantaneamente nella miniatura di se stessa in scala uno quaranta. Visto che la fantasia non riesce facilmente a tramutarsi in realtà, le compro due branzini e un’orata. Cinque minuti prima delle nove ci imbarcano. Posto rigorosamente sul corridoio, così posso allungare una gamba e, nel caso, procedere a operazioni di svuotamento vescica senza dover saltare sopra corpi inerti colpiti da narcolessia fulminante. La mia vicina, da cui mi separa un sedile, è di una bruttezza rara. Non penso di aver mai visto una donna così brutta nella mia vita. Anzi, non credo proprio che esista una donna così brutta , e in effetti forse sono ancora gli effetti dell’anestetico. Mi saluta, poi guarda fuori dal finestrino. Forse vuole suicidarsi fissando la sua immagine riflessa. Dopo la solita pantomima sulla sicurezza, l’aereo ingrana la quinta e decolla. Lo ammetto, non mi abituerò mai: ogni volta che il mio culo si alza dal suolo, provo sempre quella entusiasmante sensazione di morte imminente. Intanto, noto dei movimenti alla mia sinistra. La vicina si leva le scarpe. La comodità prima di tutto. La vicina si toglie pure le calze. Facciamo prendere aria alle estremità inferiori, ossigeniamo gli alluci. La vicina prende le calze, le annoda tra di loro e si lega la benda improvvisata sugli occhi. Neanche MacGyver sarebbe mai arrivato a tanto. A metà viaggio me la ritrovo che russa sdraiata su due sedili, bocca spalancata in una imitazione mal riuscita dell’Urlo di Munch, la testa appoggiata alla mia gamba sinistra e quelle cazzo di calze pregne di microbi e odori annodate sempre intorno agli occhi. Oh, Dio, ti prego, fammi perdere i sensi. Ora! A questa scena a dir poco orripilante pone fine, prima dell’atterraggio, una delle hostess, che sveglia il cadavere roncopatico utilizzando, se non ricordo male, un defibrillatore.

Un’ora più tardi, spengo la luce della camera d’albergo e ripenso alla vicina, all’aereo, all’aereo e alla vicina e mi torna in mente il volo di ritorno da Mykonos del 2001, quando la ragazza seduta accanto a me, fresca di recente Nobel, mi chiese: “Ma gli aerei per decollare utilizzano una pista in salita?”. Eh, certo… Buona settimana a tutti!