lunedì 20 giugno 2011

Tapas y patatas

Gelateria. R e la sua nuova fiamma, una graziosa moscovita che frequenta il primo anno delle scuole elementari – o ricordo male? Forse l’università? Bah, in ogni caso era difficile notare la differenza – stanno cercando di scegliere il gusto. Un compito che richiede uno sforzo disumano, soprattutto per il fatto che, essendo entrambi molto fashion, devono fare in modo che il colore del gelato faccia pendant con scarpe a cintura. Io invece il gelato non lo voglio, però vengo attratto da uno dei gusti. La didascalia recita “Sorbet Figa”. Chiedo delucidazioni al gelataio. Il tizio non riesce a darmi una spiegazione esauriente, però mi assicura di una cosa:

“Una volta che lo hai provato, non puoi più farne a meno”.

Dimenticavo. Mi trovo a Barcellona, quindi fate poco gli spiritosi. Sette giorni nella città catalana che hanno messo a dura prova il mio fisico con un regime quotidiano di alcol, sigarette, sesso - una volta ogni tanto, stile riproduzione panda, capita anche a me, non è che si può vivere solo di masturbazione – e privazione del sonno. Un programma da bello e dannato. Andando verso i 35, direi che il bello posso ormai eclissarlo. Mi rimane il dannato che, nel mio caso, è un più un d’annata. Chiamatemi Soave - inciso. Forse non lo sapete, ma gli antichi romani, noti alcolizzati, salutavano Cesare con un Soave Cesare. Di ciò non rimane traccia nei libri perché il governo vuole manipolare la verità, ma io non mi faccio abbindolare. Viva la libertà! Chiuso inciso -. Mi piacerebbe riuscire a tirarne fuori un racconto omogeneo, ma temo che ne caverei fuori una o due pagine di noia mortale. Per me, più che altro. Perciò, mi limiterò a qualche aneddoto.

Dal 7 di giugno compio un salto temporale al 10 di giugno. Sutton, discoteca più o meno fighetta di Barcellona. Tre del mattino. Forse tre e mezza. R e la graziosa moscovita legiferano: andiamo a casa. Avendo dormito cinque ore negli ultimi due giorni, decido di aggregarmi. Ma R non ci sta:

“Tu rimani qui. Lo faccio per te”

Un paio di secondi e una quantità indefinita di tette ballonzolanti mi fanno rapidamente cambiare idea. E poi c’è ancora mezza bottiglia di rum da finire. Che, fidatevi, finisco, e anche piuttosto celermente. Poi, dopo aver ululato alla luna, compio una serie mirata di girelliti che trasformano la penisola iberica in un vortice ormonale. Eccole lì, tutte che girano sul loro asse. Sembra la galleria del vento. Mentre mi agito come una bertuccia colpita da scarica elettrica, la vedo. Una bionda che più bionda non si può. Con scatto da velocista, la raggiungo.

“Cin cin”

La mitraglio di parole senza senso, associazioni libere, flusso di coscienza. La vatussa svedese vacilla, inebetita dal vomitio di vocaboli. Alle cinque e mezza saliamo in taxi. Io, lei e l’amica, che si infervora in una filippica antiberlusconiana. Io annuisco svogliatamente e intanto mi inoltro alla scoperta del territorio scandinavo. Arriviamo a casa, un buco in affitto per due settimane in una zona di tagliagole e studenti erasmus. L’amica continua con la sua arringa. Io annuisco svogliatamente, mangio un paio di patatine e poi vengo trascinato in camera dalla mia bella, che mi sottrae all furia dell’amica rompicoglioni. Credo sia la camera più piccola che abbia mai visto in vita mia, con un letto per bambini. E senza porta. Ma sono cose a cui ci si può adattare. Il resto è poco descrivibile e molto intuibile. Verso le due torno a casa di R. Spossato, cammino per la Rambla con quell’espressione vagamente ebete che si disegna sul volto dell’essere umano di sesso maschile quando crede di aver compiuto l’impresa sessuale dell’anno. Una soddisfazione davvero idiota e decisamente effimera. Ma se l’effimero fosse sempre così!

La giornata prosegue tra giri per la città, passegiate lungomare e sorbet figa. E torniamo da dove siamo partiti. Siesta serale sulla poltrona – più simile a uno svenimento, a onor del vero –, cena a mezzanotte. La graziosa moscovita ci saluta. La baby sitter ha chiamato e non vuole che rincasi troppo tardi. R e io ci beviamo un drink, poi prendiamo un taxi e ci facciamo lasciare davanti al Carpe Diem, locale che si affaccia sulla spiaggia, meta di turiste in cerca di risposte a domande esistenziali. La prima domanda ce la fa una specie di comodino di colore che, mentre osserviamo dall’alto la fiumana di gente che si accalca fuori dalle varie discoteche, ci avvicina e ci chiede:

Blu job?”

Proprio così, blu job. Magari blues job. Forse perché è un po’ triste. Lei. O magari, nel mentre, ti canta una di quelle canzoni che cantavano gli schiavi neri nelle piantagioni di cotone lungo il Missisipi. Blu o meno che sia questo job, decliniamo la gentile offerta. Entriamo al Carpe Diem, quam minimum credula postero, che sono certo il buttafuori usi come deterrente per i clienti poco graditi e alfabetizzati. Mentre cerco di crearmi un varco in mezzo alla folla, vengo afferrato e tirato per l’indice. Mi ritrovo davanti a una ragazza che sorride, denotando un lieve grado di ebbrezza. Sfuggo all’agguato ed esco con R a fumarmi una sigaretta. La signorina però, non desiste – come darle torto d’altronde: come fumo io, non fuma nessun altro – e, seduta a un tavolo con un amica, mi fa cenno con la manina di avvicinarmi. Tolto il dente, tolto il dolore. Vado. Mi presento. Sono ungheresi. Provo a instaurare una conversazione, ma la predatrice non riesce a far uscire dalla bocca nessun suono decifrabile come fonema conosciuto. Sorride e vacilla, una torre di Pisa sotto gli effetti dell’alcol. Sorrido anche io e le auguro una buona serata. In qualche clinica di disintossicazione. Poco dopo, R mi abbandona. Mi trasferisco alla discoteca accanto, dove rimango fino alle sei. Colto da narcolessia, esco e mi metto alla ricerca di un taxi. Più facile trovare del petrolio sotto il pavimento di casa mia. Chiedo a un energumeno in compagnia di altri energumeni come possa chiamare un taxi.

“Un taxi? No, impossibile. Però, se vuoi andare qui, il trasporto è gratuito”. Mi porge un bigliettino. Con una donna nuda. Intorno a un palo. No, meglio di no. Sono troppo stanco. Non vorrei addormentarmi a metà spettacolo. Proseguo la mia ricerca. Sento qualcuno chiamarmi.

“Señor! Señor!”

Mi volto. Di nuovo lei. Il comodino.

“Blu job?”

Ancora?

“No, gracias”
Ah... y taxi?”

Quando si dice il senso degli affari. Buona settimana a tutti. Io sono ancora qui. Ad aspettare un taxi. Ciao!


lunedì 6 giugno 2011

Svengo anch’io. No, tu no


Quello che sto per raccontare è la storia di un dramma personale. Un crollo esistenziale. Un cedimento ontologico. Perché, a volte, la pressione si fa sentire. Quando è troppa. O quando è troppo poca.

Giovedì 2 giugno. Zurigo. Qui è vacanza. Se qualcuno si domandasse come mai nella città elvetica si celebra la festa della repubblica italiana, avrebbe tutta la mia comprensione. E pure quella di alcuni specialisti in malattie mentali. Inutile lamentarsi poi che quel camice bianco è troppo stretto. Pare si tratti di Ascensione, o qualcosa del genere. E per uno che sale verso l’alto, ce n’è sempre qualcun altro che discende verso il basso. Sempre di più. Una legge del contrappasso mal distribuita. Ma andiamo con ordine. La giornata inizia, con calma, verso le due del pomeriggio, un orario a partire dal quale ai miei occhi è concesso di aprirsi e iniziare gradualmente ad abituarsi alla luce diurna. Che non c’è, perchè il tempo tende all’orripilante. Incurante dell’effimero, qualche ora dopo raggiungo le sorelle DgF e babbuzzo per un aperitivo in riva al fiume. Ed è il risveglio della natura.

“Guardate, là, la poiana!”. E la poiana plana, plana.
“E le rondini, avete visto le rondini?”. E se in Italia una rondine non fa primavera, qui la speranza non viene affidata nemmeno a uno stormo.
Cra, cra! Cra, cra! “Oh, che melodico gracchiare: li sentite i corvi?”. I corvi torvi.

E poi le tortore, i piccioni, i passerotti, l’airone immobile da ore, ancora stordito dalla sbornia della sera prima. Un’aviazione di pennuti che in pochi minuti trasforma il sottoscritto in un campo minato di merda. Io amo la natura. In padella. E visto che siamo in tema di cibo, vi dirò che il desco serale, più tardi, viene consumato a casa di DgF, quella svizzera: un’abbondante e saporita spaghettata accompagnata da vino, vino, vino e poi... birra, vino, vino, caffé, ammazzacaffé, vino, vino e... e grandi aspirazioni. Poi, tutti fuori, perché aspiriamo così tanto che il Futuro ormai ci attende. E le aspirazioni non finiscono qui. Aneliti... di sostanza. Il Futuro ci apre la porta e imprime il suo inconfondibile timbro sulle nostre mortali membra. Un giro di cuba libre per curvare lo spazio tempo. Da fessure sempre più ristrette osservo nugoli di persone, bicchieri mezzi vuoti – sono un romantico pessimista –, mozziconi che ardono. Le voci si disperdono, i rumori si amplificano, la musica mi avvolge. E non è l’unica, perché tutto a un tratto sento che qualcos’altro avvolge parti di me. Il mio stomaco. Il mio Io più profondo. Una metamorfosi che, non avendo l’esperienza alcun effetto su di me, si avvicina molto di più all’asino di Apuleio che allo scarafaggione kafkiano. Conscio di un possibile, mi avvicino al banconee appoggio il mio drink. Respiro profondamente prima di immergermi nelle tenebre dell’ineffabile. L’oscurità mi ghermisce. Una sensazione di pace straordinaria. Un sogno, lunghissimo, di cui non ricordo più nulla. Forse una visione. Niente tunnel, luce o cazzate new age. Un’esperienza piuttosto anomala. Inquietante e, allo stesso tempo, rasserenante. Come la Verklärte Nacht di Schönberg. Riapro gli occhi. Se ho esalato l’ultimo respiro, mi ritrovo di nuovo nel Futuro. Ma un Futuro eterno è senza senso, e a giudicare dalla mia posizione a gambe all’aria e dall’espressione preoccupata degli amici che guardano dall’alto il novello Lazzaro resuscitato, direi che mi toccherà andare i lunedì in ufficio ancora per un discreto numero di anni. Prendendo appunti dal loro racconto, avrei perso i sensi per circa un minuto. In questo minuto, babbuzzo mi ha schiaffeggiato energicamente e, già che c’era, mi ha pure limato due molari. Qualcuno si è fatto fare un paio di foto ricordo. Qualcun altro, invidioso, ha provato a sniffarsi i calzini per ottenere lo stesso effetto. Finito lo spettacolo, il tizio della sicurezza mi offre un bicchiere d’acqua e mi accompagna fuori a prendere una boccata d’aria. A quest’ultima, però, preferisco una boccata di nicotina, che sarà meno sana ma mi allevia due o tre minuti di noia esistenziale. Seduto sul marciapiede, ancora disorientato, penso alla repentinità con cui l’essere umano può varcarequella soglia continuamente procrastinta. E il pensiero genera angoscia. Perciò, appena rimembro il corretto utilizzo degli arti inferiori, rientro, raggiungo la pista e mi lancio in danze scaramantiche fino alle tre e mezza del mattino. Perché sì, la nostra vita è fatta così: un giorno siamo qui. E il giorno dopo... E il giorno dopo, chi lo sa. Io, per precauzione, me ne sto già qui. Nel Futuro. Salute e buona settimana a tutti! Io me ne vado a Barcellona, pare che debba partecipare a un evento aziendale. Lo slogan dell’evento? “Svenite tutti qui: vi aspettiamo”. Bello, no?

p.s: sono tre giorni che ho male al fondo schiena. Ma in quel minuto di incoscienza... ecco, se qualcuno lo sa, non me lo venga a dire. Occhio non vede, cuore non duole. Duole altro


lunedì 30 maggio 2011

Ma... nell'oltretomba si ultratromba?

Ieri sera mi sono guardato l’ultima cartuccia sparata dall’ispettore Callaghan: Hereafter. Un bel film. Al termine, sono andato in cucina a fumarmi una sigaretta. Mentre la nicotina, tutto fumo e niente arrosto, faceva il suo sporco dovere, e la prima zanzara della stagione mi ammorbava l’esistenza con il suo pedante ronzio, istigatore di tremebondi istinti omicidi, le mie sinapsi si sono messe in azione. Sarà stata la stanchezza. Così, ho iniziato a riflettere. Il tema, il solito che mi ossessiona da anni, soprattutto quando sono concentrato a sciogliere la complicata matassa narrativa di un porno: la morte. D’altronde, Eros e Thanatos non li ho mica inventati io. In particolare, suggestionato dalla trama del film: esiste un aldilà? Ci si potrebbe anche domandare se esista un aldiquà, ma avendo cercato di demolire la tesi dello scetticismo radicale nella mia tesi di laurea, posso soprassedere. Altrimenti non capisco perché dovrei godere di soli trenta giorni all’anno di vacanze. Ora, supponiamo che non esista niente dopo la vita biologica: questa è un’ottima ragione per farsi dolcemente cullare almeno una volta al giorno da un paio di properosi seni. Consideriamo invece l’ipotesi opposta. Anche lì mi tocca pagare l’assicurazione medica? Forse sì, se è l’oltretomba svizzera. Utilizzando il pensiero razionale, si capisce subito l’enormità dei problemi a cui andrebbe incontro, se fosse vera, tale teoria. Intanto, il sovraffollamento. Altro che parcheggi in seconda fila. Poi, la lingua. Come faccio a comunicare con i fenici? Dovrebbero mettersi anche loro a studiare l’inglese, ma se aleggi come spirito, difficilmente riuscirai a tenere in mano un libro. Infine, l’eternità è atemporale. Niente passato. Niente presente. Niente futuro. E niente futuro, per me, significa niente Zukunft. Un’eternità di questo tipo non potrei sopportarla. Al massimo, potrei concedermi la reincarnazione in una bottiglia di rum. Ora, passiamo a un’altra delle grandi domande filosofiche: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Me lo sono chiesto sabato, verso mezzanotte, mentre cercavamo, accreditati, di entrare a un evento e un tizio della sicurezza, davanti alla nostra insistenza, ha proferito le seguenti parole:

“Non entra più nessuno. L’Inglese non vuole

E quando l’Inglese non vuole, c’è poco da continuare a insistere. La personificazione del nulla, la nullificazione del qualcosa. Un evento ontologico finito troppo presto. Alcol incluso. Poco dopo, una volta entrati grazie all’aiuto di alcuni nichilisti, il quesito mi si è riproposto, questa volta con una intensità a dir poco strabiliante. Tutta colpa del quarantenne con occhiali da sole che, solitario in mezzo alla pista, si dimenava al suono di un assordante tunz tunz. Peccato che ballasse, in differita, sempre il pezzo precedente e il risultato finale, almeno agli occhi di noi comuni spettatori, era quello di un uomo in preda a convulsioni elettriche.

Ultimo dilemma umano, troppo umano: esiste Dio? Qui, come lo tzimtzum ebraico, mi ritraggo lasciando spazio alla mia enorme carenza di fede. A giudicare da quanti soldi sto spendendo ultimamente dal fisioterapista, sarei più portato a rispondere con un secco ‘no’. Certo, in questo caso il mestiere di papa sarebbe leggermente sopravvalutato. Comunque, niente paura: anche per i più incalliti devoti, nel caso dovesse venire a mancare Dio, è già pronto il sostituto. Sì, anche qui è una questione di Fede. Immortale probabilmente lo è già, e il regno dei cieli lo ha in parte occupato con parabole e satelliti. Ai credenti, e secondo me sono già molti, si chiede solo una cosa. Di cambiare quell’antica formula, ormai desueta e che mal si adatta al futuro successore, e di adottare la nuova. Più moderna. Meno autoritaria. “Nel nome del papi”. Buona settimana a tutti.

p.s: dedico questo post, sperando che non si offendano e che non mi possano leggere dall’aldilà, alle persone che ho amato e che mi hanno lasciato. A volte troppo presto. Mi mancano. Forse siamo noi l’eternità degli altri...

martedì 10 maggio 2011

Fritti come il pesce fresco

Sestri Levante. Per chi non lo sapesse, graziosa cittadina ligure che si affaccia sul golfo del Tigullio. Chiusa parentesi educativa. Sono seduto al tavolo di un ristorante, in attesa di ordinare. Insieme a me, una decina di amici pronti a spingere al limite le proprie capacità intestinali affrontando una cena pantagruelica accompagnata da qualche bicchiere di vino. Di troppo. Non starò ad annoiarvi con la minuziosa lista dei partecipanti: vi basti sapere che, alla mia sinistra, assorto nella lettura del menu in tedesco – sì, perché le altre opzioni sono il francese e l’inglese, più che comprensibile in un ristorante italiano dove mediamente gli avventori locali fanno fatica a esprimersi nella propria lingua – c’è l’uomo barattolo e, alla mia destra, un posto più in là, il farmacista più bello di Milano, almeno secondo lui. Dopo aver consultato svariati dizionari, siamo pronti per ordinare. Ecco repentina apparire la cameriera, una ragazza che non avrebbe sfigurato come damigella al matrimonio reale del duca e della duchessa di Cambridge: leggins neri che evidenziamo l’esuberante – o esorbitante? – di dietro, poppe generosamente in mostra, sopracciglia disegnate probabilmente da Picasso nel periodo cubista, abbronzatura con marca impressa sulla fronte della lampada UVA, diversi chili di trucco e cicca vezzosamente ruminata con la bocca spalancata. Annota scrupolosamente sul taccuino mentre qualcuno si domanda qual’era il titolo del film porno in cui l’aveva notata tempo fa. Sempre con la cicca. Tra una chiacchiera e una mescita, ci si staglia davanti la sagoma di un donnone granitico dai capelli color paglia che regge, a fatica, due piatti. Fa vibrare le sue corde vocali con spiccato accento di un qualche sconosciuto stato dell’ex Unione Sovietica:

“Pansuotti?”

L’uomo barattolo, che nell’attesa si era rosicchiato un elefante, s’illumina di immenso e sbraccia nel tentativo, per altro efficace, di attirare l’attenzione.

“Frittuo misto?”

Allora, io ho ordinato l’antipasto di pesce. Di pesce fresco, e quello che vedo nel piatto, a meno che l’astigmatismo che mi è stato recentemente diagnosticato non sia inaspettatamente peggiorato, è pesce fresco. Forse la signora ha un concetto di ‘fresco’ legato a una concezione vitalistica, pneumatica dell’Ittiopside. L’élan vital applicata al desco. Per non creare incomprensioni filosofiche, alzo la mano e mi presento come il legittimo proprietario della pietanza. Mettiamoci un limone sopra.

Consumato l’antipasto, è tempo di passare a qualcosa di veramente sostanzioso. I più optano per il fritto di pesce, pur sapendo il rischio che corrono. Io scelgo i pansuuuotti. L’uomo barattolo, che ne sa sempre una più degli altri, vuole le cose rosse. La decisione crea panico nel gruppo: cosa saranno mai le cose rosse? Esclusi fragole, pompieri e Gabibbo – anche se sul Gabibbo qualcuno ha esitato –, all’unanimità viene stabilito per legge che le cose rosse altro non sono che i gamberetti. L’uomo barattolo guarda dritto negli occhi il cameriere, un giovanotto di belle speranze con i capelli scolpiti da una cascata di gel e il cervello affinato da ore e ore di palestra, ed educatamente gli espone il suo desiderio:


“Vorrei i gamberetti rossi alla griglia”
“Eh, belin, alla griglia non posso farteli. Te li faccio fare al vapore”

Avete presente quando eravate piccoli e desideravate tanto quel giocattolo visto nella vetrina del negozio in cui passavate tutti i giorni e poi, il giorno del compleanno, ricevevate dai vostri genitori uno strepitoso libro illustrato con gli dei e gli eroi della mitologia greca? Se la risposta è no, sicuramente non siete miei parenti. Comunque, l’uomo barattolo ammutolisce per qualche secondo, vittima della più cocente delusione del secolo, e poi controbatte:

“Eh, no, alla griglia no, devo succhiargli la testa. È importante”

Certo. Altro che i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, la famiglia, il lavoro e la salute. Eccola la fuga dei cervelli, risucchiati dall’idrovora umana.

Tutto fila liscio fino al momento di ordinare dolce, caffè e ammazzacaffè. Se un fisico fosse stato presente all’evento, avrebbe potuto constatare di persona il famoso aumento di entropia: chi è fuori a fumare una sigaretta, chi aggiorna lo status di Facebook, chi svuota vesciche esplosive, chi pensa al destino dell’umanità e chi è preda del dubbio amletico: torta di pere e cioccolato o tiramisù? Il cameriere getta la spugna, si rifugia dietro la cassa e ci invia con pacco celere la ruminante. Anche lei, però, sventola bandiera bianca e chiede l’intervento dell’ONU. Così, non ci resta che prenderci le ordinazioni da soli. L’arduo compito è affrontato con balda temerarietà dal nostro fido Bettino (nome di fantasia ma neanche tanto), un uomo dominato dal pizzetto, e da C – posso citare il nome per intero solo in presenza dell’esorcista –, che offre generosamente la piazza e mezzo che si ritrova “là dove c’era l’erba ora c’è...” per agevolare la missione. Il tutto si svolge sotto gli occhi degli osservatori internazionali che, alla fine, ritirano la mozione e plaudono all’iniziativa. Tutto questo sforzo e alla fine nemmeno lo sconto. Oh, mondo ingrato!

E non è finita qui. Per supportare l’azione dei succhi gastrici, niente di meglio che lanciarsi in movimenti epilettici controllati che taluni si azzardano a chiamare ‘ballo’. Ed è proprio quello che facciamo una volta arrivati al Papagayo. No, non quello di Saint Tropez, abbiamo alzato troppo il gomito per poter metterci alla guida. Per ottenere il meglio dalla coreografia, ci aiutiamo con della Coca Cola. Con aggiunta di rum perché si sa, la Coca Cola da sola fa male. Inizia la processione: ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta, ballo, drink, sigaretta. L’antifona l’ho capita pure io. Durante l’offertorium, quando inaliamo del sacro incenso nel nome della Philip Morris, ho il piacere di conoscere la donna della mia vita. La futura madre dei miei figli. La nonna dei miei nipoti. All’inizio non ci faccio caso. È nascosta da un capanello di homini sapiens che trasudano testosterone. Poi, mi piaccia o meno, sono costretto a notarla: vengo afferrato da una mano predatrice che mi attrae verso l’orbita. Ho i satelliti impazziti. Mi vedo questa ragazza avvolta in un tubino che non fa intravedere, ma proietta in effetti 3D. La pupa mi si avvicina all’orecchio e, con voce melodiosa, cip cip, declama i seguenti versi in rima sciolta:

Yo soy troia”, che in spagnolo stretto significa “Ho finito il dottorato in glottologia”. Dopo di che, sorride beata, sfoggiando l’apparecchio ortodontico da liceale brufolosa, e appoggia la mano sinistra sulle mie pudenda, cercando di leggere con il metodo Breille il segreto della mia mascolinità. Il farmacista più bello di Milano non crede ai suoi occhi: era tempo che non vedeva una donzella impegnarsi in una conversazione così profonda con il sottoscritto. Non contenta, notando lo stato di catalessi in cui sono sprofondato, mi domanda:

“ Usted es un maricon?”

Allora, ci sono tre cose che mi mandano davvero in bestia:
1 Le zanzare
2 Le doppie punte
3 Non ricordarmi mai la terza cosa che mi manda in bestia

Detto questo, mi sono sentito toccato sul vivo. Non mi piacciono le domande retoriche. Perciò, una volta rientrati dalla pausa ‘grandi aspirazioni’, la trascino in pista e la faccio roteare fino a quando, una volta ossidatosi l’apparecchio, non le appare la Madonna che le canta Like a Virgin. Un concetto, con tutta probabilità, a lei ignoto. Ma. Perché c’è sempre un ma. Meglio non a inizio frase, machissenefrega. Ma è tempo di rincasare. Piove, e anche forte. Niente ombrello. Arriviamo a casa fradici. L’uomo barattolo rutta. Anche io gli auguro buonanotte. E pure il farmacista più bello di Milano. Spengo la luce. Mi infilo sotto le coperte. Penso. Penso e soffro. Il pensiero non mi da pace. Ancora oggi. Yo soy troia... chissà cosa diavolo avrà mai voluto dire! Buona settimana a tutti!

martedì 26 aprile 2011

All Nam Long

Londra. Un venerdì sera come tanti altri, se non fosse che siamo ai primi di aprile, non piove e vengo accolto da una piacevole e inaspettata temperatura primaverile che gli inglesi hanno già scambiato per tepore estivo. Sono seduto dentro a un taxi insieme ai miei compagni di avventura: L di L&L, meglio noto ormai come Lord-enzo, e V, introdotto in un post precedente come fiorentino trapiantato a Milano, spostato a Sankt Moritz, spedito a New York e ricevuto impacchettato a Londra. Manca Mr X, una delle tante incarnazioni del satanasso, quella più malefica, che, a causa di una lieve indisposizione, è stato costretto a rimanere a casa a ravvivare le fiamme dell’inferno. Siamo diretti al Nam Long, un bar e ristorante situato in Old Brompton Road che pare eserciti una certa influenza su Lord-enzo, anche se gli scienziati non sono stati ancora in grado di analizzare il tipo di influenza. Virale credo sia l’ipotesi preferita. Il proprietario è un vietnamita sui 65 anni che deve aver fatto i soldi gestendo bordelli durante la guerra del Vietnam. Forse prostituendosi. O forse imitando un chihuahua che imita un dobermann e credetemi, se ve lo trovate davanti, questa è una cosa che gli riesce particolarmente bene. Quando arriviamo, noto un discreto capannello di persone intorno all’entrata. Il commento più ottimistico che mi titilla il timpano è ‘Non ci faranno mai entrare’. Io, però, non perdo le speranze: sono così da quando, il 29 luglio del 1981, all’età di quattro anni, cadendo dalla poltrona su cui ero appollaiato per guardare il matrimonio di Carlo e Diana, andai a sbattere violentemente la faccia per terra provocandomi:

1 una insanabile frattura morale
2 uno tsunami neuronale che si riversò fuori dalle orecchie, rendendo la scatola cranica una terra desolata
3 un’ingiustificata convinzione che la logica fuzzy non avrebbe avuto alcuna ripercussione sulla vita sessuale delle lumache

Attendiamo dietro a tre pupe infilate dentro a tubini ripieni delle loro curve che a stento si reggono in equilibrio su tacchi, a onor del vero, più simili a trampoli. Alcuni avventori escono. No, non è corretto. Alcuni avventori provano ad uscire, ma appena la punta delle loro scarpe lucidate spunta fuori dalla porta, il buttafuori, un pachiderma modello babbuzzo pazzo grosso che sembra uscito da uno dei film di Guy Ritchie, li afferra per l’avambraccio lanciandoli con una tecnica invidiabile almeno un paio di metri più in là. Poi, inizia la parte surreale. Dietro all’uscio fa la sua comparsa un tappo isterico che sbraita con una vocina che un uomo normale può produrre solo quando i suoi testicoli sono stati pressati un paio di ore dalle ruote di un tir. Cosa che capita piuttosto di frequente. L’urlatore eunuco, a detta di Lord-enzo, è il proprietario. Il fastidioso abbaiare è indirizzato a un cliente che, prima viene spintonato dal chihuahua vietnamita, e poi viene lanciato in stile donna cannone dall’energumeno, che si rivelerà alla fine un gigante buono e vagamente idiota. Il proiettile umano non pare per niente contento del trattamento ricevuto e protesta vivacemente con l’armadio umano che, per tutta risposta, lo abbraccia, cerca di calmarlo e, anche davanti a frasi rivelatrici di nobiltà d’animo come ‘Tu sei solo grosso, adesso le prendi’, non perde la calma e cerca di elargire amore sussurrando al malcapitato parole dolci come ‘trottolino amoroso du du da da da’. Il capo, però, non ha ancora finito di sfogare la sua rabbia lillipuziana. Continuando a vomitare inudibili ultrasuoni, se la prende con il tizio della sicurezza, che allontana dal locale con sonori calci nel culo. Il buttafuori sbattuto fuori. Geniale. Anche quest’ultimo non la prende bene e, dopo i soliti fuck di circostanza che, insiema al fish and chips, alla birra e ai cappellini della regina, contribuiscono a creare l’immaginario collettivo di un’intera nazione, cerca di fermare un taxi sradicandogli la portiera. Con i denti. Nel frattempo, al Nam Long, si accorgono di un piccolo problema: alla porta non c’è nessuno. Il proprietario fa un tentativo, ma il fallimento è dietro l’angolo: il buttafuori deve essere qualcuno che la gente sia in grado di vedere senza l’ausilio del telescopio. Così, suo malgrado, il vietcong è costretto a richiamare indietro il bestione, che sta brucando intanto da qualche parte. Del cemento.

L’entrata costa cinque pound, niente moneta, banconota pronta tra le mani. “Se no si arrabbia”, mi spiega L di L&L, riferendosi al gorilla all’ingresso. E noi non vogliamo farlo arrabbiare. Così, paghiamo ed entriamo. La prima cosa che noto è l’arredamento, quello tipico da locale orientale da quattro soldi con annesso orrendi quadri kitsch appesi alle pareti. La seconda cosa che noto, o meglio, ascolto, è l’inconfondibile rumore di un motore Ferrari che viene diffuso dalle casse ogni volta che qualcuno ordina un Flaming Ferrari.

Breve digressione sul Flaming Ferrari

Il Fleming Ferrari non è un cocktail. Il Flaming Ferrari è un intruglio pieno di ogni tipo di alcol servito in un bicchiere delle dimensioni di un bidet. Lo dico io, perché gli inglesi ignorano l’esistenza del bidet. Cari inglesi, sappiatelo, il bidet deve stare in bagno e non sulla mensola della cucina. Il costo della pozione magica è proibitivo. Una volta però finito di berla, il prezzo sarà l’ultimo dei vostri problemi. Prima di poter degustare il carburante da Formula uno, il barista da fuoco al bicchiere. Se siete sfortunati, in mezzo alle fiamme potreste scorgere il viso di Mr X che vi fissa con il suo ghigno diabolico. Il Fleming Ferrari non è per tutti. Bisogna avere fegato per berlo. Per questo è impossibile berlo una seconda volta. Il Fleming Ferrari non risolve i problemi nel mondo. Aiuta ad andare oltre. Qualche temerario, negli anni, ha avuto l’ardore di scolarsi la bomba chimica tutta di un fiato. Gli effetti possono essere pericolosissimi:

1 sudorazione eccessiva. Della camicia
2 visioni mistiche che vedono come protagonista il divino Otelma. Senza Louise
3 desiderio incontrollabile di fare l’amore con un cactus

Il Fleming Ferrari viene anche usato per guarire i disturbi bipolari, tipici della politica italiana, e la girellite, anche se sull’ultimo punto nutro severi dubbi. In ogni caso, ricordatevi: assumetelo con molta, molta prudenza, casco ben allacciato e luci accese anche di giorno.

Fine digressione sul Flaming Ferrari

Puntiamo il bancone in fondo e ordiniamo. Niente Flaming Ferrari perché il dottore mi ha sconsigliato di abusare della lavanda gastrica. Una volta al mese è abbastanza. Mentre ciarliamo del più e del meno con il nostro bel bicchierone di cuba libre – tranne V, rigorosamente astemio da quando un meteorite lo colpì sulla zucca –, veniamo infastiditi da alcuni spifferi d’aria fredda. Mi volto e mi accorgo che il proprietario, con la sua voce da contralto, sta cercando di dirci qualcosa. Gli passo un megafono, così è più facile. Indicandoci la sagoma inconfondibile di un divano, ci invita gentilmente ad andare a sederci dall’altra parte del locale, in una zona meno affollata. Almeno, secondo lui. Ovviamente noi accettiamo l’invito di buon grado, perché non abbiamo nessuna voglia di finire catapultati fuori da babbuzzo pazzo grosso. Non facciamo nemmeno tempo a sistemarci che veniamo allietati dalla presenza di tre simpatiche signorine, di età indefinita ma compresa probabilmente tra i cinquanta e i novant’anni, che decidono di sedersi sul divano proprio di fianco al nostro. Il divano dove V, per mancanza di spazio sul nostro, aveva deciso di sorseggiare la sua arrogante bibita analcolica. Ora, se in un canapé che dovrebbe accogliere comodamente due persone, vi prendono posto quattro persone, capite bene che lo spazio vitale si riduce e la comodità diventa più che altro una fatua speranza. Se poi ci aggiungiamo il fatto che le tre simpatiche signorine sono dotate delle tipiche sinuose forme del lanciatore di peso, si fa presto a immaginare la situazione di travaglio esistenziale in cui viene a trovarsi il nostro caro avvocato fiorentino, chiuso all’angolo come un pugile suonato e riempito di gomitate al fegato dal peso massimo a lui più vicino che gesticola così tanto che, in confronto, lo stereotipo dell’italiano medio si incarna nella Venere di Milo. E non è finita qui. A un certo punto, o forse era un punto e virgola, la sua compagna di divano, la lottatrice di sumo, estrae dalla borsetta una spazzola con cui cerca di porre ordine alla foresta che si ritrova sulla crapa. Poi, probabilmente investita da un repentino e quanto mai fuori luogo senso materno, allunga il braccio e spazzola con veemenza i capelli di V a cui, inorridito, non resta che attendere con impazienza la fine dell’immonda tortura. Fine che arriva quando i suoi capelli assumono la stessa forma che prenderebbero se esposti per un paio di giorni al trattamento del tunnel del vento. Lo spettacolo mi ridà speranza nel genere umano, anche se non ne comprendo il motivo. Finiamo i nostri drink, salutiamo King Kong alla porta– che con la sua stretta mi spezza qualsiasi tipo di ossa possa esistere nella mano di un uomo– e ci incamminiamo verso altre mete, naviganti senza patria, esploratori dell’ignoto. Esploratori alcolizzati, per lo più. All Nam long. Buona settimana a tutti!

p.s: alcune fonti dicono che stanno bombardando Gheddafi e le sue truppe con del Flaming Ferrari. Sinceramente, lo trovo inverosimile: mi sembrerebbe una crudeltà davvero eccessiva. Ciao!

p.p.s: per il titolo, sono debitore nei confronti di Lord-enzo e della sua ottima intuizione creativa

giovedì 7 aprile 2011

L'importante è partecipare


Quando avevo sei anni i miei decisero che era giunto il momento di farmi praticare qualche attività sportiva. Da parte mia l’entusiasmo fu minimo. Avevo già le idee chiare e sapevo che volevo diventare un alcolizzato. Altro che sport. Mio padre avrebbe voluto che diventassi un rugbista. Mia madre un dottore, ma visto che i libri di anatomia pesavano troppo e soffrivo già allora di scoliosi, scelsero una via di mezzo e mi sbatterono in piscina a imparare i rudimenti del nuoto. Odiavo nuotare. Pesavo venti chili e pativo il freddo. Tremavo come quei chihuahua da borsetta che sembrano sempre prossimi al collasso. Tre anni più tardi papà, convertito alle filosofie orientali dopo aver visto in televisione un feroce combattimento tra Kato e l’ispettore Clouseau – era lui che compose ‘Il cielo in una stonsa’? – mi iscrisse a un corso di karate. Odiavo il karate. Non riuscivo mai ad allacciarmi la cintura e durante il saluto c’era sempre qualche criminale che impestava l’aria con letali flatulenze. Da allora ne è passato di tempo. Del karate mi è rimasta una certa impostazione marziale che si nota soprattutto quando sferro attacchi mortali contro le zanzare e trangugio beveroni alcolici. Sono cintura nera di cuba libre. Il nuoto, invece, non l’ho più abbandonato. Fare trenta volte cento metri mi infonde quella incredibile sensazione di nullità esistenziale che posso ritrovare altrimenti solo in qualche trasmissione televisiva. Questo, però, non è l’unico vantaggio che deriva da un’attività concettualmente complessa come quella del fare avanti e indietro in una vasca generalmente riempita d’acqua – senza, la virata diventa un ostacolo insormontabile. Per esempio, l’altra sera. Sono a una festa, impegnato in un’amabile conversazione con una graziosa signorina. A un certo punto, e non chiedetemi il perché, la graziosa signorina poggia la sua graziosa manina sul mio braccio. D’altronde, la gente fa un sacco di cose senza una ragione apparente. C’è chi ascolta Al Bano, che musicalmente parlando sarebbe meglio si chiamasse Al Bando – certo, de gustibus non disputandum est, ma a volte sputandum sarebbe meglio. Vero anche che una volta ho ascoltato un pezzo di Stockhausen che mi ha provocato una gastrite per un mese. Comunque, la signorina, tastandomi l’arto, rimane colpita dalla tonicità muscolare. Che pepita! Io gonfio il petto, bullandomi da vero vanesio:


“Nuoto”. Tipo sintetico a posteriori. “Ah... be’, io non faccio sport, però anche il mio braccio è piuttosto muscoloso.”. Un dialogo filosofico degno dell’Accademia platonica. “Faccio le seghe a mio marito”. Scusatemi il francesismo. E pure il marito. Sul momento, applico il metodo dello scetticismo radicale: questa conversazione non è mai avvenuta, il mondo non esiste, lei non esiste e io sono solo un cervello – poco sviluppato – in una vasca. Una vasca da cinquanta metri, e questa è una allucinazione provocata da una serie massimale di 100 metri stile libero. Superato il trauma iniziale, passo alla fase analitica. Se ci fosse del vero, io dovrei avere avere un braccio da culturista. Supponiamo, però, che l’enunciato sia dotato di senso. Intanto, vorrei capire se lo sfregamento della parte intima maschile possa essere considerata un’attività sportiva a tutti gli effetti. Se sì, allora dobbiamo porci subito alcune domande: come raggiungere determinati risultati? Quante volte bisogna allenarsi? Che influenza hanno le dimensioni sulla performance? Qual è il metro di giudizio che si dovrebbe applicare a un’ipotetica competizione? Il porno è doping? Potremo presto vedere la masturbazione alle Olimpiadi? (se hanno ammesso il curling...) L’importante è partecipare? E perché l’essere piuttosto che il nulla? Come vedete, la questione è piuttosto intricata. Non è stato facile continuare la serata. La potenza evocativa di quella frase, sussurratami all’orecchio, non mi ha dato pace. Sono andato a ballare, ma non riuscivo a liberarmene. Ho conosciuto una ragazza e le sue papille gustative, ma non riuscivo a liberarmene. Mi sono fatto una lavanda gastrica di vodka, ma non riuscivo a liberarmene. Ho preso l’autobus per tornare a casa insieme a un mio collega con cui ho discusso del più e del meno, anche se non in questo ordine, ma non riuscivo a liberarmene. E allora, varcata la soglia del mio appartamento, ho preso una decisione. A due mani: nel dubbio, alleniamoci. Buona settimana a tutti!


lunedì 7 marzo 2011

A Zurigo tutto è a norma (le)


Ormai lo sapete, per vivere a Zurigo bisogna conoscere una serie infinita di regole che vengono applicate con teutonico rigore elvetico – ma cosa ho scritto?!! Per esempio, generalmente, in un condominio, dopo le nove, dieci di sera non si possono compiere determinate azioni che potrebbero arrecare un esaurimento nervoso ai sensibili animi dei vicini:



  1. Niente lavatrice. La centrifuga è letale per la tranquillità del vespro. Deve essere per questo che mi capita sovente di lavare mutande e calzini, opportunamente esorcizzati, tra le undici e l’una. Italici sobillatori


  2. Niente doccia. Lo svizzero medio è a casa alla cinque e mezza, si sciacqua alle sei, mangia alle sei e mezza e alle sette dorme. Tutti gli altri sono normativante costretti a puzzare come muffloni. Svizzeri


  3. Niente sciacquone. Il rumore prodotto dall’acqua è troppo simile a quello delle cascate di Schaffhausen e crea struggente malinconia nello svizzero. A mollo gli stronzi

Se poi ci si mette anche chi vive nell’appartamento sotto al tuo... Sabato pomeriggio mi metto davanti al piano – dietro è tutto più difficile – per esercitarmi. Cuffie attaccate, onde evitare ogni possibile disagio. Be’, dopo cinque minuti il tizio che abita al piano di sotto inizia a gridare ‘Silenzio!!!’ e a colpire il soffitto con, credo, una trebbiatrice. Un codice Morse che significa ‘Non rompere i coglioni’. Già una volta era venuto a suonarmi alla porta domandandomi: ‘Sei tu che fai tu tu tu tu tu tu – immaginatevelo mentre si impegna nella pantomima del suonatore di bongo –? No, perché mi trema tutto il soffitto!’. Questa volta, però, sono piuttosto nervoso. Stress. E il mio orologio fa le tre e mezza passate. Così, recepito il messaggio, inzio a pestare sui tasti come un indemoniato, suscitando per la prima volta in uno svizzero delle emozioni. Di odio, ma pure sempre emozioni. Ma torniamo alle nostre regole e divieti. Se avete l’occasione di viaggiare su uno degli efficienti mezzi pubblici di questa città, potreste imbattervi in un cartello dal significato decisamente criptico. Io, però, grazie al potere del cuba libre, sono riuscito a risolvere l’arcano. Osservate attentamente la foto di questo post e incominciamo, da destra verso sinistra – come, d’altronde, si legge la Torah in ebraico e io altro non sto facendo che l’esegesi di un pezzo sacro di storia elvetica:




  • È vietato poggiare i piedi sul sedile davanti se si indossano i pattini. L’hockey, qui, è uno degli sport più popolari. E i tifosi se ne vanno in giro pattinando per le strade di Zurigo – che pattinati! –. Poi, salgono sui mezzi e, infischiandose delle buone maniere, poggiano i loro piedoni pattinati sui sedili. Una vera piaga sociale. Per i pattini


  • È vietato segare i sedili. Può capitare. Il clima rigido, il grigiore invernale, le difficoltà a relazionarsi, la meschinità all’interno dell’ufficio. Se la pressione si fa insostenibile, lo svizzero si arma di sega e sfoga la sua creatività in questo modo. Certo, se ne vedessi uno salire armato di lama dentata, l’ultima cosa di cui mi preoccuperei sarebbe che si mettesse a resecare una seggiola, ma per gli svizzeri, la res publica prima di tutto


  • È vietato cantare le canzoni di Lucio Battisti. Gli svizzeri sono già depressi di loro – vorrei vedere voi se non poteste tirare lo sciacquone dopo le dieci di sera –, ci manca pure che arrivi il menestrello del giorno a snocciolare ‘Il carretto passava e quell'uomo gridava "gelati!"/Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti’. Suicidio di massa fulmineo a colpi di bratwurst


  • Questo è dubbio. Doppia interpretazione. La prima: è vietato essere poveri. La povertà è punita severamente nella Svizzera tedesca con due anni di visione coatta di TeleZüri. Terribile. Seconda interpretazione: è vietato andare in giro con delle banane che spuntano dalle tasche. Segno di poca umilté. E poi, ricordiamo la celebre frase ‘Hai una banana in tasca o sei solo contento di vedermi?’: agli svizzeri non fa ridere perché si vede preferiscono tenerla fuori dalla tasca. Il divieto serve loro per poter ridere alla battuta


  • Anchi qui il dubbio regna sovrano. Potrebbe voler significare: è vietato creare una cappa di fumo sulla testa di chi ti sta davanti. C’è già abbastanza nebbia fuori. Oppure: è vietato fumare quando il tizio che ti siede davanti ha la testa a forma di nuvola. E come distinguerle, poi? Le teste, dico. Sarà un cirrocefalo, uno stratocefalo o un nembocefalo? Mica è la notte in cui tutte le vacche sono nere...


Spero di avervi adeguatamente informato su come comportarvi in maniera civile se prendete un tram o un bus a Zurigo. Ora sapete cosa fare. Se non lo fate, sappiate che avete tutta la mia ammirazione. E adesso, scusatemi, ma vi lascio, perché mi stanno bussando sul soffitto: sto schiacciando sulla tastiera con troppa violenza. Quella maledetta faccia di nembo!!! Buona settimana a tutti!