lunedì 17 maggio 2010

Il Maggerone di Higgs

Nel 1964 Peter Higgs, fisico scozzese, teorizzò l’esistenza del bosone – da non confondere con il busone, il cui campo di applicazione è, nello specifico, il buco nero –, una particella elementare che renderebbe possibile la massa nell’universo. Il bosone di Higgs, noto anche come la Particella di Dio, è solo un’ipotesi, in quanto non è mai stato osservato sperimentalmente. In teoria, potrebbe essere una delle prossime scoperte ottenute grazie al Large Hadron Collider del CERN. Per il momento, rimane una speranza. Tuttavia, non molti sanno dell’esistenza di una particella molto più importante che fu osservata qualche decennio prima dal papà di Higgs, Piersilvio Higgs: il Maggerone di Higgs.

Tanto tempo fa – no, non quando l’Inter vinse la Coppa dei Campioni, quello è ancora più tempo fa – un gruppo di scienziati, desiderosi di conoscere il mistero dell’Universo, si recarono in una città conosciuta come Zurigo alla ricerca di un posto dove poter appoggiare il proprio fisico sedere e nutrire il corpo con generi alimentari indigeni. Il tipico ristorante svizzero. I quattro, convinti di dover affrontare una semplice fondue o delle innocue raclette, non sapevano ancora a cosa stavano andando incontro. Aprirono il menu e videro una lista infinita di Maggeroni. Il profano, nell’abisso della sua ignoranza, potrebbe pensare che si tratti di normale pasta. Invece no. Il Buddha, sotto l’albero della Bodhi, raggiunse il Nirvana proprio quando ne intuì la sostanziale differenza. L’Illuminato. Neo riuscì a sconfiggere Matrix proprio grazie al Maggerone. Il velo di Maya è crollato. Così, i nostri protagonisti si immersero nella lettura. Alpenkalb maggerone. Sì, così nacquero le Alpi. Arbeiter maggerone, perché il maggerone nobilita l’uomo. Tessiner maggerone. Il canton Ticino. Ora capite il perché di quell’accento. Harakiri maggerone. Se solo avesse saputo, Yukio Mishima ci avrebbe pensato due volte prima di commettere in diretta televisiva quel tristemente tragico suicidio rituale. I quattro scienziati esaminarono tutte le possibiltà prima di prendere una decisione. Che fu presa. Intanto, due di loro cercavano di attrarre verso di sé l’orbita della cameriera. Ignoravano, gli ingenui, che l’ultimo che aveva provato ad adottare questa tecnica era stato ritrovato mesi dopo a vagare in stato confusionale nelle montagne elvetiche convinto di essere un mufflone. Il Maggerone non perdona. Pochi secondi di attesa – perché il tempo, davanti al maggerone, si curva – e i pentoloni pieni della particella originaria vennero portati in tavola. “Mai, scorderai, l'attimo,la terra che tremò. L'aria, si incendiò, e poi, silenzio”. In religioso silenzio, appunto, iniziarono a mangiare, mentre le ore, i giorni, gli anni passavano. E loro, tetragoni ai colpi di ventura, continuavano a nutrirsi dell’origine di tutte le origini. Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets: in principio il Maggerone creò il cielo e la terra. Rabbi Akiva non era d’accordo sull’interpretazione, ma si sa, lui preferiva la fondue. E mentre assaporavano il brodo primordiale, ebbero una visione. Un acceleratore nucleare. Due mucche. Sì, perché fu proprio così che Piersilvio Higgs scoprì LA particella. Costruì artigianalmente un acceleratore nucleare, ci infilò dentro due mucche e le fece girare alla velocità della luce fino all’inevitabile scontro. Dalla prima collisione nacque l’UBS. Di gran lunga peggio dell’ipotesi del buco nero in grado di risucchiare il pianeta. Dalla seconda collisione nacquero i format televisivi di Maria de Filippi. Con la terza collisione, finalmente, Higgs riuscì a ricreare il Maggerone, che gli apparve sotto le sembianze di Gisele Bundchen, ma si sa, gli acidi, a volte, giocano dei brutti scherzi. Ora era tutto chiaro. Il Big Bang. La gang bang. L’ultimo teorema di Fermat. I déjà vu. La trama di Lost. Perché le donne vanno sempre in due al bagno.

Quando si riebbero da questa surreale esperienza mistica che tanto sarebbe piaciuta a Emanuel Swedenborg, niente era più come prima: L di L&L ora era l’altro L di L&L , l’altro L di L&L ora era la L che aveva raggiunto a Zurigo l’altro L di L&L, la L che aveva raggiunto a Zurigo l’altro L di L&L ora era L di L&L. Unica eccezione, il quarto scienziato, svuotato di ogni neurone, era sempre lo stesso, dato che X per 0 è sempre uguale a 0 per qualunque X finito. Fortuna che il conto li riportò alla solida realtà, per il teorema indimostrabile che il conto va sempre tenuto in conto.

Spero che questo post abbia aperto le vostre menti. Almeno un po’. Vi terrò informati sul destino che attende i nostri protagonisti. Dovete sapere, infatti, che il Maggerone è subdolo e latente: rimane silente nel corpo ospitante fino a quando… Be’, per il momento evito di tediarvi. Sappiate solo che sull’argomento ci hanno già girato un film. L’esorcista. Buona settimana a tutti!!!


lunedì 10 maggio 2010

La sfinge che finge: dalla girellite alla teoria dei giochi - parte seconda

Von Neumann. Non credo che nessuno abbia mai iniziato un post così. Von Neumann. Mi piace il suono che sento quando lo pronuncio. Von Neumann. Ricordo a tutte le menti sopraffine che leggeranno il pezzo – mi includo, visto che quando rileggerò questa seconda parte, probabilmente nel tardo pomeriggio domenicale, la mia memoria soffrirà di estese perdite di dati causa sbronza del giorno dopo, perciò ribadire il concetto è sempre un esercizio di indubbia utilità – che non sto parlando di una malattia incurabile, ma del grande genio matematico e informatico ungherese del secolo scorso. Fu proprio lui, insieme a Oskar Morgenstern, a pubblicare – credo a Princeton –Theory of Games and Economic Behavior. La teoria dei giochi. In parole povere e capibili anche per un tronista, è il tentativo di analizzare dal punto di vista matematico il comportamento umano in quelle situazioni di interazione nella quali, in genere, c’è una posta in gioco e le decisioni di ogni ‘giocatore’ sono influenzate da quelle degli altri. Ci sono, poi, giochi cooperativi e giochi non cooperativi. A me interessa in particolare il secondo caso e la sua applicazione più famosa, il dilemma del prigioniero. Ovvero, due criminali vengono arrestati, confessare o non confessare? Secondo il teorema di Nash – il matematico di “A beautiful mind” - , il migliore equilibrio è dato dalla confessione di entrambi. Secondo Pareto, l’economista italiano, la migliore soluzione è data dalla non confessione dei due criminali, il che, però, non conduce a un equilibrio. Cosa succede, infatti, nel caso uno dei due sospetti che l’altro non manterrà la promessa di non confessare? Scusate, datemi qualche secondo per aspirare i miei calzini e trovare la forza necessaria per andare avanti. Ora, come dicevo, quando ti trovi davanti a un seno così… ah, no, scusate, devo aver confuso post. Peccato. Cosa c’entra tutto ciò con le sfingi? Non ne ho idea, però le tre mummie svizzere, guarda caso, si sono frapposte tra me e la Barbie bionica. La stanno puntando. Tutte e tre. E, siatene sicuri, staranno parlando di qualsiasi argomento – il collasso economico della Grecia (e questo sarebbe sorprendente, visto che i fatti raccontati si riferiscono a quasi un mese fa), la musica seriale, cosa cazzo vuol dire supercalifragilistichespiralidoso, il problema delle risorse idriche e quello ancora più grave dell’eiaculazione precoce–, qualsiasi, tranne uno: lei. La preda da attirare con le pupille spermatiche. La bambola sessuale con cui condividere i migliori cinque minuti della loro vita. Infatti, non possono parlarne. La puntano, ma fanno finta che non interessi a nessuno e sbrodolano parole di circostanza. Ed è qui che la teoria dei giochi ci viene in nostro aiuto. Ci vorrebbe una matrice – si può ridurre tutto a una matrice a due - , ma mi mancano la voglia e le capacità intellettuali. Comunque, se uno di loro accennasse al fatto di essere interessato alla pupa da sballo, scatterebbe subito un campanello dall’allarme negli altri due. Come sapete, l’azione predatoria, nella sfinge, è limitata allo sguardo. Magnetico, almeno secondo la sfinge. Ogni altro approccio è evitato di default. Il problema è cosa fanno gli altri due: uno confessa, l’altro no; tutti e due confessano; non confessa nessuno dei due. Quindi, nessuno confessa, non succede niente. Se tutti e tre ammettono la loro debolezza, scatta lo sguardo assassino. La bionda, naturalmente, sentendosi osservata da tre maniaci, se ne va. Sembra la perfetta situazione di equilibrio. C’è da dire che la sfinge non ottiene mai il risultato, è tutta una questione psicologica interna al suo cervello mummificato. Potrei continuare, ma non ci capisco più niente. Vi consiglio, se volete saperne di più – la teoria dei giochi - una lettura di uno degli autori citati prima. Se invece siete interessati alla sfinge e il vostro cervello è stato bollito in un pentolone con patate e carote da una tribù di cannibali, allora vi consiglio di continuare a immergervi nella vacuità demenziale dei miei post.

Avevamo lasciato L di L&L alle prese con la girellite. L’altro L di L&L alle prese con i tagliafuori. Il sottoscritto alle prese con… un cuba libre. Fallo girare, dai David fallo girare, fallo giraaare, dai David fallo giraaare! Il guppo si ricompatta. Mr. X, sempre più pazzo, cammina sul soffitto - spider pig, spider pig -, salta, rotola, scompare dentro al seno di qualcuna. O qualcuno, non so. Noi conquistiamo terreno. Spazio vitale. Ci dimeniamo come tarantolati. L’alcol e la musica sparata a mitragliate di decibel ci procura una lobotomia istantanea. Sorridi e il mondo ti sorride. E lì, in quel preciso istante, ci accorgiamo della presenza di una nuova tipologia di sfinge, ancora più inquietante: la sfinge osmotica.

Che cos’è l’osmosi? Cito da Wikipedia: “Il termine osmosi indica la diffusione del solvente attraverso una membrana semipermeabile dal compartimento a maggior potenziale idrico (concentrazione minore di soluto) verso il compartimento a minor potenziale idrico (concentrazione maggiore di soluto), quindi secondo il gradiente di concentrazione.”. Chiaro? Be’, la sfinge osmotica funziona pressappoco allo stesso modo. Prima di tutto, individua la ragazza da puntare – a me gli occhi. Poi, una posizione in cui stabilirsi. Sia chiaro, non una posizione qualunque. Il bel tenebroso fighetto dei Grigioni va alla ricerca di un individuo o di un gruppo di individui che ritiene particolarmente brillanti. In questo caso la parola ‘brillante’ significa che la persona in questione non deve ricorrere all’ipnosi per conquistare la donzelletta, è dotato di una certa parlantina assassina e ha un grado di molestia che in genere viene misurato con la scala Richter. Inutile dirvi che, da queste parti, ‘brillante’ è spesso sinonimo di italiano. Non parlo di me, perché se no userei la parola genio supremo dell’universo. Dovrei ricordarlo a mia madre che ogni tanto mi epiteta con un sonoro ‘coglione’. Ma deve essere un affettuoso sinonimo, ne sono certo. Insomma, la sfinge osmotica si avvicina lentamente alla fucina di talenti ormonali e, quando ritiene di avere raggiunto la distanza minima necessaria per assorbire la giusta dose di testosterone canalizzata, si ferma. Immobile. Da quel momento in poi diventa la tua ombra. Si muove come te. Parla come te, solo con accento tedesco. Diventa più te di te. Sempre alla distanza minima necessaria. Che significa circa una decina di centimetri dietro o a lato. Inquietante. Il problema è che non può allontanarsi dalla zona. Se lo fa, diventa di nuovo una sfinge qualunque. Allora rimane lì, dove ti trovi. Ti segue. È un potenziale conquistatore, ma lo rimane in quel concetto tanto caro ad Aristotele. In pratica, continua a fissare la sventola da lontano come una moderna Medusa pietrificatrice. È un cane che si mangia la coda. L’eterno ritorno di se stesso. La sfinge intrappolata per sempre nel suo quesito. Fino alla chiusura del locale, quando le luci si accendono e non rimane che l’ultima sigaretta da fumare prima di infilarsi in un taxi e fare ritorno alla propria dimora, accompagnati dalla malinconica sensazione che lo struggente desiderio di fermare l’attimo e rendere eterno quell’istante, inevitabilmente, ti lascia, perché l’adesso è già passato e domani, come sempre, è un altro giorno. E io? Io vago senza meta per le silenziose vie di Zurigo, cercando il senso della vita e, soprattutto, la strada di casa. Nel tumultuoso vortice, L di L&L non si è accorto e ha fatto girare pure me. E sì, ho la girellite. Buona settimana a tutti!


lunedì 3 maggio 2010

La sfinge che finge: dalla girellite alla teoria dei giochi

Qualche post fa avevo tentato di descrivere il fighetto zurighese classificandolo in base alla tipologia di comportamento tenuta durante l’approccio con l’altro sesso. Grazie all’aiuto del dottor L di L&L, esimio studioso di comportamenti sociali notturni, ero riuscito a individuare due macrogruppi principali, la sfinge e il serial killer. Pensavo di essere già vicino al Nobel, ma, purtroppo, non avevo ancora fatto i conti con un fighetto zurighese che non era stato ancora catalogato, la sfinge osmotica, e con un fenomeno di assoluta rilevanza a cui ho potuto assistere solo settimana scorsa: l’interazione tra sfingi.

Prologo

Intorno alla mezzanotte di un tranquillo venerdì zurighese i nostri eroi – L di L&L, Fürst von Zukunft, l’altro L di L&L, Duca di Valman, il nostro amico Mr X, blasonato già di suo, e il sottoscritto, D.A.R., Marquis de Amber – fanno il loro ingresso trionfale in un locale popolato da nani, ballerine, casalinghe disperate e meno, sigarette sempre accese e bicchieri mai vuoti. Entrare non è affatto complicato, visto che nella mano stringiamo il nostro passpartout, una fototessera di L di L&L, Fürst von Zukunft, che, come il ritratto di Dorian Gray, mostra i segni della decadenza fisica e morale di L&L , mentre l’originale continua ad emanare fascino brizzolato da ogni poro. La fototessera, infatti, ci viene sequestrata dalla guardarobiera che subito provvede ad applicare una taglia sulla testa del nostro compagno di avventura. Lui, però, impegnato nella girellite, ovvero nell’antica arte di prendere per mano una ragazza esteticamente interessante – vedi anche alla voce ‘bella figa’ – e di farla girare fino a quando non

1. Le crescono le tette
2. Inizia a cantare uno jodel
3. Risolve il problema della fame nel mondo

non sembra preoccuparsene più di tanto – vorrei fare notare che a Zurigo, dopo la grande notte in coda al Sechseläuten (si celebra la fine dell’inverno), si sono presentate all’UniversitätsSpital numerose indigene colpite dalla sindrome della girellite. Ma è solo un caso.

Comunque, mentre L di L&L si esercita nell’arte di cui sopra, l’altro L di L&L viene relegato in uno spazio di due centimetri quadrati dai soliti tagliafuori cittadini, preoccupati più di mantenere lo status quo di galli del pollaio che di entrare in medias res – d’altronde, come mi disse mio cugino anni fa nel suo italiano maccheronico ma efficace, togliendosi la maglietta ed entrando in un privé affollato di omosessuali unicamente per cercare di ghermire la preda dotata di davanzale di tutto rispetto, “Chi non entra in acqua non mangia pesci” (da leggersi con accento israeliano) -; Mr X, invece, che è quello tranquillo, salta sui divanetti, urla, si dimena e controlla la pressione dei pneumatici a una locale. Ed è in quel momento che la vedo. Lei, la ragazza più bella che abbia mai visto negli ultimi cinque minuti. Appoggiata al bancone è un vero spreco, meglio sarebbe appenderla al Louvre. O fissarla al letto di casa mia, come si preferisce. Alta. Bionda. Carrozzeria perfetta a cui, io, tuttavia, vorrei fare una bella revisione. Una Barbie più Barbie della Barbie – un po’ come nell’imitazione di Mourinho fatta da Crozza, “Io sono più George Clooney di George Clooney”. E a me non dispiacerebbe essere il suo Ken. Yes we Ken. Mentre questi nobili pensieri echeggiano nella mia grotta cerebrale, tre manichini svizzeri con camicia inamidata incorporata, bicchieri in mano, vanno a occupare lo spazio che separa la dea dell’amore dal sottoscritto. Li ho riconosciuti subito. Sono tre sfingi. Ora, la dinamica di interazione del gruppo è piuttosto interessante. Conosciamo ormai perfettamente il comportamento della sfinge solitaria. Qui le cose cambiano. Si parla di psicologia cognitiva. Di teoria dei giochi. Von Neumann e Nash – quello di Beautiful Mind, per chi pensasse che sto parlando di malattie inguaribili. Purtroppo, il tempo dedicato a questo post, compreso, ne sono sicuro, la vostra pazienza di lettori, è terminato. Perciò, nel post di settimana prossima tratterò ancora di sfingi e di quel caso particolare di teoria dei giochi noto come Il dilemma del prigioniero. Buona settimana!

To be continued

lunedì 26 aprile 2010

"L'amore vince sull'odio"

Questa è una edizione speciale del post. Mi spiego. Le mie all’incirca 3600 battute settimanali – e non mi riferisco alle cazzate che sparo giornalmente, che sono molte di più e non fanno ridere– che trattavano, come sempre, di dee che cantano del Pelìde Achillel'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei e simili, erano già pronte per la pubblicazione del lunedì mattino. Tuttavia, gli eventi accaduti sabato notte mi hanno costretto a riconsiderare l’ordine delle priorità. Quello che leggerete ha dell’incredibile ma, vi assicuro, è tutto vero.

Tra il XVII e il XIX secolo andava di moda, tra i ricchi e giovani aristocratici inglesi – ma non solo –, il così detto Grand Tour, che era una specie di Inter Rail dell’epoca (l’Italia era una delle mete preferite) che aveva lo scopo di perfezionare l’educazione dei rampolli europei. Oggi, più che altro, il nome indica il peregrinare dei giovani e annoiati borghesi da un bar all’altro della città. In questo caso lo scopo del Grand Tour è nel non avere uno scopo o, se ce l’ha, è nella stessa parola ‘scopo’, ma come prima persona presente indicativo. Ed è proprio a questo girovagare alcolico eravamo dediti, la scorsa notte, L di L&L e io, anche se noi, uno scopo, ce l’avevamo eccome e si chiamava Zukunft, agorà contemporanea di chi ama essere avvolto per quattro o cinque ore da dense nuvole di fumo, adora farsi saltare i timpani con musica elettronica sparata con cannoni acustici e fa ritorno al sarcofago quando, all’incirca, in Nuova Zelanda hanno già cenato da un pezzo e, finito il film, tutti a nanna. Infatti, gonfi di birra e cuba libre, ci stavamo dirigendo verso la nostra meta quando, improvvisamente, notiamo un capannello di gente. Neanche tanto piccolo. Una vera e propria folla si sta concentrando in pochi metri quadrati. Avanziamo di qualche altro passo e vediamo una camionetta della polizia e quattro poliziotti in assetto antisommossa. Uno di loro sta parlando con un tizio pingue e dall’aspetto criminale che, deduco, sta dando informazioni. Un altro apre il bagagliaio della camionetta e tira fuori un fucile lancia lacrimogeni (a titolo informativo, questa è forse la zona a più alta densità criminale di Zurigo). Un fucile lancia lacrimogeni? Oh cazzo!!! Non faccio neanche in tempo a realizzare tutta la scena che dalla Langstrasse sbucano fuori altre due camionette che bloccano la strada. Ne escono una decina di agenti pronti alla guerriglia urbana. No, devo morire e non sono ancora riuscito a scoparmi Bar Rafaeli? Il bello arriva adesso. A pochi metri da noi, in mezzo a sbirri grossi come giocatori di rugby, ferma, immobile, viso carino ma espressione decisamente incazzosa, c’è una poliziotta, cattivissima, pronta a entrare in azione e creare puzzle di ossa a suon di manganellate. Oh, sì, picchiami, fammi male e ammanettami sul letto. Un ragazzo le si avvicina, le stringe la mano e sfodera un sorriso a tremila denti. Chissà se gli si cariano.

L di L&L: “Grande, guarda il tipo che ci prova con la poliziotta!”

Io me la rido, ma non ci credo affatto. Le starà chiedendo cosa diavolo succede. Intanto il ragazzo continua a parlarle. Poi, un ufficiale, probabilmente il capoccia, fa un cenno d’intesa agli altri con il testone da idrocefalo. Subito i picchiatori professionisti sciolgono le linee e si infilano tutti dentro le camionette. Emergenza rientrata. O quasi. Perché il ragazzo – che, ne sono quasi certo, non può essere svizzero – segue in scia la gendarme e cerca, anche lui, di entrare nella camionetta. Purtroppo, gli va male, ma lui non demorde: si avvicina al finestrino, proprio dove è seduta la pulotta carina, e inizia a mandarle baci con la mano. La camionetta si allontana e lui rimane lì, a mandarle baci con la mano. La poliziotta, divertita, ride. Forse sta ancora ridendo. O magari no, magarari è nata una nuova storia d’amore.

Ora, fatemi capire: ci sono una quindicina di poliziotti in assetto anti guerriglia, muniti di manganello, pistole e fucili lancia lacrimogeni. Potrebbe scoppiare l’inferno da un momento all’altro, sodoma e gomorra, il giorno del giudizio, il figlio di Bossi ministro dell’Istruzione. Tutto potrebbe succedere. E un ragazzo va dalla pupa in uniforme e cerca di rimorchiarla?!! Alcune considerazioni:


  • Il ragazzo è un genio, chiaramente

  • Non eravamo sotto effetto di allucinogeni

  • Dobbiamo conoscerlo

  • Bersani dopo le elezioni regionali e amministrative: “Non canto vittoria, ma non accetto neppure che si parli di una nostra sconfitta”. Non c’entra un cazzo, ma è la battuta più divertente che c’è in questo post

Purtroppo, il ragazzo si è dileguato in pochi secondi e non siamo riusciti a esaudire l’imperativo categorico espresso al terzo punto. Peccato.

Come definire la scena a cui abbiamo assistito? Surreale, ma sono proprio cose come queste che mi fanno pensare che, a volte, la vita può essere piuttosto divertente. Con L di L&L ho passato i successivi due giri di birra a ripensare all’accaduto e a farmi delle grandi risate. E non avrei ancora finito, perché avrei da raccontare di breakdancer e di calci volanti, ma in un prossimo post, perché adesso voglio farmi un giro per Zurigo e vedermi quella cosa che la domenica mi capita molto raramente di vedere e che, a volte, può essere così bella. La luce. Buona settimana!

lunedì 19 aprile 2010

Schizzo d'autore

Il nome Jackson Pollock vi dice qualcosa? No, quella che combinava guai era Pollon. Pollon combina guai. Questo, invece, è Pollock. Per chi non lo sapesse o per chiunque avesse passato gli ultimi dieci anni incollato al televisore rapito dai picareschi racconti dei protagonisti del Grande Fratello, eccitato dalle eroiche avventure dell’Isola dei Famosi o semplicemente perso in fantasie bucoliche evocate da braccia finalmente restituite all’agricoltura de La Fattoria, Jackson Pollock è – era – un pittore. Uno degli esponenti di quel movimento che il critico Harold Rosenberg – che dal cognome si capisce fosse una persona dotata di arguzia ed encefalogramma vivace – aveva chiamato ‘action painting’ – in realtà conoscevo solo questo termine, ma Wikipedia ha colmato la mia lacunosa ignoranza introducendomene un altro, ‘espressionismo astratto’, che ignoravo fino a oggi insieme al tedesco Lotosblüte e ai sette re di Roma, che non riesco mai a ricordare. Tarquinio il burino? Gli artisti che aderivano alla corrente non dipingevano come normali esseri umani, pennello, colore e mi raccomando, attenzione a porte, finestre e al parquet. No, preferivano lanciare direttamente il colore su delle tele giganti. Oppure, lo facevano sgocciolare. È così che è nato il testo di Rosch. Credo. Sperimentatori. Riflettevo su tutto ciò alcune settimane fa in compagnia di un bicchiere di birra e di tre loschi individui che chiamo ‘amici’ solo perché non mi ricordo i loro nomi. Riflettevo su quello e sulla ‘merda d’artista’ del Manzoni. Non di Alessandro, altrimenti si sarebbe chiamata merda di scrittore, che qualcuno avrebbe anche potuto pensarlo ai tempi del liceo, facendo un torto però alla letteratura italiana. Sto parlando di Piero, che negli anni Sessanta fece delle sue feci un’opera d’arte, inscatolando in 90 barattoli i suoi artistici escrementi. Rappresentazione delle decadenza dell’arte di quel periodo. Una merda concettuale. Fantozzi avrebbe detto ‘una cagata pazzesca’, ma non vorrei elevare troppo il tono di questo post. Ecco, ho scritto poche righe fa che stavo riflettendo in compagnia di tre loschi individui. In realtà, le cose non stanno proprio così. Intanto, io non rifletto, ma attivo automatismi cerebrali a me ignoti. In secondo luogo, non stavamo discutendo di arte, ma di sesso. All’arte, comunque, ci arriviamo a breve. La vacue chiacchiere orbitavano intorno al dotto argomento dei film a luci rosse – gli anglofoni li chiamano ‘blue movie’. Le traduzioni sono sempre un problema. Tutti si ricordano dei mitici porno tedeschi, che in genere avevano una trama del tipo: Driin! Suonano alla porta. Inga, biondona dalle tette nucleari, va ad aprire. Entra in scena il baffuto idraulico Hans. Trenta secondi più tardi lui le mostra il tubo telescopico e tappa la perdita, lei mostra di apprezzare ed esplicita questo suo stato interiore con una serie ininterrotta di mugolii e ‘ja, ja!’. Adesso, la maggior parte di questi film con scopate che durano quanto un’opera di Wagner sono prodotti in Ungheria o negli Stati Uniti. E allora mi sono domandato: ma in Svizzera? Voglio dire, ci sono dei porno svizzeri? E come potrebbe essere un porno svizzero? Altro che domandarsi - come fanno tutti, immagino, la mattina appena svegli - perché c’è l’essere piuttosto che il nulla. Già me lo immagino: Tram vuoto, a parte una ragazza, Heidi, a cui le caprette non fanno ciao e di pecore non capisce niente, ma se gli dici ‘pecorina’ … Sale il baffuto controllore Huber. “Grüezi!”. La povera Heidi e i suoi venti chili di tette sono, ahimé, sprovvisti di biglietto. Huber allora passa a controllare direttamente Heidi, dandole istruzioni dettagliate sul grado di apertura da mantenere e informandola che in un’ora venticinque minuti e dodici secondi il suo entusiasmo sarà incontenibile. Se Huber sgarra sul tempo, dopo mi si deprime e gli si afflosciano i mustazzi. E qui torniamo a parlare di arte. Sì, perché quel momento paradisiaco che ci rapisce un paio di secondi per restituirci come zombie per le successive dodici ore ha acceso in me una lampadina. A risparmio energetico, d’accordo, ma sempre una lampadina è. Freud parlava di sublimazione, ovvero dirigere una pulsione sessuale verso una meta non sessuale. L’arte, per esempio. E allora perché, invece che sublimare, non utilizziamo il sesso per creare arte? Ora vi spiego, è molto semplice. L’uomo, appena prima di contribuire al genocidio di milioni di spermatozoi, estrae il suo pennello – d’altronde, già anni fa lo raccontavano quegli intellettuali meneghini, gli articolo 31, ‘lo uso proprio come fossi un vero artista, e con il mio pennello sono un gran professionista!’. La donna ha una grande responsabilità, quella di afferrare e reggere la tela rigorosamente nera che, a seconda del periodo di astinenza maschile, può variare da un semplice formato A4 a un 200x425 cm stile ‘Ninfee blu’ di Monet. Ogni secondo è vitale. Davvero. A quel punto, all’uomo non resta che aggiustare la mira e procedere con la creazione artistica. Come vedete, siamo tornati all’action painting. Purtroppo, ci sono alcune problematiche aperte e che meritano, magari in un futuro non troppo lontano, di essere approfondite:


  • L’eiaculazione precoce. Un problema non solo artistico
  • Il blocco dell’artista. Un problema non solo artistico
  • La mancanza di talento.
In conclusione, se hanno fatto arte con la merda, perché non provarci con lo sperma che, come direbbe Aristotele, in potenza racchiude la vita? Allora, dalla ‘merda d’artista’ a quella forma più nobile di espressionismo astratto che, perdonatemi la banalità, non potremo chiamare altrimenti che ‘schizzo d’autore’. Buona settimana!

lunedì 12 aprile 2010

La lingua salvata


Il 17 febbraio del 1992 io avevo sedici anni. Non rammento cosa facessi quel giorno. Probabilmente niente, come al solito. Forse stavo studiando il manuale del perfetto asino. Forse fantasticavo su seni giganti, chiappe marmoree e tutto quello che aveva a che fare con la parola ‘sesso’. O forse pensavo a quando, in un lontano futuro, sarei diventato un adulto. Già, quando? In ogni modo, la mia travagliata adolescenza , quel giorno – e quanti ne sono passati da allora. La lancetta non si ferma proprio mai, mio Dio -, non era di alcun interesse nelle vicende dell’Italia di diciotto anni fa. Quello che invece aveva catalizzato tutta l’attenzione dei media era stato l’arresto a Milano del presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, un esponente del partito socialista italiano. Come ben sapete, a meno che non siate nati in quegli anni e in questo caso, se mi state leggendo, la vostra adolescenza è certamente più terribile della mia, quello era l’inizio dell’inchiesta giudiziaria passata alla storia come ‘Mani Pulite’ che si abbattè come uno tsunami sulla politica e la finanza del nostro Paese. Il Pool di Milano diresse il requiem, tutto in minore, della prima repubblica. Non so chi coniò il neologismo – L di L&L? -, ma il periodo di furto istutizionalizzato viene anche ricordato come ‘Tangentopoli’. Abbandoniamo ora gli anni Novanta con un salto temporale in avanti che la fisica ci nega, ma non la scrittura. Sesso, soldi e potere. La storia dell’uomo in un bigino concentrato. Ecco quindi Moggi e compagnia bella. Calciopoli. Corona e compagnia bella. Vallettopoli. E qui ci fermiamo, perché dal requiem della prima repubblica siamo finalmente arrivati al requiem della lingua italiana, celebrato, purtroppo, ormai quotidianamente. Infatti, tanto geniale fu l’inventore della parola ‘Tangentopoli’, quanto completamente idiota e cerebralmente amebico chi, sull’onda, diffuse in tutto lo stivale i termini ‘Calciopoli’ e ‘Vallettopoli’. ‘Tangentopoli’ non vuol dire altro che città delle tangenti. È l’unione, forzata, di ‘tangenti’ e del suffisso greco ‘poli’ che deriva da ‘polis’, città. Chiaro, no? Il suffisso, in questo caso, denota e non connota. Non ha nessuna valenza ulteriore al fatto di significare la parola ‘città’. I nostri fini intellettuali, principalmente giornalisti, menti illuminate che a stento riconoscono un congiuntivo da una congiuntivite, hanno deciso invece di dare a quel suffisso una valenza connotativa. Un peggiorativo. Calciopoli, quindi, non sta a significare la città del calcio, ma indica un sistema di illeciti volto a manovrare il campionato italiano. Vallettopoli non sta a significare la città delle vallette, cosa che farebbe gola a molti e che tutti salverebbero come indirizzo preferito in google maps. No, Vallettopoli sta a significare un sistema moralmente deprecabile fatto di agenti e agenzie che mercificano il corpo di avvenenti ragazze promettendo loro soldi e carriera nel mondo dello spettacolo o che utilizzano scatti di vita rubata a personaggi più o meno famosi come mezzo di ricatto e riscatto. Non c’è che dire, un grande applauso alla sovranità dell’ignoranza della lingua italiana. Non avrei scritto un post del genere se l’inchiesta di Calciopoli non fosse tornata prepotentemente alla ribalta. Calciopoli… Prendiamoci cura della nostra lingua, perché dentro di lei c’è il nostro mondo, la nostra storia, il passato, il presente e il futuro. La nostra cultura. Le dieci parole di Dio – quello era ebraico, ma Dio aveva degli ottimi traduttori simultanei. Dante. Ci sono i sogni e le parole che ci faranno sognare. Ci sono le parole con cui abbiamo amato, amiamo e siamo stati amati. C’è l’infinito a cui aneliamo e l’immortalità in cui ancora, almeno un po’, crediamo. E allora, vaffanculo a Vallettopoli e pure a Calciopoli. Buona settimana a tutti. Vi lascio con chi sì che, la lingua, sapeva usarla veramente: “With love's light wings did I o'er-perch these walls;/ For stony limits cannot hold love out,/ And what love can do, that dares love attempt.”. W. Shakespeare, Romeo and Juliet.

martedì 6 aprile 2010

Dio le fa e poi le accoppia


“Cosa bevete?”
Io non sono neanche a metà della mia birra, il farmacista, quello bello, ha appena iniziato ad aspirare dalla cannuccia un sano cuba libre, ma il barattolo pettinato, moderno babbo natale con un sacco pieno di free drink, insiste.

“Cosa bevete? No, perché tra un’ora il bar chiude

Sia mai che non riusciamo a raggiungere la quota di alcol stabilita dal governo per rendere i propri cittadini degli onesti alcolizzati.

“L’ultima volta che sono venuto qui”, mi dice il farmacista, riferendosi al locale della Milano bene dove i giovani della Milano bene, per dimostrare quanto sono Milano bene, si divertono prendendosi a bottigliate in testa e a cazzotti in faccia, “è stato forse un anno fa, quando ti sei presentato un paio di migliaia di volte con quella mia cliente, E., ti ricordi?”

E come faccio a non ricordarla? Si sa che a parlare del diavolo, spuntano le pentole. O le corna? Dal nulla di una Milano svuotata dall’esodo pasquale, ecco comparire lei, E., accompagnata dall’ombra della sorella. Gemelle siamesi di neurone. Il farmacista fa gli onori di casa e lo spacciatore di consumazioni alcoliche e io dobbiamo, a fatica, mentre ci presentiamo, mantenere un certo contegno, evitando di cadere vittime di risate isteriche che potrebbero causare letali attacchi apoplettici. Purtroppo, le emozioni regalate non sono paragonabili a quelle del maggio scorso. A far la parte del leone, però, oggi tocca alla sorella.

“Ah, vivi in Svizzera?”
“Sì, a Zurigo”
Noiosa la Svizzera
“Be’, ma Zurigo non è esattamente come il resto della Svizzera”
“Ah, sì, però la Svizzera è noiosa. Bella ma noiosa. Almeno, si dice, no?”

Annuisco con la testa. Già vivo nel terrore di dovermi ripresentare almeno un altro paio di volte, preferisco assecondarla.

“E cosa fai a Zurigo?”
“Lui è un nuotatore professionista, non vedi il fisico?”, risponde con un sottile velo d’ironia il pettinato dei pettinati.
“Ah, davvero?”

Reggo un po’ il gioco, poi confesso: “No, sono lì per lavoro”
Ah, pallavolo?!”

Signore, ti prego, liberami dalla terra d’Egitto e rendimi sordo per la prossima mezz’ora… Le sorprese non sono ancora finite. Alcuni minuti dopo il nano da giardino di Versailles è impegnato a conversare con una ragazza mai vista prima. Da sobrio, intendo, perché ben presto scopro di averla conosciuta diversi cuba libre fa a una conferenza tenuta al The Club da preti, rabbini e imam sul tema ‘Google maps e il lungo cammino verso Dio’.

“Ma tu sei quello che lavora a eBay? Sei un mito!!! Sei quello con il cognome strano. Aspetta, com’è che era? Z… Za… Zovirax!”

Zovirax?

“Tipo, no? Com’è esattamente il tuo cognome?”
“Ro.......g”

Ammetto che in entrambi c’è una ‘r’ e una ‘o’, però sarebbe come scambiare Ahmadinejad per un essere umano solo perché ha una scatola cranica. Voglio dire, non mi sembra abbastanza.

“Sì, Zovirax, e i virus se li porta tutti via”

Certo, il medicinale preferito dalle casalinghe disperate.

“Comunque, da sobrio non sei affatto male”

Eh, lo so. Trasformazione. Eravamo in due ad avere lo stesso problema. Hulk, però, è diventato molto più famoso di me. Buona settimana a tutti.